Angoscia di morte, melanconia e Io inerme

Propongo una traduzione di un breve passaggio di S. Freud nella parte finale de L’Io e l’Es che spiega l’angoscia di morte della melanconia con il rapporto fra Io e Super-Io. Questa angoscia mostra l’altro lato della Hilflosigkeit, lo stato originario di radicale impotenza del bambino, abbandonato al bisogno e al dolore, che necessita dunque del soccorso dell’altro. Se nel Progetto di una psicologia Freud afferma che questo stato è “la fonte originaria di tutte le motivazioni morali”, nel Compendio di psicanalisi mostra come il prezzo della sicurezza fornita dalle cure parentali sia “l’angoscia della perdita d’amore”. Il passaggio che segue mostra il ritorno dell’Io alla Hilflosigkeit come effetto dell’attualizzazione della perdita d’amore da parte del Super-Io, l’istanza morale che prende il posto delle istanze protettrici parentali.

Sopravvissuti allo Tsunami
Il terremoto e maremoto di Sendai e Tōhoku del 2011

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Il narcisismo in Freud

“Il ritorno all’Io della libido oggettuale, la sua trasformazione in narcisismo, ripresenta, per così dire, un amore felice; d’altra parte, anche un amore felice reale corrisponde allo stato originario in cui non vanno distinte libido oggettuale e libido dell’Io.”

Così l’originale tedesco:

“Die Rückkehr der Objektlibido zum Ich, deren Verwandlung in Narzismus, stellt gleichsam wieder eine glückliche Liebe dar, anderseits entspricht auch eine reale glückliche Liebe dem Urzustand, in welchem Obiekt- und Ichlibido voneinander nicht zu unterscheiden sind“. (“Zur Einführung des Narzismus” (1914), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. X, p. 167).

Narciso (Michelangelo Merisi da Caravaggio)
Narciso (Michelangelo Merisi da Caravaggio)

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Custodi della Versagung

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

 

“Noi analisti non operiamo se non nel registro della Versagung.
“Noi entriamo a far parte del destino del soggetto, vi entriamo in qualche modo.”
J. Lacan, Il transfert

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
Letto per caso sui muri di Milano, in via Brera, il giorno del Convegno

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla
La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla

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Lettera di Freud ad Abraham sull’analisi laica

Propongo la traduzione di una lettera che Freud scrisse a Karl Abraham nel novembre 1924.

Karl Abraham
Karl Abraham

È di particolare interesse perché cita la questione dell’analisi laica come un argomento che non vuole ancora portare all’interno della Società Psicanalitica Viennese (cosa che farà all’inizio del ’26), ma vuole gestire cercando di influenzare le cosiddette “autorità”.

Cita poi il rapporto di Freud con Arnold Durig e ci fornisce da una parte un contesto all’importantissima lettera di poche settimane prima, dall’altra mette in discussione la tesi che Durig sia stato il modello sul quale Freud ha plasmato il suo interlocutore immaginario nel dialogo che ha luogo nella Frage del Laienanalyse: mentre per Durig Freud parla di “ampia convergenza”, nella Frage scrive “di non essere riuscito a convertire [l’imparziale] al suo punto di vista”.

È importante poi l’accenno al fatto che Freud appoggiasse il progetto di Helene Deutsch di strutturare a Vienna l’insegnamento psicanalitico sul modello dell’Istituto Psicanalitico di Berlino: in più di un’occasione Freud ha affermato infatti che l’analista si forma con l’autoanalisi.

 

Vienna IX, Bergasse 19

28. XI. 24

Caro amico,

Com’era nelle Sue intenzioni, ho dato lettura della sua lettera presidenziale all’interno della Società. Oggi voglio iniziare in modo informale il mio rapporto mensile in qualità di presidente. Mi dica però se una forma diversa le pare più adeguata.

C’è poco da comunicare. Nel corso dell’assemblea generale l’associazione, a seguito della mia lettera, mi ha rieletto. Federn è il vice, Bernfeld e Rank segretari, Reik responsabile della biblioteca. Con la revisione degli ospiti, al Dr. Urbantschitsch è stato tolto il diritto all’ospitalità. La maggioranza degli elementi più giovani ha deprecato la pubblicità poco rumorosa [sic] e di cattivo gusto che egli fa alla sua attività a Vienna. Alcuni dei più anziani sono dalla sua parte, Federn era profondamente risentito per il trattamento riservato al suo analizzando, sebbene egli non poté contraddire né il giudizio sulla sua scarsa attitudine intellettuale, né il giudizio sulla sua inaffidabilità e carente amor del vero.

Nell’ultima seduta, il 26. XI., la Deutsch ha tenuto una conferenza sulla menopausa nella donna, ricevendo un apprezzamento generale. La vedo oggi, mi deve presentare un piano per costituire un nuovo comitato didattico e organizzare l’insegnamento psicanalitico in stretto collegamento con il modello di Berlino. Sono d’accordo e spero che in questo modo riesca a farlo passare. È un tentativo di far fuori la cattiva amministrazione di Hirschmannsehe.

Non appartiene all’ambito della vita dell’associazione un avvenimento che mi riguarda e che può diventare importante. Il fisiologo Durig fa parte del Consiglio Superiore di Sanità e, come tale, è altamente “ufficiale”. Egli mi ha chiesto una perizia sull’analisi laica e io gliel’ho fornita per iscritto, poi ne ho discusso con lui a voce e fra di noi è risultata esserci un’ampia convergenza. Spero che adesso, per tutte le questioni di questo tipo, le autorità mi ascoltino.

Lei ha già letto la mia lettera a Eitingon con la descrizione del commiato di Rank. Spero che Ferenczi le abbia già inviato l’importante lettera di Brill che era indirizzata a lui. Ora posso aspettarmi che Berlino prenda posizione sull’insediamento del comitato, proposto in ultima istanza da Jones e Ferenczi.

Recentemente ho rivisto il mio recente contributo alla rivista, “La nota sul notes magico”. È da allora che non lavoro. La mia protesi mi tormenta ancora molto. Leggendo il suo accenno al divieto biblico di cucinare, ho avuto un déjà vu che non ho ancora chiarito, come se la connessione fosse stata già stata ribadita una volta o l’altra, sebbene io non riesca facilmente a stabilirla.

Cordiali saluti a Lei ai Suoi,

il suo Freud

 

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica”

Ci promette delle analisi low-cost, brevi, anche su Skype. Parla da ortopedico della psicanalisi, l’ultimo presidente IPA, l’italiano Antonino Ferro. L’annuncio non è nuovo. Un suo predecessore, di cui leggiamo la recensione a Freud, si augurava una psicanalisi dove i medici prevalessero sui non medici. La profezia si è abbondantemente avverata: la psicanalisi popolar-populista, oggi anche informatizzata, è diventata a tutti gli effetti medica, rimanendo in mano ai medici.

Ernest Jones
Ernest Jones

Insomma, Freud perse la personale battaglia contro i medici, da lui ingaggiata a difesa degli psicanalisti non medici. Fece un buco nell’acqua, come lui stesso ammise. La responsabilità fu tutta sua – bisogna riconoscerlo – per essersi incaponito nell’adozione di una strategia autocontraddittoria e destinata sin dall’inizio a perdere: proclamare la psicanalisi una “scienza medica” e contemporaneamente contestare ai medici il diritto di esercitarla senza aver fatto gli “esercizi” previsti da Freud (esercizi diligentemente svolti dai non medici). La lettura del seguente documento fornisce una chiave di lettura di una pagina infelice del movimento psicanalitico, che segnò la definitiva medicalizzazione della psicanalisi, contro la volontà del suo creatore, il quale riservava ai suddetti medici l’appellativo poco carino di “selvaggi“.

Particolare storico curioso: i primi eretici della psicanalisi, gli Jung e gli Adler, dovettero uscire dall’associazione psicanalitica freudiana e fondare le proprie congregazioni. Oggi essere freudiani ortodossi significa essere eretici rispetto a Freud, ma non più “selvaggi“, anzi restando comodamente insediati nell’associazione freudiana ufficiale come “civilizzati”; (il termine tecnico è “formati”, cioè addestrati all’esercizio della psicanalisi). La storia – insegnava un grande filosofo tedesco – esercita le proprie astuzie. Wozu? Non c’è bisogno di essere né filosofi né tedeschi per rispondere. La medicina mira al ripristino dello stato anteriore alla malattia. La psicanalisi medica è essenzialmente orientata in senso conservatore. Al discorso dominante la psicanalisi può andare bene solo se è medica e in mano a medici. Per dirla con termini in uso fino a ieri: la psicanalisi medica, legalizzata come psicoterapia riconosciuta dallo Stato, è di destra, quindi …

 

Sigmund Freud, “Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einem Unparteiischen”, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien 1926, 123 pagine.

 

Questo libro persegue uno scopo strettamente circoscritto, probabilmente in modo intenzionale. Si rivolge apparentemente a una cerchia di persone istruite, che si presume abbiano influenza sull’attività legislativa e al tempo stesso desiderino venire informate sulla posizione che il governo deve prendere sulla questione dell’analisi laica. La risposta data dal libro è affatto univoca; dopo di essa non possono sussistere dubbi sul personale punto di vista del prof. Freud in materia. Comunque, l’analista praticante, che abbia familiarità con tutte le complicazioni e difficoltà del problema, potrebbe dal proprio punto di vista deplorare che il prof. Freud non si sia più brevemente spiegato con le autorità di Vienna, per esempio in una trattazione della quarta parte del presente lavoro, e non si sia rivolto prima all’aspetto tecnico del problema, cui i nostri praticanti sarebbero così profondamente interessati. Infatti, non si può passare sotto silenzio che molti dei punti di vista corrispondenti siano stati sfiorati solo di sfuggita, semplificati o addirittura tralasciati, così che molti analisti restano sensibilmente insoddisfatti nel loro desiderio di un’esposizione più dettagliata.

Il libro è redatto in forma di dialogo socratico tra il prof. Freud e un’ideale (molto ideale!) controparte, presentata come istruita, che affronta il problema in modo del tutto imparziale. È la forma che, come sappiamo per esempio dalle Lezioni, corrisponde in modo meraviglioso alla capacità espositiva del maestro; infatti, gli dà la possibilità di occuparsi nel modo più immediato delle questioni e delle obiezioni che i suoi uditori possono sollevare. Per il successo di questo modo di procedere è assolutamente indispensabile di volta in volta prevenire, intuendoli con rigorosa e scrupolosa imparzialità, gli eventuali pensieri degli uditori; il prof. Freud sa soddisfare questo requisito meglio di chiunque altro. Già con le parole “Lei dirà” si può esser certi di venir presi in un complicato intrico e nella sua soluzione definitiva. Da questo punto di vista nel presente libro esistono alcuni passi dove il prof. Freud non raggiunge del tutto il proprio livello straordinariamente elevato. Non che metta in bocca al proprio contraddittore un’osservazione che suona inverosimile, ma di tanto in tanto sentiamo la mancanza di quella finezza con cui sa sempre scovare il nucleo esatto dell’obiezione cui rispondere.

