Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Quindici anni fa…

IV. Kongreß der Fondation européenne pour la Psychanalyse

Berlin, 22. 24. Mai 1998

Organisation: Martin Lerude, Jutta Prasse, Claus-Dieter Rath

Das Symptom in der Psychoanalyse und die Psychoanalyse als Symptom

Antonello Sciacchitano (Milano)

“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”

“Voglio solo sapermi al sicuro che terapia non uccida la scienza.”
S. Freud, La questione dell’analisi laica – Poscritto (1927)

Due definizioni negative di psicanalisi

1. Anche se di fatto promuove la guarigione del soggetto della scienza, in linea di principio la psicanalisi non è una terapia.

1.1. La psicanalisi non è una terapia perché [non conosce e] non applica alcuna ortodossia.

1.1.1. La psicanalisi non applica alcuna ortodossia perché lavora con il linguaggio, che non è un codice.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

1.2. Da quale malattia presume di guarire la psicanalisi? Vi allude Nietzsche in questo dialoghetto della Gaia Scienza:

A. Ero malato? Sono guarito? E chi è stato il mio medico? Come ho dimenticato tutto questo!

B. Ora ti credo che sei guarito, perché è guarito chi ha dimenticato.

1.3. La malattia del soggetto della scienza si chiama assenza di responsabilità etica.

2. Anche se la psicanalisi nasce dal tronco della scienza non è scienza.

2.1. L’idea di trasformare la psicanalisi in scienza della natura fa ridere.

2.2. Ancora più ridicola (dérisoire, dice Foucault nella sua Storia della follia) è la pretesa di smerciare la psicanalisi come scienza umana.

Una definizione positiva di psicanalisi

3. Infatti, la psicanalisi è un’etica, la particolare etica del soggetto della scienza.

3.1. La guarigione, o meglio la convalescenza, che la psicanalisi offre al soggetto della scienza, si chiama etica del desiderio.

3.2. In quanto etica, la psicanalisi non è applicazione ma costruzione.

3.2.1. La psicanalisi non si applica alla scienza come una terapia si applica alla cura della malattia o la teoria alla pratica [tecnologica].

3.3. Il soggetto della scienza non è altro che il soggetto dell’inconscio.

3.3.1. Grazie alla psicanalisi il soggetto della scienza costruisce la propria sublimazione etica.

3.4. Gli psicanalisti dovrebbero interrogarsi sui fallimenti etici del soggetto della scienza.

3.4.1. Finché non è troppo tardi, gli psicanalisti dovrebbero cercarvi un rimedio.

3.4.2. Consiglio negativo: abbandonare la pratica psicoterapeutica, che non serve allo scopo.

3.4.3. Consiglio positivo: promuovere la psicanalisi come revisione del giudizio [morale].

La psicoterapia è la resistenza servile alla psicanalisi

4. La psicoterapia è l’illusione principe indotta dal potere nel soggetto della scienza cui fa credere che esista la cura che annulla la discrepanza soggettiva tra sapere e verità.

4.1. La psicoterapia non può mai essere di “ispirazione psicanalitica”, perché non ha preoccupazioni etiche [ma di conformismo].

4.1.1. Di fatto la psicoterapia usa il linguaggio come codice di comunicazione prestabilito.

4.1.2. Di principio la psicanalisi opera con il linguaggio come totalità [aperta] che non forma un intero [concluso in se stesso].

4.2. Di principio la psicoterapia non può essere “di ispirazione psicanalitica”, perché applica prescrizioni tecniche [prestabilite].

4.2.1. Di fatto la psicanalisi cerca di inventare [caso per caso] un’etica soggettiva [nuova. È questo lo specifico impossibile del suo mestiere].

5. Riducendo l’inconscio a mitologia archetipica [collettiva], la psicoterapia sbarra al soggetto della scienza la strada di accesso alla [nuova] etica del desiderio.

5.1. Abolendo il desiderio, il potere preferisce la psicoterapia alla psicanalisi.

5.1.1. Infatti, la psicoterapia conforma il soggetto al[la volontà del] potere, mentre la psicanalisi si cura solo dell’etica del soggetto; è indifferente ai problemi del potere.

6. [In linea di principio] lo psicanalista non può essere psicoterapeuta. [Lo sarà di fatto].

6.1. Infatti, lo psicanalista ha il compito di acuire e approfondire la divisione soggettiva tra sapere e verità, tra intelletto e libertà, [rispettivamente tra] finito e infinito.

Aspetti di mercato della psicanalisi

7. L’offerta della psicanalisi è limitata al[la domanda del] soggetto della scienza.

7.1. Ogni estensione ad altri soggetti (religiosi, filosofici, letterari ecc.) fa degenerare la psicanalisi a psicoterapia.

7.1.1. Naturalmente, la restrizione ha conseguenze economiche: la psicanalisi non si vende a tutti.

7.1.2. Ciò significa che, per sopravvivere, lo psicanalista deve trovare altri lavori diversi da quello di psicoterapeuta.

7.2. La psicanalisi è per chi “soffre” [gode?] di scienza [e a causa della scienza].

7.3. La psicanalisi è per chi vuole elaborare il desiderio [del soggetto della scienza].

Aspetti di politica della psicanalisi

8. Il disagio della psicanalisi deriva dalla mancata assunzione di responsabilità da parte degli psicanalisti verso il soggetto della scienza, preferendo diventare terapeuti.

