Medicina, omeopatia e psicanalisi

L’omeopatia doveva prima o poi nascere sul tronco della medicina, perché è un modello vacuo di discorso medico. Anzi, stupisce che sia nata molto tardi, alla fine del xviii secolo con Hahnemann (escludendo i pasticci alchemici di Paracelso a base di sale, zolfo e mercurio).

Omeopatia e medicina si basano entrambe sulla seguente coppia ordinata di agenti: (causa, controcausa). La causa è la causa morbosa o agente patogeno; la controcausa è l’agente terapeutico: l’atto chirurgico o l’antidoto chemioterapico. Per definizione la causa deve esistere in entrambi discorsi, pena la loro decadenza. Infatti, il fondamento filosofico di medicina e omeopatia è lo stesso: il principio di ragione sufficiente, nella versione che stabilisce la causa efficiente di ogni evento, sia l’evento morboso, sia l’evento terapeutico. In un certo senso, l’omeopatia è ancora più rigorosa della medicina, perché fissa un principio teorico – in realtà una rozza metafora – per individuare le controcause: similia similibus curantur, “i simili si curano con i simili”. Nell’omeopatia, tuttavia, la controcausa esiste solo in linea di principio, perché è materialmente vuota, essendo sostanzialmente cancellata dalle diluizioni estreme dell’antidoto. L’omeopatia è a tutti gli effetti una cura psichica o spirituale. Leggi tutto “Medicina, omeopatia e psicanalisi”

Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Custodi della Versagung

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

“Noi analisti non operiamo se non nel registro della Versagung.
“Noi entriamo a far parte del destino del soggetto, vi entriamo in qualche modo.”
J. Lacan, Il transfert

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
Letto per caso sui muri di Milano, in via Brera, il giorno del Convegno

Leggi tutto “Custodi della Versagung”

Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

Ho poco tempo. Do per scontati i ringraziamenti.

Il titolo manifesto del mio intervento è “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”; il titolo latente è: “Meno medicina in psicanalisi”. Non che io voglia fare un discorso contro la medicina; sarebbe per me per lo meno innaturale: io sono medico, mio padre era medico, mio zio materno era medico. Intendo, invece, fare un discorso contro l’inquinamento medicale della psicanalisi. Perché?

Cerco di dire qualche ragione. Leggi tutto “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”

Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

A dispetto dell’assetto individualistico del rapporto medico-malato, la medicina è essenzialmente e prima di tutto un fatto collettivo, culturale ancora prima che pratico. In effetti, la medicina non si limita a trattare le malattie organiche dell’individuo o della collettività (epidemie e pandemie). Dopo aver occupato il terreno della psicologia, il discorso medico ha invaso prepotentemente i principali settori della cultura, esclusi forse solo quelli artistici; allora in economia si parla di mali da curare, di crisi da superare, di terapie da attuare; in psicanalisi si parla di psicoterapia come cura delle nevrosi; in filosofia la correlazione con il discorso medico è tanto stretta da andare al cuore comune dei due discorsi; in ontologia si parla dell’essere tanto quanto in medicina il riferimento costante è all’essere che sta per non essere più e il medico si accanisce a tenere in vita; il filosofo parla di essere-alla-morte come il medico parla di essere alla vita, finché ce n’è. La medicina arriva perfino a contaminare la filosofia di Nietzsche, tra le cui carte di Basilea si trova un progetto del 1873 intitolato proprio Il filosofo come medico della civiltà (Kultur). Curiosamente, tra i colleghi psicanalisti, i più attaccati all’aspetto psicoterapeutico della psicanalisi sono letterati e filosofi; i medici sono in generale scettici sul valore terapeutico della cura analitica, convinti come sono che la cura psicologica sia di serie B Leggi tutto “Il medico immaginario”

Manghi su quel sapere che è l’inconscio

Con il consenso dell’autore, pubblico una mail che Moreno Manghi mi ha inviato pochi giorni fa.

Caro Davide, la forza e l’intelligenza del lavoro infaticabile di Sciacchitano sta nel denunciare la camicia di Nesso Ippocratica (la “gabbia medicale”) di cui Freud in-veste la psicanalisi, e nel reciderla con una sorta di rasoio di Occam. Lo stesso intervento viene poi eseguito sulle inevitabili conseguenze di quella camicia, perché se Freud, da un lato, resta il solo a difendere la laicità della psicanalisi, è solo dopo avere messo quest’ultima nelle mani di Jones, il suo businessman, e di Eitingon, il suo clerc. L’asportazione della camicia deve ritrovare il nesso con Freud, deve promuovere il “ritorno di Freud, come dice Pohlen, in quanto metro di valutazione del pensiero psicanalitico”. Per usare le parole di Antonello:

“Riconosco il nucleo non medico ma scientifico della psicanalisi freudiana in tre assiomi esistenziali, espressamente formulati da Freud: 1) esiste l’inconscio, che è un sapere che non si sa di sapere; 2) esiste la rimozione primaria; 3) esiste la Nachträglichkeit, cioè il sapere inconscio produce effetti differiti nel tempo. Sono questi gli assiomi che salvano l’eticità della psicanalisi, nel momento in cui ne promuovono la scientificità.” Leggi tutto “Manghi su quel sapere che è l’inconscio”

Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro. Leggi tutto “Domande nell’ombra, profane costruzioni”

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Quindici anni fa…

IV. Kongreß der Fondation européenne pour la Psychanalyse

Berlin, 22. 24. Mai 1998

Organisation: Martin Lerude, Jutta Prasse, Claus-Dieter Rath

Das Symptom in der Psychoanalyse und die Psychoanalyse als Symptom

Antonello Sciacchitano (Milano)

“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”

“Voglio solo sapermi al sicuro che terapia non uccida la scienza.”
S. Freud, La questione dell’analisi laica – Poscritto (1927)

Due definizioni negative di psicanalisi

1. Anche se di fatto promuove la guarigione del soggetto della scienza, in linea di principio la psicanalisi non è una terapia.

