Sulla psicanalisi “selvaggia” di Sigmund Freud (1910)

Prof. Dr. S. Freud - Carta intestata 

Qualche giorno fa, durante la mia ora di consultazione, protetta dall’amica che l’accompagnava, mi si presentò una signora non più tanto giovane che lamentava stati d’angoscia. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta, abbastanza ben conservata, non aveva chiaramente chiuso con la propria femminilità. Occasione per l’insorgere di questi stati d’angoscia fu la separazione dall’ultimo marito. Ma, a suo dire, l’angoscia era considerevolmente aumentata dopo aver consultato un giovane medico di periferia; infatti, costui le aveva spiegato che causa dell’angoscia era la sua miseria sessuale. Non poteva fare a meno del rapporto con l’uomo[1] e quindi c’erano solo tre vie di guarigione: o tornare dal marito o prendersi un amante o soddisfarsi da sola. Da allora si era convinta di essere incurabile perché, non volendo tornare dal marito, gli altri due metodi contrastavano con la sua morale e la sua religiosità. Era tuttavia venuta da me perché il medico le aveva detto che si trattava di una prospettiva nuova, aperta da me, e che solo da me poteva avere la conferma che le cose stavano così e non altrimenti. L’amica, ancora più anziana, sciupata e dall’aspetto malaticcio, mi scongiurò allora di rassicurare la paziente che il medico si era sbagliato.[2] Non poteva essere così, dato che lei stessa era da molti anni vedova e tuttavia manteneva un comportamento irreprensibile senza soffrire d’angoscia.

Non voglio soffermarmi sulla difficile situazione in cui questa visita mi mise, ma fare chiarezza sul comportamento del collega che mi aveva inviato la malata. Prima, però, voglio formulare una riserva[3] (Verwahrung) forse non superflua, o almeno lo spero. L’esperienza pluriennale mi ha insegnato, come può insegnare a chiunque altra, a non prendere alla leggera per vero tutto quel che i pazienti, e specialmente i nervosi, raccontano del loro medico. Il medico delle malattie nervose, quale che sia il trattamento, non solo diventa facilmente oggetto di molteplici sentimenti ostili da parte del paziente, ma talvolta deve anche sopportare di assumersi, per una sorta di proiezione, la responsabilità dei segreti desideri rimossi dei nervosi. È triste ma tipico che tali ingiurie trovino più facilmente credito proprio presso altri medici.

Ho quindi diritto di sperare che durante la mia consultazione la signora in questione mi abbia riferito le affermazioni del suo medico deformandole tendenziosamente e che farei un torto a lui, che non conosco, se prendessi proprio questo caso come spunto per le mie osservazioni sulla psicanalisi “selvaggia”. Ma così forse impedisco ad altri di far torto ai loro malati.[4]

Supponiamo allora che il medico abbia parlato esattamente come riferito dalla paziente.

Allora sarà facile per chiunque muovergli la critica che il medico, quando ritiene di affrontare con una donna il tema della sessualità, deve farlo con tatto e discrezione. Ma queste esigenze rientrano nell’osservanza di certe prescrizioni tecniche della psicanalisi; oltre a ciò il medico avrebbe misconosciuto o frainteso tutta una serie di insegnamenti scientifici della psicanalisi, mostrando così quanto poco abbia progredito nella comprensione della sua natura e dei suoi intenti.

Cominciamo dagli ultimi, cioè dagli errori scientifici. I consigli del medico fanno chiaramente capire in che senso intenda la “vita sessuale”: vale a dire nel senso popolare, per cui con bisogni sessuali non si comprende altro che il bisogno del coito o di analoghi procedimenti per produrre orgasmo ed emissione di materia seminale. Ma quel medico non poteva non sapere che di solito alla psicanalisi si rimprovera di aver esteso il concetto di sessuale ben al di là dell’usuale portata. In effetti è così, ma qui non è in discussione se lo si possa impiegare come rimprovero. In psicanalisi il concetto di sessuale è molto più comprensivo; eccede il senso comune sia verso l’alto sia verso il basso.[5] L’estensione si giustifica geneticamente. Annoveriamo nella “vita sessuale” anche tutte le realizzazioni di sentimenti teneri, provenienti dalla fonte dei primitivi moti sessuali, anche nel caso in cui tali moti siano andati incontro a inibizione rispetto all’originaria meta sessuale o abbiano scambiato tale meta con un’altra non più sessuale. Perciò preferiamo parlare anche di psicosessualità; ci teniamo a non trascurare e a non sottovalutare il fattore psichico della sessualità. Usiamo la parola “sessualità” nello stesso ampio senso in cui in tedesco si dice lieben [amare].[6] Da tempo sappiamo che si può avere insoddisfazione psichica, con tutte le sue conseguenze, anche là dove non manca il normale rapporto sessuale; in quanto terapeuti, teniamo sempre ben presente che le aspirazioni sessuali insoddisfatte – i cui soddisfacimenti sostitutivi combattiamo sotto forma di sintomi nervosi – spesso possono scaricarsi solo in misura ridotta attraverso il coito o altri atti sessuali.

