Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

A dispetto dell’assetto individualistico del rapporto medico-malato, la medicina è essenzialmente e prima di tutto un fatto collettivo, culturale ancora prima che pratico. In effetti, la medicina non si limita a trattare le malattie organiche dell’individuo o della collettività (epidemie e pandemie). Dopo aver occupato il terreno della psicologia, il discorso medico ha invaso prepotentemente i principali settori della cultura, esclusi forse solo quelli artistici; allora in economia si parla di mali da curare, di crisi da superare, di terapie da attuare; in psicanalisi si parla di psicoterapia come cura delle nevrosi; in filosofia la correlazione con il discorso medico è tanto stretta da andare al cuore comune dei due discorsi; in ontologia si parla dell’essere tanto quanto in medicina il riferimento costante è all’essere che sta per non essere più e il medico si accanisce a tenere in vita; il filosofo parla di essere-alla-morte come il medico parla di essere alla vita, finché ce n’è. La medicina arriva perfino a contaminare la filosofia di Nietzsche, tra le cui carte di Basilea si trova un progetto del 1873 intitolato proprio Il filosofo come medico della civiltà (Kultur). Curiosamente, tra i colleghi psicanalisti, i più attaccati all’aspetto psicoterapeutico della psicanalisi sono letterati e filosofi; i medici sono in generale scettici sul valore terapeutico della cura analitica, convinti come sono che la cura psicologica sia di serie B Leggi tutto “Il medico immaginario”

Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro. Leggi tutto “Domande nell’ombra, profane costruzioni”

Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Tra Freud e Ferenczi due lettere sull’analisi laica

1123 Fer[1]

Internationale Psychoanalytische Vereinigung
International Psycho-analytical Association

Budapest, 29 aprile 1928[2]

Caro Professore,

è stata per me una gioia trovare qui, di ritorno dall’Adriatico, la Sua gentile lettera. Mi ha particolarmente rallegrato veder riconosciuta la mia incrollabile convinzione della necessità dell’analisi laica. Ciò mi porta anche a riconoscere, al Suo cospetto, di avere a questo proposito insistito principalmente sulla presidenza, perché in questa circostanza ho trovato troppo tiepido il nostro amico Eitingon, nonostante tutti i meriti già da lui acquisiti. Indubbiamente la mia politica sarebbe stata meno compromissoria della sua; a tal fine si è raccolto attorno a me un gruppetto che, incurante di altri interessi, pratica la psicanalisi pura.

La settimana a Laurana[3] è stata opportuna come pausa spirituale; tuttavia ci siamo presi entrambi un pauroso raffreddore con tosse, da cui siamo tuttora tormentati; alla fine uno si consola ritrovando il solito temperato clima primaverile di Budapest.

Ieri abbiamo avuto una seduta con il declamante conferenziere viennese Dott. Reich. Ci ha raccontato del suo schema tecnico; ho riconosciuto legittima la sua premura di chiamare in soccorso l’analisi del carattere, ma ho trovato da ridire sulla precipitosa e unilaterale enfatizzazione delle resistenze dell’Io. Ho l’impressione che abbia, almeno in parte, recepito i nostri argomenti.

Citando i due quaderni del giornale, Lei mi tocca un debito d’onore. Non rimanderò indietro i quaderni senza aver prima steso le mie critiche agli inglesi.

Con i più cordiali saluti e i migliori auguri,

il Suo devoto

Ferenczi.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

1124 F

13.5.1928

Prof. Dr. Freud
Wien, XI. Berggasse, 19

Caro amico,

vedo che sarebbe poco amichevole non ringraziare Lei e la Sua società per l’accoglienza al mio compleanno, sebbene abbia pregato di non tener conto della ricorrenza fino alla settantacinquesima. Ma sono così franco da estendere l’augurio fino all’ottantesima.

La mia principale reazione al festoso evento è stato lo stupore di essere diventato tanto vecchio. A 73 anni, non noto molta differenza rispetto ai precedenti. La protesi imperversa e mi tormenta esattamente come prima. E, per contro, tutto il resto sembra scemare, tanto miseramente possono avvizzire gli interessi.

Oggi Anna è andata a Berlino – in gita di fine settimana – a bisticciare con Bernfeld, il quale ha portato le cose al punto che a Berlino si vuole introdurre la formazione analitica dei pedagoghi. Da bravo nichilista, B[ernfeld] porta avanti la causa reazionaria, mentre Anna lotta onestamente per l’analisi dei laici e dei pedagoghi. Avrà letto con soddisfazione in qual modo liberale i nostri amici indiani si sono espressi sull’analisi laica.[4] Ha ragione Lei: Eitingon non è convinto; per riguardo a me e ad Anna è costretto ad assumere un atteggiamento amichevole. Come di solito, nei giorni scorsi era qui; ho sfruttato la sua presenza per dipingergli il futuro oscuro della psicanalisi, se non saprà trovarsi un posto fuori dalla medicina.

La casa editrice ha ora un bel locale nel palazzo della Borsa; sarà diretta alla grande da Storfer; ha solo bisogno di una cosa sola o di uno solo, proprio di un Anton von Freund, ma ci è stato portato via. Avremmo fatto molto volentieri a meno di tanti altri.[5] Non mi ci faccia troppo pensare!

Con un cordiale saluto a Lei e a Sua moglie

Suo Freud.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

Note


[1] A eccezione della firma “Ferenczi” la lettera è scritta a macchina.


[2] Vedi Lettera 1108 Fer.