1.1. La psicanalisi non è una terapia perché [non conosce e] non applica alcuna ortodossia.

1.1.1. La psicanalisi non applica alcuna ortodossia perché lavora con il linguaggio, che non è un codice.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

1.2. Da quale malattia presume di guarire la psicanalisi? Vi allude Nietzsche in questo dialoghetto della Gaia Scienza:

A. Ero malato? Sono guarito? E chi è stato il mio medico? Come ho dimenticato tutto questo!

B. Ora ti credo che sei guarito, perché è guarito chi ha dimenticato.

1.3. La malattia del soggetto della scienza si chiama assenza di responsabilità etica.

2. Anche se la psicanalisi nasce dal tronco della scienza non è scienza.

2.1. L’idea di trasformare la psicanalisi in scienza della natura fa ridere.

2.2. Ancora più ridicola (dérisoire, dice Foucault nella sua Storia della follia) è la pretesa di smerciare la psicanalisi come scienza umana.

Una definizione positiva di psicanalisi

3. Infatti, la psicanalisi è un’etica, la particolare etica del soggetto della scienza.

3.1. La guarigione, o meglio la convalescenza, che la psicanalisi offre al soggetto della scienza, si chiama etica del desiderio.

3.2. In quanto etica, la psicanalisi non è applicazione ma costruzione.

3.2.1. La psicanalisi non si applica alla scienza come una terapia si applica alla cura della malattia o la teoria alla pratica [tecnologica].

3.3. Il soggetto della scienza non è altro che il soggetto dell’inconscio.

3.3.1. Grazie alla psicanalisi il soggetto della scienza costruisce la propria sublimazione etica.

3.4. Gli psicanalisti dovrebbero interrogarsi sui fallimenti etici del soggetto della scienza.

3.4.1. Finché non è troppo tardi, gli psicanalisti dovrebbero cercarvi un rimedio.

3.4.2. Consiglio negativo: abbandonare la pratica psicoterapeutica, che non serve allo scopo.

3.4.3. Consiglio positivo: promuovere la psicanalisi come revisione del giudizio [morale].

La psicoterapia è la resistenza servile alla psicanalisi

4. La psicoterapia è l’illusione principe indotta dal potere nel soggetto della scienza cui fa credere che esista la cura che annulla la discrepanza soggettiva tra sapere e verità.

4.1. La psicoterapia non può mai essere di “ispirazione psicanalitica”, perché non ha preoccupazioni etiche [ma di conformismo].

4.1.1. Di fatto la psicoterapia usa il linguaggio come codice di comunicazione prestabilito.

4.1.2. Di principio la psicanalisi opera con il linguaggio come totalità [aperta] che non forma un intero [concluso in se stesso].

4.2. Di principio la psicoterapia non può essere “di ispirazione psicanalitica”, perché applica prescrizioni tecniche [prestabilite].

4.2.1. Di fatto la psicanalisi cerca di inventare [caso per caso] un’etica soggettiva [nuova. È questo lo specifico impossibile del suo mestiere].

5. Riducendo l’inconscio a mitologia archetipica [collettiva], la psicoterapia sbarra al soggetto della scienza la strada di accesso alla [nuova] etica del desiderio.

5.1. Abolendo il desiderio, il potere preferisce la psicoterapia alla psicanalisi.

5.1.1. Infatti, la psicoterapia conforma il soggetto al[la volontà del] potere, mentre la psicanalisi si cura solo dell’etica del soggetto; è indifferente ai problemi del potere.

6. [In linea di principio] lo psicanalista non può essere psicoterapeuta. [Lo sarà di fatto].

6.1. Infatti, lo psicanalista ha il compito di acuire e approfondire la divisione soggettiva tra sapere e verità, tra intelletto e libertà, [rispettivamente tra] finito e infinito.

Aspetti di mercato della psicanalisi

7. L’offerta della psicanalisi è limitata al[la domanda del] soggetto della scienza.

7.1. Ogni estensione ad altri soggetti (religiosi, filosofici, letterari ecc.) fa degenerare la psicanalisi a psicoterapia.

7.1.1. Naturalmente, la restrizione ha conseguenze economiche: la psicanalisi non si vende a tutti.

7.1.2. Ciò significa che, per sopravvivere, lo psicanalista deve trovare altri lavori diversi da quello di psicoterapeuta.

7.2. La psicanalisi è per chi “soffre” [gode?] di scienza [e a causa della scienza].

7.3. La psicanalisi è per chi vuole elaborare il desiderio [del soggetto della scienza].

Aspetti di politica della psicanalisi

8. Il disagio della psicanalisi deriva dalla mancata assunzione di responsabilità da parte degli psicanalisti verso il soggetto della scienza, preferendo diventare terapeuti.

8.1. La responsabilità dello psicoterapeuta è verso il potere, non verso il soggetto. La responsabilità dell’analista l’inverso.

[8.1.1. Perciò è giusto che esista la legge che regola l’esercizio della psicoterapia ma non della psicanalisi ed è due volte ingiusto che lo psicanalista sia processato per esercizio indebito della psicoterapia.]

8.2. La psicoterapia è la scienza del servo che si conforma alla volontà del signore. [Cfr. Initium sapientiae timor domini.]

8.2.1. La psicanalisi è l’inverso della psicoterapia perché è l’inverso del discorso del padrone. [Cfr. Lacan, Seminario XVII].

