Ricordare, ripetere ed elaborare

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1914 sui rapporti fra il ricordare, il ripetere e l’elaborare. Nel novero dei cosiddetti “testi tecnici” mi appare il più complesso perché cerca di spiegare l’evoluzione della pratica analitica e allo stesso tempo pone una mezza dozzina di concetti in un gioco di continui rimandi e di reciproche determinazioni, riuscendo certamente a mettere su carta la complessità della situazione analitica, ma obbligando anche il lettore a uno sforzo per cercare di non perdersi in una fitta trama concettuale. Fra i temi che vorrei evidenziare, c’è il rapporto fra inconscio e memoria, che contempla possibilità inaudite, come che «accada particolarmente spesso che sia ricordato qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente». Centrale è poi l’esposizione della relazione che lega tre concetti fondamentali della psicanalisi quali la coazione di ripetizione, il transfert e la resistenza e che permette di leggere nell’agito del paziente non tanto un sostituto del ricordare, ma più propriamente una sua modalità.

Ricordare, ripetere ed elaborare (1914)

Non mi sembra superfluo rammentare continuamente al discente quali profonde trasformazioni abbia sperimentato la tecnica psicanalitica a partire dai suoi primordi. Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco direttamente il fattore della formazione del sintomo e, conseguentemente, di sforzarsi con tenacia per far riprodurre i processi psichici di tale situazione al fine di guidarli alla scarica attraverso l’attività cosciente. Ricordare e abreagire erano allora le mete da raggiungere con l’aiuto dello stato ipnotico. Successivamente, con la rinuncia all’ipnosi, ci si impose il compito di indovinare, attraverso le libere idee spontanee dell’analizzato, ciò che egli rifiutava di ricordare. Attraverso il lavoro di interpretazione e la comunicazione al malato degli esiti, si doveva aggirare la resistenza; era conservata la messa a fuoco delle situazioni della formazione dei sintomi e di ogni altra situazione che si presentava dietro il fattore scatenante la malattia; l’abreagire passò in secondo piano e sembrò essere sostituito dal dispendio di lavoro che l’analizzato doveva svolgere per superare (seguendo la regola fondamentale della ψα)[1] la critica verso le proprie idee spontanee. Alla fine si è venuta configurando la rigorosa tecnica attuale, nella quale il medico rinuncia alla messa a fuoco di un singolo fattore o problema, si accontenta di studiare la superficie psichica dell’analizzato in quel momento,[2] utilizzando l’arte dell’interpretazione essenzialmente per riconoscere queste resistenze che si fanno avanti e per renderle coscienti al malato. Si produce così una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote al malato; se queste resistenze sono superate, il malato, spesso senza alcuno sforzo, racconta le situazioni e le connessioni dimenticate. Naturalmente l’obiettivo di queste tecniche è rimasto immutato. In modo descrittivo: colmare le lacune del ricordo; in modo dinamico: superare le resistenze della rimozione.

Si deve sempre essere grati alla vecchia tecnica ipnotica per averci mostrato, isolandoli e schematizzandoli, i singoli processi psichici dell’analisi. Solo in questo modo abbiamo potuto trovare il coraggio di creare situazioni complicate nella cura analitica stessa e di mantenerle trasparenti.

In quei trattamenti ipnotici, il ricordare assumeva una forma molto semplice. Il paziente si trasponeva in una situazione precedente, che non sembrava mai confondere con quella presente, comunicava i propri processi psichici nella misura in cui erano rimasti normali e vi aggiungeva ciò che dei processi allora inconsci poteva essere reso cosciente.

Intercalo qui alcune annotazioni che ciascun analista ha trovato confermate nella propria esperienza. Il dimenticare impressioni, scene ed esperienze si riduce di solito a un loro “sbarramento”. Quando il paziente parla di questo “dimenticare”, raramente manca di aggiungere: “in realtà l’ho sempre saputo, solo non ci pensavo”. Non di rado esprime la sua delusione per il fatto che non sembrano volergli venire in mente abbastanza cose che egli possa riconoscere come “dimenticate”, cose a cui non ha mai più pensato da quando sono accadute. Tuttavia, questo rimpianto trova la sua soddisfazione, specialmente nell’isteria di conversione.[3] Il “dimenticare” sperimenta un’ulteriore limitazione nell’apprezzamento dei ricordi di copertura, in genere molto presenti. In alcuni casi ho avuto l’impressione che la nota amnesia infantile, per noi molto importante dal punto di vista teorico, sia completamente controbilanciata dai ricordi di copertura. In questi casi viene conservato non solo qualcosa di essenziale della vita infantile, ma propriamente tutto l’essenziale. Si deve solo comprendere come svilupparlo, attraverso l’analisi, a partire da essi. Essi sono rappresentanti[4] degli anni dimenticati dell’infanzia in un modo tanto adeguato quanto il contenuto manifesto del sogno è rappresentante dei pensieri del sogno.

L’altro gruppo di processi psichici – ai quali, come atti puramente interni, si possono contrapporre impressioni ed esperienze – cioè fantasie, processi di riferimento,[5] emozioni e connessioni, deve essere considerato separatamente nella sua relazione con il dimenticare e il ricordare. Qui accade particolarmente spesso che sia “ricordato” qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente e inoltre per il decorso psichico sembra essere del tutto indifferente che una tale “connessione” fosse cosciente e poi sia stata dimenticata, oppure che essa non sia mai giunta alla coscienza. La convinzione che il malato acquisisce nel corso dell’analisi è del tutto indipendente da tale ricordo.

Particolarmente nelle molteplici forme della nevrosi di coazione,[6] l’oblio si limita di solito alla dissoluzione delle connessioni, al disconoscimento delle successioni [degli eventi], all’isolamento dei ricordi.

Per un tipo particolare di esperienze estremamente importanti – che hanno luogo nelle primissime epoche dell’infanzia e che a quel tempo sono state vissute senza essere comprese, ma hanno trovato a posteriori comprensione e interpretazione – la maggior parte delle volte non può essere ridestato un ricordo. Si arriva a conoscerle attraverso i sogni e si è costretti a credere a esse dai motivi cogenti che derivano dalla compagine della nevrosi, potendosi anche convincere che l’analizzato, dopo aver superato le sue resistenze, non adduca contro la loro accettazione la mancanza di un sentimento di ricordo (sensazione di familiarità). Tuttavia questo oggetto richiede così tanta precauzione critica e porta così tante cose nuove e sconcertanti che gli riservo un trattamento separato con un materiale appropriato.

