Il lavoro analitico come dispositivo epistemico

Fondation Européenne pour la Psychanalyse – Decimo Congresso

La formazione dello psicanalista oggi

Roma, 16 – 18 maggio 2014

 

La causa decisiva dello smarrimento del pensiero psicanalitico
sembra risiedere nell’oblio dei concetti freudiani fondamentali.

Manfred Pohlen

Il divano di Freud
Il divano di Freud

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Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

Jean-Baptiste Poquelin (Molière)
Jean-Baptiste Poquelin (Molière)
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Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco.

Konstantinos Kavafis
Konstantinos Kavafis

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Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale.

Così si conclude la mia premessa minore; entro quindi in argomento.

*

La scuola trasmette la cultura, quindi stabilizza la società.

In termini darwiniani, la scuola è stata premiata dalla selezione di gruppo perché consente la conservazione e la trasmissione alle generazioni successive delle acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche, che spesso sono state faticosamente strappate alla natura e, a posteriori, hanno promosso e consolidato la civiltà. Civiltà senza scuola, se mai sono esistite, sono state spazzate via sul nascere, essendo perdenti nel confronto tra culture diverse. Non basta saper scheggiare un sasso per farne un’ascia; bisogna sapere trasmettere la tecnologia ai figli, altrimenti è inutile saperlo fare – inutile, intendo, dal punto di vista della sopravvivenza di Homo habilis e della sua abilità culturale, emersa qualche milione di anni fa.

Da quel dì l’operazione scolastica non è mai stata gratuita, ma ha sempre avuto un prezzo. È il prezzo che ogni civiltà deve pagare alla conservazione, alla “destra”, per automantenersi. Ho detto prima delle interazioni negative – avrei dovuto usare il termine psicanalitico “conflittuali” – tra le due selezioni, l’individuale e la gruppale. Ebbene, proprio nel caso della scuola la selezione di gruppo overrules, prende il sopravvento, sulla selezione individuale. Il prezzo che la selezione gruppale della struttura scolastica impone all’individuo è la perdita – più o meno completa – della propria originalità. Come il lupo che si sacrifica per il bene del branco perde il proprio patrimonio genetico a vantaggio della salvaguardia patrimonio genetico comune, così le api operaie rinunciano alla trasmissione delle proprie caratteristiche genetiche per favorire la trasmissione delle caratteristiche dell’ape regina e… potrei continuare con molti altri esempi.

Si badi bene: la perdita dell’originalità “potenziale” non è un prezzo da poco. Non è solo il singolo a perdere, ma tutta la collettività. Il singolo individuo, che perde la propria originalità per conformarsi al sapere consolidato, trasmesso dalla scuola, fa perdere a tutti potenzialità utili per la società stessa. Infatti, il singolo individuo che si conforma ai dettami scolastici, potrebbe – se si conformasse meno – inventare dispositivi ancora più utili di quelli che apprende a usare e che la società ancora non conosce. Ma tant’è: il prezzo è questo. I nuovi dispositivi possono attendere; prima o poi certamente qualcun altro introdurrà le innovazioni oggi perdute (censurate).

Sul breve periodo l’istituzione scolastica produce, oltre all’effetto positivo di conservare il deposito di sapere necessario alla sopravvivenza della società, due effetti chiaramente negativi, che vanno ben oltre le mancate innovazioni: l’inibizione a pensare e l’omogeneità dei legami sociali tra pensanti. L’inibizione a pensare è poco male: prima o poi il nuovo pensiero emerge sempre. C’è sempre un “matto” che la pensa diversamente dai “normali”, che non sono riusciti a internarlo, e addirittura riesce a fondare una nuova scuola di pensiero. A riprova che si tratta di vero pensiero, perché il vero pensiero non può restare individuale.

Più grave è l’omogeneità dei legami sociali. Qui gioca a tutto campo la variabilità darwiniana: nuove specie, come nuove società, possono emergere solo in un contesto di variabilità popolazionale. Nuove forme di convivenza civile – le cosiddette mutazioni antropologiche – possono avvenire e stabilirsi solo in condizioni di legami sociali variabili. Omogeneità significa morte, non solo in termodinamica; è morte anche civile, oltre che biologica. (Qui si aprirebbe un discorso, che non posso sviluppare, sulla decadenza delle civiltà come fenomeno parallelo all’estinzione delle specie, sempre in nome del postulato darwiniano della continuità natura-cultura.)

Di seguito illustro questa particolare miseria dell’effetto-scuola nel campo che per esperienza conosco meglio, praticandolo ormai da quarant’anni: il campo psicanalitico o campo freudiano, come amava dire il mio maestro, Jacques Lacan. Tale miseria è qui particolarmente evidente, avendo portato alla quasi totale estinzione dell’innovazione freudiana originale; si chiamava psicanalisi.

*

La scuola fondata da Lacan nel 1964, dopo la sua definitiva scomunica da parte dell’IPA nel 1963 con il pretesto delle sedute brevi, e da lui dissolta nel 1980, si chiamava Ecole freudienne de Paris o EFP.

Era freudiana di nome e di fatto.

Non era freudiana solo di nome, per via dello slogan del “ritorno a Freud”, lanciato da Lacan nel 1953 e più polemico che sostanziale; era freudiana di fatto perché, come molte associazioni psicanalitiche (freudiane e non!), era organizzata sul modello freudiano dell’orda primitiva o Urhorde.

Come si sa, Freud propose la propria mitologia dell’orda primitiva, come modello arcaico di organizzazione sociale, nel IV capitolo di Totem e Tabu (1912) e nel X capitolo di Psicologia delle masse (1921). In quanto mitologia, ritraduce in termini collettivi il mito individuale dell’edipo. Freud si riferisce pretestuosamente a Darwin, per collocare la propria fantasia paleoantropologica all’ombra dell’autorità di Darwin. L’uomo primitivo avrebbe vissuto in piccole comunità, orde appunto, secondo Freud, dominate da uno stallone che teneva tutte le donne per sé, obbligando i fratelli all’omosessualità. Stanchi dell’oppressione, i fratelli avrebbero stretto un patto per uccidere il padre e vivere sotto la legge simbolica, che avrebbe preso il posto del padre reale.

Mitologia prescientifica a parte, Freud fraintende il significato delle small communities di cui parla Darwin in Descent of Man (cap. xx); le interpreta come “orde primitive” (Urhorde); parla addirittura di “orde primitive darwiniane” (Darwinsche Urhorde). Ma c’è una bella differenza tra orda e comunità: l’orda è omogenea, la comunità è variabile; l’orda prevede la soggezione di tutti all’uno; nell’orda tutti sono uguali sotto l’uno cui sono asserviti; volendo fare un paragone biologico, l’orda è come l’alveare dove tutte le api operaie sono a servizio dell’ape regina. La comunità umana, invece, nasce dalla variabilità; prevede la collaborazione tra diversi e la divisione del lavoro tra le diverse componenti. Una bella confusione quella di Freud, che sicuramente Darwin non avrebbe apprezzato. (Ancor meno avrebbe apprezzato il tentativo maldestro di Freud di sfruttare la sua autorità per avallare le proprie ideologie personali). Ma tant’è, Freud mancava della nozione di variabilità e non poteva cogliere la differenza tra orda e comunità.

Dopo Freud, Lacan e tanti altri con lui. L’EFP era l’orda dominata dal maestro Lacan. Sotto di lui gli allievi analisti erano tutti uguali; solo alcuni erano un po’ meno uguali degli altri nel ruolo di luogotenenti o presbiteri che controllavano l’ortodossia. L’ortodossia era emanata ex cathedra dal maestro nel suo venticinquennale seminario. L’allievo si metteva alla prova dell’ortodossia nel rito di passaggio denominato passe, dove rendeva conto a due passeur, letteralmente “traghettatori”, di come nella sua analisi si era autorizzato a collocarsi nel posto di analista per altri. A loro volta i passeur riferivano a jury d’accueil, che decretava se il passant era degno di essere accolto come AE (analyste d’ecole) nella scuola. Ne parlo per esperienza diretta, essendo stato il primo (e forse unico) italiano a sottoporsi a quel rito che – purtroppo o per fortuna – non si concluse con un verdetto. Infatti, nel frattempo… l’EFP si sciolse – per fortuna.

È questo il nome della miseria scolastica: il ritualismo. La scuola produce riti di conferma della dottrina, fissata dogmaticamente dal maestro. La scuola non è scientifica proprio perché, per poter trasmettere fedelmente i dogmi, deve necessariamente metterli al riparo da ogni possibilità di confutazione. Dal rito della formazione, che è una vera e propria conformazione, è a priori esclusa ogni forma di critica. Chi critica diventa ipso facto eretico. È sempre stato così nelle scuole freudiane, dai tempi dei primi grandi eretici: Adler e Jung. Quei grandi eretici, come lo stesso piccolo eretico Lacan, testimoniano che la psicanalisi, contro le intenzioni del suo inventore era già diventata ai tempi di Freud una religione: una religione con tanti preti – gli psicanalisti – ma senza Dio, o meglio e in modo più pertinente, con un dio inconscio. Della psicanalisi come scienza, auspicata da Freud sin dai tempi del Progetto per una psicologia (1895) non è rimasta traccia.

In questo senso le miriadi di scuole psicanalitiche, alcune riconosciute dallo Stato italiano come scuole di psicoterapia, tradiscono di fatto la loro funzione che è, di principio, la trasmissione di un sapere, dunque la conservazione della società di coloro che tale sapere praticano, per esempio nel caso della psicanalisi come cura delle nevrosi. Il caso della trasmissione della psicanalisi è paradossale e meglio di altri casi di trasmissione scolastica mette in evidenza l’impossibile che sta alla base di ogni tentativo di educare e governare il prossimo (cfr. S. Freud, L’analisi finita e infinita, 1937, cap. VII).

Infatti, la psicanalisi, se è freudiana, si basa sul sapere inconscio, che è un sapere che non si sa ancora di sapere. Come si trasmette allora la pratica di ciò che non si sa? Come si insegna a lavorare con l’ignoranza? La modalità del maestro, che sa già cosa trasmettere, è per definizione inadeguata, per non dire contraddittoria. Anche Lacan era consapevole di questa aporia, tant’è vero che nel Seminario XVII del 1969 stabiliva che tra discorso del maestro e discorso dell’analista c’è un rapporto di capovolgimento: sono l’uno l’inverso dell’altro. In teoria l’inversione è chiara, ma in pratica? Come se ne esce?

Non la faccio lunga e mi fermo qui. In pratica, un abbozzo di risposta ce l’avrei; è l’inizio di una pars construens, che viene dopo la lunga pars destruens delineata sopra e ne sviluppa in modo coerente le premesse. Ma parlarne qui e ora mi porterebbe fuori tema. Ho parlato delle miserie della scuola. Dovrei ora parlare delle ricchezze della non-scuola.

Un tema per la prossima occasione di incontro e di confronto.

 

Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro.

Quindi parliamo del desiderio dell’analista. Della sua etica. Qual è l’etica dello psicanalista? Gli analisti sono esseri morali? Devono avere una morale? O più di una? Una morale che cambia secondo i gusti? I tempi, la politica o i ricordi?

Fino ad ora nessuno si è preso cura di chi eserciti la psicanalisi. Sì, si è presa troppo poco a cuore la questione [la domanda], ci si è uniti soltanto sul desiderio [in dem Wunsch] che nessuno dovesse esercitarla, con differenti motivazioni [Begründungen], che in fondo poggiano [zugrunde lag] sulla medesima avversione2.