Il libro si suddivide in tre sezioni; la prima è una presentazione generale che si mantiene sempre all’elevato livello cui l’autore ci ha abituato; la seconda è un procedimento dimostrativo che presenta alcune imperfezioni e la terza è uno sguardo al futuro, che costituisce la parte più interessante e degna di nota del libro.

Sulla prima parte, che comprende più dei due terzi del libro, non c’è molto da dire; anche questa volta non ci si può che stupire per la genialità con cui il prof. Freud tratta in modo sempre nuovo con freschezza e originalità un tema familiare; forse mai come in questo lavoro ha dato la migliore descrizione dell’essenza della psicanalisi, della sua teoria e della sua pratica; ogni analista la leggerà con profitto. Particolarmente vivace e brillante è il modo in cui in numerosi punti sparsi del lavoro illustra le difficoltà che la mera esistenza delle nevrosi fa emergere nella società. Le istituzioni sociali – la religione, l’amministrazione della giustizia e non ultima la stessa medicina – si sono formate nel presupposto che non si dia alcuna via di mezzo tra l’uomo pienamente razionale, compos sui, padrone di sé e autodeterminato, quindi pienamente responsabile, e l’uomo affetto da malattia mentale, quindi assolutamente irresponsabile. Da nessuna parte si riscontra la minima preoccupazione per i numerosi tipi intermedi cui, come abbiamo sempre più spesso imparato a riconoscere, appartiene la maggior parte dell’umanità; anche sostituire la vecchia e cara credenza nell’Io unitario con l’onnicomprensiva conoscenza dell’inconscio porta ovunque a confusione e difficoltà.

Val proprio la pena riportare due enunciati sulle analisi brevi. “Purtroppo devo constatare che tutti gli sforzi per accelerare sostanzialmente la cura analitica sono finora falliti. La via migliore per accorciare l’analisi sembra essere la sua corretta conduzione”.[1] Sentiamo anche per la prima volta il prof. Freud esprimersi apertamente a favore delle analisi precoci, comunque con la contestabile restrizione che debbano essere associate a misure educative.[2] Dico “contestabile” perché abbiamo imparato a non mescolare le analisi degli adulti con altre misure [terapeutiche] ed è del tutto possibile che le future esperienze ci insegnino ad adottare vantaggiosamente lo stesso comportamento anche con i bambini.

La parte restante del libro contiene esclusivamente la difesa degli analisti laici. Il prof. Freud ci lascia raramente in dubbio sulle sue opinioni, e qui non lo fa di certo. Il libro è espressamente scritto allo scopo di mettere in mano al legislatore che ha in mente il materiale in base al quale può decidere se l’analista laico sia da ammettere oppure no alla pratica. Il prof. Freud non desidera passare per giurista ma lascia facilmente intendere al lettore che lui stesso sarebbe contrario a che le istanze legislatrici adottino simili misure.[3] I suoi argomenti principali, che hanno pienamente convinto, sono: 1) l’essenza della psicanalisi[4] non esclude l’esercizio da parte dei laici. Se non sia auspicabile per diverse ragioni che l’analista sia medico pratico, è tutta un’altra questione che andrebbe discussa a parte. 2) Ogni divieto del genere inibirebbe il naturale sviluppo della psicanalisi come scienza. Basti pensare ai validi contributi già dati a questa scienza da collaboratori provenienti da campi non medici del sapere, nonché all’applicazione ad altri campi di lavoro come sociologia, antropologia, filologia, mitologia e pedagogia, tutte applicazioni che appartengono tout court alla scienza psicanalitica e la cui importanza sarà in futuro di poco inferiore a quella delle applicazioni mediche; non da ultimo va ricordato l’inestimabile guadagno ricavato dalla psicanalisi dalla frequentazione di questi altri campi – si pensi solo al simbolismo. Queste considerazioni rendono evidente che restringere la psicanalisi alla sfera medica avrebbe la conseguenza di un fatale impoverimento. 3) Tale modo di procedere equivarrebbe a un passo arbitrario e unilaterale in difesa del pubblico, tralasciando i passi realmente importanti che si potrebbero fare in questa direzione. È nel giusto il prof. Freud quando indica che le precondizioni irrinunciabili per esercitare la psicanalisi sono la formazione[5] metodologica e la precisa conoscenza dell’oggetto, tutte cose per cui coloro che si sono immischiati nella questione dell’analisi laica non hanno finora dimostrato alcun interesse. Se questa gente dovesse riuscire a imporre le proprie aspirazioni, assisteremmo alla strana commedia di non pochi terapeuti meglio qualificati per il trattamento psicanalitico, cui verrebbe vietato il trattamento, mentre chi non capisce nulla di metodo non andrebbe incontro ad alcuna restrizione di esercizio, purché sia medico; e vedremmo pure che non verrebbe fatto alcun tentativo di insegnare al pubblico a distinguere tra analista idoneo e inidoneo, un programma che le stesse istituzioni che garantiscono la necessaria preparazione dovrebbero promuovere.

Fin qui il prof. Freud si muove su un terreno sicuro. Ma, venendo alla questione più difficile, se sia auspicabile che l’analista abbia oppure no formazione medica, equivalente alla questione se i nostri istituti debbano incoraggiare un candidato ad acquisire la formazione medica, una volta che si sia incamminato nell’esercizio della pratica analitica, troviamo che la forza di convinzione del prof. Freud diventa in certa misura meno stringente. A scoprirne la ragione basta una sola riflessione. Qualunque sia il partito che il singolo sia propenso a prendere, tutti sappiamo bene che possono essere addotte importanti ragioni dall’una e dall’altra parte; tuttavia, volendo arrivare a un punto di vista obbiettivo, sono tutte da prendere in considerazione. Ma su questo punto la presa di posizione del prof. Freud non è così risolutivamente giustificata come prima; di conseguenza ci presenta solo un quadro abbastanza unilaterale della situazione. Nella lunga serie di argomenti ne troviamo dozzine a favore dell’analisi laica, mentre il prof. Freud ne adduce solo uno a favore dell’altra parte, e cioè che la diagnosi iniziale andrebbe posta dal medico.[6] Ed è un peccato, perché avremmo tutte le ragioni per supporre che l’autore avrebbe potuto rispondere soddisfacentemente alla maggior parte, forse a tutte, le argomentazioni della controparte. Si spera che lo faccia in seguito, magari nel corso della prevista discussione di questa questione su questa rivista.

Questo atteggiamento unilaterale non può certo essere attribuito al desiderio di presentare al pubblico il problema in forma artificialmente semplificata. Le ragioni sembrano stare altrove.

Verosimilmente il prof. Freud giunse al punto di esporre in modo particolarmente efficace il proprio punto di vista sulla base della ferma convinzione che ogni alternativa avrebbe messo in serio pericolo l’ulteriore sviluppo della psicanalisi. Affronteremo più avanti le ragioni più importanti che Freud adduce per giustificare questa convinzione. Un secondo motivo, meno evidente, potrebbe forse essere una certa avversione nei confronti della professione medica.[7] Riteniamo auspicabile occuparci apertamente di questa possibilità, cui lo stesso prof. Freud allude chiaramente in diversi passi,[8] perché qualche lettore, scoprendo tale pregiudizio, potrebbe essere tentato di invalidare ingiustificatamente argomenti e conclusioni perfettamente validi. Comunque, dal punto di vista umano la situazione è perfettamente comprensibile e in ultima istanza contiene un elogio non da poco dello status del medico. Dai primi scritti del prof. Freud sappiamo quanto fosse sorpreso e disgustato dalla mancanza di obiettività manifestata dai colleghi le prime volte che comunicò le proprie scoperte davanti a un uditorio medico. A quel tempo riteneva che quel che aveva scoperto fosse essenzialmente un contributo al problema dell’eziologia delle nevrosi e non aveva la minima idea della vasta portata delle conseguenze. Solo molti anni dopo riuscì a riconoscere che la resistenza riscontrata nei propri pazienti era di natura generale, tanto che la reazione del suo uditorio medico era ciò che ci si doveva inesorabilmente aspettare, diventando perciò perfettamente comprensibile. Non sarebbe stato il caso di rimproverare né i colleghi medici né i pazienti per i loro conflitti. Di fatto ai medici Freud applicava e tuttora in qualche modo applica un criterio di misura più severo che alle altre classi professionali. Si aspettava di più dai medici e, nonostante il fatto che mostrassero di avvicinarsi [alla psicanalisi] più di tanti altri,[9] il loro comportamento fu tale da deluderlo.

Si aspettava un livello smisuratamente elevato e l’inevitabile conseguenza fu la reazione di delusione con tendenza alla sottovalutazione, venuta al posto della sopravvalutazione.[10] Proprio su questo punto ai seguaci di un pioniere risulta facile gloriarsi della propria mancanza di pregiudizi, persino se essi stessi hanno dovuto soffrire non poco a causa dei colleghi medici. E non possiamo nemmeno dimenticare che la maggior parte di noi si è avvicinata a queste difficoltà con un inestimabile vantaggio: quello di essere già preparati a reazioni sgradevoli, come quelle che abbiamo dovuto sperimentare da parte di tutta l’umanità, la classe medica inclusa, psicanalisti occasionalmente compresi. Certamente, grazie a questa conoscenza abbiamo potuto affrontare con una certa imperturbabilità tutte queste ingiustizie e calunnie, che altrimenti ci sarebbero sembrate insopportabili e incomprensibili. Infatti, essere preavvertiti significa essere premuniti.

Ora, supponendo che influenze affettive come quelle appena citate abbiano avuto un ruolo, si capiscono alcune peculiari locuzioni dell’argomentazione e tutta una serie di generalizzazioni senza eccezione a favore degli analisti laici, che tuttavia sono da considerare troppo estese.

Proprio il primo argomento addotto in merito alla questione suona: “I medici non hanno alcun diritto storico al possesso esclusivo dell’analisi. Al contrario, fino a poco tempo fa hanno cercato di nuocerle con ogni mezzo: dall’ironia a buon mercato alla diffamazione più pesante. Lei mi risponderà – e a ragio­ne – che è acqua passata, che non influenzerà il futuro”.[11] Ma questa non è la risposta che la controparte darebbe. Potrebbe piuttosto osservare che le resistenze dei medici alla psicanalisi non sono per lo meno superiori a quelle attese da qualunque altra classe professionale, una volta entrata in contatto così stretto con essa,[12] e che finché la schiera degli psicanalisti proviene dalla classe medica, la resistenza degli altri medici rispetto al problema in discussione sarà irrilevante.

