Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica”

Ci promette delle analisi low-cost, brevi, anche su Skype. Parla da ortopedico della psicanalisi, l’ultimo presidente IPA, l’italiano Antonino Ferro. L’annuncio non è nuovo. Un suo predecessore, di cui leggiamo la recensione a Freud, si augurava una psicanalisi dove i medici prevalessero sui non medici. La profezia si è abbondantemente avverata: la psicanalisi popolar-populista, oggi anche informatizzata, è diventata a tutti gli effetti medica, rimanendo in mano ai medici.

Ernest Jones
Ernest Jones

Insomma, Freud perse la personale battaglia contro i medici, da lui ingaggiata a difesa degli psicanalisti non medici. Fece un buco nell’acqua, come lui stesso ammise. La responsabilità fu tutta sua – bisogna riconoscerlo – per essersi incaponito nell’adozione di una strategia autocontraddittoria e destinata sin dall’inizio a perdere: proclamare la psicanalisi una “scienza medica” e contemporaneamente contestare ai medici il diritto di esercitarla senza aver fatto gli “esercizi” previsti da Freud (esercizi diligentemente svolti dai non medici). La lettura del seguente documento fornisce una chiave di lettura di una pagina infelice del movimento psicanalitico, che segnò la definitiva medicalizzazione della psicanalisi, contro la volontà del suo creatore, il quale riservava ai suddetti medici l’appellativo poco carino di “selvaggi“.

Particolare storico curioso: i primi eretici della psicanalisi, gli Jung e gli Adler, dovettero uscire dall’associazione psicanalitica freudiana e fondare le proprie congregazioni. Oggi essere freudiani ortodossi significa essere eretici rispetto a Freud, ma non più “selvaggi“, anzi restando comodamente insediati nell’associazione freudiana ufficiale come “civilizzati”; (il termine tecnico è “formati”, cioè addestrati all’esercizio della psicanalisi). La storia – insegnava un grande filosofo tedesco – esercita le proprie astuzie. Wozu? Non c’è bisogno di essere né filosofi né tedeschi per rispondere. La medicina mira al ripristino dello stato anteriore alla malattia. La psicanalisi medica è essenzialmente orientata in senso conservatore. Al discorso dominante la psicanalisi può andare bene solo se è medica e in mano a medici. Per dirla con termini in uso fino a ieri: la psicanalisi medica, legalizzata come psicoterapia riconosciuta dallo Stato, è di destra, quindi …

 

Sigmund Freud, “Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einem Unparteiischen”, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien 1926, 123 pagine.

 

Questo libro persegue uno scopo strettamente circoscritto, probabilmente in modo intenzionale. Si rivolge apparentemente a una cerchia di persone istruite, che si presume abbiano influenza sull’attività legislativa e al tempo stesso desiderino venire informate sulla posizione che il governo deve prendere sulla questione dell’analisi laica. La risposta data dal libro è affatto univoca; dopo di essa non possono sussistere dubbi sul personale punto di vista del prof. Freud in materia. Comunque, l’analista praticante, che abbia familiarità con tutte le complicazioni e difficoltà del problema, potrebbe dal proprio punto di vista deplorare che il prof. Freud non si sia più brevemente spiegato con le autorità di Vienna, per esempio in una trattazione della quarta parte del presente lavoro, e non si sia rivolto prima all’aspetto tecnico del problema, cui i nostri praticanti sarebbero così profondamente interessati. Infatti, non si può passare sotto silenzio che molti dei punti di vista corrispondenti siano stati sfiorati solo di sfuggita, semplificati o addirittura tralasciati, così che molti analisti restano sensibilmente insoddisfatti nel loro desiderio di un’esposizione più dettagliata.

Il libro è redatto in forma di dialogo socratico tra il prof. Freud e un’ideale (molto ideale!) controparte, presentata come istruita, che affronta il problema in modo del tutto imparziale. È la forma che, come sappiamo per esempio dalle Lezioni, corrisponde in modo meraviglioso alla capacità espositiva del maestro; infatti, gli dà la possibilità di occuparsi nel modo più immediato delle questioni e delle obiezioni che i suoi uditori possono sollevare. Per il successo di questo modo di procedere è assolutamente indispensabile di volta in volta prevenire, intuendoli con rigorosa e scrupolosa imparzialità, gli eventuali pensieri degli uditori; il prof. Freud sa soddisfare questo requisito meglio di chiunque altro. Già con le parole “Lei dirà” si può esser certi di venir presi in un complicato intrico e nella sua soluzione definitiva. Da questo punto di vista nel presente libro esistono alcuni passi dove il prof. Freud non raggiunge del tutto il proprio livello straordinariamente elevato. Non che metta in bocca al proprio contraddittore un’osservazione che suona inverosimile, ma di tanto in tanto sentiamo la mancanza di quella finezza con cui sa sempre scovare il nucleo esatto dell’obiezione cui rispondere.

Il libro si suddivide in tre sezioni; la prima è una presentazione generale che si mantiene sempre all’elevato livello cui l’autore ci ha abituato; la seconda è un procedimento dimostrativo che presenta alcune imperfezioni e la terza è uno sguardo al futuro, che costituisce la parte più interessante e degna di nota del libro.