Perché nella nostra vita è apparsa l’esperienza che si chiama psicanalisi? Dopo un primo momento di sbandamento della cultura occidentale, è stata sveltamente annessa. Con onori e glorie assortite. Per quale motivo, in questo anno, 1926, nel pieno dell’assorbimento della psicanalisi da parte del sistema ideazionale dominante in Occidente, quindi già al tempo della riduzione di quanto nel discorso di Freud poteva essere curioso (inquietante, domandante) a una o più forme di terapie socialmente accolte e condivise, perché Freud si prende la briga di scrivere questo saggio dove ripassa tutto il suo lavoro, perché lo comincia così? La frase che vi ho letto è alla quarta riga, e dice: in realtà tutta questa diatriba se un analista debba essere un idraulico, astronauta o cacciatore di funghi, no, signore e signori, non è questo il punto. La questione è che in realtà non importa a nessuno. Niemand. Si desidera, ci si augura solo che non esista.

Perché? Quale ferita Freud ha costruito per la vita comune? Per quale faglia è passata la sua etica, che oggi come allora continua a porre la stessa questione: che sia affare di nessuno?

In analisi non accade che determinate domande vengano risolte e si proceda poi alla soluzione di altre. Questa sarebbe una definizione al modo di quelle che ci giungono dalle psicoterapie e dalle psicanalisi, purtroppo la quasi totalità, che sono in realtà psicoterapie travestite. Luoghi dove si suppone che le analisi siano il posto ove accada che determinati problemi vengano risolti e si proceda successivamente alla soluzione di altri. One by one, uno alla volta.

«Nel caso particolare della pratica freudiana, i “fatti” sono fatti sui generis: sono le narrazioni dei pazienti […]»3. Racconti fatti di racconti.

Succede in analisi che le stesse domande ricompaiono sempre di nuovo, oppure che interi territori del domandare scompaiono dalla voce e non vengono più trattati. Continenti che improvvisamente si inabissano, si dirigono verso il senza fondo. Chi sa se là trovano pace.

In psicanalisi abbiamo, dovremmo avere, questa etica: che non possiamo parlare in nome dell’etica. Quindi la situazione è delicata. Non possiamo parlare in difesa di un’etica nel senso di una morale qualsivoglia; e allora, qual è l’etica dell’analista? Etica indicibile, ineffabile, che si scorge e lavora solo se resta, ogni volta in parte, ogni volta tutta, nel segreto?

Se volete, è la questione – la domanda – dell’inconscio. Domanda che appartiene all’inconscio, che significa: nessuno dei due, né analista né analizzante, ne é padrone.

A mio parere, la situazione della psicanalisi è che ancora non è profana. Non lo è perché non è domanda. Voglio dire che è ancora risposta, percepisce se stessa e si descrive, si tecnicizza e si pratica come se potesse provenire ancora dal mondo della coscienza, dal mondo che lei stessa ha fatto vedere sotto la luce di una padronanza finta, posticcia.

Gli psicanalisti parlano di psicanalisi come se non lo fosse. Ma essa, in rapporto all’uso dei saperi e del pensiero, è del tutto un’altra lingua.

Si pone dunque il compito, forse sarà sempre ancora necessario, di fare la fatica di giungervi, a questa psicanalisi.

I due piccoli lavori di Freud ora in questione, mi offrono la possibilità di illustrare brevemente uno spicchio di questo strange fruit, che sarebbe la psicanalisi per come la sento.

Ciò che accade per eliminare la psicanalisi riducendola a terapia deriva, oltre che dall’accanimento di poteri culturali, medici o psicoqualcosa, anche dal fatto che gli psicanalisti stessi, inavvertitamente o meno, ne sono complici: perché non la pensano ancora come semplicemente profana.

La profanità stessa e la domanda che le è propria poggiano per me su un frammento filosofico intorno all’essere. Tratto cui la filosofia si è avvicinata più volte. Heidegger è forse colui che più di tutti l’ha intravisto, ma la filosofia non è giunta a pensarlo. Tratto forse rischioso, forse indicibile, non saprei. Tratto che cerca di pensare l’essere (solo) come domanda. Non in quanto Frage nach dem Sein4, domanda intorno all’essere, dove è ancora il pensiero ad essere pensato come l’autore che pone la domanda, ma in quanto Seinsfrage, domanda dell’essere, domanda che appartiene all’essere, domanda che appartiene all’essere in quanto domanda. Ne viene, tra l’altro, che noi veniamo al mondo come una domanda, che l’inconscio è un domandare infinito e che l’Altro, nel senso di Lacan, è una domanda immane.

Mi scuso per il breve cenno a questa cosa, ma spero che tenerla sullo sfondo da parte vostra mi aiuti a farmi ascoltare da voi oggi.

Domande nell’ombra, profane costruzioni. Il nostro titolo incrocia due piccoli lavori di Freud, La domanda dell’analisi profana (1926) e Costruzioni nell’analisi (1937). “Domande” e “profane” appartengono al primo scritto, “ombra” e “costruzioni” vivono nel secondo.

Dunque, la profanità sarebbe la condizione della domanda. L’analisi è tale se è fatta della loro inseparabile coappartenenza. Riguardo a Laien, lo preferisco profano piuttosto che laico. Laico viene dal greco Laos, popolo. Laikos è colui che appartiene al popolo e vive tra il popolo secolare; opposto di “ecclesiastico”. Ha un’area semantica un po’ servile: “nei conventi dicesi così il padre converso che fa da servo e non ha gli ordini sacri”.

Maurice Blanchot
Maurice Blanchot

Profano viene dal latino profanus, da pro e fanum (tempio). Quod pro fano est, ciò che è davanti al tempio, fuori, in balia del pubblico, quindi non sacro. Non può entrare nel tempio: non iniziato alla religione, empio, scellerato. Profano dunque è ciò che resta fuori, frequenta il Fuori5.

La psicanalisi, forse il sapere più sovversivo apparso in Occidente, è tale – e può essere a venire6 – solo se non si esime da questa dimensione di domanda inesausta, profanazione incessante di qualsiasi volontà di padroneggiamento. Altrimenti, ed è ciò che continuamente avviene, è psicoterapia non confessata come tale. Proprio come Freud, all’inizio del Disagio nella civiltà, sostiene quanto sia per lui sconfortante constatare che gli umani non riescono a sottrarsi alla necessità dei sistemi di consolazione, allo stesso modo è del tutto avvilente assistere alle continue alleanze degli psicanalisti con le forme di salvezze terapeutiche comandate (terapie consolatorie, adattamento all’esistente, farmacologia), emblemi di quel modo di sapere e di pensare che la psicanalisi da un secolo avrebbe il compito di oltrepassare.

Non abbiamo ora il tempo di mostrare quanto e come tale non cedere sulla qualità del proprio desiderio dell’analista (Lacan), e dell’autorizzarsi quotidiano che gli compete, comportino un lavoro della Cura del tutto differente da quello cui gli psicanalisti stessi sono ormai fin troppo adattati e al quale tentano di adattare i loro analizzanti7.

In psicanalisi critica l’impensabile, quel che si sottrae al pensiero, non è l’insuccesso. Ciò avviene in altri campi del sapere. Da noi, trattandosi di un sapere inconscio, è di un domandare che si sa. A partire da un domandare, per ritornarvi. Ma anche il nostro sapere è abituato alla volontà di sapere, e dunque di risposte e certezze. Gli è quindi difficile sostare nel paradosso, che ogni risposta sia solo un caso del domandare stesso, una sua offerta, un tratto del suo riposarsi in quanto domandare inesausto. Poiché ogni risposta è un dono del domandare, non dovrebbe essergli contro. Poi, il domandare si risveglia, ricomincia il suo lavoro e la risposta torna a essere quel che è sempre stata: un evento di un’interrogazione senza fine. Per noi è affascinante, ma per molti umani una sorta di persecuzione.

L’umano deriva da questo fondo che lo obbliga a domandare. Anche se passa quasi tutta la vita a fuggire da ciò, e non sa bene perché. Nel frattempo, la parola Grund ha il senso di “motivo” o “ragione”. Una “causa”. Abgrund è l’abisso. Un fondo che contiene in sé la possibilità di un senza fondo, il Grund sempre come ab-, il venir meno del fondo stesso. E questo abisso è per noi.

La scena umana, lo sconfinato farsi domanda, si sviluppa su un fondo – Ab-grund, una quinta sull’orlo dell’abisso – di altissima drammaticità. Nell’origine, se questo essere che noi siamo cacciando un urlo non trova il modo di avviare i motori, il gioco della vita non comincia neppure. Da avviare non è soltanto il respiro e i polmoni, ma il senso forse oscuro di essere un qualcosa, di avere qualche limite, qualche confine. Ma tale mappatura, questa geografia, è incerta, come le voci che arrivano e che la dicono, ma come? Per via di questo fondo di incertezza delle voci, delle parole da cui l’umano è costituito, il motore è l’angoscia. L’avviamento. Se non partisse, se l’incertezza non si incamminasse, non avremmo un umano.

Domandare significa, spesso con dolore, aprire un vuoto, tagliare un varco. Lì si apre lo spazio di gioco: si sospende il mondo, si sta, per un attimo, in attesa. L’inconscio è una pulsazione temporale (Lacan), la sua voce un battito. Per noi, un compito che non ha fine.

Ma le domande sono legate a un’ombra, non solo perché sono coperte dal mondo delle risposte oggettivanti. Anche per una ragione assai diversa. È per via della verità.

Andare nella verità è come finire in un baule, un barile, un calderone, antri notoriamente senza fondo, dove le cose si rimestano, ribollono e questa è la verità in cui in analisi andiamo a finire. Tralasciarlo, significa proibirsi un percorso che dà un certo piacere: che da noi la questione della verità non è quella dell’esattezza. Perché chiamiamo piacere il fatto che la verità si sottrae, e così i concetti che parlano, per come possono, questa mancanza? Altri, per la precarietà dell’esattezza, sarebbero in lutto.

«La verità non è un corso di addestramento»8. Profana considerazione umbratile.

C’è un certo rilievo nella considerazione che quel che muove l’umano alla vita stessa, la sua condizione di sorgenza in quanto domanda, a un tempo viaggia affiancata alla possibilità che di questo stesso domandare – il più proprio dell’umano – non si dia sufficiente tenuta.

Se non si desse un perenne resto della rappresentazione, basterebbe pensare una sola volta e si sarebbe pensato tutto il mondo. Tale mancanza costituisce, proprio come Freud sembra pensare che l’angoscia sia il vero motore dell’io, il movimento stesso del domandare, quel che tiene in vita. Questo paradosso sfugge a ogni ragione salvifica. Che la rappresentazione avanzi se stessa, il fatto che il domandare non abbia fine, è esiziale per l’umano: lo fa impazzire.

Costruzioni nell’analisi, è lì che Freud lo fa. Attraversa una verità che ha con sé anche la propria ombra. Non tutta, ovviamente. Non riducibile a un ordine di esattezza, pur partecipandovi.

Nelle Konstruktionen del 1937 si mostra una strana verità. In analisi non è la verità storica, non è quella pazientemente ricostruita, non sono i ricordi che riaffiorano, non è la carta geografica dei fatti, degli oggetti, degli eventi, non è nulla di ciò; tutto questo, il testo lo dice chiaramente, non si riesce a ottenere. Sembra essere la morte dell’analisi, è in realtà la sua vita. Perché la persona, in vece di tutto quello, si affida a una costruzione che non ha alcuna pretesa di verità, nel senso della verità che si è abituati a pensare come tale, ma fa parte di un’altra verità. Questo piccolo articolo di Freud lo dimostra parola per parola. La costruzione che l’Altro ha proposto svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato; tradotto, si potrebbe dire che prende il posto di una verità, quella agognata, calcolata, quella promessa, che non verrà mai. È questo il bello, non solo il fatto che la verità – del trauma, della famiglia, la verità storica -, non busserà mai alla porta, ma che il fatto che non verrà mai non fa male, non fa più male, addirittura fa bene. È questo il mistero. La cosa si può riportare in forma di domanda: se quello che fa bene in analisi – si guarisce, si sta meglio – non è la verità storica, la verità dei fatti, non sono i ricordi ricostruiti, non è la mappa rifatta, per quale motivo le analisi fanno bene? Perché le analisi, per usare il verbo classico, riescono? Non è la verità che guarisce. È la verosimiglianza.