Il prof. Freud insiste con energia sull’affermazione che nessun analista laico dovrebbe intraprendere un trattamento prima che il paziente sia stato visitato da un medico e posta la diagnosi; in altri termini, l’analista laico dovrebbe limitarsi al trattamento analitico, prescindendo dal consulto medico, una conclusione su cui converrebbero unanimemente tutti i medici, sia quelli che la pensano in modo analitico sia gli altri.[13] Ma è davvero un po’ arrischiato affermare senza ulteriori precisazioni: “Nelle nostre associazioni psicanalitiche si è sempre fatto così.”[14] Evidentemente il prof. Freud ha fatto in merito esperienze particolarmente favorevoli; la maggioranza degli analisti potrebbe riferire un numero sufficiente di casi che dimostrano il contrario; la mia personale impressione, basata su un’estesa esperienza, è piuttosto che questa regola sia tante volte trasgredita quante seguita, indipendentemente dal luogo di formazione dell’analista in questione.

Anche il quadro favorevole, abbozzato a proposito della qualifica accademica degli analisti laici, è un po’ troppo lusinghiero, anche pensando solo all’Europa.

D’altra parte il prof. Freud dice, sottolineandolo giustamente, che coloro i quali esercitano la psicanalisi senza aver acquisito l’adeguata conoscenza della cosa sono da qualificare come ciarlatani, essendo indifferente se siano medici o non medici: “Basandomi su questa definizione, oso affermare che i medici, non solo in Europa, fornisco­no alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.[15] Ci si chiede quale sia la base di questa affermazione, poiché la risposta alla questione ha chiaramente un peso fuori dal comune. L’unica cosa certa è che capita di sentir parlare molto più facilmente di ciarlatani medici che di altro genere, perché con i primi c’è tutta una serie di punti di contatto professionali. La citata enunciazione potrebbe valere per l’Austria, ma mi sembra dubbio che in questa forma possa valere per l’Inghilterra o l’America, dove forse corrisponde più a verità proprio il contrario.

Stupisce veder portata così in primo piano l’opinione che il trattamento analitico di uno psicotico possa equivalere a un superfluo spreco di energie, senza alcun danno per il paziente.[16] Si può invece dimostrare, per lo meno con una certa probabilità, che intervenire con l’analisi su un delirio di difesa può in certi casi produrre una puntata schizofrenica. In ogni caso, in questo campo il nostro sapere non è ancora consolidato.

Il prof. Freud sembra dell’avviso secondo cui i medici che rifiutano l’analisi laica lo fanno principalmente per un atteggiamento collettivo, un punto su cui si potrebbe concordare con lui; purtroppo non si sforza molto per confutare gli argomenti prodotti da questo partito.[17] Se per certi medici l’invidia della concorrenza fosse il fattore decisivo, dovrebbero essere di vedute molto corte; infatti, dovrebbe essere per loro indifferente stare in concorrenza con colleghi o con analisti laici e il prof. Freud ammette che sono sempre pronti a introdurre altri medici all’analisi. È un non nobile motivo che si congettura da un altro; ma noi analisti siamo abituati a scoprire motivi non nobili, che vanno trattati correttamente, quando ci si trova di fronte ad essi. Anche questa non è in alcun senso una faccenda indifferente se si pensa che molti analisti laici, la cui formazione richiede solo la quarta parte del tempo di apprendimento richiesto a un medico e ai quali non è richiesto uno standard di vita come ai medici,[18] ben presto il livello finanziario del lavoro analitico verrebbe spinto all’ingiù. L’esempio spiacevole solo per segnalare che anche in questo caso gli sviluppi del libro sono incompleti.

Il prof. Freud assume completamente il punto di vista secondo cui, purché l’analista si sia formato nel campo freudiano,[19] è “secondario” che sia medico oppure no.[20] Di conseguenza gli sembra uno “spreco di energie”,[21] “ingiusto” e “inutile”,[22] pretendere dal futuro analista la formazione medica.[23] In breve, non solo è contrario a vietare la pratica agli analisti laici, ma non si sente neppure disposto a consigliar loro la formazione medica. Certo, allude agli svantaggi che potrebbero derivare dallo studio della medicina (l’influenza materialistica, ecc.). Dal suo punto di vista, sarebbe per loro meglio dedicare il proprio tempo allo studio di alcune materie che non rientrano nel piano di studi di medicina, nella fattispecie la storia della civiltà, la mitologia, la psicologia delle religioni e la critica letteraria. In proposito, osserva espressamente: “Senza un buon orientamento in questi campi, l’analista si troverebbe di fronte a gran parte del proprio materiale senza poterlo comprendere”.[24] Ciò è esagerato, si spera; infatti, potrebbero non essere molti gli analisti, tra medici e laici, che raggiungano questo livello di formazione.

Riassumiamo le nostre impressioni sulle principali argomentazioni. Sono sviluppate con l’abilità e l’acume abituali del prof. Freud, ma non contengono nulla di nuovo, tralasciano cose importanti e sono inconfondibilmente di parte. Ciò non di meno, nonostante queste carenze, il risultato finale è assolutamente giusto e si può giustificatamente sperare che la particolareggiata discussione porti alla decisione finale sulla loro giustezza.

Concludendo, veniamo alla parte più avvincente del libro,[25] le cui ultime pagine gettano uno sguardo sul futuro e pertanto sarebbe concesso di leggerle in certa misura tra le righe. Mosso dal timore che la medicina potesse “inghiottire”[26] la psicanalisi, incorporando la psicanalisi definitivamente nel capitolo “Terapia” dei manuali di psichiatria, senza tener alcun conto di tutte le altre possibilità di applicazione, il prof. Freud annuncia che si eviterebbe tale destino qualora la psicanalisi si affermasse come disciplina affatto indipendente e, corrispondentemente, come professione autonoma.[27] Schizza a grandi linee un piano di studi che gli sembra auspicabile per la formazione dell’analista sia a livello propedeutico sia a livello tecnico. Oltre a includere le materie citate, dovrebbe comprendere “un’introduzione alla biologia, la conoscenza della vita sessuale nella misura più ampia possibile e nozioni dei quadri clinici psichiatrici.”[28] Tale proposta è irta di difficoltà sia di ordine teorico sia pratico. Quanto si può apprendere, per esempio, della paralisi progressiva senza conoscenze di neurologia, patologia e clinica medica? Dove trovare specialisti che possano tenere lezioni sulla sessualità sia dell’uomo sia degli animali? Quale occasione si offre per studiare la mitologia, la psicologia delle religioni o perfino della storia delle civiltà? Queste domande, e ancora molte altre, ci si impongono. Tutto suona come “musica del futuro”. Ma in fondo la cosa principale è l’idea; se l’idea è vitale, allora con il tempo si possono superare tutte le difficoltà. E questa idea è sicuramente adatta a catturare la nostra immaginazione.

Soppesando rispettivamente il collettivo psicanalitico e quello medico, con quanti psicanalisti medici la psicanalisi vincerebbe? Io spero e credo con la stragrande maggioranza.[29] Ma si può altrettanto ben sperare di trovare un’altra soluzione che consenta l’armoniosa collaborazione.

Le questioni sollevate da questo libro riguardano ogni analista e, dato che sono collegate ai compiti della commissione didattica dell’ipa, tra breve si troverà la definitiva decisione in materia. Tutti noi dobbiamo essere grati al prof. Freud di aver attirato la nostra attenzione con un libro tanto provocante quanto stimolante.

Ernest Jones, London.

(traduzione di Antonello Sciacchitano. Revisione di Davide Radice).

 


Note

[1] S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926-1927), trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012, p. 75.

[2] Ivi, p. 63.

[3] Ivi, v. in particolare, pp. 24 e 107.

[4] [“L’essenza della psicanalisi”! “Essenza” è un termine filosofico. Non si parla di “essenza” della fisica, della chimica, della biologia, in generale, di una scienza. Jones parla di essenza della psicanalisi perché non la ritiene una scienza? In effetti, sembra considerare la psicanalisi una pratica di cura medica, che comunemente è ritenuta più un’arte che una scienza. Ndt]

[5] [Il termine usato da Jones non è Bildung ma Schulung, che indica la formazione scolastica. A decenni di distanza constatiamo quanto le scuole di psicanalisi siano state deleterie per il movimento psicanalitico. Hanno irrigidito le dottrine psicanalitiche in formati immodificabili e favorito la collusione con la medicina, finché il potere legislativo non ha ritenuto opportuno, con solidi argomenti, di equiparare a tutti gli effetti la psicanalisi alla psicoterapia. Ndt]

[6] Ma anche qui Freud non commenta a sufficienza le complicazioni derivanti dalla circostanza che in molti casi la diagnosi può essere posta solo in corso d’analisi. [Jones, da medico qual era, non si rendeva (o non voleva rendersi) conto che la pretesa diagnostica è la mossa decisiva che colloca irreversibilmente l’analisi freudiana in campo medico. Infatti, la diagnosi è l’atto medico per eccellenza, rispetto al quale anche l’atto terapeutico è secondario e necessariamente si configura come atto medico. Freud poteva fin che voleva contestare i medici, affastellando argomenti a favore dei non medici, ma, continuando a concepire la pratica della psicanalisi soggetta al giudizio del medico, la sua argomentazione restava non conclusiva: la terapia analitica, in quanto atto condizionato dalla medicina, doveva essere eseguito da medici; Freud si era da sé condannato a fare un buco nell’acqua, come in seguito egli stesso riconobbe nella lettera a Eitingon dell’aprile 1928. Ndt.]

[7] [Ponendosi sul piano della professionalità, a Jones sfugge la distinzione tra avversione ai medici e avversione alla medicina. Freud non è avverso alla medicina ma ai medici. Ndt]

[8] Op. cit. v. pp. 24, 26 84. [Ma non si dovrebbe omettere di citare la seconda riga del saggio, dove compare la discutibile equazione laici = non medici, in cui Freud enuncia di non volerne sapere dei medici. Ndt]

[9][9] Il fatto che i quattro quinti dei suoi allievi siano medici non si giustifica unicamente in termini di associazione degli analisti su base medica.

[10] [Questa spiegazione di Jones non è sbagliata; è solo una razionalizzazione. Bisogna risalire all’esperienza transferale di Freud con il medico più importante della sua vita, l’otorino di Berlino, suo analista. Fu Fliess a deludere Freud e a innescare la sua paranoia contro i medici. Esattamente come molti (moltissimi) analizzanti, che concludono la propria analisi in paranoia contro “tutti” gli psicanalisti, perché “uno” non ci ha saputo fare con loro, così Freud concluse la propria. Tuttavia, la paranoia contra medicos non intaccò la sua concezione della medicina come scienza, alla cui altezza doveva stare la psicanalisi. Insomma, Freud odiava i medici e amava la medicina, che idealizzava. (Naturalmente nessun medico era all’altezza del suo ideale.) Questo è certamente un punto sintomatico che la sua autoanalisi non toccò e non sciolse. Risultato: i medici divennero per Freud il bersaglio polemico che gli impedì di riconoscere la fallacia di porre la medicina sullo stesso piano della scienza e la psicanalisi sullo stesso piano della medicina. Noi, suoi epigoni, abbiamo ereditato da Freud questo tratto: preferiamo contestare i colleghi, come se fossero dei selvaggi, piuttosto che lo statuto di “scienza medica” che Freud ha inconsapevolmente conferito alla psicanalisi. Ndt]

[11] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 84.