8.2.2. In altri termini, la psicoterapia applica al nevrotico il discorso del signore, in particolare di “Nostro Signore”, [conformandolo ai suoi ideali].

8.3. Le scissioni nel movimento analitico nacquero perché Freud pretendeva andare avanti con la psicanalisi, mentre gli allievi preferivano fermarsi alla psicoterapia, se non all’ipnosi, e smisero di seguirlo, quando non gli si opposero con violenza.

8.4. Il disagio nella psicanalisi nasce dall’inibizione etica di cui soffrono (godono) gli analisti.

8.4.1. Purtroppo la guarigione dall’inibizione richiede più tempo e più lavoro analitico della remissione del sintomo nevrotico.

8.4.2. Infatti, il superamento dell’inibizione, richiede di costruire una nuova formazione dell’inconscio. [Non è come curare un sintomo sostituendolo con un altro].

[8.4.3. La nuova formazione dell’inconscio può ma non necessariamente deve essere la formazione di un nuovo analista. L’emergenza dello psicanalista è un evento contingente, imprevedibile e indeterminato. Non può essere ratificato da un diploma].

9. Concludendo, se il legame sociale tra psicoanalisti [e interessati alla psicanalisi] non ripropone la questione dell’etica [laica] in epoca scientifica, ma si limita a istituire gruppi di autoconsolazione o associazioni di mutuo soccorso, per opportunismo professionale, condanna la psicanalisi a sparire nella spazzatura del capitalismo.

(NB. Le [ ] introducono complementi e sviluppi di quindici anni dopo.)

 

Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi

Resumé: Vorrei dire qualcosa sul nesso tra la “modalità di pensiero” (Denkweise) dominante, il fantasma di legittimazione che abita gli psicanalisti e gli effetti sulla psicanalisi in rapporto alla situazione italiana. Cioè come la modalità di pensiero efficientista e tecnoscientista di matrice americana, alleata con il linguaggio del management, opera nella società civile diffondendo una logica di “salute pubblica” e di controllo. Come questa ideologia (che si presenta spesso come neutra) incontra la complicità degli psicanalisti che sempre più difficilmente riescono a sostenere l’angoscia della loro posizione “impossibile”, il loro essere al margine, in una posizione critica radicale e di rottura con il discorso dominante. Come questo aiuti a capire perché la professionalizzazione e la regolamentazione si diffonda. Come infine poter interrogare – con altri- in nome della psicanalisi l’angoscia e il desiderio di legittimazione che ci abita: appoggiandoci sulla nostra mancanza–a-essere recuperare la possibilità di mantenere viva la verità della sovversione freudiana.

Modalità di pensiero

Denkweise, è il termine usato da Freud nel Poscritto de “Il problema dell’analisi condotta da non medici1. Tradotto da R. Colorni con “atteggiamento intellettuale”, recentemente da Lucia Taddeo con “attitudine mentale”, nel testo francese Manifeste pour la psychanalyse2 è tradotto con “mode de pensée” che abbiamo scelto di tradurre in italiano con modalità di pensiero. Sciacchitano e Radice3 hanno scelto il termine: forma mentis.

Ci sono per Freud due modalità di pensiero antagoniste e inconciliabili: una sottende l’approccio medico , trasmettitore di una concezione scientista, l’altra riguarda propriamente l’approccio dei fenomeni dell’inconscio. Non rispettare questa differenza può derivare in una prospettiva terapeutica o in una accademica. Il pericolo maggiore sembra provenire dalla terapia e afferma “Voglio solo sentirmi al sicuro dall’eventualità che la terapia non uccida la scienza.”4 Il tono di Freud nel Poscritto è molto tagliente e nomina deliberatamente gli avversari della psicanalisi: sono, scrive, “i nostri colleghi americani” che, rifiutando l’analisi laica rifiutano nei fatti una forma di pensiero che è costitutiva della psicanalisi, una modalità di pensiero che la formazione medica impedisce di svilupparsi. Soprattutto nelle famose tre pagine nel manoscritto, quelle “censurate” da Freud stesso per l’insistenza di Ernest Jones e di Max Eitingon – censurate ma non cancellate nel manoscritto, come precisa Ilse Grubich-Simitis5 -, nelle quali Freud dice che questa resistenza è dovuta principalmente ai “colleghi americani”. Freud ne individua le ragioni nel gusto dell’eclettismo, il primato accordato ai “bisogni pratici” e alla ricerca della loro soddisfazione più veloce, esigenza che riunisce alcune dimensioni come l’efficacia, il rendimento e la rapidità, tutti “bisogni” che, sottolinea, fanno appello a un’ideologia che loro corrisponda.

Così, Freud indica questa ideologia che comprende e sottintende la medicina, che si può qualificare di tecnoscientista e che si chiamerà in seguito l’American way of life, come costituente la roccia contro cui la psicanalisi non può che venire a infrangersi, la modalità di pensiero con la quale nessun compromesso è pensabile salvo cedere su ciò che costituisce l’essenziale, l’inconscio e il sistema pulsionale. Freud non cesserà mai di criticare l’atteggiamento americano, di vituperare contro questo dominio del denaro – con cattiveria parlerà in una lettera a Pfister, di Dollaria per designare gli Stati Uniti6 –indicando costantemente nello stato attuale della cultura in America uno dei pericoli più perniciosi per la psicanalisi7.

“Sicuramente, l’Americano e la psicanalisi, si accordano così poco che ricorda il paragone di Grabbe: è come se un corvo <mettesse una camicia bianca>8.”