Allora non è mai realmente accaduto? Non importa. Ciò che conta è che, sotto l’interrogazione insistente del silenzio dello psicanalista, diventiamo poco a poco capaci di parlarne, di farne il racconto, di fare di questo racconto un linguaggio che si ricorda e di questo linguaggio la verità animata dell’inafferrabile evento, – inafferrabile perché sempre mancato, una mancanza in rapporto a se stesso. Parola liberatrice in cui si incarna appunto come mancanza e così finalmente si realizza9.

Le domande d’ombra vivono di profane costruzioni.

In una celebre lettera a Pfister, Freud, parlando anche della domanda dell’analisi profana, dichiara di voler mettere l’analisi al riparo dai medici e dai preti. «Vorrei consegnarla a un ceto che non esiste ancora. Un ceto di pastori d’anime mondani, che non hanno bisogno di essere medici e possono permettersi di non essere preti»10.

Der Stand, il ceto, o forse il tronco, la radice, il capostipite di qualcosa, che si presenta talvolta anche dopo una lunga strada. Nachträglich, com’è giusto.

Altrimenti, si continua a diventare medici o preti. Nulla contro le due categorie, anzi. I primi salvano uomini, donne e bambini, i secondi salvano le anime. Siamo a posto. Siamo sempre stati a posto. Siamo sempre stati salvati.

Alberto Zino
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 «La psicanalisi – come inequivocabilmente insegna Freud – non è e non vuole essere una Weltanschauung. Da qui la sua irriducibilità alla religione, all’ideologia, comunque entrambe vengano intese, riproposte o rinnovate. Ma ciò richiede un’interrogazione critica su quanto fa sì che l’una e (o) l’altra possano divenire dominanti, giacché riguarda il costituirsi del sintomo come tale: ossia la testimonianza dell’orrore (ma al tempo stesso del suo misconoscimento) nei confronti e della finitudine e dell’inconscio.» (Rescio, Formazione, analisi e finitudine, in Trieb n. 4, Edizioni ETS, Pisa 1989.

2 Freud, Die Frage der Laienanalyse [1926], in Gesammelte Werke, vol. XIV, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1948, p. 209; ed. it. in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 351. [La questione dell’analisi laica, Conversazioni con un imparziale, Mimesis, Milano 2012, p. 23].

3 La questione dell’analisi laica, cit., p. 33n.

4 Heidegger sfiora la cosa, non solo in Sein und Zeit, ma anche nei testi forse più ‘poetici’, penso ai Beiträge e al Besinnung.

5 Il riferimento a Blanchot, che qui non abbiamo il tempo di frequentare, già da sé mi fa preferire il profano.

6 Sulla «produzione di inconscio», cfr. Deleuze, “Cinque proposizioni sulla psicanalisi”, in Psicanalisi e politica, Feltrinelli, Milano 1973.

7 Per questo, rimando al mio La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012.

8 Adorno, Il concetto di filosofia, manifesto libri, Roma 1999, p. 32.

9 Blanchot, L’infinito intrattenimento [1969], Einaudi, Torino 1977, p. 315.

10 Psicoanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino 1970, Lettera del 25 novembre 1928.

Lo smarrimento della domanda

Dal desiderio di formazione alla logica di mercato

A distanza di quasi 40 anni suonano di estrema attualità le parole pronunciate da Lacan in occasione del suo viaggio in Italia nel 19741: “Le cose sono arrivate al punto da aver bisogno di analisti. Senza dubbio è vero per l’Italia, come altrove, d’altronde. E non è una ragione sufficiente perché ve ne sia, voglio dire, perché qualcuno si consacri a questo.”

Lacan esordisce in quell’incontro con parole forti dicendo che si aspetta che qualcosa si produca in Italia, cioè che un certo numero di persone sia analizzato. E aggiunge: “Ma non dipende da me. Perché siate analisti – posizione assai difficile benché del tutto condizionata dal punto in cui siamo, – non posso assolutamente volerlo al vostro posto. Dovete volerlo voi. Occorre che ognuno si interroghi a riguardo e si decida a volerlo diventare.”

Non si può decidere al posto di un altro. Non c’è delega possibile in rapporto al desiderio. Ognuno in rapporto alla formazione si trova a sostenere e articolare la propria domanda. L’autorizzarsi in prima istanza è questo.

Invita poi a tener conto di quanto sia poco accattivante essere analista e persino a tratti disperante. L’analista è qualcuno che si fa consumare, si offre in pasto all’amore, un amore che, dice, “lo si deve al supposto sapere”. Un amore retto dalla supposizione di un sapere totalizzante che si attende di possedere. E poi un passaggio determinante:

“Insomma è supposto sapere e, senza l’analisi, non si saprebbe quanto l’amore sia debitore a questa supposizione. Grazie all’analisi lo si sa. E’ già un passo.”

Dunque l’analisi se non vuole rinnegare se stessa può saperne qualcosa della domanda che la sostiene, può saperne qualcosa soprattutto di ciò che la lavora in termini di non volerne sapere. Freud in Per la storia del movimento psicanalitico dice che la psicanalisi è più sincera anche in queste cose, cioè nel rivelare gli aspetti più scomodi dei legami che tesse.

E più tardi tutta l’esperienza della passe prende le mosse dal fatto che Lacan voleva che si interrogasse che cosa avveniva in fondo a un’analisi e perché si potesse desiderare di passare alla posizione dell’analista dopo averne visto gli effetti e dunque a cosa si riduceva l’analista alla fine del percorso analitico: cascame; Lacan che ha avuto l’onestà di riconoscere che anche lì, nella passe, aveva dovuto mettere qualcosa di promettente alla fine del percorso per indurli ad andare, un titolo, una promessa, con il rischio di tradire l’analisi stessa.

La formazione analitica si articola sul desiderio e ha come suo tratto determinante mantenere aperta una interrogazione su ciò che sostiene e alimenta la domanda di analisi che la fa didattica e i fantasmi di legittimazione che agitano il passaggio all’analista che in quanto atto analitico non può mai darsi in modo definitivo e non si può garantire una volta per tutte. L’analista deve dunque diventare il supporto di un’interrogazione che procede sull’attesa di un sapere che si sottrae e sul quale l’analista deve riconoscere la propria ignoranza per non bloccarne gli effetti.

Quanto siamo distanti da una formazione in cui si tratta di acquisire una professionalità decretata da un titolo che la certifichi una volta per tutte, ottenuto alla fine di un percorso determinato! Se il termine laico risuona in tedesco come dilettante, amatoriale2 la formazione in quanto atto analitico è non professionale ma piuttosto artistica e deve rispettare il tratto parziale, incompiuto, del sapere di cui si tratta. Non si è analisti, ma c’è dell’analista ogni volta che si dà un atto che si rivela analitico.

Di fatto dal momento in cui in Italia abbiamo cominciato ad interrogarci sulla Legge 56/89 che istituiva l’Ordine degli psicologi e la possibilità di svolgere attività psicoterapeutica ci siamo dimenticati di continuare a interrogare “l’atto analitico”. E’ stato già sottolineato altrove come ci siamo impegnati senza grandi risultati a garantire uno spazio di esistenza allo psicanalista senza preoccuparci se la psicanalisi gli sarebbe sopravvissuta. Non ci siamo dunque curati di garantire che l’atto analitico potesse sopravvivere e rimanere tale; di chiarire cioè cosa determinasse che un atto fosse davvero “analitico”.

Ci siamo preoccupati di salvare la figura dell’analista, ci siamo interrogati sulla professione, sul suo sapere, su come delimitarne il campo di competenza in rapporto ad altri campi di competenza, ma così facendo abbiamo perso di vista proprio l’analisi. Questa riguarda un sapere che non è confinabile né definibile nel modo in cui in genere riteniamo di dover definire il sapere, cioè in termini tali che se ne possa garantire consistenza e padronanza come riteniamo accada al sapere dello specialista. La parola dilettante richiama qualcosa che si fa perché si ama, in cui ci si diletta ma che non ci compete in senso pieno, e non comporta un conferimento di identità. Rimanda dunque a parziale, precario, dispropriante, tutti aggettivi che riguardano la posta in gioco dell’analisi.

Serge Leclaire
Serge Leclaire

Serge Leclaire ci dice che solo una cosa è certa: il giorno in cui l’analista sarà al suo posto non ci sarà più analisi.3 Il suo essere in ascolto di una verità che parla ma che non è lui a dover salvare fa della sua posizione qualcosa di irriducibile, non suturabile.

Il soggetto della psicanalisi è il soggetto tragico, è un soggetto fragile ma in grado di assumersi la responsabilità di ciò che è, senza averlo determinato. Freud attraverso la figura di Dimitrij Karamazov indica la possibilità di riconoscere la propria responsabilità, senza passaggio all’atto laddove l’uomo sia in grado di assumere e riconoscere il proprio desiderio.4 Nell’assunzione del proprio desiderio ci si riconosce responsabili di qualcosa che non ci appartiene completamente e di cui non abbiamo padronanza piena.

L’ idea di soggetto che oggi è dominante sembra coincidere invece con l’esigenza di una tenuta senza tregua mentre la psicanalisi ci invita a scoprirlo negli atti mancati, nelle lacune, nella parzialità. Il desiderio rimanda all’angoscia e rimanda ad una libertà ma non una libertà senza legami. Il desiderio vincola ma con legami fuori dalla dipendenza. L’Io tra l’altro è il tratto meno libero del soggetto, coacervo di identificazioni e totalmente dipendente dal riconoscimento dell’altro, è quindi contingente, fragile, anacronistico. E per questo è aberrante per Lacan puntare al suo rafforzamento come invece invita la cosiddetta ortopedia psicologica. Si tratta di consolidare solo la funzione immaginaria del soggetto.

Il desiderio è sempre fondamentalmente inadeguato al suo oggetto. L’uomo non è immaturo per una sfasatura della sua organizzazione, ma prematuro per vocazione, sempre incompiuto e in questa “apertura vitale” il suo desiderio si origina destinandolo a una storia lacunosa di sviluppo discontinuo e conflittuale. 5

Il desiderio può prendere forma solo da un’apertura vitale che si chiama incompiutezza perché nella compiutezza niente può prendere vita come desiderio.

Come è possibile che questa dimensione tragica dell’opera di Freud venga pensata come la base dell’umanesimo semplicistico e moralistico che adesso si vuole derivare dalla psicanalisi?

Il punto fondamentale di confusione originato dalla legge 56/89 in Italia punta proprio a creare un rapporto di continuità tra psicoterapia e psicoanalisi. La psicanalisi la si liquida come “la regina delle psicoterapie”. In un modo o nell’altro si finisce per sostenere che sono la stessa cosa o per lo meno che sono confrontabili su una stessa scala. Come si è giunti a questa confusione? Questa confusione è stata favorita dal fatto che si cominciasse a pensare di dover difendere un mercato che significa innanzitutto circolazione di denaro e possibilità di guadagno. La formazione perde di vista la domanda di sapere che dovrebbe esserne il motore in favore di una domanda più redditizia di sicurezza e salute. Domanda desoggettivata che si soddisfa con risposte e quindi con la produzione di professionisti e specialisti.

Questo ha portato inevitabilmente ad una complicità con il discorso culturale dominante, con il quale ci ritroviamo a fare costantemente i conti, sia come analisti che come esseri umani, cittadini di questo mondo; e cioè quello secondo cui l’universo attraverso il quale si interpreta la sofferenza, il disagio mentale e il sintomo è ormai quello della “tecnica”. Le tecniche ci mettono al riparo dalla domanda, ci possono garantire un potere, la trasmissibilità di un sapere in quanto potere e la possibilità di attivare forme di controllo sull’affidabilità di questa trasmissione.

Freud a proposito dell’affaire Reik affermava “la situazione analitica non sopporta terzi” e con ciò quindi si escludeva l’opportunità di far intervenire un’autorità di qualsiasi tipo esterna ad autenticare o validare la pratica analitica.

