Freud ad Adler: una traccia superstite dell’origine del movimento psicoanalitico

Nell’autunno del 1902 Freud spedì una cartolina ai quattro colleghi… Adler, Kahane, Reitler e Stekel, invitandoli in casa sua per discutere del suo lavoro. Secondo Stekel l’idea partì da lui, e questo è confermato dall’osservazione di Freud secondo la quale «il suggerimento gli provenne da un collega che aveva esperimentato personalmente i vantaggi della terapia analitica».1

Così Ernest Jones nella sua monumentale biografia freudiana, dando forma a quella che è la versione classica della fondazione della Società Psicologica del Mercoledì, primo nucleo del movimento psicoanalico che nel corso dei decenni si sarebbe diffuso in tutto il mondo.

A quella di Jones, che resta una ricostruzione fatta a posteriori, si possono affiancare le testimonianze dirette di due dei partecipanti, la prima delle quali, di Freud, è ricordata dallo stesso Jones.

Scrive dunque Freud in Per la storia del movimento psicoanalitico:

Dall’anno 1902 una schiera di giovani medici mi si fece attorno con l’esplicita intenzione di imparare, esercitare e diffondere la psicoanalisi. A ciò li aveva indotti un collega, che aveva sperimentato su se stesso i benefici effetti della terapia analitica. In serate determinate ci si riuniva nella mia abitazione, si discuteva secondo certe regole, si cercava di orientarsi in questo campo di indagine sconcertante per la sua novità, e di conquistare ad esso l’interesse di altre persone.2

La versione di Freud, si vede, è più vaga della ricostruzione di Jones: non si specificano i nomi dei colleghi fondatori della Società né la modalità del loro invito. Leggi tutto “Freud ad Adler: una traccia superstite dell’origine del movimento psicoanalitico”

Freud, Brill e l’analisi laica in America

Propongo tre lettere di Sigmund Freud ad Abraham Arden Brill dedicate al tema dell’analisi laica e tradotte da Michele Lualdi. La prima, del giugno 1922, e la seconda, del maggio 1925, ci mostrano con chiarezza che anche nella discussione con gli americani Freud utilizza il termine Laie così come fa nel dibattito in Austria prima di scrivere, nell’estate del 1926, il testo “La questione dell’analisi laica”: è un profano [Laie], un incompetente [Unberufen], chi non si sia formato in un modo degno di fiducia, non importa se sia un medico oppure no. Il pamphlet del ’26 inizia invece definendo in senso ontologico i Laien come “non medici”: “la questione è se deve essere consentito anche ai non medici di esercitare l’analisi”. Dopo i primi cinque capitoli, articolati come una quaestio disputata, arriverà a concludere che se i Laien, nel senso di “non medici”, si sono ben preparati, allora non sono più Laien, nel senso di “profani”, ovvero non sono più incompetenti nelle cose dell’analisi.

Nella seconda lettera, del maggio ’25, annuncia che prenderà pubblicamente posizione in modo energico per i “laici formati”. Si tratta per me di una scoperta rilevante, in quanto avevo sempre pensato che Freud si fosse deciso a scrivere la Frage solo dopo aver misurato, nel marzo 1926, la resistenza degli analisti della Società Psicanalitica di Vienna.

La terza lettera è un’anatomia della miseria americana, articolata secondo un progressivo approfondimento: dal contesto collettivo degli Stati Uniti, scendendo al collettivo psicanalitico di New York e infine alla persona di Brill. Questo andare in profondità costituisce uno spiritoso contraltare alla superficialità che spesso Freud attribuisce agli americani. Ma ancora più significativo è il contrapporsi, da una parte, del desiderio di Freud che la psicanalisi produca frutti scientifici anche sul suolo americano e, dall’altra, l’aspirazione di Brill a godere e ignorare somministrando brevi e ben remunerate sedute di psicoterapia supportiva. Leggi tutto “Freud, Brill e l’analisi laica in America”

Freud e il problema economico del masochismo

Il problema economico del masochismo (Sigmund Freud)

È ragionevole ritenere economicamente enigmatica l’esistenza nella vita pulsionale umana della tendenza masochistica. Infatti, se il principio di piacere domina i processi psichici in modo che il loro scopo immediato sia evitare la ripulsa e ottenere piacere, il masochismo è incomprensibile. Se invece dolore e ripulsa non sono più avvisi, ma possono essere fini, il principio di piacere si paralizza; per così dire, il custode della nostra vita psichica viene narcotizzato.