La psicanalisi per Freud non è, non sarà mai una concezione del mondo. Essa non è neanche una religione o una filosofia. Essa non può adattarsi ad alcuna strumentalizzazione ne sottomettersi a un qualunque utilitarismo. E’ terapeutica, Freud e Lacan vi hanno ampiamente insistito, solo accessoriamente, de surcroît dirà Lacan. Esterna a tutte queste prospettive, la psicanalisi è un’ etica di vita: chiunque vi si sottometta come analizzante poi eventualmente come analista si iscrive in un rapporto con gli altri e col mondo che non è riducibile a nessun altro.

La psicanalisi non è una psicoterapia. Lo abbiamo visto: rifiutando l’ipnosi, Freud, nell’atto costitutivo della psicanalisi, si è distolto dalla psicoterapia. La psicanalisi, al contrario, è l’esperienza di una perseveranza grazie alla quale il soggetto si tira fuori dall’ipnosi inconsapevole che lo paralizzava nella sua felicità così come nella sua sofferenza. E’ questo sollievo che si chiamerà, se vogliamo, “effetto terapeutico” (che non deve niente né alla suggestione). Guarire è un termine molto ambiguo, poiché il suo significato è che le cose ritornino o si mettano in ordine. Ritorno dunque alla normalizzazione. Si può guarire [però anche] regolando la propria condotta su quella di un gruppo, all’inverso dunque della finalità di una psicanalisi che è, a questo proposito, di permettere “un legame sociale sbarazzato dalle oscenità di gruppo” (Lacan 1972). Ciò implica che il soggetto abbia cessato, al termine della sua analisi, di godere del poteredi quello che esercita ma anche di quello al quale si sottomette, perché lo confonde con una causa. Non sottovalutiamo che: è sicuro che gli psicanalisti non sono sempre e ovunque chiari su questo punto. Possiamo certamente fantasmatizzare su una psicanalisi corta e ben oleata. Non è mai il caso. La psicanalisi esiste solo a condizione di non dimenticare che fa rottura civilizzatrice nel modo di aggregazione umano. Se essa vi riesce, può allora permettere al soggetto che vi è impegnato di separarsi dalla sua automaticità all’obbedienza, ma anche dalla propensione a fare della sua verità soggettiva l’alibi per i brutti tiri che fa agli altri… in totale innocenza.9

La concezione stessa del sintomo è in causa nell’opposizione psicanalisi/psicoterapia. In quest’ultima, il sintomo è colto nella sua incidenza patologica, come qualcosa da eliminare al più presto per ripristinare l’efficienza.

In psicanalisi il sintomo, al contrario, è qualcosa innanzitutto da ascoltare, da interrogare, un’occasione che può segnare un nuovo passo per il soggetto.

C’è una incompatibilità fondamentale della psicanalisi con gli ideali dell’ American way of life, conseguentemente non è possibile che una regolamentazione possa valutare o autentificare la situazione analitica.

L’intervento statale che riguarda la situazione italiana ma anche – in modo diverso – quella francese rappresenta un grande sconvolgimento – che è una caratteristica del neoliberismo perché introduce la sfera privata nello spazio pubblico regolamentando le pratiche di parola fino a quel momento liberamente contrattate. Questo viene fatto in nome della sicurezza e del bene degli utenti”, nel quadro di una legge di salute pubblica che impone l’introduzione di protocolli terapeutici, misure, rapporti, controlli standardizzati importati dal management allo scopo di insegnare agli individui quali sia il loro bene.

Purtroppo, per gli autori del Manifesto per la psicanalisi, la preoccupazione di preservare uno statuto giuridico della psicanalisi è prevalsa sulla necessità di rovesciare la questione e di interrogare, in nome della psicanalisi, la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. 10

Fantasma di legittimazione

Anni fa, nella scuola di cui facevo parte, durante un incontro di “teoria della clinica”, si aprì una discussione sulla Legge Ossicini, la Legge 56/89 che istituiva l’Albo degli psicologi e regolamentava l’esercizio della psicoterapia. Intervenni dicendo che si capiva perché a volte si fosse presi dalla nostalgia dell’ortodossia: è molto più comodo.

La nostalgia dell’ortodossia ha sullo sfondo il tema del desiderio di riconoscimento che riguarda ciascuno di noi, come condizione per poterci costituire in quanto esseri umani. Il bisogno di riconoscimento riguarda tutta la nostra vita; ne abbiamo bisogno per sentirci essere. A questo proposito propongo due passaggi:

Nel 1983 Maud Mannoni pubblica un libro, Le symptome et le savoir, che riguarda la discussione della sua tesi di dottorato avvenuta l’anno precedente. In occasione della presentazione si interroga.

Perché, dopo trent’anni di vita fuori dell’Università, sento il bisogno di tornarvi e di fare riconoscere il mio lavoro? Questo è sicuramente un sintomo. Nel mio desiderio di far riconoscere i miei lavori mi sento incoraggiata dall’esempio di Freud. Anche lui, che si era talmente allontanato dall’opinione ufficiale, sperava di essere riconosciuto da essa.11

Mi chiedo se si trattasse di opportunismo o di una questione di onestà. Nel secondo caso, dichiarare il proprio desiderio di legittimazione, facendosi riconoscere dall’università potrebbe essere un modo per riconoscere che il desiderio/bisogno di riconoscimento è inaggirabile, riguarda chiunque. Esporsi pubblicamente su questo che chiama al confronto con altri può aprire alla possibilità che si possa fare altrimenti?

Françoise Dolto
Françoise Dolto

Infine un aneddoto a proposito della passe. Françoise Dolto chiede a Lacan:

“Ma perché alla fine di tutta questa procedura hai voluto mettere per forza il riconoscimento di ae, analista della scuola”.

Lacan risponde:

“Così come l’ho combinata, la cosa è già abbastanza complicata. Se non avessi messo un’esca, un premio, alla fine del percorso, nessuno l’avrebbe fatto”.