C’è ormai un mercato delle psicoterapie, non solo un mercato delle professioni ma una borsa valori psi. Le pratiche di scambio di parola devono essere inserite a pieno titolo nelle leggi del mercato e quindi regolamentate. In nome della sicurezza degli utenti nel quadro di una nuova legge di salute pubblica. Si afferma una nuova logica di mercato della sicurezza e della salute. Se ci poniamo da questa prospettiva come si pensa di poter sfuggire a questa logica, per quale motivo la psicanalisi dovrebbe essere esentata dalla logica del controllo? Le psicoterapie dal canto loro vi entrano a pieno titolo accordandosi su un punto decisivo della logica di consumo: promettendo la soddisfazione (attenuazione o soppressione del sintomo). Le psicoterapie promuovono la novità, le tecniche innovative entrando a pieno diritto nel discorso del consumo e della domanda. La psicanalisi dovrebbe invece caratterizzarsi come minaccia nei confronti di questa logica perché si interroga su ciò che opera in questa corsa cieca dominata dal discorso capitalista.

Il soggetto proposto dalla psicologia è luogo di unificazione delle facoltà degli affetti e delle competenze. La psicologia diventa il luogo di un soggetto sostenuto da un sapere normativo, performativo e prestante, in cui il sapere diventa promessa di unità. Costruiamo un personaggio al mercato delle proposte psi. Un personaggio giusto per ogni occasione.

Pensate alla quantità innumerevole di offerte nate sul piano della formazione in Italia dove si accalcano oltre 400 scuole con tagli differenti. Davvero ad ognuno la sua psicoterapia su misura. La risposta alla domanda si specializza, ad ogni domanda la sua risposta, e nessuna domanda riguarda più l’uomo nella sua complessità ma un uomo ridotto ogni volta al lato in cui si mostra, all’istantanea che scattiamo.

Il rischio della psicanalisi non è più quello di farsi escludere dalla medicina, ma di lasciarsi includere nell’impero della psicologia, delle sue pratiche e delle sue modalità di riconoscimento.

Dal rischio dell’esclusione e della marginalità al nuovo rischio di inclusione e reclutazione.6

Si diventa una delle modalità dell’offerta psi, che possiamo giocarci come posizione di elite: solo per pochi, anticommerciale, oppure battagliare sul marketing. Così offrendo l’ingresso nell’ordine siamo stati tutti reclutati e la domanda di formazione si è smarrita nei rivoli delle risposte preconfezionate.

Adesso siamo arrivati alla battaglia finale nei confronti della posizione di marginalità. Non devono esserci posizioni extraterritoriali: o medicina o psicologia. Tertium non datur.

C’è la necessità di rovesciare la questione e di interrogare in nome della psicanalisi la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. La psicanalisi infatti non può permanere come pratica senza prendere posizione, senza enunciare la propria posta in gioco. Tuttavia una posizione si può prendere anche restando nel campo del misconoscimento, una posizione presa a nostra insaputa. Il misconoscimento è una posizione che si assume e senza che a quel punto si abbia più nessuna possibilità di essere in gioco in quello che facciamo. Tagliando fuori il desiderio questi non è più articolabile e soprattutto non è più in gioco se non come l’assente.

Nella famosa lettera del 25 novembre del 1928 al pastore Pfister7, che molti prendono come l’atto che sancisce lo statuto laico della psicanalisi, Freud afferma di aver voluto difendere la psicanalisi (tramite due sue opere fondamentali come L’analisi laica e L’illusione) da medici e da preti e di sognare una categoria di pastori d’anime laici «che non hanno bisogno d’essere medici e non possono essere preti». Invitando quindi lo psicanalista a non confondersi con la figura del prete o del medico, ammoniva in questo modo la psicanalisi a non inseguire i miraggi del discorso salvifico che appartiene alla religione né a enfatizzare gli effetti terapeutici della psicanalisi che l’avrebbero appiattita sul discorso medico o psicoterapico.

Qui ci sono i due aspetti portanti della questione: da un lato il prendere le distanze da un discorso salvifico, cioè dal concepire l’analista come qualcuno che è lì a fare il Bene del paziente, che è lì per il Bene del paziente; dall’altro non enfatizzare gli aspetti terapeutici che la psicanalisi ha – e sarebbe assurdo negarlo! Ma appunto come diceva Lacan si danno de surcroît-, per non appiattirla su un discorso di tipo medico o psicoterapico, quindi su un tipo di ascolto e rilancio al soggetto che non è quello della psicanalisi.

Freud dice in definitiva che la psicanalisi è semplicemente quello che accade in un’analisi, cosa che può sembrare una grossa banalità ma che in realtà riguarda proprio l’essenza della psicanalisi. Quello che accade in un’analisi è che due persone si incontrano tra loro e lo fanno con una certa regolarità; una persona parla (l’analizzante) e l’altra ascolta (l’analista) e poi, più raramente, viceversa. Richiamando Shakespeare che dice “parole, parole, parole”, sembra che l’analisi sia ben poca cosa. Solo parole, eppure in questo scambio di parole qualcosa di significativo può accadere ma senza quel “prodigioso” che ha la magia, poiché alla psicanalisi mancano quegli effetti di rapidità che per certi versi la magia porta con sé. La psicanalisi infatti è lenta, è faticosa ed è costosa, tutti aspetti questi che sembrano renderla assai poco seduttiva.8

La psicanalisi è un lavoro sul soggetto, è un percorso di formazione soggettiva che, da un lato, non pretende appunto di agire per il Bene della persona, e dall’altro non ne ricerca una “normalizzazione”, o meglio una “omologazione” a quelle che sono le esigenze sociali. Essa non ha una propria concezione del mondo e quindi non può essere consolatoria o rassicurante, ma interroga il soggetto a partire dal sapere delle sue determinazioni inconsce che lo attraversano a sua insaputa.

Il sapere con cui ha a che fare la psicanalisi, e quindi con cui ha a che fare qualsiasi interrogazione riguardi la formazione dell’analista, è un sapere che è del soggetto che soffre e non un sapere dello specialista sulla sofferenza del soggetto. E’ un sapere inoltre che il soggetto non possiede ma da cui non cessa di essere lavorato. Tutto ciò segna una spartizione radicale tra psicanalisi e discorso medico e tra psicanalisi e psicoterapia. Qui non c’è una frattura tra il sapere sulla sofferenza ed il soggetto che soffre e che non sa niente del suo soffrire e che per tale motivo si rivolge ad un’altra persona per esserne illuminato. Il soggetto della psicanalisi è un soggetto che “sa”, che è attraversato da questo sapere sulla propria sofferenza, ma che “non vuole saperne di sapere”, perché questo sapere non gli si concede in termini di padronanza, di potere su sé stesso e sulla propria sofferenza. Non gli si concede dunque come promessa salvifica, ma è prospettiva di un lavoro di cui è chiamato ad assumersi la responsabilità. Così il sapere dell’analisi raccoglie il sapere dell’altro e lo attraversa facendolo diventare qualcosa. Per questo motivo il percorso di formazione dell’analista, che esordisce con una domanda di analisi personale, non può essere “una volta per tutte”, bensì dev’essere “un lavoro continuo”, anzi un invito al lavoro, un “percorso di formazione permanente”.

Cosa può significare per noi tornare a prendersi cura della domanda? Prendersi cura della domanda è qualcosa che nella nostra società rimane un fatto inedito, di questo bisogna avere consapevolezza: sprecare questa risorsa della psicanalisi è autolesionismo. Prendersi cura della domanda significa anche non rinchiudersi nel sapere di specialista, nel sapere dell’esperto. Ci troviamo in un mondo di specialisti e iperspecialisti. Per qualunque domanda c’è qualcuno che ha la risposta in vece del soggetto, che finisce per esentarlo dal pensiero. Forse noi non abbiamo nessuna di queste risposte però abbiamo la possibilità di mantenere aperta la domanda che ci è rivolta fino a che l’altro riconosca un desiderio di aprirsi all’infinito del proprio sapere.

Lo smarrimento allora oltre a richiamare turbamento, sconcerto dovuto a timore, confusione, apre allo stupore, alla meraviglia del ritrovamento. La domanda è perdita che apre al piacere della scoperta, del ritrovare. Mi occupo con la ricerca, ritrovo qualcosa che amo ma non per conservare o tesaurizzare. La mia ricerca è scienza aperta allo stupore.

Simone Berti
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 I passi che qui riprendo fanno parte dell’incontro che Lacan ebbe il 30 marzo 1974 in una sala del Centre Cultural Francais di Milano con il gruppo costituitosi a Milano come Scuola Freudiana. Una trascrizione dell’incontro è riportata in Lacan in Italia 1953-1978, La Salamandra, Milano 1978, pp. 230-258.

2  Mi riferisco a un passaggio sul termine laico e i differenti riferimenti nella lingua italiana e tedesca di Claus Diether Rath nella giornata su “La questione dell’analisi laica in Italia” del 4 maggio 2013 alla Psychoanalytische Bibliothek di Berlino.

3  Serge Leclaire, Rompere gli incantesimi. Una raccolta per gli affascinati dalla psicanalisi, Spirali edizioni, Milano 1983, p. 129.

4  C’è quasi una forma di gratitudine verso l’assassino che lo ha fatto al posto nostro Cfr. Freud, Dostoevskij e il parricidio(1927) in Opere vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 534.

5  J.B. Pontalis, Dopo Freud, Rizzoli, Milano 1973, p. 50.

6  Cfr. AA.VV., Manifesto per la psicanalisi, Edizioni ETS, Pisa 2012. Rimando in questi passaggi a un confronto con tutto il cap. IV, La società civile nella psicanalisi, pp. 99-125.

7  Psicanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino, 1970.

8  Sigmund Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, in Opere, cit., vol. X, p. 355 [La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 27].

 

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Quindici anni fa…

IV. Kongreß der Fondation européenne pour la Psychanalyse

Berlin, 22. 24. Mai 1998

Organisation: Martin Lerude, Jutta Prasse, Claus-Dieter Rath

Das Symptom in der Psychoanalyse und die Psychoanalyse als Symptom

Antonello Sciacchitano (Milano)

“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”

“Voglio solo sapermi al sicuro che terapia non uccida la scienza.”
S. Freud, La questione dell’analisi laica – Poscritto (1927)

Due definizioni negative di psicanalisi

1. Anche se di fatto promuove la guarigione del soggetto della scienza, in linea di principio la psicanalisi non è una terapia.

1.1. La psicanalisi non è una terapia perché [non conosce e] non applica alcuna ortodossia.

1.1.1. La psicanalisi non applica alcuna ortodossia perché lavora con il linguaggio, che non è un codice.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

1.2. Da quale malattia presume di guarire la psicanalisi? Vi allude Nietzsche in questo dialoghetto della Gaia Scienza:

A. Ero malato? Sono guarito? E chi è stato il mio medico? Come ho dimenticato tutto questo!

B. Ora ti credo che sei guarito, perché è guarito chi ha dimenticato.

1.3. La malattia del soggetto della scienza si chiama assenza di responsabilità etica.

2. Anche se la psicanalisi nasce dal tronco della scienza non è scienza.

2.1. L’idea di trasformare la psicanalisi in scienza della natura fa ridere.

2.2. Ancora più ridicola (dérisoire, dice Foucault nella sua Storia della follia) è la pretesa di smerciare la psicanalisi come scienza umana.

Una definizione positiva di psicanalisi

3. Infatti, la psicanalisi è un’etica, la particolare etica del soggetto della scienza.

3.1. La guarigione, o meglio la convalescenza, che la psicanalisi offre al soggetto della scienza, si chiama etica del desiderio.

3.2. In quanto etica, la psicanalisi non è applicazione ma costruzione.

3.2.1. La psicanalisi non si applica alla scienza come una terapia si applica alla cura della malattia o la teoria alla pratica [tecnologica].