Il masochismo ci si presenta allora come un grande pericolo, cosa che non vale in alcun modo per la sua controparte, il sadismo. Ci sentiamo tentati di dire che il principio di piacere sia il custode della nostra vita, non solo di quella psichica. Ma allora ci si pone il compito di indagare sul rapporto tra principio di piacere e i due tipi di pulsioni che abbiamo distinto: le pulsioni di morte e le pulsioni di vita erotiche (libidiche); nel valutare il problema del masochismo non possiamo procedere senza aver prima dato seguito a questo richiamo.

Come si ricorderà,1 abbiamo concepito il principio che domina tutti i processi psichici come un caso speciale della “tendenza alla stabilità” secondo Fechner, attribuendo all’apparato psichico l’intento di azzerare o almeno ridurre al più basso livello possibile la quantità di eccitamento che vi affluisce. Per tale supposta finalità Barbara Low ha proposto il nome, che accettiamo, di principio di nirvana. Senza esitare abbiamo identificato il principio di piacere-ripulsa con tale principio di nirvana. Ogni ripulsa dovrebbe quindi coincidere con l’innalzarsi e ogni piacere con l’abbassarsi della tensione da stimoli presente nello psichismo; il principio di nirvana (e il principio di piacere presumibilmente ad esso identificato) starebbe interamente a servizio delle pulsioni di morte, allo scopo di trasferire l’irrequietezza vitale nella stabilità dello stato inorganico, con la funzione di mettere in guardia l’organismo difronte alle pretese delle pulsioni di vita, della libido, che tentano di disturbare il corso voluto dell’esistenza. Leggi tutto “Freud e il problema economico del masochismo”

Freud si traduce in inglese

Propongo due lettere di Sigmund Freud ad Abraham Arden Brill nella traduzione di Michele Lualdi. In esse Freud risponde, a più riprese, alla richiesta di chiarimento che Brill formula in merito al termine tedesco “Zwangsneurose”, che oggigiorno è quasi sempre tradotto in italiano con “nevrosi ossessiva” e in inglese con “obsessional neurosis”. Nel 1909 Brill è a tutti gli effetti un pioniere delle traduzioni inglesi di Freud e come tale ha di fronte a sé un campo libero nel quale interrogarsi ancora sulle parole, prima che le traduzioni “standard” di James Strachey inebetiscano lettori e traduttori. La parola tedesca “Zwang” rimanda alla coazione e alla costrizione ed è difficilmente accostabile alla parola inglese “obsession”. La prima risposta di Freud dà l’idea del problema: propone di tenere nella traduzione inglese il termine tedesco, che avvicina alla parola inglese “constraint”. Nella seconda lettera afferma di essersi rotto la testa sul termine “Zwangsneurose” e di non essere riuscito a trovare una soluzione migliore di “compulsive neurosis” che Brill gli propone. Ho già espresso la mia posizione al riguardo nelle righe che introducono la nuova traduzione italiana del brano di Freud “Wesen und Mechanismus der Zwangsneurose”. Leggendo la traduzione inglese di Brill dello stesso brano si può vedere come si sia deciso infine a tradurre “Zwangsneurose” con “compulsion neurosis”.  Michele Lualdi ha pubblicato le traduzioni di tutte le missive di Freud a Brill, che ho avuto il privilegio di revisionare. Leggi tutto “Freud si traduce in inglese”

Freud sull’origine delle perversioni sessuali

Sigmund Freud – “Un bambino viene battuto” (1919)

Contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali

I

Le persone che hanno cercato il trattamento analitico a causa di un’isteria o di una nevrosi coatta confessano con sorprendente frequenza la rappresentazione di fantasia un bambino viene battuto. È molto probabile che ricorra ancora più spesso in altre persone, non costrette a prendere tale decisione a causa di una malattia manifesta.

Alla fantasia si collegano sentimenti piacevoli, grazie ai quali si ripete innumerevoli volte, o ancora si riproduce. Al colmo della situazione immaginata si impone quasi regolarmente una soddisfazione onanistica, quindi a livello dei genitali; all’inizio secondo la volontà della persona, ma in seguito con un carattere coatto contro il suo disgusto.

Si confessa la fantasia solo esitando; il ricordo dell’esordio è incerto; al trattamento analitico dell’argomento si oppone un’indubbia resistenza; vergogna e senso di colpa sono in questo caso forse più forti rispetto ad analoghe comunicazioni sugli inizi, ricordati, della vita sessuale.

Alla fine si riesce a stabilire che le prime fantasie del genere furono coltivate molto precocemente, già verso il quinto o sesto anno di età. Se a scuola il bambino vide il maestro battere altri bambini, l’esperienza richiamava le fantasie, se erano sopite, e le rafforzava, se erano ancora presenti, modificandone notevolmente il contenuto. Leggi tutto “Freud sull’origine delle perversioni sessuali”