Sulla prima parte, che comprende più dei due terzi del libro, non c’è molto da dire; anche questa volta non ci si può che stupire per la genialità con cui il prof. Freud tratta in modo sempre nuovo con freschezza e originalità un tema familiare; forse mai come in questo lavoro ha dato la migliore descrizione dell’essenza della psicanalisi, della sua teoria e della sua pratica; ogni analista la leggerà con profitto. Particolarmente vivace e brillante è il modo in cui in numerosi punti sparsi del lavoro illustra le difficoltà che la mera esistenza delle nevrosi fa emergere nella società. Le istituzioni sociali – la religione, l’amministrazione della giustizia e non ultima la stessa medicina – si sono formate nel presupposto che non si dia alcuna via di mezzo tra l’uomo pienamente razionale, compos sui, padrone di sé e autodeterminato, quindi pienamente responsabile, e l’uomo affetto da malattia mentale, quindi assolutamente irresponsabile. Da nessuna parte si riscontra la minima preoccupazione per i numerosi tipi intermedi cui, come abbiamo sempre più spesso imparato a riconoscere, appartiene la maggior parte dell’umanità; anche sostituire la vecchia e cara credenza nell’Io unitario con l’onnicomprensiva conoscenza dell’inconscio porta ovunque a confusione e difficoltà.

Val proprio la pena riportare due enunciati sulle analisi brevi. “Purtroppo devo constatare che tutti gli sforzi per accelerare sostanzialmente la cura analitica sono finora falliti. La via migliore per accorciare l’analisi sembra essere la sua corretta conduzione”.[1] Sentiamo anche per la prima volta il prof. Freud esprimersi apertamente a favore delle analisi precoci, comunque con la contestabile restrizione che debbano essere associate a misure educative.[2] Dico “contestabile” perché abbiamo imparato a non mescolare le analisi degli adulti con altre misure [terapeutiche] ed è del tutto possibile che le future esperienze ci insegnino ad adottare vantaggiosamente lo stesso comportamento anche con i bambini.

La parte restante del libro contiene esclusivamente la difesa degli analisti laici. Il prof. Freud ci lascia raramente in dubbio sulle sue opinioni, e qui non lo fa di certo. Il libro è espressamente scritto allo scopo di mettere in mano al legislatore che ha in mente il materiale in base al quale può decidere se l’analista laico sia da ammettere oppure no alla pratica. Il prof. Freud non desidera passare per giurista ma lascia facilmente intendere al lettore che lui stesso sarebbe contrario a che le istanze legislatrici adottino simili misure.[3] I suoi argomenti principali, che hanno pienamente convinto, sono: 1) l’essenza della psicanalisi[4] non esclude l’esercizio da parte dei laici. Se non sia auspicabile per diverse ragioni che l’analista sia medico pratico, è tutta un’altra questione che andrebbe discussa a parte. 2) Ogni divieto del genere inibirebbe il naturale sviluppo della psicanalisi come scienza. Basti pensare ai validi contributi già dati a questa scienza da collaboratori provenienti da campi non medici del sapere, nonché all’applicazione ad altri campi di lavoro come sociologia, antropologia, filologia, mitologia e pedagogia, tutte applicazioni che appartengono tout court alla scienza psicanalitica e la cui importanza sarà in futuro di poco inferiore a quella delle applicazioni mediche; non da ultimo va ricordato l’inestimabile guadagno ricavato dalla psicanalisi dalla frequentazione di questi altri campi – si pensi solo al simbolismo. Queste considerazioni rendono evidente che restringere la psicanalisi alla sfera medica avrebbe la conseguenza di un fatale impoverimento. 3) Tale modo di procedere equivarrebbe a un passo arbitrario e unilaterale in difesa del pubblico, tralasciando i passi realmente importanti che si potrebbero fare in questa direzione. È nel giusto il prof. Freud quando indica che le precondizioni irrinunciabili per esercitare la psicanalisi sono la formazione[5] metodologica e la precisa conoscenza dell’oggetto, tutte cose per cui coloro che si sono immischiati nella questione dell’analisi laica non hanno finora dimostrato alcun interesse. Se questa gente dovesse riuscire a imporre le proprie aspirazioni, assisteremmo alla strana commedia di non pochi terapeuti meglio qualificati per il trattamento psicanalitico, cui verrebbe vietato il trattamento, mentre chi non capisce nulla di metodo non andrebbe incontro ad alcuna restrizione di esercizio, purché sia medico; e vedremmo pure che non verrebbe fatto alcun tentativo di insegnare al pubblico a distinguere tra analista idoneo e inidoneo, un programma che le stesse istituzioni che garantiscono la necessaria preparazione dovrebbero promuovere.

Fin qui il prof. Freud si muove su un terreno sicuro. Ma, venendo alla questione più difficile, se sia auspicabile che l’analista abbia oppure no formazione medica, equivalente alla questione se i nostri istituti debbano incoraggiare un candidato ad acquisire la formazione medica, una volta che si sia incamminato nell’esercizio della pratica analitica, troviamo che la forza di convinzione del prof. Freud diventa in certa misura meno stringente. A scoprirne la ragione basta una sola riflessione. Qualunque sia il partito che il singolo sia propenso a prendere, tutti sappiamo bene che possono essere addotte importanti ragioni dall’una e dall’altra parte; tuttavia, volendo arrivare a un punto di vista obbiettivo, sono tutte da prendere in considerazione. Ma su questo punto la presa di posizione del prof. Freud non è così risolutivamente giustificata come prima; di conseguenza ci presenta solo un quadro abbastanza unilaterale della situazione. Nella lunga serie di argomenti ne troviamo dozzine a favore dell’analisi laica, mentre il prof. Freud ne adduce solo uno a favore dell’altra parte, e cioè che la diagnosi iniziale andrebbe posta dal medico.[6] Ed è un peccato, perché avremmo tutte le ragioni per supporre che l’autore avrebbe potuto rispondere soddisfacentemente alla maggior parte, forse a tutte, le argomentazioni della controparte. Si spera che lo faccia in seguito, magari nel corso della prevista discussione di questa questione su questa rivista.