3.3. Il soggetto della scienza non è altro che il soggetto dell’inconscio.

3.3.1. Grazie alla psicanalisi il soggetto della scienza costruisce la propria sublimazione etica.

3.4. Gli psicanalisti dovrebbero interrogarsi sui fallimenti etici del soggetto della scienza.

3.4.1. Finché non è troppo tardi, gli psicanalisti dovrebbero cercarvi un rimedio.

3.4.2. Consiglio negativo: abbandonare la pratica psicoterapeutica, che non serve allo scopo.

3.4.3. Consiglio positivo: promuovere la psicanalisi come revisione del giudizio [morale].

La psicoterapia è la resistenza servile alla psicanalisi

4. La psicoterapia è l’illusione principe indotta dal potere nel soggetto della scienza cui fa credere che esista la cura che annulla la discrepanza soggettiva tra sapere e verità.

4.1. La psicoterapia non può mai essere di “ispirazione psicanalitica”, perché non ha preoccupazioni etiche [ma di conformismo].

4.1.1. Di fatto la psicoterapia usa il linguaggio come codice di comunicazione prestabilito.

4.1.2. Di principio la psicanalisi opera con il linguaggio come totalità [aperta] che non forma un intero [concluso in se stesso].

4.2. Di principio la psicoterapia non può essere “di ispirazione psicanalitica”, perché applica prescrizioni tecniche [prestabilite].

4.2.1. Di fatto la psicanalisi cerca di inventare [caso per caso] un’etica soggettiva [nuova. È questo lo specifico impossibile del suo mestiere].

5. Riducendo l’inconscio a mitologia archetipica [collettiva], la psicoterapia sbarra al soggetto della scienza la strada di accesso alla [nuova] etica del desiderio.

5.1. Abolendo il desiderio, il potere preferisce la psicoterapia alla psicanalisi.

5.1.1. Infatti, la psicoterapia conforma il soggetto al[la volontà del] potere, mentre la psicanalisi si cura solo dell’etica del soggetto; è indifferente ai problemi del potere.

6. [In linea di principio] lo psicanalista non può essere psicoterapeuta. [Lo sarà di fatto].

6.1. Infatti, lo psicanalista ha il compito di acuire e approfondire la divisione soggettiva tra sapere e verità, tra intelletto e libertà, [rispettivamente tra] finito e infinito.

Aspetti di mercato della psicanalisi

7. L’offerta della psicanalisi è limitata al[la domanda del] soggetto della scienza.

7.1. Ogni estensione ad altri soggetti (religiosi, filosofici, letterari ecc.) fa degenerare la psicanalisi a psicoterapia.

7.1.1. Naturalmente, la restrizione ha conseguenze economiche: la psicanalisi non si vende a tutti.

7.1.2. Ciò significa che, per sopravvivere, lo psicanalista deve trovare altri lavori diversi da quello di psicoterapeuta.

7.2. La psicanalisi è per chi “soffre” [gode?] di scienza [e a causa della scienza].

7.3. La psicanalisi è per chi vuole elaborare il desiderio [del soggetto della scienza].

Aspetti di politica della psicanalisi

8. Il disagio della psicanalisi deriva dalla mancata assunzione di responsabilità da parte degli psicanalisti verso il soggetto della scienza, preferendo diventare terapeuti.

8.1. La responsabilità dello psicoterapeuta è verso il potere, non verso il soggetto. La responsabilità dell’analista l’inverso.

[8.1.1. Perciò è giusto che esista la legge che regola l’esercizio della psicoterapia ma non della psicanalisi ed è due volte ingiusto che lo psicanalista sia processato per esercizio indebito della psicoterapia.]

8.2. La psicoterapia è la scienza del servo che si conforma alla volontà del signore. [Cfr. Initium sapientiae timor domini.]

8.2.1. La psicanalisi è l’inverso della psicoterapia perché è l’inverso del discorso del padrone. [Cfr. Lacan, Seminario XVII].

8.2.2. In altri termini, la psicoterapia applica al nevrotico il discorso del signore, in particolare di “Nostro Signore”, [conformandolo ai suoi ideali].

8.3. Le scissioni nel movimento analitico nacquero perché Freud pretendeva andare avanti con la psicanalisi, mentre gli allievi preferivano fermarsi alla psicoterapia, se non all’ipnosi, e smisero di seguirlo, quando non gli si opposero con violenza.

8.4. Il disagio nella psicanalisi nasce dall’inibizione etica di cui soffrono (godono) gli analisti.

8.4.1. Purtroppo la guarigione dall’inibizione richiede più tempo e più lavoro analitico della remissione del sintomo nevrotico.

8.4.2. Infatti, il superamento dell’inibizione, richiede di costruire una nuova formazione dell’inconscio. [Non è come curare un sintomo sostituendolo con un altro].

[8.4.3. La nuova formazione dell’inconscio può ma non necessariamente deve essere la formazione di un nuovo analista. L’emergenza dello psicanalista è un evento contingente, imprevedibile e indeterminato. Non può essere ratificato da un diploma].

9. Concludendo, se il legame sociale tra psicoanalisti [e interessati alla psicanalisi] non ripropone la questione dell’etica [laica] in epoca scientifica, ma si limita a istituire gruppi di autoconsolazione o associazioni di mutuo soccorso, per opportunismo professionale, condanna la psicanalisi a sparire nella spazzatura del capitalismo.

(NB. Le [ ] introducono complementi e sviluppi di quindici anni dopo.)

 

Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi

Resumé: Vorrei dire qualcosa sul nesso tra la “modalità di pensiero” (Denkweise) dominante, il fantasma di legittimazione che abita gli psicanalisti e gli effetti sulla psicanalisi in rapporto alla situazione italiana. Cioè come la modalità di pensiero efficientista e tecnoscientista di matrice americana, alleata con il linguaggio del management, opera nella società civile diffondendo una logica di “salute pubblica” e di controllo. Come questa ideologia (che si presenta spesso come neutra) incontra la complicità degli psicanalisti che sempre più difficilmente riescono a sostenere l’angoscia della loro posizione “impossibile”, il loro essere al margine, in una posizione critica radicale e di rottura con il discorso dominante. Come questo aiuti a capire perché la professionalizzazione e la regolamentazione si diffonda. Come infine poter interrogare – con altri- in nome della psicanalisi l’angoscia e il desiderio di legittimazione che ci abita: appoggiandoci sulla nostra mancanza–a-essere recuperare la possibilità di mantenere viva la verità della sovversione freudiana.

Modalità di pensiero

Denkweise, è il termine usato da Freud nel Poscritto de “Il problema dell’analisi condotta da non medici1. Tradotto da R. Colorni con “atteggiamento intellettuale”, recentemente da Lucia Taddeo con “attitudine mentale”, nel testo francese Manifeste pour la psychanalyse2 è tradotto con “mode de pensée” che abbiamo scelto di tradurre in italiano con modalità di pensiero. Sciacchitano e Radice3 hanno scelto il termine: forma mentis.

Ci sono per Freud due modalità di pensiero antagoniste e inconciliabili: una sottende l’approccio medico , trasmettitore di una concezione scientista, l’altra riguarda propriamente l’approccio dei fenomeni dell’inconscio. Non rispettare questa differenza può derivare in una prospettiva terapeutica o in una accademica. Il pericolo maggiore sembra provenire dalla terapia e afferma “Voglio solo sentirmi al sicuro dall’eventualità che la terapia non uccida la scienza.”4 Il tono di Freud nel Poscritto è molto tagliente e nomina deliberatamente gli avversari della psicanalisi: sono, scrive, “i nostri colleghi americani” che, rifiutando l’analisi laica rifiutano nei fatti una forma di pensiero che è costitutiva della psicanalisi, una modalità di pensiero che la formazione medica impedisce di svilupparsi. Soprattutto nelle famose tre pagine nel manoscritto, quelle “censurate” da Freud stesso per l’insistenza di Ernest Jones e di Max Eitingon – censurate ma non cancellate nel manoscritto, come precisa Ilse Grubich-Simitis5 -, nelle quali Freud dice che questa resistenza è dovuta principalmente ai “colleghi americani”. Freud ne individua le ragioni nel gusto dell’eclettismo, il primato accordato ai “bisogni pratici” e alla ricerca della loro soddisfazione più veloce, esigenza che riunisce alcune dimensioni come l’efficacia, il rendimento e la rapidità, tutti “bisogni” che, sottolinea, fanno appello a un’ideologia che loro corrisponda.

Così, Freud indica questa ideologia che comprende e sottintende la medicina, che si può qualificare di tecnoscientista e che si chiamerà in seguito l’American way of life, come costituente la roccia contro cui la psicanalisi non può che venire a infrangersi, la modalità di pensiero con la quale nessun compromesso è pensabile salvo cedere su ciò che costituisce l’essenziale, l’inconscio e il sistema pulsionale. Freud non cesserà mai di criticare l’atteggiamento americano, di vituperare contro questo dominio del denaro – con cattiveria parlerà in una lettera a Pfister, di Dollaria per designare gli Stati Uniti6 –indicando costantemente nello stato attuale della cultura in America uno dei pericoli più perniciosi per la psicanalisi7.

“Sicuramente, l’Americano e la psicanalisi, si accordano così poco che ricorda il paragone di Grabbe: è come se un corvo <mettesse una camicia bianca>8.”

La psicanalisi per Freud non è, non sarà mai una concezione del mondo. Essa non è neanche una religione o una filosofia. Essa non può adattarsi ad alcuna strumentalizzazione ne sottomettersi a un qualunque utilitarismo. E’ terapeutica, Freud e Lacan vi hanno ampiamente insistito, solo accessoriamente, de surcroît dirà Lacan. Esterna a tutte queste prospettive, la psicanalisi è un’ etica di vita: chiunque vi si sottometta come analizzante poi eventualmente come analista si iscrive in un rapporto con gli altri e col mondo che non è riducibile a nessun altro.

La psicanalisi non è una psicoterapia. Lo abbiamo visto: rifiutando l’ipnosi, Freud, nell’atto costitutivo della psicanalisi, si è distolto dalla psicoterapia. La psicanalisi, al contrario, è l’esperienza di una perseveranza grazie alla quale il soggetto si tira fuori dall’ipnosi inconsapevole che lo paralizzava nella sua felicità così come nella sua sofferenza. E’ questo sollievo che si chiamerà, se vogliamo, “effetto terapeutico” (che non deve niente né alla suggestione). Guarire è un termine molto ambiguo, poiché il suo significato è che le cose ritornino o si mettano in ordine. Ritorno dunque alla normalizzazione. Si può guarire [però anche] regolando la propria condotta su quella di un gruppo, all’inverso dunque della finalità di una psicanalisi che è, a questo proposito, di permettere “un legame sociale sbarazzato dalle oscenità di gruppo” (Lacan 1972). Ciò implica che il soggetto abbia cessato, al termine della sua analisi, di godere del poteredi quello che esercita ma anche di quello al quale si sottomette, perché lo confonde con una causa. Non sottovalutiamo che: è sicuro che gli psicanalisti non sono sempre e ovunque chiari su questo punto. Possiamo certamente fantasmatizzare su una psicanalisi corta e ben oleata. Non è mai il caso. La psicanalisi esiste solo a condizione di non dimenticare che fa rottura civilizzatrice nel modo di aggregazione umano. Se essa vi riesce, può allora permettere al soggetto che vi è impegnato di separarsi dalla sua automaticità all’obbedienza, ma anche dalla propensione a fare della sua verità soggettiva l’alibi per i brutti tiri che fa agli altri… in totale innocenza.9

La concezione stessa del sintomo è in causa nell’opposizione psicanalisi/psicoterapia. In quest’ultima, il sintomo è colto nella sua incidenza patologica, come qualcosa da eliminare al più presto per ripristinare l’efficienza.

In psicanalisi il sintomo, al contrario, è qualcosa innanzitutto da ascoltare, da interrogare, un’occasione che può segnare un nuovo passo per il soggetto.

C’è una incompatibilità fondamentale della psicanalisi con gli ideali dell’ American way of life, conseguentemente non è possibile che una regolamentazione possa valutare o autentificare la situazione analitica.