[3] [Piccolo paese della costa croata, circondato da boschi di lauro. Ndt]


[4] Non chiaro. [Allusione ironica agli americani. Ndt]


[5] [Freud non brillava per spirito democratico. Ndt]

 

Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi

Resumé: Vorrei dire qualcosa sul nesso tra la “modalità di pensiero” (Denkweise) dominante, il fantasma di legittimazione che abita gli psicanalisti e gli effetti sulla psicanalisi in rapporto alla situazione italiana. Cioè come la modalità di pensiero efficientista e tecnoscientista di matrice americana, alleata con il linguaggio del management, opera nella società civile diffondendo una logica di “salute pubblica” e di controllo. Come questa ideologia (che si presenta spesso come neutra) incontra la complicità degli psicanalisti che sempre più difficilmente riescono a sostenere l’angoscia della loro posizione “impossibile”, il loro essere al margine, in una posizione critica radicale e di rottura con il discorso dominante. Come questo aiuti a capire perché la professionalizzazione e la regolamentazione si diffonda. Come infine poter interrogare – con altri- in nome della psicanalisi l’angoscia e il desiderio di legittimazione che ci abita: appoggiandoci sulla nostra mancanza–a-essere recuperare la possibilità di mantenere viva la verità della sovversione freudiana.

Modalità di pensiero

Denkweise, è il termine usato da Freud nel Poscritto de “Il problema dell’analisi condotta da non medici1. Tradotto da R. Colorni con “atteggiamento intellettuale”, recentemente da Lucia Taddeo con “attitudine mentale”, nel testo francese Manifeste pour la psychanalyse2 è tradotto con “mode de pensée” che abbiamo scelto di tradurre in italiano con modalità di pensiero. Sciacchitano e Radice3 hanno scelto il termine: forma mentis.

Ci sono per Freud due modalità di pensiero antagoniste e inconciliabili: una sottende l’approccio medico , trasmettitore di una concezione scientista, l’altra riguarda propriamente l’approccio dei fenomeni dell’inconscio. Non rispettare questa differenza può derivare in una prospettiva terapeutica o in una accademica. Il pericolo maggiore sembra provenire dalla terapia e afferma “Voglio solo sentirmi al sicuro dall’eventualità che la terapia non uccida la scienza.”4 Il tono di Freud nel Poscritto è molto tagliente e nomina deliberatamente gli avversari della psicanalisi: sono, scrive, “i nostri colleghi americani” che, rifiutando l’analisi laica rifiutano nei fatti una forma di pensiero che è costitutiva della psicanalisi, una modalità di pensiero che la formazione medica impedisce di svilupparsi. Soprattutto nelle famose tre pagine nel manoscritto, quelle “censurate” da Freud stesso per l’insistenza di Ernest Jones e di Max Eitingon – censurate ma non cancellate nel manoscritto, come precisa Ilse Grubich-Simitis5 -, nelle quali Freud dice che questa resistenza è dovuta principalmente ai “colleghi americani”. Freud ne individua le ragioni nel gusto dell’eclettismo, il primato accordato ai “bisogni pratici” e alla ricerca della loro soddisfazione più veloce, esigenza che riunisce alcune dimensioni come l’efficacia, il rendimento e la rapidità, tutti “bisogni” che, sottolinea, fanno appello a un’ideologia che loro corrisponda.

Così, Freud indica questa ideologia che comprende e sottintende la medicina, che si può qualificare di tecnoscientista e che si chiamerà in seguito l’American way of life, come costituente la roccia contro cui la psicanalisi non può che venire a infrangersi, la modalità di pensiero con la quale nessun compromesso è pensabile salvo cedere su ciò che costituisce l’essenziale, l’inconscio e il sistema pulsionale. Freud non cesserà mai di criticare l’atteggiamento americano, di vituperare contro questo dominio del denaro – con cattiveria parlerà in una lettera a Pfister, di Dollaria per designare gli Stati Uniti6 –indicando costantemente nello stato attuale della cultura in America uno dei pericoli più perniciosi per la psicanalisi7.

“Sicuramente, l’Americano e la psicanalisi, si accordano così poco che ricorda il paragone di Grabbe: è come se un corvo <mettesse una camicia bianca>8.”

La psicanalisi per Freud non è, non sarà mai una concezione del mondo. Essa non è neanche una religione o una filosofia. Essa non può adattarsi ad alcuna strumentalizzazione ne sottomettersi a un qualunque utilitarismo. E’ terapeutica, Freud e Lacan vi hanno ampiamente insistito, solo accessoriamente, de surcroît dirà Lacan. Esterna a tutte queste prospettive, la psicanalisi è un’ etica di vita: chiunque vi si sottometta come analizzante poi eventualmente come analista si iscrive in un rapporto con gli altri e col mondo che non è riducibile a nessun altro.

La psicanalisi non è una psicoterapia. Lo abbiamo visto: rifiutando l’ipnosi, Freud, nell’atto costitutivo della psicanalisi, si è distolto dalla psicoterapia. La psicanalisi, al contrario, è l’esperienza di una perseveranza grazie alla quale il soggetto si tira fuori dall’ipnosi inconsapevole che lo paralizzava nella sua felicità così come nella sua sofferenza. E’ questo sollievo che si chiamerà, se vogliamo, “effetto terapeutico” (che non deve niente né alla suggestione). Guarire è un termine molto ambiguo, poiché il suo significato è che le cose ritornino o si mettano in ordine. Ritorno dunque alla normalizzazione. Si può guarire [però anche] regolando la propria condotta su quella di un gruppo, all’inverso dunque della finalità di una psicanalisi che è, a questo proposito, di permettere “un legame sociale sbarazzato dalle oscenità di gruppo” (Lacan 1972). Ciò implica che il soggetto abbia cessato, al termine della sua analisi, di godere del poteredi quello che esercita ma anche di quello al quale si sottomette, perché lo confonde con una causa. Non sottovalutiamo che: è sicuro che gli psicanalisti non sono sempre e ovunque chiari su questo punto. Possiamo certamente fantasmatizzare su una psicanalisi corta e ben oleata. Non è mai il caso. La psicanalisi esiste solo a condizione di non dimenticare che fa rottura civilizzatrice nel modo di aggregazione umano. Se essa vi riesce, può allora permettere al soggetto che vi è impegnato di separarsi dalla sua automaticità all’obbedienza, ma anche dalla propensione a fare della sua verità soggettiva l’alibi per i brutti tiri che fa agli altri… in totale innocenza.9