[12] In Inghilterra sentiamo levarsi grida di sdegno dal campo dei giuristi come se i problemi psicanalitici li riguardassero solo da lontano. [L’osservazione empirica di Jones ha in questo contesto una specifica rilevanza. Tra medicina e diritto, infatti, c’è non solo collusione di fatto, per esempio in tutto il campo della medicina legale e delle assicurazioni, ma affinità di principio, in quanto medicina e diritto sono le varianti principali – e violente! – del discorso dominante, che dice le cose come stanno, cioè secondo la volontà e l’interpretazione ontologica del padrone. Ndt]

[13] [Insomma, qui si dice chiaramente che l’autorizzazione a esercitare la psicanalisi lo deve dare comunque il medico. La soggezione della psicanalisi alla medicina è completa. Perché? Perché la psicanalisi è concepita da Freud e dai suoi primi allievi come atto di cura originariamente medico. Oggi per il senso comune e per gli specialisti la questione è passata in giudicato: la psicanalisi è incontrovertibilmente ritenuta una delle tante psicoterapie. La medicina ha inghiottito la psicanalisi, come temeva Freud. Il principio lacaniano che l’analista si autorizza da sé è caduto nel vuoto. La demedicalizzazione della psicanalisi attende da più di un secolo ed è ancora tutta da fare. Ndt]

[14] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 101.

[15] Ivi, p. 84.

[16] Ivi p. 88. [Per la verità, Freud sta sulle generali e non fa riferimento a casi gravi. Jones usa tendenziosamente l’argomento della difesa del soggetto debole, che è un cavallo di battaglia della pubblica accusa nei nostri tribunali. Ndt]

[17] [Come dimostra Davide Radice, l’argomentazione di Freud segue il modello medievale della quaestio disputata, dove il maestro espone la tesi ortodossa della propria dottrina e confuta le obiezioni dell’avversario. Jones aderisce completamente a questo modello di argomentazione che, se tuttora sopravvive nei tribunali come contraddittorio tra accusa e difesa, nell’attesa del giudizio dirimente – fortemente binario – del giudice, non ha più corso in ambito scientifico, dove le congetture in concorrenza spesso collaborano per arrivare a formulare congetture più ampie che comprendano i contributi di tutte quelle in esame. È questo un segno della scarsa scientificità di entrambi gli autori, il recensore e il recensito. Infatti, sono entrambi medici, di mentalità più vicina al giudice che all’uomo di scienza. La storia insegna che nella scienza il progresso non avviene per vittoria di una parte sull’altra in una controversia, ma per cooperazione di idee apparentemente contraddittorie, che arrivano a un compromesso. Le cosiddette controversie scientifiche, di cui non mancano esempi furibondi in ogni campo di ricerca, dalla fisica alla biologia, dalla psicanalisi alla matematica, sono quasi sempre più ideologiche che scientifiche, più espressione di resistenza alla scienza degli stessi scienziati che fattori di progresso culturale. Come nel caso in questione della polemica attizzata da Freud sull’analisi laica. Ndt.]

[18] In alcune città il medico deve operare in quartieri cari o può rinunciare del tutto alla professione.

[19] [Letteralmente “nel suo campo”. La leggera forzatura della traduzione vuol dare spazio all’espressione con cui Lacan definiva trent’anni dopo il campo vettoriale del desiderio. Cfr. J. Lacan, “Remarque sur le rapport de Daniel Lagache: “Psychanalyse et structure de la personnalité” (1958), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 656. Ndt.]

[20] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 89.

[21] Ivi, pp. 88 e 98.

[22] Ivi, p. 104.

[23] [Spezziamo una lancia a favore di Freud. Se è vero che la psicanalisi è una scienza, allora si può tranquillamente affermare che la formazione medica non prepara il futuro analista all’attività psicanalitica in quanto il medico riceve una formazione esclusivamente tecnico-applicativa, che ha poco di scientifico. La preparazione medica può far conoscere allo psicanalista ciò che non fa scienza, per esempio l’abuso del principio eziologico di ragion sufficiente, secondo cui ogni fenomeno ha una causa diretta. Ma questo discorso ci porta lontano anche da Freud, che è un assertore del ferreo determinismo psichico. Ndt]

[24] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit. p. 104.

[25] [Sulla doppiezza di Jones nei confronti del “professor” Freud Lacan ebbe le idee chiare sin dal 1955, ai tempi del seminario sulle psicosi: cette querelle mériterait notre intérêt par les exploits dialectiques qu’elle a imposés au Dr Ernest Jones pour soutenir de l’affirmation de son entier accord avec Freud une position diamétralement contraire, à savoir celle qui le faisait, avec des nuances sans doute, le champion des féministes anglaises, férues du principe du «chacun son»: aux boys le phalle, aux girls le c… (J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose” (1959), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 555. Vedi anche: Avec Jones, Freud était tranquille – il savait que sa biographie serait une hagiographie (J. Lacan, Joyce le symptome I, 16 giugno 1975, in “L’ane”, n. 6, 1982). Ndt]

[26] [Jones recensisce il libro del 1926. Non considera il poscritto del 1927, dove Freud usa un verbo ben più forte di verschlucken, inghiottire; usa erschlagen, ammazzare. Ndt]

[27] [Finalmente anche Jones, nonostante la propria formazione medica, arriva al significato autentico e positivo di “laico”, che tuttavia sfuggì a Freud; non solo il negativo “non medico”, come propose Freud, ma “autonomo”, (anche dalla medicina, s’intende). Ndt]

[28] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 103.

[29] [Jones si dimostra tanto “imparziale” quanto l’interlocutore imparziale di Freud. Non dimentichiamo che la medicina ha millenni di autorevolezza alle spalle, mentre la psicanalisi solo qualche decennio, come subaffittuaria del reparto di psichiatria. In così poco tempo non è riuscita neppure a formula un piano politico autonomo, essendo andata sempre a rimorchio della medicina. Ndt]

 

In “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse”, XV. Band 1927 Heft 1, pp. 101-107.

 

Sulla psicanalisi “selvaggia” di Sigmund Freud (1910)

Prof. Dr. S. Freud - Carta intestata 

Qualche giorno fa, durante la mia ora di consultazione, protetta dall’amica che l’accompagnava, mi si presentò una signora non più tanto giovane che lamentava stati d’angoscia. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta, abbastanza ben conservata, non aveva chiaramente chiuso con la propria femminilità. Occasione per l’insorgere di questi stati d’angoscia fu la separazione dall’ultimo marito. Ma, a suo dire, l’angoscia era considerevolmente aumentata dopo aver consultato un giovane medico di periferia; infatti, costui le aveva spiegato che causa dell’angoscia era la sua miseria sessuale. Non poteva fare a meno del rapporto con l’uomo[1] e quindi c’erano solo tre vie di guarigione: o tornare dal marito o prendersi un amante o soddisfarsi da sola. Da allora si era convinta di essere incurabile perché, non volendo tornare dal marito, gli altri due metodi contrastavano con la sua morale e la sua religiosità. Era tuttavia venuta da me perché il medico le aveva detto che si trattava di una prospettiva nuova, aperta da me, e che solo da me poteva avere la conferma che le cose stavano così e non altrimenti. L’amica, ancora più anziana, sciupata e dall’aspetto malaticcio, mi scongiurò allora di rassicurare la paziente che il medico si era sbagliato.[2] Non poteva essere così, dato che lei stessa era da molti anni vedova e tuttavia manteneva un comportamento irreprensibile senza soffrire d’angoscia.

Non voglio soffermarmi sulla difficile situazione in cui questa visita mi mise, ma fare chiarezza sul comportamento del collega che mi aveva inviato la malata. Prima, però, voglio formulare una riserva[3] (Verwahrung) forse non superflua, o almeno lo spero. L’esperienza pluriennale mi ha insegnato, come può insegnare a chiunque altra, a non prendere alla leggera per vero tutto quel che i pazienti, e specialmente i nervosi, raccontano del loro medico. Il medico delle malattie nervose, quale che sia il trattamento, non solo diventa facilmente oggetto di molteplici sentimenti ostili da parte del paziente, ma talvolta deve anche sopportare di assumersi, per una sorta di proiezione, la responsabilità dei segreti desideri rimossi dei nervosi. È triste ma tipico che tali ingiurie trovino più facilmente credito proprio presso altri medici.

Ho quindi diritto di sperare che durante la mia consultazione la signora in questione mi abbia riferito le affermazioni del suo medico deformandole tendenziosamente e che farei un torto a lui, che non conosco, se prendessi proprio questo caso come spunto per le mie osservazioni sulla psicanalisi “selvaggia”. Ma così forse impedisco ad altri di far torto ai loro malati.[4]

Supponiamo allora che il medico abbia parlato esattamente come riferito dalla paziente.

Allora sarà facile per chiunque muovergli la critica che il medico, quando ritiene di affrontare con una donna il tema della sessualità, deve farlo con tatto e discrezione. Ma queste esigenze rientrano nell’osservanza di certe prescrizioni tecniche della psicanalisi; oltre a ciò il medico avrebbe misconosciuto o frainteso tutta una serie di insegnamenti scientifici della psicanalisi, mostrando così quanto poco abbia progredito nella comprensione della sua natura e dei suoi intenti.

Cominciamo dagli ultimi, cioè dagli errori scientifici. I consigli del medico fanno chiaramente capire in che senso intenda la “vita sessuale”: vale a dire nel senso popolare, per cui con bisogni sessuali non si comprende altro che il bisogno del coito o di analoghi procedimenti per produrre orgasmo ed emissione di materia seminale. Ma quel medico non poteva non sapere che di solito alla psicanalisi si rimprovera di aver esteso il concetto di sessuale ben al di là dell’usuale portata. In effetti è così, ma qui non è in discussione se lo si possa impiegare come rimprovero. In psicanalisi il concetto di sessuale è molto più comprensivo; eccede il senso comune sia verso l’alto sia verso il basso.[5] L’estensione si giustifica geneticamente. Annoveriamo nella “vita sessuale” anche tutte le realizzazioni di sentimenti teneri, provenienti dalla fonte dei primitivi moti sessuali, anche nel caso in cui tali moti siano andati incontro a inibizione rispetto all’originaria meta sessuale o abbiano scambiato tale meta con un’altra non più sessuale. Perciò preferiamo parlare anche di psicosessualità; ci teniamo a non trascurare e a non sottovalutare il fattore psichico della sessualità. Usiamo la parola “sessualità” nello stesso ampio senso in cui in tedesco si dice lieben [amare].[6] Da tempo sappiamo che si può avere insoddisfazione psichica, con tutte le sue conseguenze, anche là dove non manca il normale rapporto sessuale; in quanto terapeuti, teniamo sempre ben presente che le aspirazioni sessuali insoddisfatte – i cui soddisfacimenti sostitutivi combattiamo sotto forma di sintomi nervosi – spesso possono scaricarsi solo in misura ridotta attraverso il coito o altri atti sessuali.