Questo atteggiamento unilaterale non può certo essere attribuito al desiderio di presentare al pubblico il problema in forma artificialmente semplificata. Le ragioni sembrano stare altrove.

Verosimilmente il prof. Freud giunse al punto di esporre in modo particolarmente efficace il proprio punto di vista sulla base della ferma convinzione che ogni alternativa avrebbe messo in serio pericolo l’ulteriore sviluppo della psicanalisi. Affronteremo più avanti le ragioni più importanti che Freud adduce per giustificare questa convinzione. Un secondo motivo, meno evidente, potrebbe forse essere una certa avversione nei confronti della professione medica.[7] Riteniamo auspicabile occuparci apertamente di questa possibilità, cui lo stesso prof. Freud allude chiaramente in diversi passi,[8] perché qualche lettore, scoprendo tale pregiudizio, potrebbe essere tentato di invalidare ingiustificatamente argomenti e conclusioni perfettamente validi. Comunque, dal punto di vista umano la situazione è perfettamente comprensibile e in ultima istanza contiene un elogio non da poco dello status del medico. Dai primi scritti del prof. Freud sappiamo quanto fosse sorpreso e disgustato dalla mancanza di obiettività manifestata dai colleghi le prime volte che comunicò le proprie scoperte davanti a un uditorio medico. A quel tempo riteneva che quel che aveva scoperto fosse essenzialmente un contributo al problema dell’eziologia delle nevrosi e non aveva la minima idea della vasta portata delle conseguenze. Solo molti anni dopo riuscì a riconoscere che la resistenza riscontrata nei propri pazienti era di natura generale, tanto che la reazione del suo uditorio medico era ciò che ci si doveva inesorabilmente aspettare, diventando perciò perfettamente comprensibile. Non sarebbe stato il caso di rimproverare né i colleghi medici né i pazienti per i loro conflitti. Di fatto ai medici Freud applicava e tuttora in qualche modo applica un criterio di misura più severo che alle altre classi professionali. Si aspettava di più dai medici e, nonostante il fatto che mostrassero di avvicinarsi [alla psicanalisi] più di tanti altri,[9] il loro comportamento fu tale da deluderlo.

Si aspettava un livello smisuratamente elevato e l’inevitabile conseguenza fu la reazione di delusione con tendenza alla sottovalutazione, venuta al posto della sopravvalutazione.[10] Proprio su questo punto ai seguaci di un pioniere risulta facile gloriarsi della propria mancanza di pregiudizi, persino se essi stessi hanno dovuto soffrire non poco a causa dei colleghi medici. E non possiamo nemmeno dimenticare che la maggior parte di noi si è avvicinata a queste difficoltà con un inestimabile vantaggio: quello di essere già preparati a reazioni sgradevoli, come quelle che abbiamo dovuto sperimentare da parte di tutta l’umanità, la classe medica inclusa, psicanalisti occasionalmente compresi. Certamente, grazie a questa conoscenza abbiamo potuto affrontare con una certa imperturbabilità tutte queste ingiustizie e calunnie, che altrimenti ci sarebbero sembrate insopportabili e incomprensibili. Infatti, essere preavvertiti significa essere premuniti.

Ora, supponendo che influenze affettive come quelle appena citate abbiano avuto un ruolo, si capiscono alcune peculiari locuzioni dell’argomentazione e tutta una serie di generalizzazioni senza eccezione a favore degli analisti laici, che tuttavia sono da considerare troppo estese.

Proprio il primo argomento addotto in merito alla questione suona: “I medici non hanno alcun diritto storico al possesso esclusivo dell’analisi. Al contrario, fino a poco tempo fa hanno cercato di nuocerle con ogni mezzo: dall’ironia a buon mercato alla diffamazione più pesante. Lei mi risponderà – e a ragio­ne – che è acqua passata, che non influenzerà il futuro”.[11] Ma questa non è la risposta che la controparte darebbe. Potrebbe piuttosto osservare che le resistenze dei medici alla psicanalisi non sono per lo meno superiori a quelle attese da qualunque altra classe professionale, una volta entrata in contatto così stretto con essa,[12] e che finché la schiera degli psicanalisti proviene dalla classe medica, la resistenza degli altri medici rispetto al problema in discussione sarà irrilevante.