La concezione stessa del sintomo è in causa nell’opposizione psicanalisi/psicoterapia. In quest’ultima, il sintomo è colto nella sua incidenza patologica, come qualcosa da eliminare al più presto per ripristinare l’efficienza.

In psicanalisi il sintomo, al contrario, è qualcosa innanzitutto da ascoltare, da interrogare, un’occasione che può segnare un nuovo passo per il soggetto.

C’è una incompatibilità fondamentale della psicanalisi con gli ideali dell’ American way of life, conseguentemente non è possibile che una regolamentazione possa valutare o autentificare la situazione analitica.

L’intervento statale che riguarda la situazione italiana ma anche – in modo diverso – quella francese rappresenta un grande sconvolgimento – che è una caratteristica del neoliberismo perché introduce la sfera privata nello spazio pubblico regolamentando le pratiche di parola fino a quel momento liberamente contrattate. Questo viene fatto in nome della sicurezza e del bene degli utenti”, nel quadro di una legge di salute pubblica che impone l’introduzione di protocolli terapeutici, misure, rapporti, controlli standardizzati importati dal management allo scopo di insegnare agli individui quali sia il loro bene.

Purtroppo, per gli autori del Manifesto per la psicanalisi, la preoccupazione di preservare uno statuto giuridico della psicanalisi è prevalsa sulla necessità di rovesciare la questione e di interrogare, in nome della psicanalisi, la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. 10

Fantasma di legittimazione

Anni fa, nella scuola di cui facevo parte, durante un incontro di “teoria della clinica”, si aprì una discussione sulla Legge Ossicini, la Legge 56/89 che istituiva l’Albo degli psicologi e regolamentava l’esercizio della psicoterapia. Intervenni dicendo che si capiva perché a volte si fosse presi dalla nostalgia dell’ortodossia: è molto più comodo.

La nostalgia dell’ortodossia ha sullo sfondo il tema del desiderio di riconoscimento che riguarda ciascuno di noi, come condizione per poterci costituire in quanto esseri umani. Il bisogno di riconoscimento riguarda tutta la nostra vita; ne abbiamo bisogno per sentirci essere. A questo proposito propongo due passaggi:

Nel 1983 Maud Mannoni pubblica un libro, Le symptome et le savoir, che riguarda la discussione della sua tesi di dottorato avvenuta l’anno precedente. In occasione della presentazione si interroga.

Perché, dopo trent’anni di vita fuori dell’Università, sento il bisogno di tornarvi e di fare riconoscere il mio lavoro? Questo è sicuramente un sintomo. Nel mio desiderio di far riconoscere i miei lavori mi sento incoraggiata dall’esempio di Freud. Anche lui, che si era talmente allontanato dall’opinione ufficiale, sperava di essere riconosciuto da essa.11

Mi chiedo se si trattasse di opportunismo o di una questione di onestà. Nel secondo caso, dichiarare il proprio desiderio di legittimazione, facendosi riconoscere dall’università potrebbe essere un modo per riconoscere che il desiderio/bisogno di riconoscimento è inaggirabile, riguarda chiunque. Esporsi pubblicamente su questo che chiama al confronto con altri può aprire alla possibilità che si possa fare altrimenti?

Françoise Dolto
Françoise Dolto

Infine un aneddoto a proposito della passe. Françoise Dolto chiede a Lacan:

“Ma perché alla fine di tutta questa procedura hai voluto mettere per forza il riconoscimento di ae, analista della scuola”.

Lacan risponde:

“Così come l’ho combinata, la cosa è già abbastanza complicata. Se non avessi messo un’esca, un premio, alla fine del percorso, nessuno l’avrebbe fatto”.

Quasi volesse indicare la pasta di cui siamo fatti in quanto esseri umani: bisognosi e desiderosi di riconoscimento e di legittimazione. Come se, per affacciarci alla condizione umana, alla voragine aperta dall’inconscio freudiano, avessimo bisogno di illuderci di guadagnare qualcosa, magari un titolo?

Se oggi in Italia esiste una legge sugli psicoterapeuti, è anche perché noi analisti abbiamo fatto poco o nulla perché ce ne fosse un’altra o perché non ci fosse. Il primo pericolo per l’analisi è l’analista stesso. Si tratta, allora, di sapere perché. Per quanto mi riguarda, ritengo che i bisogni di riconoscimento, di fondamento, di ortodossia, di delega, probabilmente hanno a che fare con l’orrore di sapere che contraddistingue l’essere umano e dunque l’analista. Si pone allora in modo perentorio l’esigenza di elaborare questo “non voler sapere” con altri poiché è impossibile farlo da soli. L’alternativa è cadere nella passione dell’ortodossia, che significa pensare di dire il vero, schiacciando l’altro. Penso ad un’intervista in cui Clavreul inventa un neologismo: ortonoia, ortonoico12. Se non vogliamo cadere nell’ortonoia, parente della paranoia, dobbiamo fare i conti con la nostalgia dell’ortodossia, non rimuoverla, ma, al contrario, assumerla.