L’intervento statale che riguarda la situazione italiana ma anche – in modo diverso – quella francese rappresenta un grande sconvolgimento – che è una caratteristica del neoliberismo perché introduce la sfera privata nello spazio pubblico regolamentando le pratiche di parola fino a quel momento liberamente contrattate. Questo viene fatto in nome della sicurezza e del bene degli utenti”, nel quadro di una legge di salute pubblica che impone l’introduzione di protocolli terapeutici, misure, rapporti, controlli standardizzati importati dal management allo scopo di insegnare agli individui quali sia il loro bene.

Purtroppo, per gli autori del Manifesto per la psicanalisi, la preoccupazione di preservare uno statuto giuridico della psicanalisi è prevalsa sulla necessità di rovesciare la questione e di interrogare, in nome della psicanalisi, la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. 10

Fantasma di legittimazione

Anni fa, nella scuola di cui facevo parte, durante un incontro di “teoria della clinica”, si aprì una discussione sulla Legge Ossicini, la Legge 56/89 che istituiva l’Albo degli psicologi e regolamentava l’esercizio della psicoterapia. Intervenni dicendo che si capiva perché a volte si fosse presi dalla nostalgia dell’ortodossia: è molto più comodo.

La nostalgia dell’ortodossia ha sullo sfondo il tema del desiderio di riconoscimento che riguarda ciascuno di noi, come condizione per poterci costituire in quanto esseri umani. Il bisogno di riconoscimento riguarda tutta la nostra vita; ne abbiamo bisogno per sentirci essere. A questo proposito propongo due passaggi:

Nel 1983 Maud Mannoni pubblica un libro, Le symptome et le savoir, che riguarda la discussione della sua tesi di dottorato avvenuta l’anno precedente. In occasione della presentazione si interroga.

Perché, dopo trent’anni di vita fuori dell’Università, sento il bisogno di tornarvi e di fare riconoscere il mio lavoro? Questo è sicuramente un sintomo. Nel mio desiderio di far riconoscere i miei lavori mi sento incoraggiata dall’esempio di Freud. Anche lui, che si era talmente allontanato dall’opinione ufficiale, sperava di essere riconosciuto da essa.11

Mi chiedo se si trattasse di opportunismo o di una questione di onestà. Nel secondo caso, dichiarare il proprio desiderio di legittimazione, facendosi riconoscere dall’università potrebbe essere un modo per riconoscere che il desiderio/bisogno di riconoscimento è inaggirabile, riguarda chiunque. Esporsi pubblicamente su questo che chiama al confronto con altri può aprire alla possibilità che si possa fare altrimenti?

Françoise Dolto
Françoise Dolto

Infine un aneddoto a proposito della passe. Françoise Dolto chiede a Lacan:

“Ma perché alla fine di tutta questa procedura hai voluto mettere per forza il riconoscimento di ae, analista della scuola”.

Lacan risponde:

“Così come l’ho combinata, la cosa è già abbastanza complicata. Se non avessi messo un’esca, un premio, alla fine del percorso, nessuno l’avrebbe fatto”.

Quasi volesse indicare la pasta di cui siamo fatti in quanto esseri umani: bisognosi e desiderosi di riconoscimento e di legittimazione. Come se, per affacciarci alla condizione umana, alla voragine aperta dall’inconscio freudiano, avessimo bisogno di illuderci di guadagnare qualcosa, magari un titolo?

Se oggi in Italia esiste una legge sugli psicoterapeuti, è anche perché noi analisti abbiamo fatto poco o nulla perché ce ne fosse un’altra o perché non ci fosse. Il primo pericolo per l’analisi è l’analista stesso. Si tratta, allora, di sapere perché. Per quanto mi riguarda, ritengo che i bisogni di riconoscimento, di fondamento, di ortodossia, di delega, probabilmente hanno a che fare con l’orrore di sapere che contraddistingue l’essere umano e dunque l’analista. Si pone allora in modo perentorio l’esigenza di elaborare questo “non voler sapere” con altri poiché è impossibile farlo da soli. L’alternativa è cadere nella passione dell’ortodossia, che significa pensare di dire il vero, schiacciando l’altro. Penso ad un’intervista in cui Clavreul inventa un neologismo: ortonoia, ortonoico12. Se non vogliamo cadere nell’ortonoia, parente della paranoia, dobbiamo fare i conti con la nostalgia dell’ortodossia, non rimuoverla, ma, al contrario, assumerla.

Sappiamo bene che le affermazioni intellettuali non spostano la rimozione. L’osserviamo tutti i giorni. È la condizione per vivere, probabilmente. L’orrore di sapere ha a che fare con il cogliere qualcosa dell’ inconsistenza del nostro essere, fatto di miraggi e identificazioni. Per sostenere la mancanza-a-essere abbiamo bisogno del “concorso di molti”.

La questione della psicanalisi a mio avviso non può essere separata dall’idea di essere umano, da quella di società e dal problema della formazione dell’analista. E per la formazione occorre porre al centro della riflessione la questione umana e il desiderio di legittimazione.

Desiderio di legittimazione come perfetto derivato dell’orrore nei confronti della finitudine, dell’angoscia che ci connota, del bisogno di rassicurazione, che spinge ad affidarci e a delegare all’Altro, di volta in volta in questione: padre, genealogia, ortodossia, società analitiche, stato, Dio, la responsabilità della nostra esistenza in primo luogo e di, conseguenza, la nostra responsabilità in quanto analisti.

Ma la psicanalisi e la formazione non devono, come compito etico, mettere a torsione il desiderio di legittimazione chiamato in causa a esorcizzare l’angoscia del doversi autorizzare ai propri atti?

Analisi, impresa folle: mentre indica il potente tornaconto, la posta in gioco essenziale dell’identificazione e del narcisismo – senza questa passione l’essere umano non potrebbe letteralmente sentirsi essere – scommette sull’accoglimento dell’inconscio, della mancanza-a-essere.

L’analisi non deve al suo termine – si chiede Lacan – mettere colui che la subisce di fronte alla realtà della condizione umana fino la limite della destituzione soggettiva?13 Lacan ci parla dunque di destituzione soggettiva, nella Proposta del ’67 dice: Non finiremo per scoraggiare i dilettanti, se lo annunciassimo? La destituzione soggettiva scritta sul biglietto d’ingresso […], non è un provocare l’orrore, l’indignazione, il panico, se non l’attentato, in ogni caso un dare un pretesto all’obiezione di principio?14

E continua: Abbiamo solo questa scelta: o affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere.15

Se ci sta a cuore l’insegnamento freudiano, si tratta di scegliere, di prendere posizione, di esporci: o sosteniamo (nel senso di reggere) che la psicanalisi abbia ancora a che fare con la peste o ne facciamo una questione di carriera, di rispettabilità, di professionalità.

Ne abbiamo il coraggio?

Altrimenti anche il dibattito sulla Legge 56/89 o sulle diverse leggi di regolamentazione, continuerebbe a iscriversi soltanto nella logica del lamento, uno dei tanti modi di confermare l’esistente.

Freud apre il testo Il problema dell’analisi condotta da non medici del 1926 con questa considerazione:

Fino ad ora nessuno si è curato di sapere chi esercita la psicoanalisi; il pubblico non se n’è affatto preoccupato, solo s’è trovato d’accordo – anche se in base alle più svariate argomentazioni – in un punto: nell’augurarsi cioè che nessuno dovesse esercitarla. La richiesta che soltanto i medici possano analizzare corrisponde dunque a un atteggiamento nuovo e apparentemente più benevolo, tanto che non sempre ci si rende conto che esso deriva invece direttamente, con un piccolo travestimento, dall’atteggiamento anteriore16.

Adesso, in Italia, non soltanto i medici ma anche gli psicologi possono esercitare: che cosa? L’esercizio legale riguarda – per la Legge 56/89 – la psicoterapia.

Freud sapeva bene quale abisso avesse aperto con la scoperta/invenzione dell’inconscio; non esita infatti a parlare di discesa agli inferi, di umiliazione, di mortificazione. E sa che in questo modo aveva attirato su di sé l’odio della comunità, compresa quella analitica. L’io non è padrone in casa propria: come tollerarlo?

Dialogando con l’interlocutore imparziale dell’analisi laica Freud dichiara, a proposito della formazione degli allievi: l’inefficacia dell’insegnamento teorico e la necessità di sottoporsi ad un’analisi approfondita. Fa riferimento agli strumenti di lavoro: personalità dell’analista, sensibilità, finezza d’orecchio, tatto. Come misurarli?

Da qui possiamo cogliere qualcosa della ricerca del consenso sociale, del bisogno di giustificarsi di fronte alla scienza medica fino a mimarne la logica ed il linguaggio, il bisogno di appartenenza, l’esigenza di legittimazione che riguarda gli psicanalisti..

Nel testo di Maud Mannoni troviamo:

Maud Mannoni
Maud Mannoni

In un numero de L’ordinaire du psychanalyste, una analista Radmila Zygouris, ha raccontato una volta la storia di una donna di servizio che si fece analizzare con successo. Ritornando dall’analista che l’aveva guarita disse: “Non so che cosa mi succede, ma adesso i miei padroni mi chiedono consiglio, la gente mi racconta la sua vita. Non sarò mica diventata psicanalista, per caso?”

E si chiede: Il mio itinerario non avrà qualche similitudine con ciò che è capitato alla femme de ménage? E’ una questione che non si può evitare.

La femme de ménage non si è trovata nella posizione di trasmettere un sapere ad un ignorante desideroso di appropriarsi delle conoscenze. Ma è divenuta, in un momento della sua storia, il supporto di un’interrogazione producendo, nell’altro, un sapere inconscio. Questa trasmissione si è fatta per il verso di una esperienza comune: quella di essere affetti dalla verità di un dramma17. (p.22)

Psicanalisi in Italia

La trasmissione della psicanalisi e la formazione degli analisti oggi in Italia si pone ben altrimenti.

Sono cambiati i soggetti, sulla poltrona e sul divano (quando viene usato). I giovani psicanalisti hanno una formazione molto diversa da quelli più anziani: la legge Ossicini è entrata in vigore nel 1989 ha ormai 24 anni ciò significa che soltanto chi ha più di 50 anni può aver beneficiato di una formazione psicanalitica “laica”. Chi ha meno di 50 anni per lo più ha fatto studi di psicologia, poi una scuola di psicoterapia e, se ha avuto ancora desiderio di fare una formazione psicanalitica ha dovuto disimparare – come diceva Freud per gli studi di medicina – tutto quello che ha assorbito in lunghi anni di studi.

Attualmente abbiamo almeno quattro problemi con cui confrontarci:

  • Il tentativo dei medici di riaffermare la loro supremazia: è recente l’accorpamento all’università delle facoltà di Medicina e psicologia;
  • Il rischio di denunce di psicanalisti per esercizio abusivo della professione psicoterapeutica a seguito di sentenze della Cassazione (nel 2008, nel 2011 e nel 2012) che sostengono che la psicanalisi è una psicoterapia18; a volte “la regina delle psicoterapie”.
  • Il problema della formazione degli analisti. In particolare come far sì che gli studenti conoscano qualcosa della psicanalisi e possano incontrare gli psicanalisti se la clinica legale è quella psicoterapeutica la cui formazione in Italia passa attraverso le Scuole di psicoterapia?;
  • L’avvenire e la sopravvivenza stessa della psicanalisi.

Occorre trovare il modo di sconfiggere il pericolo di scomparsa che riguarda la psicanalisi, occorre riaprire la questione della formazione, della trasmissione, occorre ritrovare il coraggio della mobilitazione, un po’ di orgoglio per il pensiero critico che la psicanalisi riesce ancora a esercitare contro il conformismo, i protocolli e le formazioni fatte con lo stampino. Occorre soprattutto non arretrare di fronte alla fatica incessante del fare insieme, del costruire quel “concorso di molti” senza il quale non c’è psicanalisi possibile.