8.1. La responsabilità dello psicoterapeuta è verso il potere, non verso il soggetto. La responsabilità dell’analista l’inverso.

[8.1.1. Perciò è giusto che esista la legge che regola l’esercizio della psicoterapia ma non della psicanalisi ed è due volte ingiusto che lo psicanalista sia processato per esercizio indebito della psicoterapia.]

8.2. La psicoterapia è la scienza del servo che si conforma alla volontà del signore. [Cfr. Initium sapientiae timor domini.]

8.2.1. La psicanalisi è l’inverso della psicoterapia perché è l’inverso del discorso del padrone. [Cfr. Lacan, Seminario XVII].

8.2.2. In altri termini, la psicoterapia applica al nevrotico il discorso del signore, in particolare di “Nostro Signore”, [conformandolo ai suoi ideali].

8.3. Le scissioni nel movimento analitico nacquero perché Freud pretendeva andare avanti con la psicanalisi, mentre gli allievi preferivano fermarsi alla psicoterapia, se non all’ipnosi, e smisero di seguirlo, quando non gli si opposero con violenza.

8.4. Il disagio nella psicanalisi nasce dall’inibizione etica di cui soffrono (godono) gli analisti.

8.4.1. Purtroppo la guarigione dall’inibizione richiede più tempo e più lavoro analitico della remissione del sintomo nevrotico.

8.4.2. Infatti, il superamento dell’inibizione, richiede di costruire una nuova formazione dell’inconscio. [Non è come curare un sintomo sostituendolo con un altro].

[8.4.3. La nuova formazione dell’inconscio può ma non necessariamente deve essere la formazione di un nuovo analista. L’emergenza dello psicanalista è un evento contingente, imprevedibile e indeterminato. Non può essere ratificato da un diploma].

9. Concludendo, se il legame sociale tra psicoanalisti [e interessati alla psicanalisi] non ripropone la questione dell’etica [laica] in epoca scientifica, ma si limita a istituire gruppi di autoconsolazione o associazioni di mutuo soccorso, per opportunismo professionale, condanna la psicanalisi a sparire nella spazzatura del capitalismo.

(NB. Le [ ] introducono complementi e sviluppi di quindici anni dopo.)

 

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Chi ci salverà dalla psicoterapia?

Hugh Grant
Hugh Grant

Javier Cercas risponde sul “Corriere della sera” del 7 marzo 2013 (p. 50), dove racconta il seguente aneddoto:

“Alcuni anni fa, la polizia di Los Angeles fermò l’attore inglese Hugh Grant mentre una professionista gli stava praticando una fellatio in un’auto parcheggiata in strada. Il fatto provocò un enorme scandalo, al punto che la brillante carriera di Grant sembrò naufragare. Nel bel mezzo di quella tempesta, un giornalista statunitense rivolse all’attore una domanda molto statunitense: “Adesso andrà da uno psicoterapeuta?” “No”, rispose Grant. “In Inghilterra leggiamo romanzi”.

Cercas prosegue l’articolo sviluppando un concetto a me molto caro: la correlazione tra romanzo e scienza; ne ho recentemente discusso in un saggio sulla “Storia della follia” di Foucault, pubblicato su “aut aut” (cfr. A. Sciacchitano, L’ignorante e il folle“, “aut aut”, n. 354, aprile giugno 2012, p. 159). Scienza e romanzo nascono insieme nel XVI-XVII secolo con i Galilei e i Cervantes. Il primo annuncia al mondo la libertà di filosofare oltre l’ontologia, l’altro di ironizzare sull’onticità dell’hic et nunc: siamo tutti noi – le persone serie – come dei cavalieri erranti, inattuali nel nostro tempo (essendo il tempo un correlato essenziale dell’essere, come insegnano i pastori ontologici). Solo che i folli si prendono un po’ più sul serio di noi e non concedono a nessuno, neppure a se stessi, la libertà fare dell’ironia sul proprio statuto ontologico né in generale sull’essere che è e il non essere che non è. Perciò il potere li manda dallo psicoterapeuta perché si diano una calmata senza pretendere verità categoriche.

Forse la follia è un male necessario della modernità, ma la psicoterapia è certamente peggio; i folli esagerano nelle loro pretese di verità, ma gli psicoterapeuti mancano pure del briciolo di originalità della follia: sono alla guida di uno schiacciasassi che appiattisce tutto. Siete mai stati da uno psicoterapeuta? Andateci; vi spiegherà tutto; vi darà il senso alla vostra vita, meglio e più credibile di un prete. Il suo discorso è semplice: la colpa è sempre dei vostri genitori che vi hanno frustrato da piccoli.

Chi ci salverà dal conformismo psicoterapeutico?

Forse il romanzo; ma, se non bastasse l’ironia dell’Ulisse Joyce o la lieve malinconia della Recherche di Proust, in seconda battuta, mi aspetto che mi butti un salvagente la biologia degli equilibri punteggiati secondo Stephen Jay Gould o la fisica delle stringhe di Edward Witten. Sì, preferisco questi mostri di scienza ai nostri cardinali oggi riuniti in Conclave. Per non parlare dell’ultima risorsa, questa sì più delirante che romanzesca, offerta dalla recente cosmologia.