Sappiamo bene che le affermazioni intellettuali non spostano la rimozione. L’osserviamo tutti i giorni. È la condizione per vivere, probabilmente. L’orrore di sapere ha a che fare con il cogliere qualcosa dell’ inconsistenza del nostro essere, fatto di miraggi e identificazioni. Per sostenere la mancanza-a-essere abbiamo bisogno del “concorso di molti”.

La questione della psicanalisi a mio avviso non può essere separata dall’idea di essere umano, da quella di società e dal problema della formazione dell’analista. E per la formazione occorre porre al centro della riflessione la questione umana e il desiderio di legittimazione.

Desiderio di legittimazione come perfetto derivato dell’orrore nei confronti della finitudine, dell’angoscia che ci connota, del bisogno di rassicurazione, che spinge ad affidarci e a delegare all’Altro, di volta in volta in questione: padre, genealogia, ortodossia, società analitiche, stato, Dio, la responsabilità della nostra esistenza in primo luogo e di, conseguenza, la nostra responsabilità in quanto analisti.

Ma la psicanalisi e la formazione non devono, come compito etico, mettere a torsione il desiderio di legittimazione chiamato in causa a esorcizzare l’angoscia del doversi autorizzare ai propri atti?

Analisi, impresa folle: mentre indica il potente tornaconto, la posta in gioco essenziale dell’identificazione e del narcisismo – senza questa passione l’essere umano non potrebbe letteralmente sentirsi essere – scommette sull’accoglimento dell’inconscio, della mancanza-a-essere.

L’analisi non deve al suo termine – si chiede Lacan – mettere colui che la subisce di fronte alla realtà della condizione umana fino la limite della destituzione soggettiva?13 Lacan ci parla dunque di destituzione soggettiva, nella Proposta del ’67 dice: Non finiremo per scoraggiare i dilettanti, se lo annunciassimo? La destituzione soggettiva scritta sul biglietto d’ingresso […], non è un provocare l’orrore, l’indignazione, il panico, se non l’attentato, in ogni caso un dare un pretesto all’obiezione di principio?14

E continua: Abbiamo solo questa scelta: o affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere.15

Se ci sta a cuore l’insegnamento freudiano, si tratta di scegliere, di prendere posizione, di esporci: o sosteniamo (nel senso di reggere) che la psicanalisi abbia ancora a che fare con la peste o ne facciamo una questione di carriera, di rispettabilità, di professionalità.

Ne abbiamo il coraggio?

Altrimenti anche il dibattito sulla Legge 56/89 o sulle diverse leggi di regolamentazione, continuerebbe a iscriversi soltanto nella logica del lamento, uno dei tanti modi di confermare l’esistente.

Freud apre il testo Il problema dell’analisi condotta da non medici del 1926 con questa considerazione:

Fino ad ora nessuno si è curato di sapere chi esercita la psicoanalisi; il pubblico non se n’è affatto preoccupato, solo s’è trovato d’accordo – anche se in base alle più svariate argomentazioni – in un punto: nell’augurarsi cioè che nessuno dovesse esercitarla. La richiesta che soltanto i medici possano analizzare corrisponde dunque a un atteggiamento nuovo e apparentemente più benevolo, tanto che non sempre ci si rende conto che esso deriva invece direttamente, con un piccolo travestimento, dall’atteggiamento anteriore16.

Adesso, in Italia, non soltanto i medici ma anche gli psicologi possono esercitare: che cosa? L’esercizio legale riguarda – per la Legge 56/89 – la psicoterapia.

Freud sapeva bene quale abisso avesse aperto con la scoperta/invenzione dell’inconscio; non esita infatti a parlare di discesa agli inferi, di umiliazione, di mortificazione. E sa che in questo modo aveva attirato su di sé l’odio della comunità, compresa quella analitica. L’io non è padrone in casa propria: come tollerarlo?

Dialogando con l’interlocutore imparziale dell’analisi laica Freud dichiara, a proposito della formazione degli allievi: l’inefficacia dell’insegnamento teorico e la necessità di sottoporsi ad un’analisi approfondita. Fa riferimento agli strumenti di lavoro: personalità dell’analista, sensibilità, finezza d’orecchio, tatto. Come misurarli?

Da qui possiamo cogliere qualcosa della ricerca del consenso sociale, del bisogno di giustificarsi di fronte alla scienza medica fino a mimarne la logica ed il linguaggio, il bisogno di appartenenza, l’esigenza di legittimazione che riguarda gli psicanalisti..

Nel testo di Maud Mannoni troviamo:

Maud Mannoni
Maud Mannoni

In un numero de L’ordinaire du psychanalyste, una analista Radmila Zygouris, ha raccontato una volta la storia di una donna di servizio che si fece analizzare con successo. Ritornando dall’analista che l’aveva guarita disse: “Non so che cosa mi succede, ma adesso i miei padroni mi chiedono consiglio, la gente mi racconta la sua vita. Non sarò mica diventata psicanalista, per caso?”

E si chiede: Il mio itinerario non avrà qualche similitudine con ciò che è capitato alla femme de ménage? E’ una questione che non si può evitare.