Trovare insieme il modo per far sì – come scrivono gli autori del Manifesto per la psicanalisi – che questa esperienza che «sta alle innumerevoli terapie come il viaggio nel tempo sta all’acquisto di un orologio», possa continuare a vivere.

Altrimenti assisteremo a quanto previsto nel 1998 da J.B. Pontalis: “Presto la psicanalisi interesserà soltanto una frangia sempre più ristretta della popolazione. Sul divano degli psicanalisti resteranno solo gli psicanalisti19”.

E’ questo il nostro desiderio?

Giuliana Bertelloni
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 Traduzione italiana di Die Frage der laienanalyse, nelle Opere di Freud, vol. X.
2 Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Lérès, Michel Plon & Erik Porge, La fabrique éditions, Paris 2010; trad. It. Giuliana Bertelloni (revisione di Paolo Lollo), Manifesto per la psicanalisi, Ets Edizioni, Pisa 2011.
3 Antonello Sciacchitano, Davide Radice, La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012.
4 Ibidem, p. 112.
5 Ilse Grubich-Simitis, Freud. Retour aux manuscrits(1993), Paris, PUF, 1997. Pagine che possiamo leggere ora anche in italiano nella traduzione di Sciacchitano-Radice.
6 Correspondance de Sigmund Freud avec le pasteur Pfister 1909-1939, lettera del 20 agosto 1930, Paris, Gallimard, 1966, p. 194; ed. it., Corrispondenza di Sigmund Freud con il pastore Pfister
7 Cfr. Manifesto per la psicanalisi, pp,28-30.
8 Ibidem, p.32.
9 Cfr., ibidem, pp.78-79
10 Cfr. Ibidem, p.107.
11 Cfr. M. Mannoni, Le symptome et le savoir. Soutenence, Seuil, Paris 1983, p.11.
12 Cfr. AA.VV.,Quartier Lacan, Denoel, Paris 2001, p.25
13 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, Einaudi, Torino 1994, p. 381.
14 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicanalista della Scuola, in Scilicet 1/4, Feltrinelli, Milano 1977, p. 27.
15 Ibidem. (Corsivi miei).
16 S.Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, p. 351.
17 Maud Mannoni, op.cit, p.22.
18 Cassazione 24 aprile 2008, n. 22268; Per quanto concerne il delitto previsto dall’art. 348 c.p., si rileva che l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed allo inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti); la psicanalisi è una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali.
19 J.B.Pontalis, Cent ans après, AAVV Gallimard, Paris 1998.

 

Se volessi diventare astrologo…

… andrei da un astrologo già affermato, possibilmente il più rinomato sulla piazza, perché mi insegni a interpretare le configurazioni astrologiche; da lui imparerei a correlare i passaggi attuali dei pianeti nelle loro case con l’assetto planetario che ha presieduto alla nascita di chi mi chiede l’oroscopo, giustificando così previsioni future. Studierei codici antichi e moderni, sempre lasciando l’ultima parola al maestro di cui sono allievo. Poi diventerei un professionista, vendendo strologherie a giornali e a privati. Il popolo ama essere ingannato e lo ingannerei prontamente con lo stesso fervore con cui mi sono lasciato ingannare io stesso. L’ignoranza astrologica – un’antica e nobile ignoranza, risalente ai sacerdoti sumeri – verrebbe garantita al cento per cento: prima di diventare astrologo non sapevo che Giove avesse dei satelliti – le lune medicee, scoperte da Galilei – e continuerei a non saperlo da astrologo ben formato.

Isaac Cordal - Follow the leader
Isaac Cordal – Follow the leader
www.isaac.alg-a.org/

Diversamente andrebbero le cose se volessi diventare astronomo. Innanzitutto, sarebbe largamente indifferente la mia preparazione di base; potrei essere matematico, fisico, chimico, geologo, addirittura biologo. In secondo luogo non troverei maestri, cui riferirmi, ma collettivi di ricerca astronomica: dagli Appennini (Laboratorio Nazionale del Gran Sasso) alle Ande (Centro telescopico di Atacama). La formazione dell’astronomo non segue un iter prefissato. La cultura di base che mi è richiesta è quella fisico-matematica, che qualunque università può dare; la mia specializzazione consiste nell’imparare a usare delle apparecchiature avanzate: dai telescopi terrestri e satellitari agli spettroscopi alle diverse lunghezze d’onda. Poi comincerei a lavorare al tema di ricerca del collettivo in cui mi sono inserito: dagli esopianeti ai lampi di raggi gamma e pubblicherei i risultati su giornali specializzati, esponendomi alle confutazioni del collettivo di pensiero astronomico.

La carriera dello psicanalista assomiglia più a quella dell’astrologo o dell’astronomo?

Ci sono pochi dubbi. Formalmente e materialmente psicanalista e astrologo sono figure professionali sovrapponibili: entrambi vendono prognosi e cure; ti dicono: sei stato questo e quest’altro a causa di certe configurazioni astrologiche o parentali; diventerai così e cosà; se seguirai i miei consigli o farai il mio iter terapeutico potrai migliorare la tua posizione al mondo. Della serie: “Se bevi il mio yogurt, puoi abbassare il tuo colesterolo”. Anche l’iter formativo dei rispettivi professionisti presenta inquietanti analogie astropsicologiche, nel nome della conservazione del sapere da trasmettere. Freud fu un ferreo custode dell’ortodossia psicanalitica; ne aveva tutto il diritto, avendo inventato la psicanalisi. Ma non si rese conto della trappola che andava costruendo con le proprie mani, riducendo la psicanalisi ad astrologia o a lettura della mano. Lo si scusa dicendo che si adeguava al positivismo dell’epoca, una forma di pensiero rigidamente determinista, ma è una sciocchezza storica. Freud era determinista come tutti i medici, pur vivendo all’epoca della meccanica quantistica (su cui non era informato), che è fondamentalmente indeterministica.

Ecco alcune conseguenze dell’ortodossia freudiana. Formalmente lo psicanalista in fieri chiede la propria formazione a una scuola di un ben preciso indirizzo. La psicanalisi non è una scienza. Pullula di maestri che insegnano le più disparate verità, ognuno la propria, ormai depositata in una scuola ben caratterizzata: freudiana, junghiana, lacaniana ecc. Il giovane segue un iter di conformazione al termine del quale non sarà più giovane, ma sarà stato addestrato ad applicare alla cura dei casi clinici la dottrina che gli è stata inculcata. Durante la sua attività professionale non avrà mai modo di mettere in discussione l’insegnamento ricevuto. Forse è diventato addirittura “didatta”, addetto a trasferire ad altri gli stessi pregiudizi che altri hanno trasferito su di lui. Dopo Galilei e Keplero si è mai visto un astrologo diventare astronomo? (Galilei e Keplero vendevano oroscopi per sopravvivere, come gli psicanalisti che fanno gli psicoterapeuti per sbarcare il lunario).

Materialmente, la formazione psicanalitica consiste nell’acquisizione di pregiudizi. I pregiudizi alla base della formazione psicanalitica sono delle mitologie. Ha cominciato Freud vendendo sul mercato della cura la mitologia dell’Edipo, riveduta e corretta in chiave nevrotica; ha proseguito Jung, convocando mitologie orientali accanto a quelle greche; oggi gli ultimi e i penultimi lacaniani vendono almanacchi che strologano sulla funzione del padre. Mitologie e astrologie sono narrazioni che raccontano verità indimostrabili e/o inconfutabili. Tecnicamente sono verità indecidibili. Stanno in piedi unicamente sull’autorità di chi le insegna. Il loro potere è quello ipnotico del rito che istituiscono: tre sedute alla settimana di psicoterapia per vent’anni, nel caso della psicanalisi. Poi, se non sei guarito, sei stato convinto di essere malato.

È possibile che uno psicanalista diventi astronomo della psiche da astrologo dell’anima, quale ha imparato a essere?

È molto difficile. La psicanalisi si è sviluppata e affermata come cura medica dell’anima. L’imprinting medico l’ha marchiata dall’origine; è inutile che gli psicanalisti si ribellino alla tirannia della diagnosi, magari codificata in qualche DSM; l’orientamento medicale resta indelebilmente impresso nella prognosi e nella cura psicanalitica, comunemente intesa nel senso di qualunque cura medica come ripristino dello stato presintomatologico. Allora si sente dire che le nevrosi di carattere non si curano e che per i borderline bisogna integrare la psicoterapia con gli psicofarmaci. La situazione è chiara: la medicina non è scienza, essendo inconfutabile; la psicanalisi, in particolare quella freudiana, non è scienza, e non diventerà mai scienza, essendo originariamente medica.

C’è qualche speranza?

La via d’uscita che intravedo è la creazione di collettivi di metaanalisi, cioè collettivi di pensiero, su basi paritarie e democratiche, dove insieme ad altri ognuno analizzi la propria esperienza di analisi, fatta come esperienza individuale nel setting freudiano, e formuli congetture su possibili analisi future, meno astrologiche di quelle passate. La difficoltà è tutta pratica. All’analisi, insegnava Freud, si resiste. Questa è una verità di fatto. Un’analisi si intraprende con la scusa della cura. Se questa scusa viene meno, chi e con quale coraggio vorrà intraprendere il difficile percorso analitico?

Già, per diventare psicanalista – un astronomo della psiche – ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio morale, insegnava il mio maestro Jacques Lacan (si rilegga nei suoi Ecrits le Varianti della cura-tipo del 1955, debitamente censurate nell’edizione economica). Senza etica si rimane psicoterapeuti, cioè astrologi. Ma l’etica, come il coraggio – insegnava don Abbondio – uno non se la può dare. L’etica è un rischio collettivo. Come l’astronomia.

Qui andrebbe aperto un discorso serio che esula dall’approccio ironico di questo scrittarello. In epoca scientifica la posizione etica del soggetto della scienza non è più quella prescientifica. Il soggetto della scienza non si conforma né a etiche calcolistiche, come quella aristotelica, la cui virtù risulta dal calcolo del giusto mezzo tra due vizi estremi, né a etiche categoriche, come quella kantiana, che presume di escogitare legislazioni universali. L’etica della scienza è par provision, insegnava Cartesio. Qualunque morale va bene, purché la si segua fino all’ultima delle sue conseguenze, come qualunque congettura scientifica. Poi, se non va bene, la si cambia. È un’etica a posteriori, essendo inteso che paghi il dazio anche per le conseguenze che non avevi previsto. Se è vero che esiste l’inconscio freudiano, sei responsabile anche di quello che non sapevi.

Vai a dirlo all’astrologo che presume di prevedere tutto.

 

Chi ci salverà dalla psicoterapia?

Hugh Grant
Hugh Grant

Javier Cercas risponde sul “Corriere della sera” del 7 marzo 2013 (p. 50), dove racconta il seguente aneddoto:

“Alcuni anni fa, la polizia di Los Angeles fermò l’attore inglese Hugh Grant mentre una professionista gli stava praticando una fellatio in un’auto parcheggiata in strada. Il fatto provocò un enorme scandalo, al punto che la brillante carriera di Grant sembrò naufragare. Nel bel mezzo di quella tempesta, un giornalista statunitense rivolse all’attore una domanda molto statunitense: “Adesso andrà da uno psicoterapeuta?” “No”, rispose Grant. “In Inghilterra leggiamo romanzi”.

Cercas prosegue l’articolo sviluppando un concetto a me molto caro: la correlazione tra romanzo e scienza; ne ho recentemente discusso in un saggio sulla “Storia della follia” di Foucault, pubblicato su “aut aut” (cfr. A. Sciacchitano, L’ignorante e il folle“, “aut aut”, n. 354, aprile giugno 2012, p. 159). Scienza e romanzo nascono insieme nel XVI-XVII secolo con i Galilei e i Cervantes. Il primo annuncia al mondo la libertà di filosofare oltre l’ontologia, l’altro di ironizzare sull’onticità dell’hic et nunc: siamo tutti noi – le persone serie – come dei cavalieri erranti, inattuali nel nostro tempo (essendo il tempo un correlato essenziale dell’essere, come insegnano i pastori ontologici). Solo che i folli si prendono un po’ più sul serio di noi e non concedono a nessuno, neppure a se stessi, la libertà fare dell’ironia sul proprio statuto ontologico né in generale sull’essere che è e il non essere che non è. Perciò il potere li manda dallo psicoterapeuta perché si diano una calmata senza pretendere verità categoriche.