Chi non condivide questa concezione della psicosessualità non ha diritto di rifarsi alle tesi della dottrina psicanalitica sull’importanza eziologica della sessualità. Sottolineando esclusivamente il fattore somatico nel sessuale si semplifica certo di molto il problema, ma la responsabilità del suo modo di procedere è soltanto sua.

Dai consigli del medico traspare ancora un secondo non meno grave fraintendimento. Giustamente la psicanalisi indica nell’insoddisfazione sessuale la causa della sofferenza nervosa. Ma non dice anche qualcosa di più? Vogliamo lasciare da parte, perché troppo complicato, l’insegnamento secondo cui i sintomi nervosi originano dal conflitto tra due forze: quella della libido, diventata per lo più eccessiva, e quella del rifiuto sessuale troppo severo o della rimozione? Chi non dimentica questo secondo fattore, cui in realtà non spetta un posto di secondaria importanza, non potrà mai credere che la soddisfazione sessuale in sé sia il rimedio generalmente attendibile ai disturbi[7] dei nervosi. Buona parte di costoro è già incapace di soddisfazione nelle circostanze date o in generale. Se ne fossero capaci, se non avessero le loro resistenze interne, la forza della pulsione indicherebbe loro la strada della soddisfazione, anche senza i consigli del medico.[8] Cosa potrebbe mai essere un consiglio come quello che si suppone il medico abbia dato alla signora?[9]

Anche potendo giustificarlo scientificamente,[10] è per lei inattuabile.[11] Se non avesse resistenze interne contro la masturbazione o contro una relazione amorosa, avrebbe già da tempo adottato uno di questi espedienti.[12] O forse il medico pensa che una donna sopra la quarantina non sappia che ci si può prendere un amante? O sopravvaluta la propria influenza fino al punto di pensare che senza il beneplacito del medico non si sarebbe potuta decidere a fare simile passo?

Tutto sembra molto chiaro; bisogna tuttavia ammettere l’esistenza di un fattore che spesso rende difficile formulare un giudizio. Alcuni stati nervosi,[13] le cosiddette nevrosi attuali, come la tipica nevrastenia o la nevrosi d’angoscia, dipendono chiaramente dal fattore somatico della vita sessuale, mentre non abbiamo alcuna idea sicura del ruolo in esse svolto dal fattore psichico e dalla rimozione. In tali casi si raccomanda al medico[14] di prendere in considerazione in primo luogo una terapia attuale, una modifica dell’attività sessuale somatica, e può farlo a pieno diritto, se la sua diagnosi era giusta.[15] La signora che consultò il giovane medico lamentava soprattutto stati d’angoscia; il medico probabilmente suppose che soffrisse di nevrosi d’angoscia e ritenne giustificato suggerirle una terapia somatica. Di nuovo un comodo malinteso! Chi soffre d’angoscia non ha necessariamente una nevrosi d’angoscia; questa diagnosi non va dedotta dal nome; bisogna sapere quali sono le sue manifestazioni e distinguerla da altri stati morbosi che si manifestano con angoscia. A mio parere, la signora in questione soffriva di un’isteria d’angoscia; tutto il valore, anche pienamente sufficiente, di queste distinzioni nosografiche[16] sta nel fatto che rimandano a una diversa eziologia e a una diversa terapia.[17] Chi avesse preso in considerazione la possibilità dell’isteria d’angoscia, non sarebbe caduto nell’errore di trascurare i fattori psichici, come emerge dalle alternative consigliate dal medico.