La femme de ménage non si è trovata nella posizione di trasmettere un sapere ad un ignorante desideroso di appropriarsi delle conoscenze. Ma è divenuta, in un momento della sua storia, il supporto di un’interrogazione producendo, nell’altro, un sapere inconscio. Questa trasmissione si è fatta per il verso di una esperienza comune: quella di essere affetti dalla verità di un dramma17. (p.22)

Psicanalisi in Italia

La trasmissione della psicanalisi e la formazione degli analisti oggi in Italia si pone ben altrimenti.

Sono cambiati i soggetti, sulla poltrona e sul divano (quando viene usato). I giovani psicanalisti hanno una formazione molto diversa da quelli più anziani: la legge Ossicini è entrata in vigore nel 1989 ha ormai 24 anni ciò significa che soltanto chi ha più di 50 anni può aver beneficiato di una formazione psicanalitica “laica”. Chi ha meno di 50 anni per lo più ha fatto studi di psicologia, poi una scuola di psicoterapia e, se ha avuto ancora desiderio di fare una formazione psicanalitica ha dovuto disimparare – come diceva Freud per gli studi di medicina – tutto quello che ha assorbito in lunghi anni di studi.

Attualmente abbiamo almeno quattro problemi con cui confrontarci:

  • Il tentativo dei medici di riaffermare la loro supremazia: è recente l’accorpamento all’università delle facoltà di Medicina e psicologia;
  • Il rischio di denunce di psicanalisti per esercizio abusivo della professione psicoterapeutica a seguito di sentenze della Cassazione (nel 2008, nel 2011 e nel 2012) che sostengono che la psicanalisi è una psicoterapia18; a volte “la regina delle psicoterapie”.
  • Il problema della formazione degli analisti. In particolare come far sì che gli studenti conoscano qualcosa della psicanalisi e possano incontrare gli psicanalisti se la clinica legale è quella psicoterapeutica la cui formazione in Italia passa attraverso le Scuole di psicoterapia?;
  • L’avvenire e la sopravvivenza stessa della psicanalisi.

Occorre trovare il modo di sconfiggere il pericolo di scomparsa che riguarda la psicanalisi, occorre riaprire la questione della formazione, della trasmissione, occorre ritrovare il coraggio della mobilitazione, un po’ di orgoglio per il pensiero critico che la psicanalisi riesce ancora a esercitare contro il conformismo, i protocolli e le formazioni fatte con lo stampino. Occorre soprattutto non arretrare di fronte alla fatica incessante del fare insieme, del costruire quel “concorso di molti” senza il quale non c’è psicanalisi possibile.

Trovare insieme il modo per far sì – come scrivono gli autori del Manifesto per la psicanalisi – che questa esperienza che «sta alle innumerevoli terapie come il viaggio nel tempo sta all’acquisto di un orologio», possa continuare a vivere.

Altrimenti assisteremo a quanto previsto nel 1998 da J.B. Pontalis: “Presto la psicanalisi interesserà soltanto una frangia sempre più ristretta della popolazione. Sul divano degli psicanalisti resteranno solo gli psicanalisti19”.

E’ questo il nostro desiderio?

Giuliana Bertelloni
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 Traduzione italiana di Die Frage der laienanalyse, nelle Opere di Freud, vol. X.
2 Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Lérès, Michel Plon & Erik Porge, La fabrique éditions, Paris 2010; trad. It. Giuliana Bertelloni (revisione di Paolo Lollo), Manifesto per la psicanalisi, Ets Edizioni, Pisa 2011.
3 Antonello Sciacchitano, Davide Radice, La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012.
4 Ibidem, p. 112.
5 Ilse Grubich-Simitis, Freud. Retour aux manuscrits(1993), Paris, PUF, 1997. Pagine che possiamo leggere ora anche in italiano nella traduzione di Sciacchitano-Radice.
6 Correspondance de Sigmund Freud avec le pasteur Pfister 1909-1939, lettera del 20 agosto 1930, Paris, Gallimard, 1966, p. 194; ed. it., Corrispondenza di Sigmund Freud con il pastore Pfister
7 Cfr. Manifesto per la psicanalisi, pp,28-30.
8 Ibidem, p.32.
9 Cfr., ibidem, pp.78-79
10 Cfr. Ibidem, p.107.
11 Cfr. M. Mannoni, Le symptome et le savoir. Soutenence, Seuil, Paris 1983, p.11.
12 Cfr. AA.VV.,Quartier Lacan, Denoel, Paris 2001, p.25
13 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, Einaudi, Torino 1994, p. 381.
14 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicanalista della Scuola, in Scilicet 1/4, Feltrinelli, Milano 1977, p. 27.
15 Ibidem. (Corsivi miei).
16 S.Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, p. 351.
17 Maud Mannoni, op.cit, p.22.
18 Cassazione 24 aprile 2008, n. 22268; Per quanto concerne il delitto previsto dall’art. 348 c.p., si rileva che l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed allo inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti); la psicanalisi è una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali.
19 J.B.Pontalis, Cent ans après, AAVV Gallimard, Paris 1998.

 

Lettera di Freud ad Abraham sull’analisi laica

Propongo la traduzione di una lettera che Freud scrisse a Karl Abraham nel novembre 1924.

Karl Abraham
Karl Abraham

È di particolare interesse perché cita la questione dell’analisi laica come un argomento che non vuole ancora portare all’interno della Società Psicanalitica Viennese (cosa che farà all’inizio del ’26), ma vuole gestire cercando di influenzare le cosiddette “autorità”.

Cita poi il rapporto di Freud con Arnold Durig e ci fornisce da una parte un contesto all’importantissima lettera di poche settimane prima, dall’altra mette in discussione la tesi che Durig sia stato il modello sul quale Freud ha plasmato il suo interlocutore immaginario nel dialogo che ha luogo nella Frage del Laienanalyse: mentre per Durig Freud parla di “ampia convergenza”, nella Frage scrive “di non essere riuscito a convertire [l’imparziale] al suo punto di vista”.