Chi non condivide questa concezione della psicosessualità non ha diritto di rifarsi alle tesi della dottrina psicanalitica sull’importanza eziologica della sessualità. Sottolineando esclusivamente il fattore somatico nel sessuale si semplifica certo di molto il problema, ma la responsabilità del suo modo di procedere è soltanto sua.

Dai consigli del medico traspare ancora un secondo non meno grave fraintendimento. Giustamente la psicanalisi indica nell’insoddisfazione sessuale la causa della sofferenza nervosa. Ma non dice anche qualcosa di più? Vogliamo lasciare da parte, perché troppo complicato, l’insegnamento secondo cui i sintomi nervosi originano dal conflitto tra due forze: quella della libido, diventata per lo più eccessiva, e quella del rifiuto sessuale troppo severo o della rimozione? Chi non dimentica questo secondo fattore, cui in realtà non spetta un posto di secondaria importanza, non potrà mai credere che la soddisfazione sessuale in sé sia il rimedio generalmente attendibile ai disturbi[7] dei nervosi. Buona parte di costoro è già incapace di soddisfazione nelle circostanze date o in generale. Se ne fossero capaci, se non avessero le loro resistenze interne, la forza della pulsione indicherebbe loro la strada della soddisfazione, anche senza i consigli del medico.[8] Cosa potrebbe mai essere un consiglio come quello che si suppone il medico abbia dato alla signora?[9]

Anche potendo giustificarlo scientificamente,[10] è per lei inattuabile.[11] Se non avesse resistenze interne contro la masturbazione o contro una relazione amorosa, avrebbe già da tempo adottato uno di questi espedienti.[12] O forse il medico pensa che una donna sopra la quarantina non sappia che ci si può prendere un amante? O sopravvaluta la propria influenza fino al punto di pensare che senza il beneplacito del medico non si sarebbe potuta decidere a fare simile passo?

Tutto sembra molto chiaro; bisogna tuttavia ammettere l’esistenza di un fattore che spesso rende difficile formulare un giudizio. Alcuni stati nervosi,[13] le cosiddette nevrosi attuali, come la tipica nevrastenia o la nevrosi d’angoscia, dipendono chiaramente dal fattore somatico della vita sessuale, mentre non abbiamo alcuna idea sicura del ruolo in esse svolto dal fattore psichico e dalla rimozione. In tali casi si raccomanda al medico[14] di prendere in considerazione in primo luogo una terapia attuale, una modifica dell’attività sessuale somatica, e può farlo a pieno diritto, se la sua diagnosi era giusta.[15] La signora che consultò il giovane medico lamentava soprattutto stati d’angoscia; il medico probabilmente suppose che soffrisse di nevrosi d’angoscia e ritenne giustificato suggerirle una terapia somatica. Di nuovo un comodo malinteso! Chi soffre d’angoscia non ha necessariamente una nevrosi d’angoscia; questa diagnosi non va dedotta dal nome; bisogna sapere quali sono le sue manifestazioni e distinguerla da altri stati morbosi che si manifestano con angoscia. A mio parere, la signora in questione soffriva di un’isteria d’angoscia; tutto il valore, anche pienamente sufficiente, di queste distinzioni nosografiche[16] sta nel fatto che rimandano a una diversa eziologia e a una diversa terapia.[17] Chi avesse preso in considerazione la possibilità dell’isteria d’angoscia, non sarebbe caduto nell’errore di trascurare i fattori psichici, come emerge dalle alternative consigliate dal medico.

È abbastanza degno di nota[18] che tra le alternative terapeutiche del supposto analista non trovi posto… la psicanalisi. Questa signora dovrebbe poter guarire dall’angoscia solo tornando dal marito o soddisfacendosi per via masturbatoria o con un amante. E dove mai potrebbe inserirsi il trattamento analitico, in cui ravvisiamo il principale strumento contro gli stati d’angoscia?

Saremmo così giunti alle infrazioni tecniche,[19] che riconosciamo nel modo di procedere del medico nel caso in questione. È una concezione[20] da tempo superata, derivante da apparenze superficiali, che il malato soffra in conseguenza di una sorta di ignoranza [Unwissenheit][21] e che, togliendo tale ignoranza, grazie alla comunicazione (delle connessioni causali della sua malattia con la sua vita, delle esperienze infantili e così via), dovrebbe guarire. Il fattore patogeno[22] non è questo non sapere[23] in sé, ma il suo fondarsi sulle resistenze interne, le quali prima hanno suscitato il non sapere e ora lo mantengono. Il compito della terapia sta nella lotta contro queste resistenze. Comunicare quanto il malato non sa, perché l’ha rimosso, è solo uno dei preliminari necessari alla terapia. Se il sapere dell’inconscio fosse per il malato così importante come crede l’inesperto di psicanalisi, per guarire al malato basterebbe andare a qualche lezione o leggere qualche libro. Ma queste misure hanno sui sintomi nervosi lo stesso effetto che sulla fame avrebbe la distribuzione di menu in tempi di carestia. Il paragone si può utilizzare al di là della sua applicazione immediata; infatti, comunicare l’inconscio al malato ha regolarmente la conseguenza di acuire in lui il conflitto e di aumentarne le lagnanze.

Ma, poiché non può fare a meno di tale comunicazione, la psicanalisi prescrive di non farla prima che siano soddisfatte due condizioni: in primo luogo, che il malato attraverso la preparazione sia giunto lui stesso in prossimità di ciò che è stato da lui rimosso; in secondo luogo, che si sia attaccato al medico (transfert) al punto tale che il rapporto affettivo con lui gli renda impossibile fuggire di nuovo.

Solo la realizzazione di queste due condizioni rende possibile riconoscere e padroneggiare le resistenze che hanno portato alla rimozione e al non [voler] sapere. L’intervento psicanalitico presuppone dunque assolutamente un più lungo contatto con il malato; i tentativi di assalire il malato di sorpresa alla prima visita di consultazione, comunicandogli bruscamente i segreti che il medico ha indovinato sono tecnicamente da biasimare e si puniscono per lo più da sé, attirando sul medico una cordiale[24] ostilità e togliendo di mezzo ogni ulteriore possibilità di influenzamento.[25]

Tutto ciò a prescindere dal fatto talvolta non si indovina e non si è mai in grado di indovinare tutto.[26] Con queste precise prescrizioni tecniche la psicanalisi sostituisce la pretesa di un inafferrabile “tatto medico”, in cui si ricerca una dote particolare.[27]

Non è quindi sufficiente al medico conoscere alcuni risultati della psicanalisi; volendo che la propria pratica medica sia guidata dai punti di vista psicanalitici, occorre aver preso confidenza con la sua tecnica. Ancora[28] oggi questa tecnica non può essere appresa sui libri e certo ci si arriva solo con grandi sacrifici di tempo, di fatica e anche di successo.[29] Come altre tecniche mediche,[30] la si apprende da chi la padroneggia già. Per valutare il caso, cui collego queste osservazioni,[31] non è certo indifferente che io né conosca né abbia mai udito il nome del medico che ha potuto dare simili consigli.

Né a me né ai miei amici e collaboratori fa piacere la pretesa di monopolizzare in tal modo l’esercizio di una tecnica medica.[32] Ma, considerati i prevedibili pericoli che l’esercizio di una psicanalisi “selvaggia” comporta sia per i malati sia per la causa della psicanalisi, non ci restava altra scelta.[33] Nella primavera del 1910 abbiamo fondato un’ associazione psicanalitica internazionale, nella quale i membri si riconoscono attraverso la pubblicazione dei nomi,[34] per poterci rifiutare di assumere la responsabilità del comportamento di tutti coloro che non appartengono a noi e chiamano “psicanalisi” il loro operato medico.[35] In verità, infatti, più del singolo malato[36] tali psicanalisti selvaggi danneggiano la causa della psicanalisi. Ho spesso sperimentato che un modo di operare tanto maldestro, anche se sulle prime ha prodotto un peggioramento nelle condizioni del malato, alla fine lo ha portato alla guarigione. Non sempre, ma molto di frequente. Dopo aver abbastanza a lungo inveito contro il medico e sentendosi a sufficiente distanza[37] dalla sua influenza, i suoi sintomi si attenuano o si decide a fare un passo sulla via della guarigione. Il miglioramento finale è allora o avvenuto “da sé” o attribuito al trattamento affatto indifferente di un altro medico, al quale il malato si è successivamente rivolto. Nel caso della signora, di cui abbiamo sentito le accuse[38] contro il medico, sono propenso a pensare che lo psicanalista selvaggio[39] ha fatto per la sua paziente qualcosa di più di una qualche famosa autorità che le abbia raccontato che soffriva di “neurosi vasomotoria”. L’ha costretta a puntare lo sguardo sulla vera causa[40] della sua sofferenza o nelle sue vicinanze;[41] malgrado le proteste della paziente, questo intervento non resterà senza conseguenze a lei favorevoli.[42] Ma ha danneggiato se stesso e contribuito ad aumentare i pregiudizi che, sulla base di comprensibili resistenze affettive, i malati ergono contro l’attività dello psicanalista. E questo può essere evitato.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano

Revisione di Davide Radice


[1] [Musatti: “Non poteva tollerare, secondo il medico, la perdita del rapporto con il marito”. (osf, vol. vi, p. 325). Ndt]

[2] [Musatti: “Che il medico l’aveva ingannata” (OSF, vol. VI, p. 325). Ndt]

[3] [Musatti: “precauzione”. (osf, vol. vi, p. 325). Ndt]

[4] [Il ragionamento di Freud non è del tutto limpido, frutto dell’ambivalenza tipica di un Freud che ama la medicina e odia i medici. Ndt.]

[5] [Musatti parafrasa e annacqua il testo: “Qui non dobbiamo discutere se dobbiamo fargliene un rimprovero, ma è indubbio che le cose stanno effettivamente così. Il concetto di sessualità in psicoanalisi è assai più comprensivo e si estende, in ogni direzione, molto al di là del senso popolare.” (osf, vol. vi, p. 326). Ndt]

[6] [Freud estende così tanto il significato di “sessuale”, fino a farlo praticamente coincidere con psichico, per una ben precisa ragione ideologica. Freud ha bisogno di trovare sempre una causa psichica. La sessualità estesa gli offre il campo eziologico adatto alla sua metapsicologia. Una psicanalisi più scientifica di quella freudiana non avrebbe bisogno di fare un riferimento così massiccio alla nozione di causa. Ndt]

[7] [Musatti: “sofferenze”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[8] [Qui è evidente la Spaltung freudiana tra medicina e medici: “la forza della pulsione” è la causa fisiologica della soddisfazione; i consigli del medico un inutile sovrappiù. Ndt]

[9] [Musatti allunga il brodo: “Che senso può dunque avere un consiglio come quello che si presume abbia dato quel medico alla nostra signora?”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[10] [Musatti: “Anche ammettendo che da un punto di vista scientifico possa avere qualche giustificazione”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[11] [Musatti: “inutile”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[12] [Musatti: “soluzioni” (osf, vol. vi,p. 328). Ndt]

[13] [Musatti: “affezioni nervose” (osf, vol. vi, p. 328). Ndt]

[14] [Musatti: “è naturale” (osf, vol. vi, p. 328). Per Musatti le raccomandazioni al medico sono naturali. Ndt]

[15] [Qui Freud ci ricorda che l’atto medico per eccellenza, da cui dipendono la prognosi e la terapia, è la diagnosi: il riconoscimento ontologico della malattia. Ndt].