Applicando la nuova tecnica, di questo processo, che ha un decorso piacevole e senza complicazioni, è però rimasto assai poco, spesso nulla. Anche qui si presentano casi che per un tratto procedono come con la tecnica ipnotica e che solo successivamente si bloccano; altri casi si comportano in modo diverso fin dall’inizio. Se ci attenessimo al segno distintivo di quest’ultimo tipo, potremmo dire che l’analizzato non ricorda assolutamente nulla di ciò che ha dimenticato e rimosso, ma lo agisce.[7] Non lo riproduce come ricordo, ma come un’azione, lo ripete, senza naturalmente sapere che lo ripete.

Ad esempio: l’analizzato non riferisce che ricorda di essere stato provocatorio e diffidente nei confronti dell’autorità dei genitori, ma si comporta in tal modo verso il medico. Non ricorda che nella sua ricerca sessuale infantile è rimasto bloccato, sconcertato e inerme; presenta invece una sfilza di sogni che, come le idee spontanee, sono confusi, si lamenta che nulla gli riesce e dichiara che il suo destino è quello di non portare mai a termine alcuna impresa. Non ricorda che provava un’intensa vergogna per certe attività sessuali e temeva che venissero scoperte, mostra invece di vergognarsi del trattamento a cui ora si è sottoposto e cerca di tenerlo nascosto a tutti e così via.

Soprattutto, inizia la cura con tale ripetizione. Spesso, quando si è comunicata la regola fondamentale a un paziente con una storia di vita piena di vicissitudini e una lunga storia clinica e poi gli viene chiesto di dire ciò che gli viene in mente, con l’aspettativa che le sue comunicazioni sgorgheranno copiose, si apprende, prima di tutto, che non sa dire nulla. È silenzioso e afferma che non gli viene in mente nulla. Naturalmente, questo non è altro che la ripetizione di un atteggiamento omosessuale, che si spinge avanti come resistenza verso qualsiasi ricordo. Finché rimane in trattamento, non sarà mai più libero da questa coazione alla ripetizione; si capisce infine che questo è il suo modo di ricordare.

In primo luogo ci interessa, naturalmente, la relazione di questa coazione di ripetizione con il transfert e con la resistenza. Ben presto ci rendiamo conto che il transfert è di per sé solo un pezzo della ripetizione e la ripetizione è la trasposizione del passato dimenticato non solo sul medico, ma anche su tutti gli altri ambiti della situazione attuale. Dobbiamo quindi essere preparati al fatto che l’analizzato si abbandoni alla coazione alla ripetizione, che ora sostituisce l’impulso a ricordare, non solo nel rapporto personale con il medico, ma anche in tutte le altre attività e nelle relazioni della sua vita attuale, per esempio quando sceglie un oggetto d’amore nel corso della cura, quando si assume un compito, quando partecipa a un’impresa. Anche la porzione della resistenza è facile da riconoscere. Tanto più grande è la resistenza, tanto più ampiamente il ricordare sarà sostituito dall’agire (ripetere). Di fatto nell’ipnosi il ricordare ideale di ciò che è dimenticato corrisponde a uno stato in cui la resistenza è interamente messa da parte. Se la cura inizia con il patrocinio di un transfert positivo lieve e non espresso, essa consente innanzitutto, come nell’ipnosi, un immergersi nel ricordo durante il quale i sintomi stessi della malattia tacciono; ma se nell’ulteriore decorso il transfert diventa ostile o troppo forte, avendo quindi bisogno di rimozione, il ricordare lascia subito il posto all’agire. Da quel momento in poi, le resistenze determinano l’ordine di successione di ciò che va ripetuto. Il malato estrae dall’arsenale del passato le armi con le quali si difende dalla prosecuzione della cura e che dobbiamo strappargli di mano pezzo per pezzo.

Abbiamo dunque sentito che l’analizzato ripete, invece di ricordare, che ripete secondo le condizioni della resistenza; ora possiamo chiederci: propriamente, cosa ripete o agisce? La risposta è: egli ripete tutto ciò che, a partire dalle fonti del suo rimosso, si è già fatto strada nella sua essenza manifesta: le sue inibizioni e i suoi atteggiamenti inutili, i suoi tratti caratteriali patologici. Durante il trattamento ripete anche tutti i suoi sintomi. E ora possiamo notare che enfatizzando la coazione alla ripetizione non abbiamo acquisito alcun fatto nuovo, ma solo una concezione più unitaria. Ora ci rendiamo conto che lo stato di malattia dell’analizzato non può cessare con l’inizio della sua analisi, che dobbiamo trattare la sua malattia non come un vicenda storica, ma come una potenza attuale. Pezzo per pezzo il suo stato di malattia viene allora portato nell’orizzonte e nella sfera di influenza della cura e, mentre il malato lo sperimenta come qualcosa di reale e di attuale, noi dobbiamo svolgere il lavoro terapeutico, che consiste in buona parte nel ricondurlo al passato.

Il far ricordare nell’ipnosi doveva dare l’impressione di un esperimento in laboratorio. Il far ripetere durante il trattamento analitico, secondo la tecnica più recente, significa evocare un pezzo di vita reale e quindi non può essere, in tutti i casi, innocuo e scevro da pericoli. A ciò si ricollega spesso tutto il problema dell’inevitabile “peggioramento durante la cura”.

Soprattutto, già l’avvio[8] del trattamento fa sì che il malato modifichi il suo atteggiamento cosciente verso la malattia. Di solito si accontentava di lamentarsene, disprezzandola come qualcosa di insensato, sottovalutandone l’importanza, ma, di fronte alle sue manifestazioni, ha proseguito il comportamento rimuovente, la politica dello struzzo, che aveva già tenuto nei confronti delle sue origini. Può quindi accadere che non conosca bene le condizioni della sua fobia, che non ascolti la formulazione corretta[9] delle sue idee coatte o che non riesca a cogliere lo scopo vero e proprio del suo impulso coatto. Ciò naturalmente non giova alla cura. Egli deve acquisire il coraggio di prestare attenzione ai fenomeni della sua malattia. Per lui la malattia stessa non deve più essere qualcosa di spregevole, deve piuttosto diventare un degno avversario, un pezzo del suo essere che poggia su buoni motivi, da cui recuperare qualcosa di valore per la sua vita successiva. La riconciliazione con il rimosso, che si esprime nei sintomi, è quindi preparata fin dall’inizio, ma lo è anche una certa tolleranza verso l’essere malato. Se ora, a seguito di questo nuovo rapporto con la malattia, i conflitti si acuiscono e i sintomi, che in precedenza erano poco marcati, vengono spinti in primo piano, il paziente può essere facilmente confortato facendo notare che questi sono solo peggioramenti necessari ma transitori e che non si può uccidere alcun nemico che sia assente o che non sia abbastanza vicino.[10] La resistenza può tuttavia sfruttare la situazione per i suoi scopi e abusare del permesso di essere malato. Sembra quindi dare una dimostrazione: “guarda cosa viene fuori quando mi cimento davvero in queste cose! Non ho fatto bene ad abbandonarle alla rimozione?” Sono le persone giovani e infantili quelle che tendono in particolare a usare l’atteggiamento addolcito verso l’essere malato, atteggiamento richiesto nella cura, per indulgere nei sintomi della malattia.