Quasi volesse indicare la pasta di cui siamo fatti in quanto esseri umani: bisognosi e desiderosi di riconoscimento e di legittimazione. Come se, per affacciarci alla condizione umana, alla voragine aperta dall’inconscio freudiano, avessimo bisogno di illuderci di guadagnare qualcosa, magari un titolo?

Se oggi in Italia esiste una legge sugli psicoterapeuti, è anche perché noi analisti abbiamo fatto poco o nulla perché ce ne fosse un’altra o perché non ci fosse. Il primo pericolo per l’analisi è l’analista stesso. Si tratta, allora, di sapere perché. Per quanto mi riguarda, ritengo che i bisogni di riconoscimento, di fondamento, di ortodossia, di delega, probabilmente hanno a che fare con l’orrore di sapere che contraddistingue l’essere umano e dunque l’analista. Si pone allora in modo perentorio l’esigenza di elaborare questo “non voler sapere” con altri poiché è impossibile farlo da soli. L’alternativa è cadere nella passione dell’ortodossia, che significa pensare di dire il vero, schiacciando l’altro. Penso ad un’intervista in cui Clavreul inventa un neologismo: ortonoia, ortonoico12. Se non vogliamo cadere nell’ortonoia, parente della paranoia, dobbiamo fare i conti con la nostalgia dell’ortodossia, non rimuoverla, ma, al contrario, assumerla.

Sappiamo bene che le affermazioni intellettuali non spostano la rimozione. L’osserviamo tutti i giorni. È la condizione per vivere, probabilmente. L’orrore di sapere ha a che fare con il cogliere qualcosa dell’ inconsistenza del nostro essere, fatto di miraggi e identificazioni. Per sostenere la mancanza-a-essere abbiamo bisogno del “concorso di molti”.

La questione della psicanalisi a mio avviso non può essere separata dall’idea di essere umano, da quella di società e dal problema della formazione dell’analista. E per la formazione occorre porre al centro della riflessione la questione umana e il desiderio di legittimazione.

Desiderio di legittimazione come perfetto derivato dell’orrore nei confronti della finitudine, dell’angoscia che ci connota, del bisogno di rassicurazione, che spinge ad affidarci e a delegare all’Altro, di volta in volta in questione: padre, genealogia, ortodossia, società analitiche, stato, Dio, la responsabilità della nostra esistenza in primo luogo e di, conseguenza, la nostra responsabilità in quanto analisti.

Ma la psicanalisi e la formazione non devono, come compito etico, mettere a torsione il desiderio di legittimazione chiamato in causa a esorcizzare l’angoscia del doversi autorizzare ai propri atti?

Analisi, impresa folle: mentre indica il potente tornaconto, la posta in gioco essenziale dell’identificazione e del narcisismo – senza questa passione l’essere umano non potrebbe letteralmente sentirsi essere – scommette sull’accoglimento dell’inconscio, della mancanza-a-essere.

L’analisi non deve al suo termine – si chiede Lacan – mettere colui che la subisce di fronte alla realtà della condizione umana fino la limite della destituzione soggettiva?13 Lacan ci parla dunque di destituzione soggettiva, nella Proposta del ’67 dice: Non finiremo per scoraggiare i dilettanti, se lo annunciassimo? La destituzione soggettiva scritta sul biglietto d’ingresso […], non è un provocare l’orrore, l’indignazione, il panico, se non l’attentato, in ogni caso un dare un pretesto all’obiezione di principio?14

E continua: Abbiamo solo questa scelta: o affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere.15

Se ci sta a cuore l’insegnamento freudiano, si tratta di scegliere, di prendere posizione, di esporci: o sosteniamo (nel senso di reggere) che la psicanalisi abbia ancora a che fare con la peste o ne facciamo una questione di carriera, di rispettabilità, di professionalità.

Ne abbiamo il coraggio?

Altrimenti anche il dibattito sulla Legge 56/89 o sulle diverse leggi di regolamentazione, continuerebbe a iscriversi soltanto nella logica del lamento, uno dei tanti modi di confermare l’esistente.

Freud apre il testo Il problema dell’analisi condotta da non medici del 1926 con questa considerazione:

Fino ad ora nessuno si è curato di sapere chi esercita la psicoanalisi; il pubblico non se n’è affatto preoccupato, solo s’è trovato d’accordo – anche se in base alle più svariate argomentazioni – in un punto: nell’augurarsi cioè che nessuno dovesse esercitarla. La richiesta che soltanto i medici possano analizzare corrisponde dunque a un atteggiamento nuovo e apparentemente più benevolo, tanto che non sempre ci si rende conto che esso deriva invece direttamente, con un piccolo travestimento, dall’atteggiamento anteriore16.

Adesso, in Italia, non soltanto i medici ma anche gli psicologi possono esercitare: che cosa? L’esercizio legale riguarda – per la Legge 56/89 – la psicoterapia.

Freud sapeva bene quale abisso avesse aperto con la scoperta/invenzione dell’inconscio; non esita infatti a parlare di discesa agli inferi, di umiliazione, di mortificazione. E sa che in questo modo aveva attirato su di sé l’odio della comunità, compresa quella analitica. L’io non è padrone in casa propria: come tollerarlo?

Dialogando con l’interlocutore imparziale dell’analisi laica Freud dichiara, a proposito della formazione degli allievi: l’inefficacia dell’insegnamento teorico e la necessità di sottoporsi ad un’analisi approfondita. Fa riferimento agli strumenti di lavoro: personalità dell’analista, sensibilità, finezza d’orecchio, tatto. Come misurarli?