È importante poi l’accenno al fatto che Freud appoggiasse il progetto di Helene Deutsch di strutturare a Vienna l’insegnamento psicanalitico sul modello dell’Istituto Psicanalitico di Berlino: in più di un’occasione Freud ha affermato infatti che l’analista si forma con l’autoanalisi.

 

Vienna IX, Bergasse 19

28. XI. 24

Caro amico,

Com’era nelle Sue intenzioni, ho dato lettura della sua lettera presidenziale all’interno della Società. Oggi voglio iniziare in modo informale il mio rapporto mensile in qualità di presidente. Mi dica però se una forma diversa le pare più adeguata.

C’è poco da comunicare. Nel corso dell’assemblea generale l’associazione, a seguito della mia lettera, mi ha rieletto. Federn è il vice, Bernfeld e Rank segretari, Reik responsabile della biblioteca. Con la revisione degli ospiti, al Dr. Urbantschitsch è stato tolto il diritto all’ospitalità. La maggioranza degli elementi più giovani ha deprecato la pubblicità poco rumorosa [sic] e di cattivo gusto che egli fa alla sua attività a Vienna. Alcuni dei più anziani sono dalla sua parte, Federn era profondamente risentito per il trattamento riservato al suo analizzando, sebbene egli non poté contraddire né il giudizio sulla sua scarsa attitudine intellettuale, né il giudizio sulla sua inaffidabilità e carente amor del vero.

Nell’ultima seduta, il 26. XI., la Deutsch ha tenuto una conferenza sulla menopausa nella donna, ricevendo un apprezzamento generale. La vedo oggi, mi deve presentare un piano per costituire un nuovo comitato didattico e organizzare l’insegnamento psicanalitico in stretto collegamento con il modello di Berlino. Sono d’accordo e spero che in questo modo riesca a farlo passare. È un tentativo di far fuori la cattiva amministrazione di Hirschmannsehe.

Non appartiene all’ambito della vita dell’associazione un avvenimento che mi riguarda e che può diventare importante. Il fisiologo Durig fa parte del Consiglio Superiore di Sanità e, come tale, è altamente “ufficiale”. Egli mi ha chiesto una perizia sull’analisi laica e io gliel’ho fornita per iscritto, poi ne ho discusso con lui a voce e fra di noi è risultata esserci un’ampia convergenza. Spero che adesso, per tutte le questioni di questo tipo, le autorità mi ascoltino.

Lei ha già letto la mia lettera a Eitingon con la descrizione del commiato di Rank. Spero che Ferenczi le abbia già inviato l’importante lettera di Brill che era indirizzata a lui. Ora posso aspettarmi che Berlino prenda posizione sull’insediamento del comitato, proposto in ultima istanza da Jones e Ferenczi.

Recentemente ho rivisto il mio recente contributo alla rivista, “La nota sul notes magico”. È da allora che non lavoro. La mia protesi mi tormenta ancora molto. Leggendo il suo accenno al divieto biblico di cucinare, ho avuto un déjà vu che non ho ancora chiarito, come se la connessione fosse stata già stata ribadita una volta o l’altra, sebbene io non riesca facilmente a stabilirla.

Cordiali saluti a Lei ai Suoi,

il suo Freud

 

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia.

Certo è che un vero spirito imparziale non può non congetturare che, se Freud non avesse conferito alla psicanalisi un assetto teorico-pratico di stampo medico ­– medico in teoria, con una metapsicologia strutturata come l’eziopatogenesi delle malattie mediche, e medico in pratica come cura mirante alla restituzione dello stato di prerimozione infantile – l’esito dello scontro con lo spirito corporativo della classe medica sarebbe stato probabilmente diverso. Non sarebbe stato un buco nell’acqua – ein Schlag ins Wasser.

Abbiamo noi altre chance? Non è troppo tardi per rimettere in sesto la psicanalisi su basi laiche, veramente non mediche? Non è tutto perduto per la tuttora giovane scienza freudiana?

Chissà, forse no; magari facendo nostra un po’ della sana incazzatura di Freud, magari non rivolgendola solo ai medici ma estendendola a tutti coloro che vorrebbero ridurre la psicanalisi a bibita analcolica.

 

Vienna 3.4.1928[1]

Caro Max,

la lettera svizzera, che allego (io non l’ho ricevuta, ma non ne sono arrabbiato), mi dà l’occasione di scriverle di nuovo così presto. Mi sembra di vedere che l’affare sia veramente serio, anche se non proprio urgente. Siamo di fronte a uno sviluppo che non si riesce facilmente ad arrestare. Probabilmente la finalità ultima, già segnalata da Ferenczi, è che l’IPA riconoscerà, oltre ai misti, anche i gruppi puramente medici e puramente laici.

L’argomento degli svizzeri, secondo cui anche in America esistono due gruppi,[2] avrebbe valore solo se si trattasse della coesistenza di un gruppo di Ginevra o di Zurigo con un gruppo svizzero generale. Naturalmente i nuovi svizzeri[3] non parlano delle ben note aspirazioni particolaristiche che Oberholzer ha confessato ancora una volta nella sua lettera circolare e che giustificano la nostra diffidenza; ma la cosa non può contribuire a tranquillizzarci.