È abbastanza degno di nota[18] che tra le alternative terapeutiche del supposto analista non trovi posto… la psicanalisi. Questa signora dovrebbe poter guarire dall’angoscia solo tornando dal marito o soddisfacendosi per via masturbatoria o con un amante. E dove mai potrebbe inserirsi il trattamento analitico, in cui ravvisiamo il principale strumento contro gli stati d’angoscia?

Saremmo così giunti alle infrazioni tecniche,[19] che riconosciamo nel modo di procedere del medico nel caso in questione. È una concezione[20] da tempo superata, derivante da apparenze superficiali, che il malato soffra in conseguenza di una sorta di ignoranza [Unwissenheit][21] e che, togliendo tale ignoranza, grazie alla comunicazione (delle connessioni causali della sua malattia con la sua vita, delle esperienze infantili e così via), dovrebbe guarire. Il fattore patogeno[22] non è questo non sapere[23] in sé, ma il suo fondarsi sulle resistenze interne, le quali prima hanno suscitato il non sapere e ora lo mantengono. Il compito della terapia sta nella lotta contro queste resistenze. Comunicare quanto il malato non sa, perché l’ha rimosso, è solo uno dei preliminari necessari alla terapia. Se il sapere dell’inconscio fosse per il malato così importante come crede l’inesperto di psicanalisi, per guarire al malato basterebbe andare a qualche lezione o leggere qualche libro. Ma queste misure hanno sui sintomi nervosi lo stesso effetto che sulla fame avrebbe la distribuzione di menu in tempi di carestia. Il paragone si può utilizzare al di là della sua applicazione immediata; infatti, comunicare l’inconscio al malato ha regolarmente la conseguenza di acuire in lui il conflitto e di aumentarne le lagnanze.

Ma, poiché non può fare a meno di tale comunicazione, la psicanalisi prescrive di non farla prima che siano soddisfatte due condizioni: in primo luogo, che il malato attraverso la preparazione sia giunto lui stesso in prossimità di ciò che è stato da lui rimosso; in secondo luogo, che si sia attaccato al medico (transfert) al punto tale che il rapporto affettivo con lui gli renda impossibile fuggire di nuovo.

Solo la realizzazione di queste due condizioni rende possibile riconoscere e padroneggiare le resistenze che hanno portato alla rimozione e al non [voler] sapere. L’intervento psicanalitico presuppone dunque assolutamente un più lungo contatto con il malato; i tentativi di assalire il malato di sorpresa alla prima visita di consultazione, comunicandogli bruscamente i segreti che il medico ha indovinato sono tecnicamente da biasimare e si puniscono per lo più da sé, attirando sul medico una cordiale[24] ostilità e togliendo di mezzo ogni ulteriore possibilità di influenzamento.[25]

Tutto ciò a prescindere dal fatto talvolta non si indovina e non si è mai in grado di indovinare tutto.[26] Con queste precise prescrizioni tecniche la psicanalisi sostituisce la pretesa di un inafferrabile “tatto medico”, in cui si ricerca una dote particolare.[27]

Non è quindi sufficiente al medico conoscere alcuni risultati della psicanalisi; volendo che la propria pratica medica sia guidata dai punti di vista psicanalitici, occorre aver preso confidenza con la sua tecnica. Ancora[28] oggi questa tecnica non può essere appresa sui libri e certo ci si arriva solo con grandi sacrifici di tempo, di fatica e anche di successo.[29] Come altre tecniche mediche,[30] la si apprende da chi la padroneggia già. Per valutare il caso, cui collego queste osservazioni,[31] non è certo indifferente che io né conosca né abbia mai udito il nome del medico che ha potuto dare simili consigli.