Ulteriori pericoli derivano dal fatto che nel progredire della cura possono giungere fino alla ripetizione anche moti pulsionali nuovi, più profondi, che non erano ancora riusciti a farsi strada. Infine, le azioni del paziente al di fuori del transfert possono comportare danni transitori alla sua vita, ma possono persino essere scelte per inficiare in modo permanente una salute ancora da raggiungere.

La tattica che il medico deve adottare in questa situazione è facile da giustificare. Per lui il ricordare alla vecchia maniera, il riprodurre nell’ambito psichico, rimane l’obiettivo a cui si aggrappa, anche se sa che con la nuova tecnica non può essere raggiunto. Si prepara a una lotta permanente con il paziente al fine di trattenere nell’ambito psichico tutti quegli impulsi che il paziente vorrebbe dirigere verso l’ambito motorio e celebra come un trionfo della cura il riuscire, attraverso il lavoro del ricordo, a liquidare qualcosa che il paziente vorrebbe scaricare con un’azione. Quando il legame attraverso il transfert è diventato in qualche modo utilizzabile, il trattamento riesce a impedire al malato le azioni di ripetizione più significative e a utilizzare il proposito in statu nascendi[11] come materiale per il lavoro terapeutico. Si protegge al meglio il malato dal danno provocato dal dare corso ai suoi impulsi se lo si obbliga a non prendere decisioni vitali durante la cura, ad esempio scegliere una professione o scegliere un oggetto d’amore definitivo, e ad attendere, per tutti questi propositi, il momento della guarigione.

Si risparmia volentieri ciò che della libertà personale dell’analizzato è compatibile con queste prescrizioni, non lo si ostacola nell’attuazione di propositi irrilevanti, anche se assurdi, e non si dimentica che l’uomo può diventare prudente[12] propriamente solo con le batoste e con la propria esperienza. Ci sono certo anche casi in cui non si può impedire al paziente di impegnarsi, durante il trattamento, in una qualche impresa totalmente inopportuna e che sia reso docile e accessibile al lavoro analitico solo a cose fatte. Occasionalmente può anche capitare che non si abbia il tempo di mettere alle pulsioni selvagge le briglie[13] del transfert o che il paziente, in un’azione di ripetizione, strappi il laccio che lo lega al trattamento. Come esempio estremo, posso scegliere il caso di una signora anziana che, in uno stato crepuscolare, aveva ripetutamente lasciato la sua casa e suo marito ed era fuggita da qualche parte, senza mai essere consapevole di alcun motivo per questo “andarsene”. Ha fatto il suo ingresso nel mio trattamento con un transfert ben delineato e affettuoso, accrescendolo nel corso dei primi giorni in un modo tanto rapido da essere inquietante[14] e alla fine della prima settimana “se ne andò via” anche da me prima che avessi il tempo di dirle qualcosa che avrebbe potuto impedirle questa ripetizione.

Tuttavia, il mezzo principale per domare la coazione di ripetizione del paziente e trasformarla in un motivo per il ricordare risiede nel padroneggiamento del transfert. La rendiamo innocua, anzi addirittura utile, concedendole il suo diritto, in un determinato ambito, di essere libera di fare. Le dischiudiamo il transfert come campo di addestramento[15] in cui le è permesso di dispiegarsi in una libertà quasi completa e le è ingiunto di mostrarci tutto ciò che permane nascosto nelle pulsioni patogene nella vita psichica dell’analizzato. Se il paziente si mostra tanto compiacente da rispettare le condizioni di esistenza del trattamento, di regola ci riesce di dare a tutti i sintomi della malattia un nuovo significato transferale,[16] sostituendo la sua nevrosi comune con una nevrosi di transfert, dalla quale egli può essere guarito attraverso il lavoro terapeutico. Il transfert crea così un regno intermedio tra malattia e vita, attraverso il quale viene compiuto il passaggio dal primo al secondo. Il nuovo stato ha assunto tutti i caratteri della malattia, ma rappresenta una malattia artificiale[17] che è accessibile in qualunque punto ai nostri interventi. È allo stesso tempo un pezzo dell’esperienza reale, ma reso possibile da condizioni particolarmente favorevoli e ha la natura di qualcosa di provvisorio. Dalle reazioni di ripetizione, che si mostrano nel transfert, le note vie conducono poi al risveglio dei ricordi che, dopo il superamento della resistenza, compaiono senza sforzo.

Potrei interrompere qui se il titolo di questo saggio[18] non mi obbligasse ad aggiungere all’esposizione un altro brano di tecnica analitica. È noto che il superamento delle resistenze è introdotto dal medico, il quale scopre la resistenza che l’analizzato non ha mai riconosciuto e la comunica al paziente. Sembra ora che i principianti in analisi siano propensi a considerare questa introduzione come l’intero lavoro. Sono stato spesso consultato per casi nei quali il medico si lamentava di aver presentato al malato la sua resistenza, eppure nulla era cambiato, anzi si lamentava che la resistenza era più forte che mai e l’intera situazione era diventata ancora più opaca.[19] Sembrava che la cura non stesse avanzando. Questa cupa aspettativa si è poi sempre rivelata errata. Di regola la cura era nella fase del suo progresso migliore; il medico aveva solo dimenticato che nominare la resistenza non può comportare come conseguenza la sua immediata cessazione. Bisogna dare al malato il tempo di immergersi nella resistenza che gli è sconosciuta, di elaborarla,[20] di superarla persistendo, a dispetto di essa, nel lavoro secondo la regola analitica fondamentale. Solo all’acme della resistenza si trovano poi nel lavoro comune con l’analizzato i moti pulsionali rimossi che nutrono la resistenza e della cui esistenza e potere il paziente si convince attraverso tale esperienza. Il medico non ha altro da fare che attendere e lasciare che si svolga un decorso che non può essere evitato, ma che peraltro non sempre può essere accelerato. Se si attiene a questa intuizione, spesso si risparmierà la fallace impressione di aver fallito laddove ha invece condotto il trattamento sulla retta via.