Indubbiamente il mio scritto sull’analisi laica è stato un buco nell’acqua. Mi sono sforzato di risvegliare uno spirito comunitario analitico che dovrebbe contrapporsi allo spirito corporativo medico, ma l’operazione non ha avuto successo. Non mancheranno conseguenze e non saranno favorevoli, ma probabilmente non mi turberanno più. Mi ha ostacolato anche il fatto di essere, per così dire, un generale senza armata. Dei troppo pochi laici che volevo guidare, Rank è decaduto a millantatore; Reik, benché continui a lavorare bene, si è reso personalmente odioso; invece Pfister, con tutto il suo calore e la sua bontà, sfiora il ridicolo. Rimangono solo i pedagoghi, dai quali può venir fuori qualcosa, se si organizzeranno.

Ne vien fuori che mi sono tirato addosso la disapprovazione generale anche attraverso Avvenire di un’illusione. Rimbombano intorno a me solo cupe allusioni di ogni genere. Qualche giorno fa ricevetti un libretto di Binswanger, Wandlungen in der Auffassung des Traumes: von den Griechen zur Gegenwart.[4] È molto buono, con tutte le caratteristiche dell’autore che conosciamo: la sua fredda correttezza, il suo inchinarsi alla psicologia e alla filosofia ufficiali, ecc. L’ultima parola del libro, anche letteralmente, è: Dio. Ladri e assassini che non siete altro! Non sono riuscito a trattenermi dallo scrivergli come io supponga che il suo Dio sia un distillato filosofico, e ancora come, benché personalmente molto misurato, quasi astinente, io abbia un grande rispetto per robusti bevitori quali, per esempio, G. Keller e Böcklin. Solo che mi sembrano un po’ strane le persone che riescono a ubriacarsi con bibite analcoliche. Ma non cambia nulla con queste piacevolezze. Tutto ciò non è per niente bello.

Cordiali saluti a entrambi,
vostro Freud.

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione Davide Radice e Silvana Abbrescia Rath

 

Note

[1] Risposta all’ultima lettera di Eitingon.

[2] L’American Psychoanalytic Association e la New York Psychoanalytic Society, fondate entrambe nel 1911.

[3] Si tratta della nuova società di analisti medici svizzeri.

[4] Springer, Berlin 1928, trad. Elisabetta Basso, Ludwig Binswanger, Il sogno: mutamenti nella concezione e interpretazione dai Greci al presente, Quodlibet, Macerata 2009.

 

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto.

 

[Neue Freie Presse: Il Dott. Reik e la questione dei guaritori* (1926)
Una lettera del Professor Freud alla »Neue Freie Presse«]

 

Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato »Notizie dai circoli psicanalitici«, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

»… negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi rispetto ai medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili.«

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo.

Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Ad oggi l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo.

Annuncio di una pubblicazione »Sulla questione dell’analisi laica«

Approfitto di questa occasione per comunicare che ho appena dato alle stampe un libretto »Sulla questione dell’analisi laica«. In esso cerco di mostrare cosa sia una psicanalisi; cosa pretenda dagli analisti; dibatto sui non facili rapporti fra psicanalisi e medicina e da questa esposizione faccio derivare quali serie perplessità emergano contro l’applicazione meccanica del paragrafo sui guaritori al caso dell’analista istruito.

Poiché ho rinunciato al mio studio viennese e ho limitato la mia attività al trattamento di un piccolissimo numero di stranieri, spero che per questo annuncio io non venga accusato di essermi fatto una pubblicità contraria alle regole professionali.

Con la massima stima,

il Vostro Professor Freud.

______
* [Apparso per la prima volta sulla “Neue Freie Presse” del 18 luglio 1926, p. 12 (incluso ›Annuncio di una pubblicazione Sulla questione dell’analisi laica‹).]

 

Nel passaggio in cui Freud riassume il proprio lavoro sulla questione dell’analisi laica, non traduco con “mostrare cos’è la psicoanalisi”, come è riportato nell’edizione della Boringhieri, ma con “mostrare cosa sia una psicanalisi”. Non è solo una questione linguistica, Freud afferma chiaramente nel suo testo del 1926 di proporsi il compito di spiegare ad una persona che non si è mai stesa sul divano cosa accada durante un trattamento psicanalitico. Quindi, anche nel passaggio successivo, è la situazione analitica, non la psicanalisi in astratto, a “pretendere” dall’analista una serie di competenze, ad esempio saper lavorare con il transfert e con le resistenze.

 

Bibliografia

S. Freud, Dr. Reik und die Kurpfuschereifrage (1926), in Gesammelte Werke, Nachtragsband – Texte aus den Jahren 1885 bis 1938, Imago Publishing Co. Ltd., London 1996, pp. 715-717.

S. Freud, Il Dottor Reik e il problema dei guaritori empirici, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978, pp. 425-430.

 

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Freud scrisse per il “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di Max Eitingon. La prefazione di Freud venne scritta nel 1923. Il rapporto di Eitingon si riferiva invece all’attività dell’istituto nel periodo fra il marzo 1920 e il giugno 1922.

Insegna dell'Istituto Psicanalitico di Berlino

È interessante l’uso che Freud fa del termine Laien (laici / profani) a chiusura del suo testo. L’abbinamento con il termine Ärzte (medici) anticipa il significato che Freud cercherà di imporre per questa parola, ‘non medici’: poiché la medicina non prepara in alcun modo all’analisi, i Laien non sono ‘profani’, incompetenti dell’analisi, sono solo ‘non medici’, ovvero laici.

Se appare quasi banale constatare che un analista o è medico o non è medico, tuttavia la polarizzazione sulla medicina della questione della formazione analitica priva di fatto di ogni specificità i Laien, che si trovano a concepire la propria identità per sottrazione, in negativo.