[16] [Musatti: “il valore di tali distinzioni nosografiche (e ciò che le rende preziose)” (osf, vol. vi, p. 328). Ndt]

[17] [Qui Freud è esplicitamente medico: la giusta terapia dipende dal riconoscimento della giusta causa; data la causa della malattia, la terapia eziologica funziona da anticausa. Nella fattispecie, la rimozione infantile è la causa dell’isteria; la psicanalisi è terapeutica nella misura in cui agisce contro le rimozioni infantili. Non c’è nulla di particolarmente scientifico in questo. La psicanalisi applica il buon senso medico. Ndt]

[18] [Musatti: “è veramente straordinario (osf, vol. vi, p. 329). Ndt]

[19] [Musatti: “inesattezze tecniche” (osf, vol. vi, p. 329). È una costante della formazione medica la sopravvalutazione delle condizioni operative della tecnica rispetto alle condizioni di principio della scientificità. Freud usa il termine Verfehlung per sottolineare la dimensione soggettiva della colpa di chi non applica scrupolosamente le prescrizioni tecniche. Ndt.]

[20] [Musatti: “concetto” (osf, vol. vi, p. 329).]

[21] [Musatti: “insipienza” (osf, vol. vi, p. 329).]

[22] [Ecco la patogenesi medicale! Ndt]

[23] [Musatti: “ “non sapere” ”. (osf, vol. vi, p. 329). Perché le virgolette? È un metasapere? Ndt]

[24] [Musatti: “intensa”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[25] [Musatti: “troncando al primo una possibile ulteriore influenza sul secondo”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[26] [Musatti: “A prescindere da tutto ciò, accade talora di non cogliere nel segno, e comunque nessuno è mai in grado di indovinar tutto”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[27] [Musatti: “Queste prescrizioni tecniche sono avanzate dalla psicanalisi in sostituzione di quel inafferrabile “tatto medico”, in cui si vuol ravvisare una dote tutta particolare”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[28] [Musatti non lo traduce. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[29] [Musatti: “e certo non la si può scoprire da sé senza grandi sacrifici di tempo, di fatica e di risultati” (osf, vol. vi, p. 330). La traduzione è da Strachey. Cfr. Strachey “it certainly cannot be discovered independently without great sacrifices of time, labour and success”. Neppure Strachey sapeva bene il tedesco: in “Erfolg selbst” il pronome “selbst” non significa “da sé” ma “anche”. Ndt]

[30] [Ricordiamoci di questa affermazione quando leggeremo La questione dell’analisi laica, di sedici anni dopo. Allora Freud contesterà ai medici il diritto di applicare una tecnica medica, prima di averla acquisita con una formazione personale. Ndt.]

[31] [Musatti: “che ha dato origine a queste osservazioni”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[32] [E dai! Vedi nota 61. Ndt]

[33] [L’argomento a difesa dei soggetti deboli, in questo caso i malati, è ipocrita e filisteo. È lo stesso argomento che, con la scusa di difendere i malati, ha portato a regolamentare la psicoterapia per legge, quindi a istituire la lobby psicoterapeutica. Freud non sottovalutò mai lo spirito di corpo dei medici, ma non fece mai lo sforzo di istituire per la sua psicanalisi un dispositivo collettivo alternativo a quello medico. Per quanto riguarda la causa della psicanalisi le operazioni a difesa hanno il respiro corto. Ndt]

[34] [Musatti: “rendendo pubblica la loro adesione”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[35] [Anche in Freud c’è una buona dose di spirito lobbistico, probabilmente mutuato dalla corporazione medica, cui apparteneva pur contestandola. Ndt]

[36] [Musatti: “singoli pazienti”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[37] [Musatti: “sufficientemente al riparo”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[38] [Musatti: “lamentele”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[39] [Musatti: “ “selvaggio” ”. (osf, vol. vi, p. 331). Perché le virgolette? Forse Musatti credeva che Freud usasse il termine in senso metaforico. Ndt]

[40] [Musatti: “radice”. (osf, vol. vi, p. 331). Freud, da medico qual è, cerca sempre il fondamento nella causa, die Begründung. Ndt]

[41] [Musatti: “in direzione di questa”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[42] [Musatti: “benefiche”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

Freud e lo sguardo umano libero

Oskar Pfister
Oskar Pfister

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Sigmund Freud scrisse nel 1913 per il testo di Oskar Pfister Il metodo psicanalitico. Essa ci offre una bella panoramica sul rapporto della psicanalisi con il trattamento ipnotico e successivamente con la pedagogia.

Prima della chiusura, anticipa brevemente il tema centrale della Questione dell’analisi laica quando spiega che l’esercizio della psicanalisi in realtà non implica tanto una formazione medica, quanto piuttosto una preparazione psicologica e uno “sguardo umano libero”.

La traduzione di Anna Maria Marietti per i tipi della Boringhieri diminuisce la forza di questa espressione con “libero discernimento umano”. Se “discernimento” per Blick sembra una scelta in una certa misura compatibile con alcuni dizionari di inizio ‘900, tuttavia la connotazione dell’aggettivo “umano” mi fa preferire l’interpretazione che Freud volesse proprio parlare di uno sguardo: nel caso di “discernimento”, l’aggettivo “umano” diventa pressoché superfluo. È molto difficile invece trovare nella prosa di Freud parole che non abbiano una più che ragionevole giustificazione.

Da una parte, lo “sguardo umano” ci porta in una forte dimensione relazionale, connotata in entrambi i poli dall’umanità: è uno sguardo su un essere umano, ma allo stesso tempo è uno sguardo che chiede all’analista di mettere in gioco tutta la sua umanità. Quanto al “libero”, propongo in prima istanza due possibilità.

Per un verso, questo aggettivo mi sembra aprire a una forte dimensione morale: uno sguardo libero è un punto di vista che si sottrae alla presa del discorso del padrone. In qualche misura, dietro il termine Schulung, che ho tradotto letteralmente con “istruzione”, ci potremmo leggere, un po’ polemicamente, “indottrinamento”. Per la psicologia – in questo caso, come spesso accade nella prosa di Freud, una sorta di sinonimo per psicanalisi – abbiamo invece Vorbildung, preparazione, laddove preparazione non presuppone per forza di cose un maestro.

Per un altro verso, il termine “libero” ha una dimensione epistemologica, nella misura in cui sembra adeguarsi all’oggetto della scienza analitica, ovvero l’inconscio. Uno sguardo libero è uno sguardo che può accettare di venire a sapere in un secondo tempo, che ha la “capacità negativa” di stare in una situazione di incertezza o più in generale è in grado di lavorare su qualcosa di nuovo, ovvero il nuovo discorso in cui l’analizzante articola la sua libera parola, un discorso che gli permette di gettare luce sulla sua verità di soggetto.

 

Prefazione al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister

La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico per trattare certe malattie nervose che sono state chiamate “funzionali” e nelle quali si riconoscono, con sempre maggiore certezza, le conseguenze di disturbi della vita affettiva. Raggiunge il suo scopo – eliminare le manifestazioni di tali disturbi, i sintomi – presupponendo che essi non siano gli unici esiti possibili e gli esiti definitivi di certi processi psichici. Nel ricordo scopre quindi l’evoluzione di questi sintomi, rinfresca i processi a essi sottostanti e li conduce poi, sotto guida medica, a un esito più favorevole. La psicanalisi si è posta la stessa meta terapeutica del trattamento ipnotico che, introdotto da Liebault e Bernheim, si era guadagnato, dopo lunghe e difficili battaglie, un posto nella tecnica della neurologia medica. Ma essa va molto più in profondità riguardo la struttura del meccanismo psichico e cerca di ottenere, per i suoi oggetti, influenze che durino e cambiamenti che si conservino.

A suo tempo, il trattamento di suggestione ipnotica ha ben presto superato l’ambito dell’applicazione medica e si è messo al servizio dell’educazione dei giovani. Se ci fosse permesso prestar fede ai resoconti in merito, essa si è dimostrata un mezzo efficace per eliminare i difetti dei bambini, le loro abitudini corporali moleste e tratti caratteriali altrimenti irriducibili. Allora, nessuno si è scandalizzato o stupito per questo ampliamento delle sue possibilità di utilizzo, che tuttavia è divenuto per noi pienamente comprensibile solo attraverso la ricerca psicanalitica. Oggi sappiamo poi che i sintomi patologici spesso altro non sono che formazioni surrogatorie per le inclinazioni peggiori, ovvero quelle inutilizzabili, e che le condizioni di questi sintomi si creano durante gli anni dell’infanzia e della giovinezza – nello stesso periodo durante il quale l’essere umano è oggetto dell’educazione – sia che le malattie si manifestino nella giovinezza, sia che si manifestino solo in un periodo successivo della vita.

Educazione e terapia vengono ora a trovarsi in un rapporto reciproco facilmente individuabile. L’educazione si preoccupa che da certe predisposizioni e inclinazioni del bambino non derivi un danno né per il singolo né per la società. La terapia entra in azione quando queste stesse predisposizioni hanno già fornito il risultato indesiderato del sintomo patologico. Infatti l’altro esito – ovvero che le disposizioni inutilizzabili del bambino non abbiano condotto alle formazioni sostitutive del sintomo, ma a perversioni dirette del carattere – è quasi inaccessibile alla terapia ed è quasi inaccessibile all’influenza dell’educatore. L’educazione è una profilassi che dovrebbe prevenire entrambi gli esiti, quello della nevrosi e quello della perversione; la psicoterapia vuole annullare il più labile dei due esiti e istituire una sorta di post-educazione.