Il prof. Freud insiste con energia sull’affermazione che nessun analista laico dovrebbe intraprendere un trattamento prima che il paziente sia stato visitato da un medico e posta la diagnosi; in altri termini, l’analista laico dovrebbe limitarsi al trattamento analitico, prescindendo dal consulto medico, una conclusione su cui converrebbero unanimemente tutti i medici, sia quelli che la pensano in modo analitico sia gli altri.[13] Ma è davvero un po’ arrischiato affermare senza ulteriori precisazioni: “Nelle nostre associazioni psicanalitiche si è sempre fatto così.”[14] Evidentemente il prof. Freud ha fatto in merito esperienze particolarmente favorevoli; la maggioranza degli analisti potrebbe riferire un numero sufficiente di casi che dimostrano il contrario; la mia personale impressione, basata su un’estesa esperienza, è piuttosto che questa regola sia tante volte trasgredita quante seguita, indipendentemente dal luogo di formazione dell’analista in questione.

Anche il quadro favorevole, abbozzato a proposito della qualifica accademica degli analisti laici, è un po’ troppo lusinghiero, anche pensando solo all’Europa.

D’altra parte il prof. Freud dice, sottolineandolo giustamente, che coloro i quali esercitano la psicanalisi senza aver acquisito l’adeguata conoscenza della cosa sono da qualificare come ciarlatani, essendo indifferente se siano medici o non medici: “Basandomi su questa definizione, oso affermare che i medici, non solo in Europa, fornisco­no alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.[15] Ci si chiede quale sia la base di questa affermazione, poiché la risposta alla questione ha chiaramente un peso fuori dal comune. L’unica cosa certa è che capita di sentir parlare molto più facilmente di ciarlatani medici che di altro genere, perché con i primi c’è tutta una serie di punti di contatto professionali. La citata enunciazione potrebbe valere per l’Austria, ma mi sembra dubbio che in questa forma possa valere per l’Inghilterra o l’America, dove forse corrisponde più a verità proprio il contrario.

Stupisce veder portata così in primo piano l’opinione che il trattamento analitico di uno psicotico possa equivalere a un superfluo spreco di energie, senza alcun danno per il paziente.[16] Si può invece dimostrare, per lo meno con una certa probabilità, che intervenire con l’analisi su un delirio di difesa può in certi casi produrre una puntata schizofrenica. In ogni caso, in questo campo il nostro sapere non è ancora consolidato.

Il prof. Freud sembra dell’avviso secondo cui i medici che rifiutano l’analisi laica lo fanno principalmente per un atteggiamento collettivo, un punto su cui si potrebbe concordare con lui; purtroppo non si sforza molto per confutare gli argomenti prodotti da questo partito.[17] Se per certi medici l’invidia della concorrenza fosse il fattore decisivo, dovrebbero essere di vedute molto corte; infatti, dovrebbe essere per loro indifferente stare in concorrenza con colleghi o con analisti laici e il prof. Freud ammette che sono sempre pronti a introdurre altri medici all’analisi. È un non nobile motivo che si congettura da un altro; ma noi analisti siamo abituati a scoprire motivi non nobili, che vanno trattati correttamente, quando ci si trova di fronte ad essi. Anche questa non è in alcun senso una faccenda indifferente se si pensa che molti analisti laici, la cui formazione richiede solo la quarta parte del tempo di apprendimento richiesto a un medico e ai quali non è richiesto uno standard di vita come ai medici,[18] ben presto il livello finanziario del lavoro analitico verrebbe spinto all’ingiù. L’esempio spiacevole solo per segnalare che anche in questo caso gli sviluppi del libro sono incompleti.

Il prof. Freud assume completamente il punto di vista secondo cui, purché l’analista si sia formato nel campo freudiano,[19] è “secondario” che sia medico oppure no.[20] Di conseguenza gli sembra uno “spreco di energie”,[21] “ingiusto” e “inutile”,[22] pretendere dal futuro analista la formazione medica.[23] In breve, non solo è contrario a vietare la pratica agli analisti laici, ma non si sente neppure disposto a consigliar loro la formazione medica. Certo, allude agli svantaggi che potrebbero derivare dallo studio della medicina (l’influenza materialistica, ecc.). Dal suo punto di vista, sarebbe per loro meglio dedicare il proprio tempo allo studio di alcune materie che non rientrano nel piano di studi di medicina, nella fattispecie la storia della civiltà, la mitologia, la psicologia delle religioni e la critica letteraria. In proposito, osserva espressamente: “Senza un buon orientamento in questi campi, l’analista si troverebbe di fronte a gran parte del proprio materiale senza poterlo comprendere”.[24] Ciò è esagerato, si spera; infatti, potrebbero non essere molti gli analisti, tra medici e laici, che raggiungano questo livello di formazione.

Riassumiamo le nostre impressioni sulle principali argomentazioni. Sono sviluppate con l’abilità e l’acume abituali del prof. Freud, ma non contengono nulla di nuovo, tralasciano cose importanti e sono inconfondibilmente di parte. Ciò non di meno, nonostante queste carenze, il risultato finale è assolutamente giusto e si può giustificatamente sperare che la particolareggiata discussione porti alla decisione finale sulla loro giustezza.