Non va tralasciata poi l’impostazione del rapporto fra scienza e terapia nel terzo paragrafo, che considera la terapia come accessoria rispetto alla sua dimensione scientifica. È certo una posizione diversa da quella che svilupperà nella Frage dove parlerà di un nesso inscindibile fra ricerca e cura. Peraltro questo passaggio apre al tema dell’uso della psicanalisi come psicoterapia di Stato, quale si andò poi effettivamente configurando ad esempio in Germania negli anni ’20 come spiegato da Claus-Dieter Rath nel suo intervento sul blog.

Prefazione a “Rapporto sul Policlinico Psicanalitico di Berlino” di M. Eitingon

Il mio amico Max Eitingon, che ha creato il Policlinico Psicanalitico di Berlino e lo ha finora sostenuto con mezzi propri, nelle pagine che seguono relaziona al pubblico sui motivi per cui l’ha fondato, così come sull’organizzazione e sull’attività dell’istituto.

Posso contribuire a questo scritto solo con l’augurio che presto, anche in altri luoghi, si possano trovare uomini e associazioni che, seguendo l’esempio di Eitingon, diano vita a istituti analoghi.

Se la psicanalisi, accanto alla sua importanza scientifica, possiede un valore in quanto metodo terapeutico, se è in grado di assistere le persone sofferenti nella battaglia per soddisfare le richieste culturali, allora questa attività di aiuto dovrebbe essere dispensata anche a quella moltitudine di coloro che sono troppo poveri per poter pagare all’analista il suo faticoso lavoro.

Specialmente in questi tempi, questa appare come una necessità sociale dal momento che gli strati intellettuali della popolazione che sono particolarmente esposti alla nevrosi stanno cadendo inarrestabilmente nell’impoverimento.

Istituti come il Policlinico di Berlino sono in grado, anche da soli, di superare le difficoltà che altrimenti si oppongono a un insegnamento approfondito della psicanalisi. Essi rendono possibile la formazione di un grande numero di analisti preparati, nell’efficacia dei quali va ravvisata l’unica possibile protezione contro il danno patito dai malati a causa di inesperti e incompetenti, siano essi laici o medici.

 

Storici pettegolezzi

Una storia non scritta, forse non scrivibile

Armando Verdiglione
Armando Verdiglione

C’è una storia non scritta nella psicanalisi italiana. In effetti, non è storia ma pettegolezzo. È difficile scrivere il pettegolezzo; tanto difficile quanto scrivere “tutta” la verità. Se qui provo dirne brevemente e parzialmente qualcosa è per un’impellenza teorica: dimostrare l’equivalenza tra sintomo individuale e sintomo collettivo, espressione entrambi della stessa volontà di ignoranza.

Il padre della psicanalisi italiana nutrì un odio viscerale per Armando Verdiglione, che epitetava come “il magliaro di Caulonia”. Si badi bene; non era odio per Lacan; all’epoca – metà anni Settanta – il lacanismo stava entrando nell’accademia; è del 1980 un fortunato numero di “aut aut” intitolato “A partire da Lacan”; i coinemi di Fornari traducevano i significanti di Lacan. Allora, perché Musatti odiava (avevo scritto “amava”) Verdiglione? Perché portava i capelli unti di brillantina Linetti? Forse, ma non lo sapremo mai bene. L’odio è un inganno tanto quanto l’amore, essendo fratelli gemelli di madre ignoranza. Ciò non gli impedisce di diffondersi a macchia d’olio nel collettivo come e forse più dell’amore. (Esiste l’antisemitismo che supera in estensione il filosemitismo).

Ingannato da un odio sintomatico, Musatti plagiò il proprio allievo Ossicini, parlamentare della Prima Repubblica, affinché promuovesse una legge che regolamentasse la psicanalisi come psicoterapia di Stato. Il plagio fu evidente a tutti ma contestato da nessuno, a differenza dell’accusa di plagio nei confronti di un innocente dentista, che fu mossa a Verdiglione e per cui il magliaro di Caulonia fu al conseguente processo condannato insieme a certi suoi allievi magliarini. Il ragionamento fallace di Musatti era semplice, anzi semplicistico. “Se regolamento la psicoterapia, l’Armando, che non è regolamentato, va fuori legge ed entra in prigione; a quel punto avrò mano libera in psicanalisi.”

Cesare Musatti
Cesare Musatti

Tutto giusto, tranne un piccolo particolare, dovuto a un minimo spostamento, che del resto era già avvenuto e addirittura precedeva la mossa musattiana: la riduzione della psicanalisi a psicoterapia. La legge Ossicini non faceva che ratificare in Italia sul piano giuridico la posizione ufficiale dell’IPA, secondo cui la psicanalisi è e resta per sempre una pratica medica e come tale deve essere regolamentata dallo Stato. La traduzione musattiana della freudiana Die Frage der Laienanalyse fu, infatti, “La questione dell’analisi condotta da non medici”. Il padre della psicanalisi italiana non aveva assimilato bene la lezione freudiana sulla negazione che non nega, ma porta alla coscienza il rimosso. In effetti, Musatti aveva in mente una sola cosa: “La questione dell’analisi condotta dai medici”. Sciocco e anacronistico errore, in parte suggerito da certe ambiguità di Freud, concernenti la concezione della medicina come scienza, perché nulla interessa di meno al medico che la psicanalisi, e giustamente, perché molto meglio dello psicanalista il medico sa che la psicanalisi non è di natura medica.

Fu così che quella italiana divenne una psicanalisi made in Medicaulonia.