Né a me né ai miei amici e collaboratori fa piacere la pretesa di monopolizzare in tal modo l’esercizio di una tecnica medica.[32] Ma, considerati i prevedibili pericoli che l’esercizio di una psicanalisi “selvaggia” comporta sia per i malati sia per la causa della psicanalisi, non ci restava altra scelta.[33] Nella primavera del 1910 abbiamo fondato un’ associazione psicanalitica internazionale, nella quale i membri si riconoscono attraverso la pubblicazione dei nomi,[34] per poterci rifiutare di assumere la responsabilità del comportamento di tutti coloro che non appartengono a noi e chiamano “psicanalisi” il loro operato medico.[35] In verità, infatti, più del singolo malato[36] tali psicanalisti selvaggi danneggiano la causa della psicanalisi. Ho spesso sperimentato che un modo di operare tanto maldestro, anche se sulle prime ha prodotto un peggioramento nelle condizioni del malato, alla fine lo ha portato alla guarigione. Non sempre, ma molto di frequente. Dopo aver abbastanza a lungo inveito contro il medico e sentendosi a sufficiente distanza[37] dalla sua influenza, i suoi sintomi si attenuano o si decide a fare un passo sulla via della guarigione. Il miglioramento finale è allora o avvenuto “da sé” o attribuito al trattamento affatto indifferente di un altro medico, al quale il malato si è successivamente rivolto. Nel caso della signora, di cui abbiamo sentito le accuse[38] contro il medico, sono propenso a pensare che lo psicanalista selvaggio[39] ha fatto per la sua paziente qualcosa di più di una qualche famosa autorità che le abbia raccontato che soffriva di “neurosi vasomotoria”. L’ha costretta a puntare lo sguardo sulla vera causa[40] della sua sofferenza o nelle sue vicinanze;[41] malgrado le proteste della paziente, questo intervento non resterà senza conseguenze a lei favorevoli.[42] Ma ha danneggiato se stesso e contribuito ad aumentare i pregiudizi che, sulla base di comprensibili resistenze affettive, i malati ergono contro l’attività dello psicanalista. E questo può essere evitato.

 

Note

[1] [Musatti: “Non poteva tollerare, secondo il medico, la perdita del rapporto con il marito”. (OSF, vol. VI, p. 325). Ndt]

[2] [Musatti: “Che il medico l’aveva ingannata” (OSF, vol. VI, p. 325). Ndt]

[3] [Musatti: “precauzione”. (OSF, vol. VI, p. 325). Ndt]

[4] [Il ragionamento di Freud non è del tutto limpido, frutto dell’ambivalenza tipica di un Freud che ama la medicina e odia i medici. Ndt.]

[5] [Musatti parafrasa e annacqua il testo: “Qui non dobbiamo discutere se dobbiamo fargliene un rimprovero, ma è indubbio che le cose stanno effettivamente così. Il concetto di sessualità in psicoanalisi è assai più comprensivo e si estende, in ogni direzione, molto al di là del senso popolare.” (OSF, vol. VI, p. 326). Ndt]

[6] [Freud estende così tanto il significato di “sessuale”, fino a farlo praticamente coincidere con psichico, per una ben precisa ragione ideologica. Freud ha bisogno di trovare sempre una causa psichica. La sessualità estesa gli offre il campo eziologico adatto alla sua metapsicologia. Una psicanalisi più scientifica di quella freudiana non avrebbe bisogno di fare un riferimento così massiccio alla nozione di causa. Ndt]

[7] [Musatti: “sofferenze”. (OSF, vol. VI, p. 327). Ndt]

[8] [Qui è evidente la Spaltung freudiana tra medicina e medici: “la forza della pulsione” è la causa fisiologica della soddisfazione; i consigli del medico un inutile sovrappiù. Ndt]

[9] [Musatti allunga il brodo: “Che senso può dunque avere un consiglio come quello che si presume abbia dato quel medico alla nostra signora?”. (OSF, vol. VI, p. 327). Ndt]

[10] [Musatti: “Anche ammettendo che da un punto di vista scientifico possa avere qualche giustificazione”. (OSF, vol. VI, p. 327). Ndt]

[11] [Musatti: “inutile”. (OSF, vol. VI, p. 327). Ndt]

[12] [Musatti: “soluzioni” (OSF, vol. VI,p. 328). Ndt]

[13] [Musatti: “affezioni nervose” (OSF, vol. VI, p. 328). Ndt]

[14] [Musatti: “è naturale” (OSF, vol. VI, p. 328). Per Musatti le raccomandazioni al medico sono naturali. Ndt]

[15] [Qui Freud ci ricorda che l’atto medico per eccellenza, da cui dipendono la prognosi e la terapia, è la diagnosi: il riconoscimento ontologico della malattia. Ndt].