Considerato questo stato di cose, si impone la questione se non si debba utilizzare la psicanalisi per gli scopi educativi, come a suo tempo si fece con la suggestione ipnotica. I vantaggi sarebbero evidenti. Da una parte, l’educatore è preparato, attraverso la propria conoscenza delle disposizioni generali dell’infanzia, a indovinare quale predisposizione infantile minaccia un esito indesiderato e, se la psicanalisi ha influenza su queste linee di sviluppo, egli può applicarla prima che subentrino i segni di uno sviluppo sfavorevole. Con l’aiuto dell’analisi egli può quindi agire, a livello di profilassi, su bambini ancora sani. D’altra parte può accorgersi delle prime avvisaglie di uno sviluppo nella direzione della nevrosi o della perversione e proteggere il bambino dalla loro ulteriore evoluzione in un periodo nel quale, per una serie di ragioni, non verrebbe mai portato dal medico. Si potrebbe pensare che una tale attività psicanalitica dell’educatore – e del suo corrispondente nei paesi protestanti, il curatore d’anime – debba avere un’efficacia inestimabile e possa spesso rendere superflua l’attività del medico.

Ci si chiede solo se l’esercizio della psicanalisi non presupponga una istruzione medica, dalla quale gli educatori e i curatori d’anime devono rimanere esclusi, oppure se altre circostanze non si oppongano all’intenzione di affidare a mani non mediche la tecnica psicanalitica. Riconosco di non vedere nessuno di questi impedimenti. L’esercizio della psicanalisi richiede assai meno istruzione medica che non preparazione psicologica e sguardo umano libero; la maggioranza dei medici non è però equipaggiata per l’esercizio della psicanalisi e ha completamente fallito nell’apprezzare questo procedimento terapeutico. L’educatore e il curatore d’anime sono vincolati, dalle esigenze delle rispettive professioni, agli stessi riguardi, attenzioni e astensioni che il medico è abituato a rispettare e la loro usuale attività con i giovani li rendono forse più idonei a immedesimarsi nella loro vita psichica. La garanzia contro un’applicazione dannosa del trattamento analitico può però essere in entrambi i casi fornita solo dalla personalità di colui che analizza.

L’avvicinamento al campo dello psichicamente abnorme costringerà l’educatore che analizza a fidarsi delle più inderogabili conoscenze psichiatriche e inoltre a consultare il medico laddove la valutazione e l’esito del disturbo possano apparire dubbi. In una serie di casi, soltanto la cooperazione dell’educatore con il medico potrà portare al successo.

Forse in un solo punto la responsabilità dell’educatore supera ancora quella del medico. Il medico, di regola, ha a che fare con formazioni psichiche già consolidate e troverà nell’individualità fatta e finita del malato un limite alla propria attività, ma anche una garanzia per l’autonomia del paziente. L’educatore invece lavora su materiale plastico, aperto ad ogni impressione, e dovrà essersi imposto l’obbligo di formare la giovane vita psichica non secondo i suo ideali personali, ma piuttosto aderendo alle disposizioni e alle possibilità dell’oggetto.

Che l’impiego della psicanalisi al servizio dell’educazione possa presto soddisfare le aspettative che gli educatori e i medici in esso possono porre! Un libro come quello di Pfister, che vuole divulgare l’analisi agli educatori, potrà allora contare sulla riconoscenza delle future generazioni.

 

Revisione di Antonello Sciacchitano

 

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia.

Certo è che un vero spirito imparziale non può non congetturare che, se Freud non avesse conferito alla psicanalisi un assetto teorico-pratico di stampo medico ­– medico in teoria, con una metapsicologia strutturata come l’eziopatogenesi delle malattie mediche, e medico in pratica come cura mirante alla restituzione dello stato di prerimozione infantile – l’esito dello scontro con lo spirito corporativo della classe medica sarebbe stato probabilmente diverso. Non sarebbe stato un buco nell’acqua – ein Schlag ins Wasser.

Abbiamo noi altre chance? Non è troppo tardi per rimettere in sesto la psicanalisi su basi laiche, veramente non mediche? Non è tutto perduto per la tuttora giovane scienza freudiana?

Chissà, forse no; magari facendo nostra un po’ della sana incazzatura di Freud, magari non rivolgendola solo ai medici ma estendendola a tutti coloro che vorrebbero ridurre la psicanalisi a bibita analcolica.

 

Vienna 3.4.1928[1]

Caro Max,

la lettera svizzera, che allego (io non l’ho ricevuta, ma non ne sono arrabbiato), mi dà l’occasione di scriverle di nuovo così presto. Mi sembra di vedere che l’affare sia veramente serio, anche se non proprio urgente. Siamo di fronte a uno sviluppo che non si riesce facilmente ad arrestare. Probabilmente la finalità ultima, già segnalata da Ferenczi, è che l’IPA riconoscerà, oltre ai misti, anche i gruppi puramente medici e puramente laici.

L’argomento degli svizzeri, secondo cui anche in America esistono due gruppi,[2] avrebbe valore solo se si trattasse della coesistenza di un gruppo di Ginevra o di Zurigo con un gruppo svizzero generale. Naturalmente i nuovi svizzeri[3] non parlano delle ben note aspirazioni particolaristiche che Oberholzer ha confessato ancora una volta nella sua lettera circolare e che giustificano la nostra diffidenza; ma la cosa non può contribuire a tranquillizzarci.

Indubbiamente il mio scritto sull’analisi laica è stato un buco nell’acqua. Mi sono sforzato di risvegliare uno spirito comunitario analitico che dovrebbe contrapporsi allo spirito corporativo medico, ma l’operazione non ha avuto successo. Non mancheranno conseguenze e non saranno favorevoli, ma probabilmente non mi turberanno più. Mi ha ostacolato anche il fatto di essere, per così dire, un generale senza armata. Dei troppo pochi laici che volevo guidare, Rank è decaduto a millantatore; Reik, benché continui a lavorare bene, si è reso personalmente odioso; invece Pfister, con tutto il suo calore e la sua bontà, sfiora il ridicolo. Rimangono solo i pedagoghi, dai quali può venir fuori qualcosa, se si organizzeranno.

Ne vien fuori che mi sono tirato addosso la disapprovazione generale anche attraverso Avvenire di un’illusione. Rimbombano intorno a me solo cupe allusioni di ogni genere. Qualche giorno fa ricevetti un libretto di Binswanger, Wandlungen in der Auffassung des Traumes: von den Griechen zur Gegenwart.[4] È molto buono, con tutte le caratteristiche dell’autore che conosciamo: la sua fredda correttezza, il suo inchinarsi alla psicologia e alla filosofia ufficiali, ecc. L’ultima parola del libro, anche letteralmente, è: Dio. Ladri e assassini che non siete altro! Non sono riuscito a trattenermi dallo scrivergli come io supponga che il suo Dio sia un distillato filosofico, e ancora come, benché personalmente molto misurato, quasi astinente, io abbia un grande rispetto per robusti bevitori quali, per esempio, G. Keller e Böcklin. Solo che mi sembrano un po’ strane le persone che riescono a ubriacarsi con bibite analcoliche. Ma non cambia nulla con queste piacevolezze. Tutto ciò non è per niente bello.

Cordiali saluti a entrambi,
vostro Freud.

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione Davide Radice e Silvana Abbrescia Rath

 

Note

[1] Risposta all’ultima lettera di Eitingon.

[2] L’American Psychoanalytic Association e la New York Psychoanalytic Society, fondate entrambe nel 1911.

[3] Si tratta della nuova società di analisti medici svizzeri.

[4] Springer, Berlin 1928, trad. Elisabetta Basso, Ludwig Binswanger, Il sogno: mutamenti nella concezione e interpretazione dai Greci al presente, Quodlibet, Macerata 2009.

 

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto.

 

[Neue Freie Presse: Il Dott. Reik e la questione dei guaritori* (1926)
Una lettera del Professor Freud alla »Neue Freie Presse«]

 

Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato »Notizie dai circoli psicanalitici«, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

»… negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi rispetto ai medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili.«

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo.

Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Ad oggi l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo.

Annuncio di una pubblicazione »Sulla questione dell’analisi laica«

Approfitto di questa occasione per comunicare che ho appena dato alle stampe un libretto »Sulla questione dell’analisi laica«. In esso cerco di mostrare cosa sia una psicanalisi; cosa pretenda dagli analisti; dibatto sui non facili rapporti fra psicanalisi e medicina e da questa esposizione faccio derivare quali serie perplessità emergano contro l’applicazione meccanica del paragrafo sui guaritori al caso dell’analista istruito.

Poiché ho rinunciato al mio studio viennese e ho limitato la mia attività al trattamento di un piccolissimo numero di stranieri, spero che per questo annuncio io non venga accusato di essermi fatto una pubblicità contraria alle regole professionali.

Con la massima stima,

il Vostro Professor Freud.

______
* [Apparso per la prima volta sulla “Neue Freie Presse” del 18 luglio 1926, p. 12 (incluso ›Annuncio di una pubblicazione Sulla questione dell’analisi laica‹).]

 

Nel passaggio in cui Freud riassume il proprio lavoro sulla questione dell’analisi laica, non traduco con “mostrare cos’è la psicoanalisi”, come è riportato nell’edizione della Boringhieri, ma con “mostrare cosa sia una psicanalisi”. Non è solo una questione linguistica, Freud afferma chiaramente nel suo testo del 1926 di proporsi il compito di spiegare ad una persona che non si è mai stesa sul divano cosa accada durante un trattamento psicanalitico. Quindi, anche nel passaggio successivo, è la situazione analitica, non la psicanalisi in astratto, a “pretendere” dall’analista una serie di competenze, ad esempio saper lavorare con il transfert e con le resistenze.

 

Bibliografia

S. Freud, Dr. Reik und die Kurpfuschereifrage (1926), in Gesammelte Werke, Nachtragsband – Texte aus den Jahren 1885 bis 1938, Imago Publishing Co. Ltd., London 1996, pp. 715-717.

S. Freud, Il Dottor Reik e il problema dei guaritori empirici, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978, pp. 425-430.

 

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Freud scrisse per il “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di Max Eitingon. La prefazione di Freud venne scritta nel 1923. Il rapporto di Eitingon si riferiva invece all’attività dell’istituto nel periodo fra il marzo 1920 e il giugno 1922.

Insegna dell'Istituto Psicanalitico di Berlino

È interessante l’uso che Freud fa del termine Laien (laici / profani) a chiusura del suo testo. L’abbinamento con il termine Ärzte (medici) anticipa il significato che Freud cercherà di imporre per questa parola, ‘non medici’: poiché la medicina non prepara in alcun modo all’analisi, i Laien non sono ‘profani’, incompetenti dell’analisi, sono solo ‘non medici’, ovvero laici.

Se appare quasi banale constatare che un analista o è medico o non è medico, tuttavia la polarizzazione sulla medicina della questione della formazione analitica priva di fatto di ogni specificità i Laien, che si trovano a concepire la propria identità per sottrazione, in negativo.

Non va tralasciata poi l’impostazione del rapporto fra scienza e terapia nel terzo paragrafo, che considera la terapia come accessoria rispetto alla sua dimensione scientifica. È certo una posizione diversa da quella che svilupperà nella Frage dove parlerà di un nesso inscindibile fra ricerca e cura. Peraltro questo passaggio apre al tema dell’uso della psicanalisi come psicoterapia di Stato, quale si andò poi effettivamente configurando ad esempio in Germania negli anni ’20 come spiegato da Claus-Dieter Rath nel suo intervento sul blog.