Questa elaborazione delle resistenze può diventare, nella pratica, un compito gravoso per l’analizzato e una prova di pazienza per il medico. Ma è quel brano di lavoro che ha il maggiore effetto di cambiamento sul paziente e che distingue il trattamento analitico da qualsiasi influenza suggestiva. Teoricamente lo si può equiparare alla “abreazione” degli importi di affetto intrappolati dalla rimozione, senza la quale il trattamento ipnotico rimase senza influenza.

Note

1 [Abbreviazione per “psicanalisi”.]

2 [Jeweilige psychische Oberfläche. Espressione che compare identica nello scritto del 1911 dedicato all’impiego dell’interpretazione del sogno nel trattamento analitico. Cfr. S. Freud, Die Handhabung der Traumdeutung in der Psychoanalyse (1911), trad. it. L’impiego dell’interpretazione dei sogni nella psicoanalisi, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 518. La prima occorrenza di “superficie psichica” va ricondotta invece al testo con Breuer sull’isteria. Cfr. S. Freud, J. Breuer, Studien über Hysterie (1895), trad. it. Studi sull’isteria, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. I, Boringhieri, Torino 1967, p. 259. Per una bibliografia su questo concetto, si veda la voce Oberfläche (psychische) del testo Handbuch psychoanalytischer Grundbegriffe [“Manuale dei concetti psicanalitici fondamentali”]. Cfr. W. Mertens, Handbuch psychoanalytischer Grundbegriffe, Kohlhammer Verlag, Stoccarda 2014.]

3 [“Classe di nevrosi in cui il conflitto psichico è simbolizzato dai più vari sintomi somatici, parossistici (ad esempio: crisi emozionale con teatralismo) o più durevoli (ad esempio: anestesie, paralisi isteriche, sensazione di «groppo» faringeo, ecc.)”. Cfr. J. Laplanche, J.-B. Pontalis, Vocabulaire de la psychanalyse (1973), trad. it. Enciclopedia della psicanalisi, 2 voll., vol. 1, Laterza, Bari 1993, p. 305.]

4 [Repräsentieren. Non siamo qui nell’ambito del rappresentare “mimetico” [vorstellen], in sostanza lo stesso della filosofia, ma nell’ambito della rappresentanza [Repräsentanz] e della delega, dove il rapporto fra rappresentato e rappresentante ha un carattere arbitrario.]

5 [Beziehungsvorgänge. Ipotizzo che Freud stia facendo riferimento ai processi che sottendono il delirio di riferimento, in tedesco Beziehungswahn, secondo la nomenclatura psichiatrica.]

6 [Zwangsneurose. Il termine tedesco Zwang rimanda alla costrizione e alla coazione. È parte della parola composta Wiederholungszwang che è normalmente tradotta come “coazione a ripetere”, anche se potrebbe essere tradotta più propriamente con “coazione di ripetizione”. In ogni caso, la dimensione psichica propria della coazione è ben più generale di un particolare quadro clinico.]

7 [Er agiere es. Sono da respingere sia la traduzione inglese “to act out”, che conferisce alla frase una fuorviante connotazione psichiatrica, sia la derivata traduzione italiana “mettere in atto”. “Agire” e agieren condividono l’etimologia e rimandano a un altro termine che Freud utilizza in questo ambito semantico, ovvero Aktion, e ai connessi “reagire” (reagieren) e “reazione” (Reaktion).]

8 [Einleitung der Behandlung. Le stesse parole che compaiono nel titolo del saggio del 1913 sulle prime fasi dell’analisi, nelle quali l’analista introduce il paziente al trattamento. Cfr. S. Freud, Zur Einleitung der Behandlung (1913), trad. it. Inizio del trattamento, in Opere di Sigmund Freud, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, pp. 333-352.]

9 [Richtigen Wortlaut. Per comprendere il senso dell’aggettivo “corretto” in questo contesto, si veda questo brano dal secondo capitolo del testo del 1895 Ulteriori annotazioni sulle neuropsicosi da difesa: “Ricostruendo, con l’aiuto del metodo analitico, l’insorgere di una singola rappresentazione coatta, si trova che da un’impressione attuale si è dato impulso a diversi percorsi di pensiero, uno dei quali, andando oltre il ricordo rimosso, risulta costruito logicamente in un modo altrettanto corretto quanto l’altro, sebbene sia incapace di diventare cosciente e non possa venire corretto. Se i risultati delle due operazioni psichiche non concordano, non si arriva a un appianamento logico della contraddizione e invece, accanto all’esito normale del pensiero, a entrare nella coscienza, come compromesso fra la resistenza e il risultato patologico del pensiero, è una rappresentazione coatta che sembra assurda”. Cfr S. Freud, Weitere Bemerkungen über die Abwehr-Neuropsychosen (1895), trad. it. Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, in Opere di Sigmund Freud, vol. I, Boringhieri, Torino 1968, p. 314 (trad. modificata).]

10 [Richiama un analogo passaggio a conclusione del testo del 1912 sulla dinamica del transfert: “È innegabile che il soggiogare i fenomeni del transfert crea allo psicanalista le difficoltà più grandi, ma non bisogna dimenticare che proprio essi ci rendono il servizio inestimabile di rendere attuali e manifesti i moti d’amore, occulti e dimenticati, dei malati, perché in fin dei conti nessuno può essere abbattuto in absentia o in effigie”. Cfr. S. Freud, Zur Dynamik der Übertragung (1912), trad. it. Dinamica della traslazione, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 531 (trad. modificata).]

11 [In latino nel testo.]

12 [Klug. Klugheit è il termine tedesco per prudenza.]