Da qui possiamo cogliere qualcosa della ricerca del consenso sociale, del bisogno di giustificarsi di fronte alla scienza medica fino a mimarne la logica ed il linguaggio, il bisogno di appartenenza, l’esigenza di legittimazione che riguarda gli psicanalisti..

Nel testo di Maud Mannoni troviamo:

Maud Mannoni
Maud Mannoni

In un numero de L’ordinaire du psychanalyste, una analista Radmila Zygouris, ha raccontato una volta la storia di una donna di servizio che si fece analizzare con successo. Ritornando dall’analista che l’aveva guarita disse: “Non so che cosa mi succede, ma adesso i miei padroni mi chiedono consiglio, la gente mi racconta la sua vita. Non sarò mica diventata psicanalista, per caso?”

E si chiede: Il mio itinerario non avrà qualche similitudine con ciò che è capitato alla femme de ménage? E’ una questione che non si può evitare.

La femme de ménage non si è trovata nella posizione di trasmettere un sapere ad un ignorante desideroso di appropriarsi delle conoscenze. Ma è divenuta, in un momento della sua storia, il supporto di un’interrogazione producendo, nell’altro, un sapere inconscio. Questa trasmissione si è fatta per il verso di una esperienza comune: quella di essere affetti dalla verità di un dramma17. (p.22)

Psicanalisi in Italia

La trasmissione della psicanalisi e la formazione degli analisti oggi in Italia si pone ben altrimenti.

Sono cambiati i soggetti, sulla poltrona e sul divano (quando viene usato). I giovani psicanalisti hanno una formazione molto diversa da quelli più anziani: la legge Ossicini è entrata in vigore nel 1989 ha ormai 24 anni ciò significa che soltanto chi ha più di 50 anni può aver beneficiato di una formazione psicanalitica “laica”. Chi ha meno di 50 anni per lo più ha fatto studi di psicologia, poi una scuola di psicoterapia e, se ha avuto ancora desiderio di fare una formazione psicanalitica ha dovuto disimparare – come diceva Freud per gli studi di medicina – tutto quello che ha assorbito in lunghi anni di studi.

Attualmente abbiamo almeno quattro problemi con cui confrontarci:

  • Il tentativo dei medici di riaffermare la loro supremazia: è recente l’accorpamento all’università delle facoltà di Medicina e psicologia;
  • Il rischio di denunce di psicanalisti per esercizio abusivo della professione psicoterapeutica a seguito di sentenze della Cassazione (nel 2008, nel 2011 e nel 2012) che sostengono che la psicanalisi è una psicoterapia18; a volte “la regina delle psicoterapie”.
  • Il problema della formazione degli analisti. In particolare come far sì che gli studenti conoscano qualcosa della psicanalisi e possano incontrare gli psicanalisti se la clinica legale è quella psicoterapeutica la cui formazione in Italia passa attraverso le Scuole di psicoterapia?;
  • L’avvenire e la sopravvivenza stessa della psicanalisi.

Occorre trovare il modo di sconfiggere il pericolo di scomparsa che riguarda la psicanalisi, occorre riaprire la questione della formazione, della trasmissione, occorre ritrovare il coraggio della mobilitazione, un po’ di orgoglio per il pensiero critico che la psicanalisi riesce ancora a esercitare contro il conformismo, i protocolli e le formazioni fatte con lo stampino. Occorre soprattutto non arretrare di fronte alla fatica incessante del fare insieme, del costruire quel “concorso di molti” senza il quale non c’è psicanalisi possibile.

Trovare insieme il modo per far sì – come scrivono gli autori del Manifesto per la psicanalisi – che questa esperienza che «sta alle innumerevoli terapie come il viaggio nel tempo sta all’acquisto di un orologio», possa continuare a vivere.

Altrimenti assisteremo a quanto previsto nel 1998 da J.B. Pontalis: “Presto la psicanalisi interesserà soltanto una frangia sempre più ristretta della popolazione. Sul divano degli psicanalisti resteranno solo gli psicanalisti19”.

E’ questo il nostro desiderio?

Giuliana Bertelloni
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 Traduzione italiana di Die Frage der laienanalyse, nelle Opere di Freud, vol. X.
2 Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Lérès, Michel Plon & Erik Porge, La fabrique éditions, Paris 2010; trad. It. Giuliana Bertelloni (revisione di Paolo Lollo), Manifesto per la psicanalisi, Ets Edizioni, Pisa 2011.
3 Antonello Sciacchitano, Davide Radice, La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012.
4 Ibidem, p. 112.
5 Ilse Grubich-Simitis, Freud. Retour aux manuscrits(1993), Paris, PUF, 1997. Pagine che possiamo leggere ora anche in italiano nella traduzione di Sciacchitano-Radice.
6 Correspondance de Sigmund Freud avec le pasteur Pfister 1909-1939, lettera del 20 agosto 1930, Paris, Gallimard, 1966, p. 194; ed. it., Corrispondenza di Sigmund Freud con il pastore Pfister
7 Cfr. Manifesto per la psicanalisi, pp,28-30.
8 Ibidem, p.32.
9 Cfr., ibidem, pp.78-79
10 Cfr. Ibidem, p.107.
11 Cfr. M. Mannoni, Le symptome et le savoir. Soutenence, Seuil, Paris 1983, p.11.
12 Cfr. AA.VV.,Quartier Lacan, Denoel, Paris 2001, p.25
13 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, Einaudi, Torino 1994, p. 381.
14 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicanalista della Scuola, in Scilicet 1/4, Feltrinelli, Milano 1977, p. 27.
15 Ibidem. (Corsivi miei).
16 S.Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, p. 351.
17 Maud Mannoni, op.cit, p.22.
18 Cassazione 24 aprile 2008, n. 22268; Per quanto concerne il delitto previsto dall’art. 348 c.p., si rileva che l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed allo inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti); la psicanalisi è una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali.
19 J.B.Pontalis, Cent ans après, AAVV Gallimard, Paris 1998.