Concludendo, veniamo alla parte più avvincente del libro,[25] le cui ultime pagine gettano uno sguardo sul futuro e pertanto sarebbe concesso di leggerle in certa misura tra le righe. Mosso dal timore che la medicina potesse “inghiottire”[26] la psicanalisi, incorporando la psicanalisi definitivamente nel capitolo “Terapia” dei manuali di psichiatria, senza tener alcun conto di tutte le altre possibilità di applicazione, il prof. Freud annuncia che si eviterebbe tale destino qualora la psicanalisi si affermasse come disciplina affatto indipendente e, corrispondentemente, come professione autonoma.[27] Schizza a grandi linee un piano di studi che gli sembra auspicabile per la formazione dell’analista sia a livello propedeutico sia a livello tecnico. Oltre a includere le materie citate, dovrebbe comprendere “un’introduzione alla biologia, la conoscenza della vita sessuale nella misura più ampia possibile e nozioni dei quadri clinici psichiatrici.”[28] Tale proposta è irta di difficoltà sia di ordine teorico sia pratico. Quanto si può apprendere, per esempio, della paralisi progressiva senza conoscenze di neurologia, patologia e clinica medica? Dove trovare specialisti che possano tenere lezioni sulla sessualità sia dell’uomo sia degli animali? Quale occasione si offre per studiare la mitologia, la psicologia delle religioni o perfino della storia delle civiltà? Queste domande, e ancora molte altre, ci si impongono. Tutto suona come “musica del futuro”. Ma in fondo la cosa principale è l’idea; se l’idea è vitale, allora con il tempo si possono superare tutte le difficoltà. E questa idea è sicuramente adatta a catturare la nostra immaginazione.

Soppesando rispettivamente il collettivo psicanalitico e quello medico, con quanti psicanalisti medici la psicanalisi vincerebbe? Io spero e credo con la stragrande maggioranza.[29] Ma si può altrettanto ben sperare di trovare un’altra soluzione che consenta l’armoniosa collaborazione.

Le questioni sollevate da questo libro riguardano ogni analista e, dato che sono collegate ai compiti della commissione didattica dell’ipa, tra breve si troverà la definitiva decisione in materia. Tutti noi dobbiamo essere grati al prof. Freud di aver attirato la nostra attenzione con un libro tanto provocante quanto stimolante.

Ernest Jones, London.

(traduzione di Antonello Sciacchitano. Revisione di Davide Radice).

 


Note

[1] S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926-1927), trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012, p. 75.

[2] Ivi, p. 63.

[3] Ivi, v. in particolare, pp. 24 e 107.

[4] [“L’essenza della psicanalisi”! “Essenza” è un termine filosofico. Non si parla di “essenza” della fisica, della chimica, della biologia, in generale, di una scienza. Jones parla di essenza della psicanalisi perché non la ritiene una scienza? In effetti, sembra considerare la psicanalisi una pratica di cura medica, che comunemente è ritenuta più un’arte che una scienza. Ndt]

[5] [Il termine usato da Jones non è Bildung ma Schulung, che indica la formazione scolastica. A decenni di distanza constatiamo quanto le scuole di psicanalisi siano state deleterie per il movimento psicanalitico. Hanno irrigidito le dottrine psicanalitiche in formati immodificabili e favorito la collusione con la medicina, finché il potere legislativo non ha ritenuto opportuno, con solidi argomenti, di equiparare a tutti gli effetti la psicanalisi alla psicoterapia. Ndt]

[6] Ma anche qui Freud non commenta a sufficienza le complicazioni derivanti dalla circostanza che in molti casi la diagnosi può essere posta solo in corso d’analisi. [Jones, da medico qual era, non si rendeva (o non voleva rendersi) conto che la pretesa diagnostica è la mossa decisiva che colloca irreversibilmente l’analisi freudiana in campo medico. Infatti, la diagnosi è l’atto medico per eccellenza, rispetto al quale anche l’atto terapeutico è secondario e necessariamente si configura come atto medico. Freud poteva fin che voleva contestare i medici, affastellando argomenti a favore dei non medici, ma, continuando a concepire la pratica della psicanalisi soggetta al giudizio del medico, la sua argomentazione restava non conclusiva: la terapia analitica, in quanto atto condizionato dalla medicina, doveva essere eseguito da medici; Freud si era da sé condannato a fare un buco nell’acqua, come in seguito egli stesso riconobbe nella lettera a Eitingon dell’aprile 1928. Ndt.]

[7] [Ponendosi sul piano della professionalità, a Jones sfugge la distinzione tra avversione ai medici e avversione alla medicina. Freud non è avverso alla medicina ma ai medici. Ndt]

[8] Op. cit. v. pp. 24, 26 84. [Ma non si dovrebbe omettere di citare la seconda riga del saggio, dove compare la discutibile equazione laici = non medici, in cui Freud enuncia di non volerne sapere dei medici. Ndt]

[9][9] Il fatto che i quattro quinti dei suoi allievi siano medici non si giustifica unicamente in termini di associazione degli analisti su base medica.

[10] [Questa spiegazione di Jones non è sbagliata; è solo una razionalizzazione. Bisogna risalire all’esperienza transferale di Freud con il medico più importante della sua vita, l’otorino di Berlino, suo analista. Fu Fliess a deludere Freud e a innescare la sua paranoia contro i medici. Esattamente come molti (moltissimi) analizzanti, che concludono la propria analisi in paranoia contro “tutti” gli psicanalisti, perché “uno” non ci ha saputo fare con loro, così Freud concluse la propria. Tuttavia, la paranoia contra medicos non intaccò la sua concezione della medicina come scienza, alla cui altezza doveva stare la psicanalisi. Insomma, Freud odiava i medici e amava la medicina, che idealizzava. (Naturalmente nessun medico era all’altezza del suo ideale.) Questo è certamente un punto sintomatico che la sua autoanalisi non toccò e non sciolse. Risultato: i medici divennero per Freud il bersaglio polemico che gli impedì di riconoscere la fallacia di porre la medicina sullo stesso piano della scienza e la psicanalisi sullo stesso piano della medicina. Noi, suoi epigoni, abbiamo ereditato da Freud questo tratto: preferiamo contestare i colleghi, come se fossero dei selvaggi, piuttosto che lo statuto di “scienza medica” che Freud ha inconsapevolmente conferito alla psicanalisi. Ndt]

[11] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 84.

