Come possiamo dirci freudiani?

“La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico”, questo è l’incipit della prefazione di Freud al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister. A distanza di 100 anni esatti da quello scritto forse possiamo leggere l’affermazione freudiana in trasparenza, per esempio sospendendone la certezza. Certo, non si può sospendere la verità di fatto: la psicanalisi è una pianta nata, probabilmente per caso, nell’orto medico. Questa è una verità storicamente incontrovertibile. Ma si può sospendere la sottostante verità di principio, da Freud data per scontata, dubitando dell’essenza medica della psicanalisi.

In merito Freud non nutrì mai il minimo dubbio. Per lui la psicanalisi era una scienza medica, che veicolava una nuova forma di terapia di quelle malattie sui generis che sono le nevrosi, isteria in testa, oggi non più riconosciuta come malattia dalla successione dei DSM. Alla concezione medicale della psicanalisi Freud non rinunciò mai neppure quando, tredici anni dopo questa prefazione, scrisse un pamphlet contro i medici che esercitavano la psicanalisi senza adeguata preparazione: contro gli psicanalisti “selvaggi”, in pratica imbonitori senza scrupoli. Contro i medici sì, contro la medicina no, questa in estrema sintesi la posizione assunta da Freud nella Questione dell’analisi laica (vedi la nuova traduzione mia e di Davide Radice, uscita l’anno scorso da Mimesis). Si tratta di una posizione inevitabilmente connotata in senso paranoico – inevitabilmente paranoica, in quanto condotta con argomenti ad homines e non con argomenti scientifici, intersoggettivamente controllabili.

Nella sopracitata prefazione a Pfister Freud ribatte il chiodo medico: la psicanalisi può apportare contributi all’educazione, nel senso che può agire da metodo profilattico per prevenire l’insorgenza di nevrosi, infantili e non. Per chi avesse qualche dubbio, Freud non uscì mai dal cerchio magico della medicina, nelle varianti curativa e preventiva. (Il terzo livello medico, quello riabilitativo, non era ancora di moda nel 1913).

La posizione di Freud pone seri problemi a chi si vuole dichiarare freudiano. Sono problemi teorici e pratici, assolutamente non banali.

In teoria, chi voglia accedere al freudismo deve accettare quella costruzione che Freud chiamava metapsicologia, la quale riproduce per filo e per segno l’assetto della patologia medica, dove per ogni malattia c’è una causa e un decorso di sviluppo fisiopatologico. La causa delle nevrosi è un trauma sessuale infantile (sin dal 1895, ai tempi di Eziologia dell’isteria); lo sviluppo fisiopatologico è l’impasto pulsionale delle pulsioni sessuali e della pulsione di morte; le prime a loro volta intese aristotelicamente come cause efficienti della soddisfazione sessuale, la seconda intesa come causa finale, che orienta tutto il processo psichico al telos dell’abbassamento della tensione psichica attraverso il meccanismo della ripetizione.

Questa costruzione ha scarso valore scientifico, ma chi vuole dichiararsi freudiano deve darla per buona. In teoria si trova di fronte all’alternativa binaria: o Freud o la scienza, un vero letto di Procuste.

Non meglio vanno le cose in pratica. Chi vuole esercitare la psicanalisi come attività di ricerca personale su di sé e sul proprio ambiente di vita deve calarsi nel setting medicale della psicoterapia che, proprio in quanto medicale, non ha molto di scientifico. Per chi vuol dirsi freudiano ancora lo stesso dilemma di poc’anzi in variante scolastica (nel senso della scuola di specializzazione di medicina): o il freudismo, riconosciuto dallo Stato come psicoterapico, o la scienza.

Per uscire dalla trappola di questi asfissianti binarismi chi vuol riconoscersi (autorizzarsi?) freudiano deve compiere un poderoso colpo di reni. Deve avere il coraggio di riconoscere che non tutto di Freud ha validità scientifica, ma alcune tesi sì.

Quali?

Certo non quelle metapsicologiche. Tra le rimanenti ne propongo tre, secondo me necessarie (forse non del tutto sufficienti) per dirsi freudiani. Sono tre tesi esistenziali fortemente connotate in senso epistemico. La prima, ovviamente, è l’esistenza dell’inconscio, inteso come sapere che non si sa di sapere; la seconda è l’esistenza della rimozione originaria, intesa come sapere che non verrà mai saputo; la terza è la Nachträglichkeit, cioè la dimensione temporale del sapere, secondo cui il sapere che non si sa di sapere viene a sapersi – eventualmente e solo parzialmente – nel tempo secondo dell’analisi.

A partire da queste tesi freudiane ce n’è abbastanza per rimettere Freud sulla via della scientificità, ammesso che questa operazione – non originariamente medicale in quanto la medicina non si interessa alla scienza ma solo alle sue applicazioni tecniche finalizzate alla terapia – sia appetibile. Come ha insegnato lo stesso Freud, alla psicanalisi si resiste. Alla psicanalisi scientifica si resiste due volte: alla psicanalisi e alla scienza. La seconda resistenza fu anche quella di Freud. Forse potremo dirci freudiani se supereremo la resistenza di Freud (e dei freudiani) alla scienza.

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.