 

Chi ci salverà dalla psicoterapia?

Hugh Grant
Hugh Grant

Javier Cercas risponde sul “Corriere della sera” del 7 marzo 2013 (p. 50), dove racconta il seguente aneddoto:

“Alcuni anni fa, la polizia di Los Angeles fermò l’attore inglese Hugh Grant mentre una professionista gli stava praticando una fellatio in un’auto parcheggiata in strada. Il fatto provocò un enorme scandalo, al punto che la brillante carriera di Grant sembrò naufragare. Nel bel mezzo di quella tempesta, un giornalista statunitense rivolse all’attore una domanda molto statunitense: “Adesso andrà da uno psicoterapeuta?” “No”, rispose Grant. “In Inghilterra leggiamo romanzi”.

Cercas prosegue l’articolo sviluppando un concetto a me molto caro: la correlazione tra romanzo e scienza; ne ho recentemente discusso in un saggio sulla “Storia della follia” di Foucault, pubblicato su “aut aut” (cfr. A. Sciacchitano, L’ignorante e il folle“, “aut aut”, n. 354, aprile giugno 2012, p. 159). Scienza e romanzo nascono insieme nel XVI-XVII secolo con i Galilei e i Cervantes. Il primo annuncia al mondo la libertà di filosofare oltre l’ontologia, l’altro di ironizzare sull’onticità dell’hic et nunc: siamo tutti noi – le persone serie – come dei cavalieri erranti, inattuali nel nostro tempo (essendo il tempo un correlato essenziale dell’essere, come insegnano i pastori ontologici). Solo che i folli si prendono un po’ più sul serio di noi e non concedono a nessuno, neppure a se stessi, la libertà fare dell’ironia sul proprio statuto ontologico né in generale sull’essere che è e il non essere che non è. Perciò il potere li manda dallo psicoterapeuta perché si diano una calmata senza pretendere verità categoriche.

Forse la follia è un male necessario della modernità, ma la psicoterapia è certamente peggio; i folli esagerano nelle loro pretese di verità, ma gli psicoterapeuti mancano pure del briciolo di originalità della follia: sono alla guida di uno schiacciasassi che appiattisce tutto. Siete mai stati da uno psicoterapeuta? Andateci; vi spiegherà tutto; vi darà il senso alla vostra vita, meglio e più credibile di un prete. Il suo discorso è semplice: la colpa è sempre dei vostri genitori che vi hanno frustrato da piccoli.

Chi ci salverà dal conformismo psicoterapeutico?

Forse il romanzo; ma, se non bastasse l’ironia dell’Ulisse Joyce o la lieve malinconia della Recherche di Proust, in seconda battuta, mi aspetto che mi butti un salvagente la biologia degli equilibri punteggiati secondo Stephen Jay Gould o la fisica delle stringhe di Edward Witten. Sì, preferisco questi mostri di scienza ai nostri cardinali oggi riuniti in Conclave. Per non parlare dell’ultima risorsa, questa sì più delirante che romanzesca, offerta dalla recente cosmologia.

La psicanalisi e la cura

Il testo che segue è stato discusso, insieme ad altri, a Firenze il 27 ottobre 2012 in occasione della giornata di studio “La psicanalisi e la cura” organizzata da Fondation européenne pour la psychanalyse, Gruppo clinico “Inconscio a Firenze”, Giardino freudiano, Laboratorio di ricerca freudiana. Come sempre, il confronto collettivo permette di pensare meglio. Questa versione integra i “guadagni di pensiero” della trasferta fiorentina.

 

La psicanalisi e la cura

È opportuno che la definizione del rapporto fra psicanalisi e cura passi prima dall’approfondimento del significato di questi termini. Il mio contributo vuole mostrare come attorno a questi due significanti si addensino problematiche che anche nel periodo della maturità di Freud rimangono irrisolte.

Pur in un testo che muove verso l’autonomia della psicanalisi come La questione dell’analisi laica, il termine “cura” (Sorge) si affianca spesso al termine “anima” (Seele). Freud infatti connota la psicanalisi come una “cura d’anime mondana”,1 in contrapposizione alla “cura d’anime” vera e propria che rimane appannaggio dei preti. Si potrebbe pensare che questa definizione sia solo ironica e che la presenza di questo significante sia innocua. Questo termine ci porta invece sulle tracce del dualismo anima (psiche) – corpo che porta Freud a citare nelle sue opere quasi con la stessa frequenza il “corpo inanimato” (Körper) e il “corpo vivente” (Leib). Anche laddove Freud osa di più, ovvero con la teorizzazione metapsicologica del corpo pulsionale, propone comunque corpo filosofico, al limite tra psichico e somatico. La mancata tematizzazione del corpo nella teoria analitica sarà fatale: la discussione in seno alle riviste internazionali di psicanalisi, che farà seguito alla pubblicazione de La questione dell’analisi laica, vedrà come centrale l’obiezione che l’analista non-medico non ne sa del corpo e rischia di non riconoscere un sintomo somatico, ovvero che non ha nello psichico la propria genesi.

Queste due figure della cura, i preti e i medici, Freud le cita esplicitamente in una lettera a Oskar Pfister: “Non so se lei ha indovinato il legame segreto che unisce L’analisi laica e L’illusione. Nel primo voglio difendere la psicanalisi dai medici, nel secondo dai preti. Vorrei consegnarla a una classe che ancora non esiste, una classe di curatori d’anime mondani, che non abbiano bisogno di essere medici e che non debbano essere preti.”2 Ma cosa rappresentano queste figure se non delle proiezioni dei punti deboli della sua proposta teorica, appoggiata ancora saldamente su questo dualismo?