13 [Zügel. Freud userà il verbo zügeln nel testo sull’analisi laica del 1926, ma in un contesto individuale, con l’Io che imbriglia le passioni dell’Es: “Da una parte, con l’aiuto del suo organo sensoriale, il sistema coscienza, l’Io tiene sotto osservazione il mondo esterno per cogliere al volo il momento favorevole alla soddisfazione senza danni; dall’altra, influisce sull’Es, ne imbriglia le “passioni”, predisponendo il differimento delle soddisfazioni pulsionali e, quando lo ritenga necessario, modificandone le mete o abbandonandole in cambio dell’indennità. Domando così i moti dell’Es, l’Io sostituisce il principio di piacere, in precedenza unico regolatore, con il cosiddetto principio di realtà, che persegue le stesse mete finali, ma tenendo conto delle condizioni poste dal mondo esterno reale”. Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano-Udine 2012, p. 45.]

14 [Unheimlich. Freud ha dedicato un saggio a questo concetto. Se a perturbare la quiete è il ritorno del rimosso, siamo qui di fronte all’accenno di una reazione controtransferale.]

15 [Tummelplatz. Soprattutto fino all’800 questo termine indicava la lizza dove si addestravano i cavalli o l’arringo dove avvenivano le giostre. Freud rimane quindi sul piano metaforico aperto con l’immagine del transfert che imbriglia le passioni selvagge del paziente.]

16 [Si tratta qui di una vera e propria traduzione.]

17 [Freud riprenderà questa caratterizzazione della nevrosi di transfert nella Lezione 27, dedicata al transfert: “Non è sbagliato dire che non si ha più a che fare con la precedente malattia del paziente, ma con una nevrosi ricreata e trasformata, che sostituisce la prima. Questa nuova edizione della vecchia affezione l’abbiamo seguita dall’inizio, l’abbiamo vista nascere e crescere e in essa ci orientiamo particolarmente bene perché noi stessi, come oggetto, stiamo al suo centro. Tutti i sintomi del malato hanno abbandonato il loro significato originario e si sono predisposti a un nuovo senso, che consiste nell’essere in relazione con il transfert. Oppure hanno continuato a sussistere solo quei sintomi ai quali poteva riuscire una simile rielaborazione. Domare questa nuova nevrosi artificiale coincide però con l’eliminazione della malattia che è stata portata nella cura, con la soluzione del nostro compito terapeutico”. Cfr. S. Freud, Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, XXVII. Vorlesung – Die Übertragung (1916-1917), trad. it. Introduzione alla psicoanalisi, 27. Lezione – La traslazione, in Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976, p. 593 (trad. modificata).]

18 [Erinnern, Wiederholen und Durcharbeiten. Manca qualcosa sul Durcharbeiten (“elaborare”).]

19 [Undurchsichtiger. “Quando si riesce a includere i transfert nell’analisi, allora il suo decorso diventa opaco [undurchsichtig] e rallentato, ma la sua continuazione è meglio garantita nei confronti di resistenze improvvise e incontenibili”. S. Freud, Brüchstück einer Hysterie-Analyse (1905), trad. it. Frammento di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora), in Opere di Sigmund Freud, vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 399 (trad. modificata).]

20 [Ihn durchzuarbeiten.]

 

Stanislaw Ignacy Witkiewicz, Self-Portrait in a Broken Mirror (1914)
Stanislaw Ignacy Witkiewicz, Self-Portrait in a Broken Mirror (1914)

Erinnern, Wiederholen und Durcharbeiten (1914)

