Freud sull’origine delle perversioni sessuali

Sigmund Freud – “Un bambino viene battuto” (1919)

Contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali

I

Le persone che hanno cercato il trattamento analitico a causa di un’isteria o di una nevrosi coatta confessano con sorprendente frequenza la rappresentazione di fantasia un bambino viene battuto. È molto probabile che ricorra ancora più spesso in altre persone, non costrette a prendere tale decisione a causa di una malattia manifesta.

Alla fantasia si collegano sentimenti piacevoli, grazie ai quali si ripete innumerevoli volte, o ancora si riproduce. Al colmo della situazione immaginata si impone quasi regolarmente una soddisfazione onanistica, quindi a livello dei genitali; all’inizio secondo la volontà della persona, ma in seguito con un carattere coatto contro il suo disgusto.

Si confessa la fantasia solo esitando; il ricordo dell’esordio è incerto; al trattamento analitico dell’argomento si oppone un’indubbia resistenza; vergogna e senso di colpa sono in questo caso forse più forti rispetto ad analoghe comunicazioni sugli inizi, ricordati, della vita sessuale.

Alla fine si riesce a stabilire che le prime fantasie del genere furono coltivate molto precocemente, già verso il quinto o sesto anno di età. Se a scuola il bambino vide il maestro battere altri bambini, l’esperienza richiamava le fantasie, se erano sopite, e le rafforzava, se erano ancora presenti, modificandone notevolmente il contenuto. Leggi tutto “Freud sull’origine delle perversioni sessuali”

Mai e poi mai voler guarire!

Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a Jung il 25 gennaio 1909. In essa troviamo una spiegazione sul transfert negativo di cui Freud si sentiva oggetto e un’implicita sconfessione dell’analisi didattica, perché il meglio si ottiene quando si è costretti all’analisi. Ciò che mi ha spinto a ritradurre la missiva è stato però un autoammonimento che Freud condivide con il suo giovane amico: “mai e poi mai voler guarire, invece impara e guadagna denaro!”. Si tratta di una posizione che trova un chiaro correlato nella testimonianza di Ferenczi, il quale nel 1932, a più riprese, trascrive nel suo diario le comunicazioni verbali di Freud: “i pazienti sono gentaglia. I pazienti sono buoni solo a darci da vivere e a fornirci materia per imparare. Di certo non li possiamo aiutare” (maggio 1932); “i nevrotici sono gentaglia, buoni solo a darci un guadagno economico e a farci imparare dai loro casi, la psicanalisi come terapia è inutile” (4 agosto 1932). Ho spesso associato questa posizione di Freud a una sorta di controtransfert non analizzato maturato in anni di isolamento, a partire dal 1923, il suo annus horribilis, e poi espresso a chiare lettere nel suo testo più disincantato e sintomatico, L’analisi finita e infinita, dell’inizio del 1937. Pensare che questa connotazione del rapporto fra psicanalisi e terapia fosse già alla base di un ammonimento che Freud rivolgeva a se stesso molti mesi prima di partire per le sue lezioni americane, nel settembre 1909, mi obbliga a cancellare queste mie ipotesi banalmente biografiche e a riarticolare ancora una volta la ricerca sul “nesso inscindibile fra guarire e fare ricerca” enunciato nel Poscritto a La questione dell’analisi laica del 1927. Leggi tutto “Mai e poi mai voler guarire!”

Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1912 nel quale dà diversi consigli ai suoi colleghi psicanalisti, che qui definisce ancora “medici”. Si tratta di un brano della sua opera che considero capitale per tre motivi. Il primo è che si presenta come una costruzione progressiva, dove i diversi consigli si intrecciano fino a delineare senza eccessiva gravità la sua posizione nel contesto della situazione analitica. Il significante che lega tutti questi fili è Einstellung (“atteggiamento”), che ritorna anche nel verbo einstellen proposto nella metafora del telefono per saldare il piano materiale (il microfono del chiamante e l’auricolare del ricevente) e il piano simbolico (la parola del paziente e l’ascolto dell’analista) con un significato che sta fra il “regolare”, il “sintonizzare”, e il più banale, in apparenza, “essere presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo”. Il secondo motivo per cui considero importante questo testo è che nel tentativo di descrivere il nucleo della situazione analitica, approcciato dal versante dell’analista, Freud rimarca che tale situazione è dominata dalla simmetria: la regola fondamentale per il paziente di dire tutto quanto gli viene in mente ha il suo corrispettivo nella regola dell’attenzione uniformemente sospesa per l’analista e se quest’ultimo non la rispetta annulla il beneficio che il primo potrebbe ricavare dall’osservanza della propria. Il terzo motivo che mi porta ad ammirare questo testo risiede nella capacità di caratterizzare l’analisi come un lavoro collettivo che opera su un sapere parziale e a posteriori (nachträglich), incompatibile con qualunque tipo di ambizione terapeutica e pedagogica.

Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico (1912)

Le regole tecniche che qui propongo sono emerse dalla mia pluriennale esperienza dopo che, pagandone pegno, ho desistito dal seguire altre vie. Si noterà facilmente che esse, quantomeno molte di esse, si riassumono in un’unica prescrizione. Spero che la loro osservanza risparmi un dispendio inutile a molti medici analiticamente attivi e li protegga dal tralasciare qualcosa; devo però dire espressamente che questa tecnica si è dimostrata l’unica adeguata alla mia individualità; non oso contestare che un’altra personalità medica, costituitasi in modo totalmente diverso, possa essere spinta a favorire un altro atteggiamento verso i malati e verso i compiti da risolvere.

a) Il primo compito dinanzi cui si vede posto l’analista che tratta più di un paziente al giorno gli sembrerà anche il più difficile. Esso consiste nel trattenere nella memoria tutti gli innumerevoli nomi, date, dettagli di ricordi, idee spontanee e produzioni della malattia che un paziente presenta durante la cura nel corso di mesi e anni, non confondendoli con il materiale analogo che proviene da un paziente analizzato nello stesso periodo o in precedenza. Se si è addirittura costretti ad analizzare sei, otto o più malati al giorno, una prestazione di memoria che riesca a tanto desterà in chi è fuori dall’analisi [1] incredulità, meraviglia e addirittura commiserazione. In ogni caso, ci si incuriosirà della tecnica che consente di padroneggiare una tale pletora e ci si aspetterà che essa si serva di particolari ausili. Leggi tutto “Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico”

Ricordare, ripetere ed elaborare

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1914 sui rapporti fra il ricordare, il ripetere e l’elaborare. Nel novero dei cosiddetti “testi tecnici” mi appare il più complesso perché cerca di spiegare l’evoluzione della pratica analitica e allo stesso tempo pone una mezza dozzina di concetti in un gioco di continui rimandi e di reciproche determinazioni, riuscendo certamente a mettere su carta la complessità della situazione analitica, ma obbligando anche il lettore a uno sforzo per cercare di non perdersi in una fitta trama concettuale. Fra i temi che vorrei evidenziare, c’è il rapporto fra inconscio e memoria, che contempla possibilità inaudite, come che «accada particolarmente spesso che sia ricordato qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente». Centrale è poi l’esposizione della relazione che lega tre concetti fondamentali della psicanalisi quali la coazione di ripetizione, il transfert e la resistenza e che permette di leggere nell’agito del paziente non tanto un sostituto del ricordare, ma più propriamente una sua modalità.

Ricordare, ripetere ed elaborare (1914)

Non mi sembra superfluo rammentare continuamente al discente quali profonde trasformazioni abbia sperimentato la tecnica psicanalitica a partire dai suoi primordi. Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco direttamente il fattore della formazione del sintomo e, conseguentemente, di sforzarsi con tenacia per far riprodurre i processi psichici di tale situazione al fine di guidarli alla scarica attraverso l’attività cosciente. Ricordare e abreagire erano allora le mete da raggiungere con l’aiuto dello stato ipnotico. Successivamente, con la rinuncia all’ipnosi, ci si impose il compito di indovinare, attraverso le libere idee spontanee dell’analizzato, ciò che egli rifiutava di ricordare. Attraverso il lavoro di interpretazione e la comunicazione al malato degli esiti, si doveva aggirare la resistenza; era conservata la messa a fuoco delle situazioni della formazione dei sintomi e di ogni altra situazione che si presentava dietro il fattore scatenante la malattia; l’abreagire passò in secondo piano e sembrò essere sostituito dal dispendio di lavoro che l’analizzato doveva svolgere per superare (seguendo la regola fondamentale della ψα)[1] la critica verso le proprie idee spontanee. Alla fine si è venuta configurando la rigorosa tecnica attuale, nella quale il medico rinuncia alla messa a fuoco di un singolo fattore o problema, si accontenta di studiare la superficie psichica dell’analizzato in quel momento,[2] utilizzando l’arte dell’interpretazione essenzialmente per riconoscere queste resistenze che si fanno avanti e per renderle coscienti al malato. Si produce così una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote al malato; se queste resistenze sono superate, il malato, spesso senza alcuno sforzo, racconta le situazioni e le connessioni dimenticate. Naturalmente l’obiettivo di queste tecniche è rimasto immutato. In modo descrittivo: colmare le lacune del ricordo; in modo dinamico: superare le resistenze della rimozione. Leggi tutto “Ricordare, ripetere ed elaborare”

Le diverse forme del transfert secondo Stekel

Nel 1923, riferendosi alla serie di Scritti tecnici di Sigmund Freud degli anni 1911-14, Sándor Ferenczi e Otto Rank commentavano: “Freud stesso, come è noto, [è] sempre stato estremamente riservato in merito a tale questione, tant’è che egli, ad esempio, da circa dieci anni non pubblica alcun lavoro orientato alla tecnica. I suoi pochi saggi tecnici [raccolti in Sammlung kleiner Schriften zur Neurosenlehre, IV Folge] sono stati, anche per quegli analisti che non si sono sottoposti ad alcuna analisi didattica, le sole linee guida del loro operare terapeutico, benché tali lavori, certamente incompleti e ormai superati in alcuni punti per il progresso intercorso, persino secondo lo stesso Freud appaiano bisognosi di aggiornamenti”.[1]

Sono righe che fanno riflettere, se si tiene conto che, a quasi un secolo dalla loro stesura, paiono ancora stridere con la ricchezza di insegnamenti che, in realtà, gli Scritti tecnici di Freud hanno da offrire anche oggi. Anche a noi. Monito dunque a non interrompere mai lo studio e il ritorno al testo freudiano, l’osservazione di due dei grandi pionieri della psicoanalisi ci restituisce in realtà più una costante limitatezza del nostro sapere e saper fare (nella misura in cui inesaurito resta ciò che la parola di Freud ci consegna) che non degli Scritti tecnici in sé. Leggi tutto “Le diverse forme del transfert secondo Stekel”