[12] In Inghilterra sentiamo levarsi grida di sdegno dal campo dei giuristi come se i problemi psicanalitici li riguardassero solo da lontano. [L’osservazione empirica di Jones ha in questo contesto una specifica rilevanza. Tra medicina e diritto, infatti, c’è non solo collusione di fatto, per esempio in tutto il campo della medicina legale e delle assicurazioni, ma affinità di principio, in quanto medicina e diritto sono le varianti principali – e violente! – del discorso dominante, che dice le cose come stanno, cioè secondo la volontà e l’interpretazione ontologica del padrone. Ndt]

[13] [Insomma, qui si dice chiaramente che l’autorizzazione a esercitare la psicanalisi lo deve dare comunque il medico. La soggezione della psicanalisi alla medicina è completa. Perché? Perché la psicanalisi è concepita da Freud e dai suoi primi allievi come atto di cura originariamente medico. Oggi per il senso comune e per gli specialisti la questione è passata in giudicato: la psicanalisi è incontrovertibilmente ritenuta una delle tante psicoterapie. La medicina ha inghiottito la psicanalisi, come temeva Freud. Il principio lacaniano che l’analista si autorizza da sé è caduto nel vuoto. La demedicalizzazione della psicanalisi attende da più di un secolo ed è ancora tutta da fare. Ndt]

[14] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 101.

[15] Ivi, p. 84.

[16] Ivi p. 88. [Per la verità, Freud sta sulle generali e non fa riferimento a casi gravi. Jones usa tendenziosamente l’argomento della difesa del soggetto debole, che è un cavallo di battaglia della pubblica accusa nei nostri tribunali. Ndt]

[17] [Come dimostra Davide Radice, l’argomentazione di Freud segue il modello medievale della quaestio disputata, dove il maestro espone la tesi ortodossa della propria dottrina e confuta le obiezioni dell’avversario. Jones aderisce completamente a questo modello di argomentazione che, se tuttora sopravvive nei tribunali come contraddittorio tra accusa e difesa, nell’attesa del giudizio dirimente – fortemente binario – del giudice, non ha più corso in ambito scientifico, dove le congetture in concorrenza spesso collaborano per arrivare a formulare congetture più ampie che comprendano i contributi di tutte quelle in esame. È questo un segno della scarsa scientificità di entrambi gli autori, il recensore e il recensito. Infatti, sono entrambi medici, di mentalità più vicina al giudice che all’uomo di scienza. La storia insegna che nella scienza il progresso non avviene per vittoria di una parte sull’altra in una controversia, ma per cooperazione di idee apparentemente contraddittorie, che arrivano a un compromesso. Le cosiddette controversie scientifiche, di cui non mancano esempi furibondi in ogni campo di ricerca, dalla fisica alla biologia, dalla psicanalisi alla matematica, sono quasi sempre più ideologiche che scientifiche, più espressione di resistenza alla scienza degli stessi scienziati che fattori di progresso culturale. Come nel caso in questione della polemica attizzata da Freud sull’analisi laica. Ndt.]

[18] In alcune città il medico deve operare in quartieri cari o può rinunciare del tutto alla professione.

[19] [Letteralmente “nel suo campo”. La leggera forzatura della traduzione vuol dare spazio all’espressione con cui Lacan definiva trent’anni dopo il campo vettoriale del desiderio. Cfr. J. Lacan, “Remarque sur le rapport de Daniel Lagache: “Psychanalyse et structure de la personnalité” (1958), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 656. Ndt.]

[20] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 89.

[21] Ivi, pp. 88 e 98.

[22] Ivi, p. 104.

[23] [Spezziamo una lancia a favore di Freud. Se è vero che la psicanalisi è una scienza, allora si può tranquillamente affermare che la formazione medica non prepara il futuro analista all’attività psicanalitica in quanto il medico riceve una formazione esclusivamente tecnico-applicativa, che ha poco di scientifico. La preparazione medica può far conoscere allo psicanalista ciò che non fa scienza, per esempio l’abuso del principio eziologico di ragion sufficiente, secondo cui ogni fenomeno ha una causa diretta. Ma questo discorso ci porta lontano anche da Freud, che è un assertore del ferreo determinismo psichico. Ndt]

[24] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit. p. 104.