[126] Es scheint mir nicht überflüssig, den Lernenden immer wieder daran zu mahnen, welche tiefgreifenden Veränderungen die psychoanalytische Technik seit ihren ersten Anfängen erfahren hat. Zuerst, in der Phase der Breuerschen Katharsis, die direkte Einstellung des Moments der Symptombildung und das konsequent festgehaltene Bemühen, die psychischen Vorgänge jener Situation reproduzieren zu lassen, um sie zu einem Ablauf durch bewußte Tätigkeit zu leiten. Erinnern und Abreagieren waren damals die mit Hilfe des hypnotischen Zustandes zu erreichenden Ziele. Sodann, nach dem Verzicht auf die Hypnose, drängte sich die Aufgabe vor, aus den freien Einfällen des Analysierten zu erraten, was er zu erinnern versagte. Durch die Deutungsarbeit und die Mitteilung ihrer Ergebnisse an den Kranken sollte der Widerstand umgangen werden; die Einstellung auf die Situationen der Symptombildung und jene anderen, die sich hinter dem Momente der Erkrankung ergaben, blieb erhalten, das Abreagieren trat zurück und schien durch den Arbeitsaufwand ersetzt, den der Analysierte bei der ihm aufgedrängten Überwindung [127] der Kritik gegen seine Einfälle (bei der Befolgung der ψα Grundregel) zu leisten hatte. Endlich hat sich die konsequente heutige Technik herausgebildet, bei welcher der Arzt auf die Einstellung eines bestimmten Moments oder Problems verzichtet, sich damit begnügt, die jeweilige psychische Oberfläche des Analysierten zu studieren und die Deutungskunst wesentlich dazu benützt, um die an dieser hervortretenden Widerstände zu erkennen und dem Kranken bewußt zu machen. Es stellt sich dann eine neue Art von Arbeitsteilung her: der Arzt deckt die dem Kranken unbekannten Widerstände auf; sind diese erst bewältigt, so erzählt der Kranke oft ohne alle Mühe die vergessenen Situationen und Zusammenhänge. Das Ziel dieser Techniken ist natürlich unverändert geblieben. Deskriptiv: die Ausfüllung der Lücken der Erinnerung, dynamisch: die Überwindung der Verdrängungswiderstände.
Man muß der alten hypnotischen Technik dankbar dafür bleiben, daß sie uns einzelne psychische Vorgänge der Analyse in Isolierung und Schematisierung vorgeführt hat. Nur dadurch konnten wir den Mut gewinnen, komplizierte Situationen in der analytischen Kur selbst zu schaffen und durchsichtig zu erhalten.
Das Erinnern gestaltete sich nun in jenen hypnotischen Behandlungen sehr einfach. Der Patient versetzte sich in eine frühere Situation, die er mit der gegenwärtigen niemals zu verwechseln schien, teilte die psychischen Vorgänge derselben mit, soweit sie normal geblieben waren, und fügte daran, was sich durch die Umsetzung der damals unbewußten Vorgänge in bewußte ergeben konnte.
Ich schließe hier einige Bemerkungen an, die jeder Analytiker in seiner Erfahrung bestätigt gefunden hat. Das Vergessen von Eindrücken, Szenen, Erlebnissen reduziert sich zumeist auf eine »Absperrung« derselben. Wenn der Patient von diesem »Vergessenen« spricht, versäumt er selten, hinzuzufügen: das habe ich [128] eigentlich immer gewußt, nur nicht daran gedacht. Er äußert nicht selten seine Enttäuschung darüber, daß ihm nicht genug Dinge einfallen wollen, die er als »vergessen« anerkennen kann, an die er nie wieder gedacht, seitdem sie vorgefallen sind. Indes findet auch diese Sehnsucht, zumal bei Konversionshysterien, ihre Befriedigung. Das »Vergessen« erfährt eine weitere Einschränkung durch die Würdigung der so allgemein vorhandenen Deckerinnerungen. In manchen Fällen habe ich den Eindruck empfangen, daß die bekannte, für uns theoretisch so bedeutsame Kindheitsamnesie durch die Deckerinnerungen vollkommen aufgewogen wird. In diesen ist nicht nur einiges Wesentliche aus dem Kindheitsleben erhalten, sondern eigentlich alles Wesentliche. Man muß nur verstehen, es durch die Analyse aus ihnen zu entwickeln. Sie repräsentieren die vergessenen Kinderjahre so zureichend wie der manifeste Trauminhalt die Traumgedanken.
Die andere Gruppe von psychischen Vorgängen, die man als rein interne Akte den Eindrücken und Erlebnissen entgegenstellen kann, Phantasien, Beziehungsvorgänge, Gefühlsregungen, Zusammenhänge, muß in ihrem Verhältnis zum Vergessen und Erinnern gesondert betrachtet werden. Hier ereignet es sich besonders häufig, daß etwas »erinnert« wird, was nie »vergessen« werden konnte, weil es zu keiner Zeit gemerkt wurde, niemals bewußt war, und es scheint überdies völlig gleichgültig für den psychischen Ablauf, ob ein solcher »Zusammenhang« bewußt war und dann vergessen wurde, oder ob er es niemals zum Bewußtsein gebracht hat. Die Überzeugung, die der Kranke im Laufe der Analyse erwirbt, ist von einer solchen Erinnerung ganz unabhängig.
Besonders bei den mannigfachen Formen der Zwangsneurose schränkt sich das Vergessene meist auf die Auflösung von Zusammenhängen, Verkennung von Abfolgen, Isolierung von Erinnerungen ein.
[129]Für eine besondere Art von überaus wichtigen Erlebnissen, die in sehr frühe Zeiten der Kindheit fallen und seinerzeit ohne Verständnis erlebt worden sind, nachträglich aber Verständnis und Deutung gefunden haben, läßt sich eine Erinnerung meist nicht erwecken. Man gelangt durch Träume zu ihrer Kenntnis und wird durch die zwingendsten Motive aus dem Gefüge der Neurose genötigt, an sie zu glauben, kann sich auch überzeugen, daß der Analysierte nach Überwindung seiner Widerstände das Ausbleiben des Erinnerungsgefühles (Bekanntschaftsempfindung) nicht gegen deren Annahme verwertet. Immerhin erfordert dieser Gegenstand soviel kritische Vorsicht und bringt soviel Neues und Befremdendes, daß ich ihn einer gesonderten Behandlung an geeignetem Materiale vorbehalte.
Von diesem erfreulich glatten Ablauf ist nun bei Anwendung der neuen Technik sehr wenig, oft nichts, übrig geblieben. Es kommen auch hier Fälle vor, die sich ein Stück weit verhalten wie bei der hypnotischen Technik und erst später versagen; andere Fälle benehmen sich aber von vornherein anders. Halten wir uns zur Kennzeichnung des Unterschiedes an den letzteren Typus, so dürfen wir sagen, der Analysierte erinnere überhaupt nichts von dem Vergessenen und Verdrängten, sondern er agiere es. Er reproduziert es nicht als Erinnerung, sondern als Tat, er wiederholt es, ohne natürlich zu wissen, daß er es wiederholt.
