La consegna di Giovanni Sias

È simile a dei ragazzi che stanno nelle piazze e gridano a altri, dicendo: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non vi siete battuti il petto
Matteo 11, 16-17

Nella mia ultima lettera, scrivevo a Giovanni Sias di avere terminato di costruire i file di stampa e di copertina del libro, da lui curato, delle interviste inedite a Giuseppe Pontiggia rimaste nel cassetto per trent’anni – quel libro a cui dichiarava di tenere più di ogni altro.1 La sua estrema volontà era di saperlo certamente pubblicato, anche se forse non avrebbe avuto il piacere di tenerlo tra le mani. Stavo per inviare i file in tipografia, quando Daniela Marcheschi (a cui si deve la Prefazione) mi ha inviato una quarantina di indirizzi di articolisti che lo avrebbero recensito su quotidiani e riviste. Si poneva così la questione di chi dovesse ricevere i libri stampati e occuparsi degli invii. Date le condizioni di Sias, spettava a me il compito di soddisfare il suo estremo desiderio. La lettera con cui lo rassicuravo in tal senso non ha fatto in tempo a raggiungerlo in vita. Ma la sua risposta mi è giunta in sogno, la notte di ferragosto.

Mi trovo nella casa in cui sono nato e vengo sorpreso dallo squillo imperioso del campanello. Mentre vado ad aprire, i miei movimenti sono lenti e pesanti, mi trascino con grande sforzo verso la porta, mentre tutto il mio corpo sembra opporsi. En passant, scorgo in un letto la sagoma informe di mio padre, completamente sepolto sotto un ammasso di coperte. Quanto meno, penso, uno “straccio di padre” ce l’ho (avuto). Apro infine la porta di casa e nel buio delle scale intravvedo “l’ombra di un volto imperscrutabile nell’ombra”. Nonostante l’angoscia, non mi sveglio. Con uno sforzo penoso trovo la voce per chiedere:
Per chi è la consegna?
È per te, mi sento rispondere.

Nel sogno riconosco i tratti pavidi della nevrosi (se l’angoscia mi avesse svegliato, la capitolazione sarebbe stata completa), che ad ogni invocazione, ad ogni promozione di un’investitura, si aggrappa a uno straccio di padre e volentieri si schermisce: destinatario assente, si prega di ripassare. Non senza motivo: la consegna va ben al di là di un compito editoriale, per affidarmi (insieme ad altri: cuique suum), un’eredità spirituale ancora tutta da stimare, l’esito di una ricerca all’insegna del motto della Lega anseatica caro a Freud: navigare necesse est, vivere non necesse. Leggi tutto “La consegna di Giovanni Sias”

Ricordare, ripetere ed elaborare

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1914 sui rapporti fra il ricordare, il ripetere e l’elaborare. Nel novero dei cosiddetti “testi tecnici” mi appare il più complesso perché cerca di spiegare l’evoluzione della pratica analitica e allo stesso tempo pone una mezza dozzina di concetti in un gioco di continui rimandi e di reciproche determinazioni, riuscendo certamente a mettere su carta la complessità della situazione analitica, ma obbligando anche il lettore a uno sforzo per cercare di non perdersi in una fitta trama concettuale. Fra i temi che vorrei evidenziare, c’è il rapporto fra inconscio e memoria, che contempla possibilità inaudite, come che «accada particolarmente spesso che sia ricordato qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente». Centrale è poi l’esposizione della relazione che lega tre concetti fondamentali della psicanalisi quali la coazione di ripetizione, il transfert e la resistenza e che permette di leggere nell’agito del paziente non tanto un sostituto del ricordare, ma più propriamente una sua modalità.

Ricordare, ripetere ed elaborare (1914)

Non mi sembra superfluo rammentare continuamente al discente quali profonde trasformazioni abbia sperimentato la tecnica psicanalitica a partire dai suoi primordi. Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco direttamente il fattore della formazione del sintomo e, conseguentemente, di sforzarsi con tenacia per far riprodurre i processi psichici di tale situazione al fine di guidarli alla scarica attraverso l’attività cosciente. Ricordare e abreagire erano allora le mete da raggiungere con l’aiuto dello stato ipnotico. Successivamente, con la rinuncia all’ipnosi, ci si impose il compito di indovinare, attraverso le libere idee spontanee dell’analizzato, ciò che egli rifiutava di ricordare. Attraverso il lavoro di interpretazione e la comunicazione al malato degli esiti, si doveva aggirare la resistenza; era conservata la messa a fuoco delle situazioni della formazione dei sintomi e di ogni altra situazione che si presentava dietro il fattore scatenante la malattia; l’abreagire passò in secondo piano e sembrò essere sostituito dal dispendio di lavoro che l’analizzato doveva svolgere per superare (seguendo la regola fondamentale della ψα)1 la critica verso le proprie idee spontanee. Alla fine si è venuta configurando la rigorosa tecnica attuale, nella quale il medico rinuncia alla messa a fuoco di un singolo fattore o problema, si accontenta di studiare la superficie psichica dell’analizzato in quel momento,2 utilizzando l’arte dell’interpretazione essenzialmente per riconoscere queste resistenze che si fanno avanti e per renderle coscienti al malato. Si produce così una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote al malato; se queste resistenze sono superate, il malato, spesso senza alcuno sforzo, racconta le situazioni e le connessioni dimenticate. Naturalmente l’obiettivo di queste tecniche è rimasto immutato. In modo descrittivo: colmare le lacune del ricordo; in modo dinamico: superare le resistenze della rimozione. Leggi tutto “Ricordare, ripetere ed elaborare”