[25] [Sulla doppiezza di Jones nei confronti del “professor” Freud Lacan ebbe le idee chiare sin dal 1955, ai tempi del seminario sulle psicosi: cette querelle mériterait notre intérêt par les exploits dialectiques qu’elle a imposés au Dr Ernest Jones pour soutenir de l’affirmation de son entier accord avec Freud une position diamétralement contraire, à savoir celle qui le faisait, avec des nuances sans doute, le champion des féministes anglaises, férues du principe du «chacun son»: aux boys le phalle, aux girls le c… (J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose” (1959), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 555. Vedi anche: Avec Jones, Freud était tranquille – il savait que sa biographie serait une hagiographie (J. Lacan, Joyce le symptome I, 16 giugno 1975, in “L’ane”, n. 6, 1982). Ndt]

[26] [Jones recensisce il libro del 1926. Non considera il poscritto del 1927, dove Freud usa un verbo ben più forte di verschlucken, inghiottire; usa erschlagen, ammazzare. Ndt]

[27] [Finalmente anche Jones, nonostante la propria formazione medica, arriva al significato autentico e positivo di “laico”, che tuttavia sfuggì a Freud; non solo il negativo “non medico”, come propose Freud, ma “autonomo”, (anche dalla medicina, s’intende). Ndt]

[28] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 103.

[29] [Jones si dimostra tanto “imparziale” quanto l’interlocutore imparziale di Freud. Non dimentichiamo che la medicina ha millenni di autorevolezza alle spalle, mentre la psicanalisi solo qualche decennio, come subaffittuaria del reparto di psichiatria. In così poco tempo non è riuscita neppure a formula un piano politico autonomo, essendo andata sempre a rimorchio della medicina. Ndt]

 

In “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse”, XV. Band 1927 Heft 1, pp. 101-107.

 

Cinque conferenze di Worcester e Questione dell’analisi laica

Propongo una nuova traduzione di due brani tratti dalla prima e dalla terza conferenza delle cinque tenute da Freud, nel settembre 1909, presso la Clark University di Worcester nel Massachusetts.

S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi
S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi

Considero questi brani come l’affacciarsi, per la prima volta, della questione dell’analisi laica. In essi è distintamente presente uno degli elementi fondamentali della “questione”, ovvero il tema dell’incompetenza dei medici e degli psichiatri di fronte alla malattia psichica, in questo caso l’isteria. Freud usa per la prima volta il termine Laien per significare che i medici e gli psichiatri sono allo stesso livello dei profani e non hanno alcuna presa sui nevrotici.

Questi brani sono importanti anche perché mettono in evidenza un tratto che contraddistingue il testo del 1926, ovvero l’ambivalenza nei confronti dei medici e della medicina. Da una parte, Freud è quasi ossessionato dai medici, non attribuisce loro alcun sapere in ambito psichico e li esclude in modo categorico dalla possibilità di dare un aiuto ai pazienti; d’altra parte, questa ossessione sembra coprire l’evidenza che il discorso medico struttura di fatto l’approccio freudiano alla malattia psichica; si pensi al concetto di “trauma” o a quello di “ristabilimento”.

 

SULLA PSICANALISI

CINQUE CONFERENZE,
TENUTE PER IL VENTENNALE DELLA FONDAZIONE
DELLA CLARK UNIVERSITY
DI WORCESTER, MASSACHUSETTS,
SETTEMBRE 1909

(1910)

I

[…]

[VIII 4] Ho appreso, non senza soddisfazione, che la maggioranza dei miei uditori non appartiene alla classe medica. Non dovete temere che sia necessaria una particolare preparazione medica per poter seguire quanto ho da dirvi. Tuttavia percorreremo un tratto in compagnia dei medici, ma presto ce ne separeremo e accompagneremo il Dott. Breuer su una via del tutto singolare.

La paziente del Dott. Breuer, una ragazza ventunenne di elevate doti intellettuali, ha sviluppato, in oltre due anni di malattia, una serie di disturbi somatici e psichici che certamente meritavano di essere presi sul serio. Aveva una paralisi da contrattura ad entrambe le estremità del lato destro con insensibilità delle stesse; periodicamente la stessa affezione alle membra della parte sinistra del corpo; disturbi dei movimenti oculari e varie carenze della capacità visiva; difficoltà nel portamento del capo; un’intensa tussis nervosa; senso di nausea prima dell’assunzione di cibo e una volta, per parecchie settimane, un’incapacità di bere nonostante una sete tormentosa; una riduzione della loquela, fino alla perdita della capacità di parlare o di comprendere la sua madrelingua; infine stati di assenza, di confusione, di delirio, di alterazione dell’intera personalità; tutti sintomi ai quali più tardi dovremo rivolgere la nostra attenzione.

Sentendo parlare di un quadro sintomatico di questo tipo, sareste inclini, pur non essendo medici, a supporre che si tratti di una malattia grave, probabilmente cerebrale, che offre scarse prospettive di guarigione e che potrebbe portare rapidamente alla morte del malato. I medici invece vi insegneranno che, per una serie di casi con manifestazioni così gravi, è giustificata un’interpretazione diversa [| VIII 5] e di gran lunga più favorevole. Se un quadro sintomatico di questo tipo si presenta in una giovane donna, i cui organi vitali interni (cuore, reni) risultano normali all’esame obiettivo, ma che ha provato intense turbe emotive, e se i singoli sintomi, per certe caratteristiche particolari, differiscono dalle aspettative, allora i medici non prendono troppo sul serio questo tipo di caso. Affermano che non si tratta di una malattia cerebrale organica, ma di quella condizione misteriosa che dai tempi della medicina greca è chiamata isteria e che riesce a simulare un gran numero di sintomi di malattie più gravi. Non ritengono quindi che la vita sia minacciata e, anzi, considerano probabile un completo ristabilimento della salute. Non è sempre molto facile distinguere un’isteria di questo tipo da una malattia organica più grave. Non abbiamo bisogno però di sapere in che modo viene fatto questo tipo di diagnosi differenziale; ci basti essere sicuri che il caso della paziente di Breuer è proprio uno di quei casi che nessun medico esperto può fare a meno di diagnosticare come isteria. A questo punto possiamo anche aggiungere, dal resoconto clinico, che la malattia è emersa mentre lei si prendeva cura del padre teneramente amato, il quale aveva una grave malattia che l’avrebbe portato alla morte e che lei, a causa della propria malattia, ha dovuto rinunciare a curarlo.