Zum Beispiel: Der Analysierte erzählt nicht, er erinnere sich, daß er trotzig und ungläubig gegen die Autorität der Eltern gewesen sei, sondern er benimmt sich in solcher Weise gegen den Arzt. Er erinnert nicht, daß er in seiner infantilen Sexualforschung rat- und hilflos stecken geblieben ist, sondern er bringt einen Haufen verworrener Träume und Einfälle vor, jammert, daß ihm nichts gelinge, und stellt es als sein Schicksal hin, niemals eine Unternehmung zu Ende zu führen. Er erinnert nicht, daß er sich gewisser Sexualbetätigungen intensiv geschämt [130] und ihre Entdeckung gefürchtet hat, sondern er zeigt, daß er sich der Behandlung schämt, der er sich jetzt unterzogen hat, und sucht diese vor allen geheim zu halten usw.
Vor allem beginnt er die Kur mit einer solchen Wiederholung. Oft, wenn man einem Patienten mit wechselvoller Lebensgeschichte und langer Krankheitsgeschichte die psychoanalytische Grundregel mitgeteilt und ihn dann aufgefordert hat, zu sagen, was ihm einfalle, und nun erwartet, daß sich seine Mitteilungen im Strom ergießen werden, erfährt man, zunächst, daß er nichts zu sagen weiß. Er schweigt und behauptet, daß ihm nichts einfallen will. Das ist natürlich nichts anderes als die Wiederholung einer homosexuellen Einstellung, die sich als Widerstand gegen jedes Erinnern vordrängt. Solange er in Behandlung verbleibt, wird er von diesem Zwange zur Wiederholung nicht mehr frei; man versteht endlich, dies ist seine Art zu erinnern.
Natürlich wird uns das Verhältnis dieses Wiederholungszwanges zur Übertragung und zum Widerstande in erster Linie interessieren. Wir merken bald, die Übertragung ist selbst nur ein Stück Wiederholung und die Wiederholung ist die Übertragung der vergessenen Vergangenheit nicht nur auf den Arzt, sondern auch auf alle anderen Gebiete der gegenwärtigen Situation. Wir müssen also darauf gefaßt sein, daß der Analysierte sich dem Zwange zur Wiederholung, der nun den Impuls zur Erinnerung ersetzt, nicht nur im persönlichen Verhältnis zum Arzte hingibt, sondern auch in allen anderen gleichzeitigen Tätigkeiten und Beziehungen seines Lebens, zum Beispiel wenn er während der Kur ein Liebesobjekt wählt, eine Aufgabe auf sich nimmt, eine Unternehmung eingeht. Auch der Anteil des Widerstandes ist leicht zu erkennen. Je größer der Widerstand ist, desto ausgiebiger wird das Erinnern durch das Agieren (Wiederholen) ersetzt sein. Entspricht doch das ideale Erinnern des Vergessenen in der Hypnose einem Zustande, in welchem der Widerstand völlig bei Seite geschoben ist. Beginnt die Kur unter der [131] Patronanz einer milden und unausgesprochenen positiven Übertragung, so gestattet sie zunächst ein Vertiefen in die Erinnerung wie bei der Hypnose, während dessen selbst die Krankheitssymptome schweigen; wird aber im weiteren Verlaufe diese Übertragung feindselig oder überstark und darum verdrängungsbedürftig, so tritt sofort das Erinnern dem Agieren den Platz ab. Von da an bestimmen dann die Widerstände die Reihenfolge des zu Wiederholenden. Der Kranke, holt aus dem Arsenale der Vergangenheit die Waffen hervor, mit denen er sich der Fortsetzung der Kur erwehrt, und die wir ihm Stück für Stück entwinden müssen.
Wir haben nun gehört, der Analysierte wiederholt anstatt zu erinnern, er wiederholt unter den Bedingungen des Widerstandes; wir dürfen jetzt fragen, was wiederholt oder agiert er eigentlich? Die Antwort lautet, er wiederholt alles, was sich aus den Quellen seines Verdrängten bereits in seinem offenkundigen Wesen durchgesetzt hat, seine Hemmungen und unbrauchbaren Einstellungen, seine pathologischen Charakterzüge. Er wiederholt ja auch während der Behandlung alle seine Symptome. Und nun können wir merken, daß wir mit der Hervorhebung des Zwanges zur Wiederholung keine neue Tatsache, sondern nur eine einheitlichere Auffassung gewonnen haben. Wir machen uns nun klar, daß das Kranksein des Analysierten nicht mit dem Beginne seiner Analyse aufhören kann, daß wir seine Krankheit nicht als eine historische Angelegenheit, sondern als eine aktuelle Macht zu behandeln haben. Stück für Stück dieses Krankseins wird nun in den Horizont und in den Wirkungsbereich der Kur gerückt, und während der Kranke es als etwas Reales und Aktuelles erlebt, haben wir daran die therapeutische Arbeit zu leisten, die zum guten Teile in der Zurückführung auf die Vergangenheit besteht.
Das Erinnernlassen in der Hypnose mußte den Eindruck eines Experiments im Laboratorium machen. Das Wiederholenlassen während der analytischen Behandlung nach der neueren Technik [132] heißt ein Stück realen Lebens heraufbeschwören und kann darum nicht in allen Fällen harmlos und unbedenklich sein. Das ganze Problem der oft unausweichlichen »Verschlimmerung während der Kur« schließt hier an.
Vor allem bringt es schon die Einleitung der Behandlung mit sich, daß der Kranke seine bewußte Einstellung zur Krankheit ändere. Er hat sich gewöhnlich damit begnügt, sie zu bejammern, sie als Unsinn zu verachten, in ihrer Bedeutung zu unterschätzen, hat aber sonst das verdrängende Verhalten, die Vogel-Strauß-Politik, die er gegen ihre Ursprünge übte, auf ihre Äußerungen fortgesetzt. So kann es kommen, daß er die Bedingungen seiner Phobie nicht ordentlich kennt, den richtigen Wortlaut seiner Zwangsideen nicht anhört oder die eigentliche Absicht seines Zwangsimpulses nicht erfaßt. Das kann die Kur natürlich nicht brauchen. Er muß den Mut erwerben, seine Aufmerksamkeit mit den Erscheinungen seiner Krankheit zu beschäftigen. Die Krankheit selbst darf ihm nichts Verächtliches mehr sein, vielmehr ein würdiger Gegner werden, ein Stück seines Wesens, das sich auf gute Motive stützt, aus dem es Wertvolles für sein späteres Leben zu holen gilt. Die Versöhnung mit dem Verdrängten, welches sich in den Symptomen äußert, wird so von Anfang an vorbereitet, aber es wird auch eine gewisse Toleranz fürs Kranksein eingeräumt. Werden nun durch dies neue Verhältnis zur Krankheit Konflikte verschärft und Symptome hervorgedrängt, die früher noch undeutlich waren, so kann man den Patienten darüber leicht durch die Bemerkung trösten, daß dies nur notwendige, aber vorübergehende Verschlechterungen sind, und daß man keinen Feind umbringen kann, der abwesend oder nicht nahe genug ist. Der Widerstand kann aber die Situation für seine Absichten ausbeuten und die Erlaubnis, krank zu sein, mißbrauchen wollen. Er scheint dann zu demonstrieren: Schau her, was dabei herauskommt, wenn ich mich wirklich auf diese Dinge einlasse. Hab’ ich nicht recht getan, sie der Verdrängung [133] zu überlassen? Besonders jugendliche und kindliche Personen pflegen die in der Kur erforderliche Einlenkung auf das Kranksein gern zu einem Schwelgen in den Krankheitssymptomen zu benützen.