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Il mio amico Max Eitingon, che ha creato il Policlinico Psicanalitico di Berlino e lo ha finora sostenuto con mezzi propri, nelle pagine che seguono relaziona al pubblico sui motivi per cui l’ha fondato, così come sull’organizzazione e sull’attività dell’istituto.

Posso contribuire a questo scritto solo con l’augurio che presto, anche in altri luoghi, si possano trovare uomini e associazioni che, seguendo l’esempio di Eitingon, diano vita a istituti analoghi.

Se la psicanalisi, accanto alla sua importanza scientifica, possiede un valore in quanto metodo terapeutico, se è in grado di assistere le persone sofferenti nella battaglia per soddisfare le richieste culturali, allora questa attività di aiuto dovrebbe essere dispensata anche a quella moltitudine di coloro che sono troppo poveri per poter pagare all’analista il suo faticoso lavoro.

Specialmente in questi tempi, questa appare come una necessità sociale dal momento che gli strati intellettuali della popolazione che sono particolarmente esposti alla nevrosi stanno cadendo inarrestabilmente nell’impoverimento.

Istituti come il Policlinico di Berlino sono in grado, anche da soli, di superare le difficoltà che altrimenti si oppongono a un insegnamento approfondito della psicanalisi. Essi rendono possibile la formazione di un grande numero di analisti preparati, nell’efficacia dei quali va ravvisata l’unica possibile protezione contro il danno patito dai malati a causa di inesperti e incompetenti, siano essi laici o medici.

 

Cinque conferenze di Worcester e Questione dell’analisi laica

Propongo una nuova traduzione di due brani tratti dalla prima e dalla terza conferenza delle cinque tenute da Freud, nel settembre 1909, presso la Clark University di Worcester nel Massachusetts.

S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi
S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi

Considero questi brani come l’affacciarsi, per la prima volta, della questione dell’analisi laica. In essi è distintamente presente uno degli elementi fondamentali della “questione”, ovvero il tema dell’incompetenza dei medici e degli psichiatri di fronte alla malattia psichica, in questo caso l’isteria. Freud usa per la prima volta il termine Laien per significare che i medici e gli psichiatri sono allo stesso livello dei profani e non hanno alcuna presa sui nevrotici.

Questi brani sono importanti anche perché mettono in evidenza un tratto che contraddistingue il testo del 1926, ovvero l’ambivalenza nei confronti dei medici e della medicina. Da una parte, Freud è quasi ossessionato dai medici, non attribuisce loro alcun sapere in ambito psichico e li esclude in modo categorico dalla possibilità di dare un aiuto ai pazienti; d’altra parte, questa ossessione sembra coprire l’evidenza che il discorso medico struttura di fatto l’approccio freudiano alla malattia psichica; si pensi al concetto di “trauma” o a quello di “ristabilimento”.

 

SULLA PSICANALISI

CINQUE CONFERENZE,
TENUTE PER IL VENTENNALE DELLA FONDAZIONE
DELLA CLARK UNIVERSITY
DI WORCESTER, MASSACHUSETTS,
SETTEMBRE 1909

(1910)

I

[…]

[VIII 4] Ho appreso, non senza soddisfazione, che la maggioranza dei miei uditori non appartiene alla classe medica. Non dovete temere che sia necessaria una particolare preparazione medica per poter seguire quanto ho da dirvi. Tuttavia percorreremo un tratto in compagnia dei medici, ma presto ce ne separeremo e accompagneremo il Dott. Breuer su una via del tutto singolare.

La paziente del Dott. Breuer, una ragazza ventunenne di elevate doti intellettuali, ha sviluppato, in oltre due anni di malattia, una serie di disturbi somatici e psichici che certamente meritavano di essere presi sul serio. Aveva una paralisi da contrattura ad entrambe le estremità del lato destro con insensibilità delle stesse; periodicamente la stessa affezione alle membra della parte sinistra del corpo; disturbi dei movimenti oculari e varie carenze della capacità visiva; difficoltà nel portamento del capo; un’intensa tussis nervosa; senso di nausea prima dell’assunzione di cibo e una volta, per parecchie settimane, un’incapacità di bere nonostante una sete tormentosa; una riduzione della loquela, fino alla perdita della capacità di parlare o di comprendere la sua madrelingua; infine stati di assenza, di confusione, di delirio, di alterazione dell’intera personalità; tutti sintomi ai quali più tardi dovremo rivolgere la nostra attenzione.

Sentendo parlare di un quadro sintomatico di questo tipo, sareste inclini, pur non essendo medici, a supporre che si tratti di una malattia grave, probabilmente cerebrale, che offre scarse prospettive di guarigione e che potrebbe portare rapidamente alla morte del malato. I medici invece vi insegneranno che, per una serie di casi con manifestazioni così gravi, è giustificata un’interpretazione diversa [| VIII 5] e di gran lunga più favorevole. Se un quadro sintomatico di questo tipo si presenta in una giovane donna, i cui organi vitali interni (cuore, reni) risultano normali all’esame obiettivo, ma che ha provato intense turbe emotive, e se i singoli sintomi, per certe caratteristiche particolari, differiscono dalle aspettative, allora i medici non prendono troppo sul serio questo tipo di caso. Affermano che non si tratta di una malattia cerebrale organica, ma di quella condizione misteriosa che dai tempi della medicina greca è chiamata isteria e che riesce a simulare un gran numero di sintomi di malattie più gravi. Non ritengono quindi che la vita sia minacciata e, anzi, considerano probabile un completo ristabilimento della salute. Non è sempre molto facile distinguere un’isteria di questo tipo da una malattia organica più grave. Non abbiamo bisogno però di sapere in che modo viene fatto questo tipo di diagnosi differenziale; ci basti essere sicuri che il caso della paziente di Breuer è proprio uno di quei casi che nessun medico esperto può fare a meno di diagnosticare come isteria. A questo punto possiamo anche aggiungere, dal resoconto clinico, che la malattia è emersa mentre lei si prendeva cura del padre teneramente amato, il quale aveva una grave malattia che l’avrebbe portato alla morte e che lei, a causa della propria malattia, ha dovuto rinunciare a curarlo.

Finora ci è risultato vantaggioso procedere a fianco dei medici; ma fra poco ce ne separeremo. Infatti non dovete aspettarvi che, se la diagnosi di isteria prende il posto della diagnosi di una grave affezione cerebrale organica, la prospettiva del malato di poter ottenere un aiuto medico venga con ciò migliorata in modo sostanziale. Contro le gravi malattie del cervello l’arte medica è, nella maggior parte dei casi, impotente, ma anche contro le affezioni isteriche il medico non riesce a fare nulla. Deve lasciar decidere alla natura benigna, [| VIII 6] quando e come la sua promettente prognosi si realizzerà.

Con il riconoscimento dell’isteria, le cose cambieranno poco per il malato; molto di più cambieranno per il medico. Possiamo osservare come egli si ponga in modo totalmente diverso nei confronti dell’isterico rispetto a come si pone di fronte al malato organico. Non vuole mostrare al primo la stessa partecipazione che mostra al secondo, visto che la sua malattia è molto meno grave e, ciò nonostante, sembra avanzare la pretesa di essere preso altrettanto sul serio. Ma c’è anche dell’altro. Il medico, che attraverso i suoi studi ha imparato a conoscere così tante cose che sono precluse al profano, si è potuto formare delle idee sulle cause della malattia e sulle alterazioni che essa determina, ad esempio, nel cervello dei pazienti che soffrono di apoplessia o di neoplasia, idee che devono essere in una certa misura adeguate, poiché gli permettono di comprendere le singolarità del quadro sintomatico. Però, di fronte alle particolarità dei fenomeni isterici, tutto il suo sapere, la sua formazione anatomo-fisiologica e patologica, lo pianta in asso. Non è in grado di comprendere l’isteria, egli stesso le sta di fronte così come un profano. Ora, questo non va bene a nessuno di coloro che, solitamente, hanno un’assai grande stima del proprio sapere. Gli isterici perdono quindi la sua simpatia; li considera persone che trasgrediscono le leggi della sua scienza, li guarda come gli ortodossi guardano gli eretici; li crede capaci di ogni male possibile; li accusa di esagerare, di ingannare consapevolmente e di simulare; e li punisce togliendo loro il proprio interesse.

[…]

III

[…]

L’elaborazione delle idee spontanee che si presentano al paziente quando si sottopone alla regola psicanalitica fondamentale non è l’unico nostro mezzo tecnico per dischiudere l’inconscio. Allo stesso scopo servono altri due metodi, l’interpretazione dei suoi sogni e la valorizzazione dei suoi atti mancati e casuali.

Vi confesso, miei cari uditori, di aver a lungo esitato sull’opportunità di offrirvi, invece di questa stringata panoramica sull’intero ambito della psicanalisi, [| VIII 32] un’esposizione dettagliata dell’interpretazione dei sogni. Mi ha trattenuto un motivo puramente soggettivo e in apparenza secondario. Mi sembrava quasi sconveniente, in questo paese rivolto a mete pratiche, presentarmi come »interprete di sogni« prima ancora che voi poteste sapere quale sia l’importanza che quest’arte antiquata e dileggiata può arrivare a reclamare. L’interpretazione dei sogni è in realtà la via regia verso la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicanalisi e il terreno sul quale ogni operatore deve acquisire la propria convinzione e deve perseguire la propria formazione. Quando mi si chiede come si possa diventare psicanalista, io rispondo: studiando i propri sogni. Finora tutti gli avversari della psicanalisi hanno evitato, con opportuna discrezione, di dare un apprezzamento sull’»Interpretazione dei sogni«, oppure si sono adoperati per averne ragione con le obiezioni più superficiali. Se voi, al contrario, riuscirete ad accettare le soluzioni ai problemi della vita onirica, le novità che la psicanalisi pretende dal vostro pensiero non vi causeranno più alcuna difficoltà.

Non dimenticate che le nostre produzioni oniriche notturne, da una parte, mostrano la più grande somiglianza esteriore e affinità interiore con le creazioni della malattia mentale, dall’altra, sono però compatibili con la piena salute della vita vigile. Non è un paradosso affermare che chi dimostra stupore invece che comprensione nei confronti di queste »normali« illusioni sensoriali, idee deliranti e alterazioni caratteriali, non ha la minima possibilità di comprendere le formazioni abnormi degli stati psichici patologici in modo diverso da quello del profano. Fra questi profani potete oggi tranquillamente annoverare quasi tutti gli psichiatri.

 

Bibliografia

S. Freud, Gesammelte Schriften, vol. IV, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig – Wien – Zürich 1924, pp. 349-406,.

S. Freud, The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XI, Hogarth Press, London 1957, pp. 1-57.

S. Freud, Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, pp. 125-173.

S. Freud, Gesammelte Werke, vol. VIII, Imago Publishing Co., Ltd., London 1996, pp. 3-60.