Finora ci è risultato vantaggioso procedere a fianco dei medici; ma fra poco ce ne separeremo. Infatti non dovete aspettarvi che, se la diagnosi di isteria prende il posto della diagnosi di una grave affezione cerebrale organica, la prospettiva del malato di poter ottenere un aiuto medico venga con ciò migliorata in modo sostanziale. Contro le gravi malattie del cervello l’arte medica è, nella maggior parte dei casi, impotente, ma anche contro le affezioni isteriche il medico non riesce a fare nulla. Deve lasciar decidere alla natura benigna, [| VIII 6] quando e come la sua promettente prognosi si realizzerà.

Con il riconoscimento dell’isteria, le cose cambieranno poco per il malato; molto di più cambieranno per il medico. Possiamo osservare come egli si ponga in modo totalmente diverso nei confronti dell’isterico rispetto a come si pone di fronte al malato organico. Non vuole mostrare al primo la stessa partecipazione che mostra al secondo, visto che la sua malattia è molto meno grave e, ciò nonostante, sembra avanzare la pretesa di essere preso altrettanto sul serio. Ma c’è anche dell’altro. Il medico, che attraverso i suoi studi ha imparato a conoscere così tante cose che sono precluse al profano, si è potuto formare delle idee sulle cause della malattia e sulle alterazioni che essa determina, ad esempio, nel cervello dei pazienti che soffrono di apoplessia o di neoplasia, idee che devono essere in una certa misura adeguate, poiché gli permettono di comprendere le singolarità del quadro sintomatico. Però, di fronte alle particolarità dei fenomeni isterici, tutto il suo sapere, la sua formazione anatomo-fisiologica e patologica, lo pianta in asso. Non è in grado di comprendere l’isteria, egli stesso le sta di fronte così come un profano. Ora, questo non va bene a nessuno di coloro che, solitamente, hanno un’assai grande stima del proprio sapere. Gli isterici perdono quindi la sua simpatia; li considera persone che trasgrediscono le leggi della sua scienza, li guarda come gli ortodossi guardano gli eretici; li crede capaci di ogni male possibile; li accusa di esagerare, di ingannare consapevolmente e di simulare; e li punisce togliendo loro il proprio interesse.

[…]

III

[…]

L’elaborazione delle idee spontanee che si presentano al paziente quando si sottopone alla regola psicanalitica fondamentale non è l’unico nostro mezzo tecnico per dischiudere l’inconscio. Allo stesso scopo servono altri due metodi, l’interpretazione dei suoi sogni e la valorizzazione dei suoi atti mancati e casuali.

Vi confesso, miei cari uditori, di aver a lungo esitato sull’opportunità di offrirvi, invece di questa stringata panoramica sull’intero ambito della psicanalisi, [| VIII 32] un’esposizione dettagliata dell’interpretazione dei sogni. Mi ha trattenuto un motivo puramente soggettivo e in apparenza secondario. Mi sembrava quasi sconveniente, in questo paese rivolto a mete pratiche, presentarmi come »interprete di sogni« prima ancora che voi poteste sapere quale sia l’importanza che quest’arte antiquata e dileggiata può arrivare a reclamare. L’interpretazione dei sogni è in realtà la via regia verso la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicanalisi e il terreno sul quale ogni operatore deve acquisire la propria convinzione e deve perseguire la propria formazione. Quando mi si chiede come si possa diventare psicanalista, io rispondo: studiando i propri sogni. Finora tutti gli avversari della psicanalisi hanno evitato, con opportuna discrezione, di dare un apprezzamento sull’»Interpretazione dei sogni«, oppure si sono adoperati per averne ragione con le obiezioni più superficiali. Se voi, al contrario, riuscirete ad accettare le soluzioni ai problemi della vita onirica, le novità che la psicanalisi pretende dal vostro pensiero non vi causeranno più alcuna difficoltà.

Non dimenticate che le nostre produzioni oniriche notturne, da una parte, mostrano la più grande somiglianza esteriore e affinità interiore con le creazioni della malattia mentale, dall’altra, sono però compatibili con la piena salute della vita vigile. Non è un paradosso affermare che chi dimostra stupore invece che comprensione nei confronti di queste »normali« illusioni sensoriali, idee deliranti e alterazioni caratteriali, non ha la minima possibilità di comprendere le formazioni abnormi degli stati psichici patologici in modo diverso da quello del profano. Fra questi profani potete oggi tranquillamente annoverare quasi tutti gli psichiatri.

 

Bibliografia

S. Freud, Gesammelte Schriften, vol. IV, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig – Wien – Zürich 1924, pp. 349-406,.

S. Freud, The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XI, Hogarth Press, London 1957, pp. 1-57.

S. Freud, Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, pp. 125-173.

S. Freud, Gesammelte Werke, vol. VIII, Imago Publishing Co., Ltd., London 1996, pp. 3-60.