Weitere Gefahren entstehen dadurch, daß im Fortgange der Kur auch neue, tiefer liegende Triebregungen, die sich noch nicht durchgesetzt hatten, zur Wiederholung gelangen können. Endlich können die Aktionen des Patienten außerhalb der Übertragung vorübergehende Lebensschädigungen mit sich bringen oder sogar so gewählt sein, daß sie die zu erreichende Gesundheit dauernd entwerten.
Die Taktik, welche der Arzt in dieser Situation einzuschlagen hat, ist leicht zu rechtfertigen. Für ihn bleibt das Erinnern nach alter Manier, das Reproduzieren auf psychischem Gebiete, das Ziel, an welchem er festhält, wenn er auch weiß, daß es bei der neuen Technik nicht zu erreichen ist. Er richtet sich auf einen beständigen Kampf mit dem Patienten ein, um alle Impulse auf psychischem Gebiete zurückzuhalten, welche dieser aufs Motorische lenken möchte, und feiert es als einen Triumph der Kur, wenn es gelingt, etwas durch die Erinnerungsarbeit zu erledigen, was der Patient durch eine Aktion abführen möchte. Wenn die Bindung durch die Übertragung eine irgend brauchbare geworden ist, so bringt es die Behandlung zustande, den Kranken an allen bedeutungsvolleren Wiederholungsaktionen zu hindern und den Vorsatz dazu in statu nascendi als Material für die therapeutische Arbeit zu verwenden. Vor der Schädigung durch die Ausführung seiner Impulse behütet man den Kranken am besten, wenn man ihn dazu verpflichtet, während der Dauer der Kur keine lebenswichtigen Entscheidungen zu treffen, etwa keinen Beruf, kein definitives Liebesobjekt zu wählen, sondern für alle diese Absichten den Zeitpunkt der Genesung abzuwarten.
Man schont dabei gern, was von der persönlichen Freiheit des Analysierten mit diesen Vorsichten vereinbar ist, hindert ihn [134] nicht an der Durchsetzung belangloser, wenn auch törichter Absichten, und vergißt nicht daran, daß der Mensch eigentlich nur durch Schaden und eigene Erfahrung klug werden kann. Es gibt wohl auch Fälle, die man nicht abhalten kann, sich während der Behandlung in irgend eine ganz unzweckmäßige Unternehmung einzulassen, und die erst nachher mürbe und für die analytische Bearbeitung zugänglich werden. Gelegentlich muß es auch vorkommen, daß man nicht die Zeit hat, den wilden Trieben den Zügel der Übertragung anzulegen, oder daß der Patient in einer Wiederholungsaktion das Band zerreißt, das ihn an die Behandlung knüpft. Ich kann als extremes Beispiel den Fall einer älteren Dame wählen, die wiederholt in Dämmerzuständen ihr Haus und ihren Mann verlassen hatte und irgendwohin geflüchtet war, ohne sich je eines Motives für dieses »Durchgehen« bewußt zu werden. Sie kam mit einer gut ausgebildeten zärtlichen Übertragung in meine Behandlung, steigerte dieselbe in unheimlich rascher Weise in den ersten Tagen und war am Ende einer Woche auch von mir »durchgegangen«, ehe ich noch Zeit gehabt hatte, ihr etwas zu sagen, was sie an dieser Wiederholung hätte hindern können.
Das Hauptmittel aber, den Wiederholungszwang des Patienten zu bändigen und ihn zu einem Motiv fürs Erinnern umzuschaffen, liegt in der Handhabung der Übertragung. Wir machen ihn unschädlich, ja vielmehr nutzbar, indem wir ihm sein Recht einräumen, ihn auf einem bestimmten Gebiete gewähren lassen. Wir eröffnen ihm die Übertragung als den Tummelplatz, auf dem ihm gestattet wird, sich in fast völliger Freiheit zu entfalten, und auferlegt ist, uns alles vorzuführen, was sich an pathogenen Trieben im Seelenleben des Analysierten verborgen hat. Wenn der Patient nur so viel Entgegenkommen zeigt, daß er die Existenzbedingungen der Behandlung respektiert, gelingt es uns regelmäßig, allen Symptomen der Krankheit eine neue Übertragungsbedeutung zu geben, seine gemeine Neurose durch [135] eine Übertragungsneurose zu ersetzen, von der er durch die therapeutische Arbeit geheilt werden kann. Die Übertragung schafft so ein Zwischenreich zwischen der Krankheit und dem Leben, durch welches sich der Übergang von der ersteren zum letzteren vollzieht. Der neue Zustand hat alle Charaktere der Krankheit übernommen, aber er stellt eine artefizielle Krankheit dar, die überall unseren Eingriffen zugänglich ist. Er ist gleichzeitig ein Stück des realen Erlebens, aber durch besonders günstige Bedingungen ermöglicht und von der Natur eines Provisoriums. Von den Wiederholungsreaktionen, die sich in der Übertragung zeigen, führen dann die bekannten Wege zur Erweckung der Erinnerungen, die sich nach Überwindung der Widerstände wie mühelos einstellen.
Ich könnte hier abbrechen, wenn nicht die Überschrift dieses Aufsatzes mich verpflichten würde, ein weiteres Stück der analytischen Technik in die Darstellung zu ziehen. Die Überwindung der Widerstände wird bekanntlich dadurch eingeleitet, daß der Arzt den vom Analysierten niemals erkannten Widerstand aufdeckt und ihn dem Patienten mitteilt. Es scheint nun, daß Anfänger in der Analyse geneigt sind, diese Einleitung für die ganze Arbeit zu halten. Ich bin oft in Fällen zu Rate gezogen worden, in denen der Arzt darüber klagte, er habe dem Kranken seinen Widerstand vorgestellt, und doch habe sich nichts geändert, ja der Widerstand sei erst recht erstarkt und die ganze Situation sei noch undurchsichtiger geworden. Die Kur scheine nicht weiter zu gehen. Diese trübe Erwartung erwies sich dann immer als irrig. Die Kur war in der Regel im besten Fortgange; der Arzt hatte nur vergessen, daß das Benennen des Widerstandes nicht das unmittelbare Aufhören desselben zur Folge haben kann. Man muß dem Kranken die Zeit lassen, sich in den ihm unbekannten Widerstand zu vertiefen, ihn durchzuarbeiten, ihn zu überwinden, indem er ihm zum Trotze die Arbeit nach der analytischen Grundregel fortsetzt. Erst auf der Höhe desselben [136] findet man dann in gemeinsamer Arbeit mit dem Analysierten die verdrängten Triebregungen auf, welche den Widerstand speisen und von deren Existenz und Mächtigkeit sich der Patient durch solches Erleben überzeugt. Der Arzt hat dabei nichts anderes zu tun, als zuzuwarten und einen Ablauf zuzulassen, der nicht vermieden, auch nicht immer beschleunigt werden kann. Hält er an dieser Einsicht fest, so wird er sich oftmals die Täuschung, gescheitert zu sein, ersparen, wo er doch die Behandlung längs der richtigen Linie fortführt.
Dieses Durcharbeiten der Widerstände mag in der Praxis zu einer beschwerlichen Aufgabe für den Analysierten und zu einer Geduldprobe für den Arzt werden. Es ist aber jenes Stück der Arbeit, welches die größte verändernde Einwirkung auf den Patienten hat und das die analytische Behandlung von jeder Suggestionsbeeinflussung unterscheidet. Theoretisch kann man es dem »Abreagieren« der durch die Verdrängung eingeklemmten Affektbeträge gleichstellen, ohne welches die hypnotische Behandlung einflußlos blieb.