Forse la follia è un male necessario della modernità, ma la psicoterapia è certamente peggio; i folli esagerano nelle loro pretese di verità, ma gli psicoterapeuti mancano pure del briciolo di originalità della follia: sono alla guida di uno schiacciasassi che appiattisce tutto. Siete mai stati da uno psicoterapeuta? Andateci; vi spiegherà tutto; vi darà il senso alla vostra vita, meglio e più credibile di un prete. Il suo discorso è semplice: la colpa è sempre dei vostri genitori che vi hanno frustrato da piccoli.

Chi ci salverà dal conformismo psicoterapeutico?

Forse il romanzo; ma, se non bastasse l’ironia dell’Ulisse Joyce o la lieve malinconia della Recherche di Proust, in seconda battuta, mi aspetto che mi butti un salvagente la biologia degli equilibri punteggiati secondo Stephen Jay Gould o la fisica delle stringhe di Edward Witten. Sì, preferisco questi mostri di scienza ai nostri cardinali oggi riuniti in Conclave. Per non parlare dell’ultima risorsa, questa sì più delirante che romanzesca, offerta dalla recente cosmologia.

Non mi frega un tappo!

Mouchette
Mouchette

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

Mentre l’analizzante è tutta protesa a impormi il suo fantasma isterico, a un tratto mi dice: “È arrabbiato, vero? Lo so che le sto dando fastidio”, ma – completiamo – non ci posso fare niente! Dichiara dunque, per sfuggire all’angoscia, che si tratta pur sempre di un gioco, di una messa in scena. E tuttavia io non sono né arrabbiato, né scocciato, né infastidito, ed è realmente così. Non per grazia ricevuta, ma per esperienza. Infatti lo sono stato, e per molto tempo: precisamente quando credevo di essere, o fare “lo psicoanalista”, cioè una professione: ecco un altro fantasma, molto più micidiale di quello dell’analizzante. Allora mi era intollerabile che qualcuno si prendesse una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), e ne facesse il pretesto per goderne attraverso un fantasma, e non solo: se ne prendesse gioco. Infatti, cosa c’entrava questo con i pazienti, il dottore, la malattie, la cura, il setting, la serietà professionale? Il mio tappo! Ma scherziamo? Non sono forse libero di fare un brindisi nel mio studio? Di cosa s’impiccia costei? Su, si rivesta! Ma anche no, se non sono un professionista serio: perché non approfittarne? Perché non godere un po’ anch’io di tutta questa circuizione e stare al gioco, così, senza pensarci? Ma poi, chi mi garantisce che… Pericolo!

Individuare un fantasma isterico: forse già questo è fuori dalla portata della psicoterapia – almeno di quella che ha escluso l’isteria dalla nosografia, e l’ha esclusa perché non sa e non vuole più ricondurre il sintomo alla sua radice sessuale. Lo psicoterapeuta, che si vuole un medico, risponde sempre alla domanda del(la) “paziente” e gli risponde sullo stesso piano, quello della “realtà”: il sintomo viene trattato per come si presenta ed è dichiarato: di conseguenza.

Mettiamo che per un uomo si tratti di impotenza: egli verrà curato con una determinata tecnica che mira a risolvergli il suo “problema” (non il mio, per fortuna). Si tratta, insomma, di tornare a far”lo” funzionare. Non sorge il minimo dubbio che quel sintomo serva a quell’uomo (questa volta è lui a essere un isterico) per liberarsi dal compito di dover fare l’uomo, e per cercare il proprio desiderio, quello che egli sente alienato nel fare l’uomo. Non si tratta, infatti, di avere un pene insufficiente (angoscia che non manca mai nell’isterico uomo), né di avere (siamo un po’ più raffinati!) un desiderio insufficiente per possedere una donna, ma del fatto di non avere un desiderio sufficiente a essere del tutto impotente riguardo a quel genere di potenza, di rappresentazione alienata di virilità. Insomma, di decidersi una buona volta a liberarsene completamente. Oppure si tratta, più classicamente, di mantenersi nell’insufficienza del bambino rispetto alla richiesta esorbitante della Madre. La domanda di quest’ultima è appunto che il figlio resti nell’insufficienza, nell’impotenza “con le donne”, perché ha fatto dell’essere del figlio, di tutto il suo corpo, della sua vita, il talismano di tutta la sua potenza. Lei “sa” che lui non la tradirà in questo sostegno, anche nel caso abbia il permesso di fare qualche scappatella, se pure gli riesce.

Tutto questo fa parte, nel modo più classico e tradizionale, del pedigree di ogni psicoanalista. Ma basta?

Fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico – quello, per esempio, mediante cui l’isterica, rinunciando alla propria femminilità, si rap-presenta dotata di un fallo che vuol far “prendere” all’altro, uomo o donna (cosa che, se non ne dichiarasse la natura di “gioco”, la farebbe letteralmente, come a volte accade, diventare pazza di godimento) −, fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico, le cose per lui sono in fondo rassicuranti: niente, qui, lo distingue ancora dal medico, e il giudice che assimila tout-court l’atto dell’interpretazione a un atto medico, pur nella sua infinita ignoranza, non sbaglia: Ne uccide più la parola della spada (e del bisturi). Indubbiamente. L’analista che non ha fatto propria questa elementare verità, nella pavida speranza di diminuire la sua colpa e la sua angoscia e di rendere inoffensivo il suo atto, non può avere la minima efficacia nella sua parola (“in fin dei conti non facciamo che parlare” è una vigliaccheria, venisse pure scandalosamente dalla bocca di Freud).

No, quello che distingue realmente la psicoanalisi da una psicoterapia non è questo sapere, e tanto meno l’applicazione di una tecnica – la sedicente  “psicoterapia psicoanalitica” – piuttosto che un’altra, ma è quello che ho descritto pocanzi, un po’ grossolanamente: è intollerabile che qualcuno si prenda una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), una parte del mio corpo, e ne faccia un oggetto di godimento per soddisfare un proprio fantasma. Siamo al cuore del “controtransfert” o del “desiderio dell’analista”.

Qualcuno avrà forse riconosciuto in questa frase qualcosa di famigliare, ovvero di molto poco famigliare, anzi di completamente estraneo: il fantasma sadiano, piuttosto che sadico, del diritto dell’Altro al godimento del mio corpo:

« J’ai le droit de jouir de ton corps, peut me dire quiconque, et ce droit, je l’exercerai, sans qu’aucune limite ne m’arrête dans le caprice des exactions que j’ai le goût d’y assouvir. »[1]

Si tratta di accettare, o di non accettare di sottomettersi incondizionatamente al godimento dell’Altro, a un’autorità che per Freud è quella del Padre primordiale, e poi, dopo la sua uccisione, quella del Superio. Si tratta di quello che è lecito chiamare il godimento sadico. Ad ogni analisi, questo “diritto incondizionato del godimento dell’Altro” si presenta immancabilmente, e l’efficacia del trattamento è direttamente proporzionale a quanto l’analista accetti di sottomettersi a questo godimento, oppure a quanto indietreggi di fronte a esso. La massima sadiana (kantiana) rivela che non c’è alcun “privato”, alcuna parte privata del proprio corpo o del proprio pensiero che possa sottrarsi all’incondizionato del godimento dell’Altro. E nell’epoca in cui viviamo, bisogna proprio permanere nell’infatuazione della schöne Seele (cioè nella pratica sistematica della rimozione) per non saperlo.

Cosa risponde allora l’analista di fronte alla Malvagità che è al cuore del godimento dell’Altro, e dunque del suo proprio cuore così come di tutta la sessualità umana?[2] Vuole continuare a ignorarla? Indietreggia inorridito? Cerca di mantenersi a qualsiasi costo entro i limiti del “servizio dei beni” ?– come il dottor Harford di Eyes Wide Shut di Kubrick, che, mentre vede moltiplicarsi i segni sempre più inquietanti del godimento dell’Altro, continua a ripeter(si): “Non c’è da preoccuparsi: sono un medico” [3]. Colmo dell’anima bella!

La  “garanzia” dell’iscrizione a un Albo professionale non nasce forse dall’angoscia di essere senza garanzie rispetto a questo godimento malvagio che travolge tutte le barriere del Bene del Buono e del Bello? Cosa risponderà l’analista di fronte alla coorte dei fantasmi che ogni giorno lo incalzano? Giù le mani, stia al suo posto, sono io il dottore, come si permette, la smetta dunque, io non sto al suo gioco, mi lasci in pace e faccia il bravo (paziente), su, non faccia così!, questa è la mia vita (sessuale) e non la riguarda, anch’io come tutti ho diritto alla mia privacy?

Tutta la questione è se, quando, e quanto il soggetto, messo nelle condizioni di disporne incondizionatamente, è disposto non: a rinunciare all’esercizio del suo diritto al godimento (è in questa rinuncia che consiste la cosiddetta “depressione”), ma a raggiungerlo “sulla scala rovesciata del desiderio”. È ciò che Freud ha chiamato “castrazione”[4]. Se la castrazione,  atto (prima ancora che concetto) del tutto estraneo alla psicoterapia e a qualsiasi “formazione dello psicoanalista”, sancisce la fine dell’analisi, la sua ripetizione “interminabile” fonda il desiderio dell’analista, che è un desiderio radicale di distruzione.

Rimane la questione: di cosa?


[1] Lacan, Kant con Sade, in Écrits, pp. 768-769; così tradotto da Contri negli Scritti, p. 768: “Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare”. Per quanto io qui possa riferirmi al “magistero di Lacan” – ammetto che nella mia pratica mi sembra difficilmente evitabile – non mi considero affatto “lacaniano” e sposo completamente l’asserzione di Serge Leclaire: “Lacanien? ça n’existe pas!”

[2] L’isteria “gioca” ancora con il fantasma del godimento sadico, che preferisce rivolgere su se stessa, masochisticamente, in un eterno lamento sul dolore di esistere che strazia la sua anima e il suo corpo (sintomi). Ma la nevrosi ossessiva “non sta più al gioco” e preferisce di gran lunga esercitare questo godimento su tutti quelli che gli stanno intorno, a cominciare dal partner. Al cuore della nevrosi ossessiva, in cui giace il Superio uscito dall’Edipo fallito, rimosso, c’è autentica Malvagità nei confronti del proprio prossimo. L’ossessivo viene in analisi perché ha cominciato ad accorgersene, e la sua incerta lotta è tra il togliersi questo Male dal cuore (moralismo) o pretendere di esercitarlo a tutti gli effetti e, quel che è peggio (poiché la società in questo lo sostiene con tutte le sue risorse), legittimamente. Il godimento sadico dell’ossessivo consiste proprio nella sua implacabile e apatica adesione alla norma(lità) sociale (Superio), mediante cui fa soffrire l’altro.

[3] Conosciamo la soluzione finale adottata dal dottor Harford per sfuggire ai turbamenti suscitatigli dalle fantasie di sua moglie: ritornare a scoparla con urgenza. Del resto è una soluzione squisitamente morale e perfettamente medica; di fronte al sintomo dell’isterica, la risposta terapeutica non è forse sempre stata: “pene normale, dosi ripetute?” È appunto, come abbiamo fatto notare pocanzi, la soluzione che l’isterico maschio rifiuta.

[4] « La castration veut dire qu’il faut que la jouissance soit refusée, pour qu’elle puisse être atteinte sur l’échelle renversée de la Loi du désir. Nous n’irons pas ici plus loin.» [“La castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio. E non andremo oltre.”]. J. Lacan, Écrits, cit., p. 827; tr. it. cit., p. 830. Non dico che si tratti di un’esperienza comune, ma di un’esperienza che è alla portata di tutti.