[16] [Musatti: “il valore di tali distinzioni nosografiche (e ciò che le rende preziose)” (OSF, vol. VI, p. 328). Ndt]

[17] [Qui Freud è esplicitamente medico: la giusta terapia dipende dal riconoscimento della giusta causa; data la causa della malattia, la terapia eziologica funziona da anticausa. Nella fattispecie, la rimozione infantile è la causa dell’isteria; la psicanalisi è terapeutica nella misura in cui agisce contro le rimozioni infantili. Non c’è nulla di particolarmente scientifico in questo. La psicanalisi applica il buon senso medico. Ndt]

[18] [Musatti: “è veramente straordinario (OSF, vol. VI, p. 329). Ndt]

[19] [Musatti: “inesattezze tecniche” (OSF, vol. VI, p. 329). È una costante della formazione medica la sopravvalutazione delle condizioni operative della tecnica rispetto alle condizioni di principio della scientificità. Freud usa il termine Verfehlung per sottolineare la dimensione soggettiva della colpa di chi non applica scrupolosamente le prescrizioni tecniche. Ndt.]

[20] [Musatti: “concetto” (OSF, vol. VI, p. 329).]

[21] [Musatti: “insipienza” (OSF, vol. VI, p. 329).]

[22] [Ecco la patogenesi medicale! Ndt]

[23] [Musatti: “ “non sapere” ”. (OSF, vol. VI, p. 329). Perché le virgolette? È un metasapere? Ndt]

[24] [Musatti: “intensa”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[25] [Musatti: “troncando al primo una possibile ulteriore influenza sul secondo”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[26] [Musatti: “A prescindere da tutto ciò, accade talora di non cogliere nel segno, e comunque nessuno è mai in grado di indovinar tutto”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[27] [Musatti: “Queste prescrizioni tecniche sono avanzate dalla psicanalisi in sostituzione di quel inafferrabile “tatto medico”, in cui si vuol ravvisare una dote tutta particolare”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[28] [Musatti non lo traduce. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[29] [Musatti: “e certo non la si può scoprire da sé senza grandi sacrifici di tempo, di fatica e di risultati” (OSF, vol. VI, p. 330). La traduzione è da Strachey. Cfr. Strachey “it certainly cannot be discovered independently without great sacrifices of time, labour and success”. Neppure Strachey sapeva bene il tedesco: in “Erfolg selbst” il pronome “selbst” non significa “da sé” ma “anche”. Ndt]

[30] [Ricordiamoci di questa affermazione quando leggeremo La questione dell’analisi laica, di sedici anni dopo. Allora Freud contesterà ai medici il diritto di applicare una tecnica medica, prima di averla acquisita con una formazione personale. Ndt.]

[31] [Musatti: “che ha dato origine a queste osservazioni”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[32] [E dai! Vedi nota 61. Ndt]

[33] [L’argomento a difesa dei soggetti deboli, in questo caso i malati, è ipocrita e filisteo. È lo stesso argomento che, con la scusa di difendere i malati, ha portato a regolamentare la psicoterapia per legge, quindi a istituire la lobby psicoterapeutica. Freud non sottovalutò mai lo spirito di corpo dei medici, ma non fece mai lo sforzo di istituire per la sua psicanalisi un dispositivo collettivo alternativo a quello medico. Per quanto riguarda la causa della psicanalisi le operazioni a difesa hanno il respiro corto. Ndt]

[34] [Musatti: “rendendo pubblica la loro adesione”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[35] [Anche in Freud c’è una buona dose di spirito lobbistico, probabilmente mutuato dalla corporazione medica, cui apparteneva pur contestandola. Ndt]

[36] [Musatti: “singoli pazienti”. (OSF, vol. VI, p. 331). Ndt]

[37] [Musatti: “sufficientemente al riparo”. (OSF, vol. VI, p. 331). Ndt]

[38] [Musatti: “lamentele”. (OSF, vol. VI, p. 331). Ndt]

[39] [Musatti: “ “selvaggio” ”. (OSF, vol. VI, p. 331). Perché le virgolette? Forse Musatti credeva che Freud usasse il termine in senso metaforico. Ndt]

[40] [Musatti: “radice”. (OSF, vol. VI, p. 331). Freud, da medico qual è, cerca sempre il fondamento nella causa, die Begründung. Ndt]

[41] [Musatti: “in direzione di questa”. (OSF, vol. VI, p. 331). Ndt]

[42] [Musatti: “benefiche”. (OSF, vol. VI, p. 331). Ndt]

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione di Davide Radice

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.