D’altra parte va sottolineato che è proprio la declinazione della psicanalisi come cura, la sua “applicazione” terapeutica, a coinvolgere queste figure. È tempo di mettere al centro della nostra attenzione il termine “psicanalisi”.

Una definizione di psicanalisi Freud la propone nel 1922, con l’omonima voce per l’Enciclopedia Britannica: “un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe impossibile accedere; un metodo terapeutico per il trattamento dei disturbi nevrotici; una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.”3 La definizione che Freud utilizza più spesso semplifica questa tripartizione considerando la psicanalisi una scienza che ha come oggetto l’inconscio psichico o i “processi psichici inconsci”,4 ma che ha diverse applicazioni, convenzionalmente riassunte in quella terapeutica e in quella che riguarda le scienze umane.

Quanto questa impostazione “applicativa” sia stata cogente è possibile riscontrarlo nelle pubblicazioni psicanalitiche, che seguivano questa divisione, prevedendo dei premi per i migliori testi dedicati alle due “applicazioni” della psicanalisi.5 Ma chiediamoci: perché non c’erano premi per i contributi alla psicanalisi in quanto scienza?

Fa riflettere che ne La questione dell’analisi laica il termine “scienza” compaia solo nei capitoli iniziali (I e II) e finali (VI e VII), denotando la psicanalisi sorta dal metodo catartico e sostanziatasi nell’interpretazione dei sogni. Nei capitoli centrali, doveviene esposta in modo divulgativo la psicanalisi, Freud tocca gli argomenti di un ipotetico piano di studi per psicanalisti.6 In questo contesto la psicanalisi diventa Lehre, una dottrina, un insegnamento che gli aspiranti analisti devono apprendere per poter analizzare, non una scienza a cui devono al più presto contribuire intrecciando legami epistemici in un corpo collettivo. In questo scarto fra la dimensione personale della nuova scienza freudiana e la sua dimensione collettiva e formativa, per la quale Freud propone solo una “costruzione dottrinaria compiuta”,7 possiamo vedere uno dei tratti che caratterizzeranno purtroppo gli sviluppi successivi della psicanalisi.

Il significante “scienza” ritorna invece nei capitoli finali e nel Poscritto, dove afferma che le due dimensioni di scienza e cura dovrebbero coincidere realizzando un equilibrio: “Sin dall’inizio in psicanalisi è esistito un legame inscindibile [Junktim] tra cura e ricerca. La conoscenza portava al successo. Non si potevano fare trattamenti senza imparare qualcosa di nuovo. Non si otteneva alcun chiarimento senza sperimentarne l’effetto benefico. Il nostro procedimento analitico è l’unico che conserva questa preziosa coincidenza”.8 Junktim è un termine giuridico: indica due condizioni che il diritto considera strettamente accoppiate, ad es. la titolarità di una proprietà privata e la corrispondente servitù di passaggio: tolta la prima, viene meno automaticamente la seconda.

Lo Junktim fra cura e ricerca può essere espresso come movimento continuo fra sapere e cambiamento. Il lavoro che l’analizzante porta avanti nel setting permette di acquisire un sapere che non si sapeva di sapere. Il primo momento del rapporto sapere – cambiamento consiste nel fatto che non c’è acquisizione di sapere che non si traduca in un cambiamento. Ma non si tratta di un cambiamento che va nella direzione dell’adeguamento: in senso etico non ci sono finalità terze, non c’è un dover-essere da raggiungere; in senso epistemologico il modello di conoscenza non è fondato sull’adeguamento alla realtà, ma su un approccio costruttivista che lavora con il principio di fecondità;9 per quanto la pratica analitica sia cura, non va comunque nella direzione di un ripristino di uno stato precedente il disagio e nemmeno verso il “puntellare da fuori” della psicoterapia o verso la mera soppressione del sintomo. Il modello di cura che ha in mente Freud è il “riformare da dentro”, il portare un cambiamento foriero di nuove acquisizioni di sapere e che può realizzare quindi il secondo momento del rapporto sapere – cambiamento.

In questa ricognizione fra cura e psicanalisi, sembrano esiziali due carenze: la carenza del corpo individuale nella pratica analitica e la carenza di un corpo collettivo di sapere nella ricerca scientifica. Tuttavia lo Junktim di ricerca e cura apre altri scenari: la psicanalisi, riconosciuta come scienza e non sussunta nella terapia analitica, si pone in un rapporto dialettico con la cura, il cui significato consiste nel cambiamento.

Note

1 S. Freud, Nachwort zur ‘Frage der Laienenalyse’ (1927), trad it. Poscritto alla Questione dell’analisi laica in La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, p. 114.

2 S. Freud, Lettera a Oskar Pfister, 25 novembre 1928.

3 S. Freud,»Psychoanalyse« und »Libidotheorie« (1922), trad. it. Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido” in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 439.

4 S. Freud, Lettera a Judah Leon Magnes, 5 dicembre 1933.

5 “Per ragioni pratiche, anche nelle nostre pubblicazioni, abbiamo preso l’abitudine di distinguere l’analisi medica dalle applicazioni dell’analisi. Questo non è corretto. In realtà la linea di demarcazione fra la psicanalisi scientifica e le sue applicazioni attraversa sia il campo medico sia quello non medico”. Cfr. S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 116. Questo passo di Freud ci dà indicazioni ancora più precise: riconosce di aver messo l’applicazione terapeutica al posto della scienza. Pressato dall’urgenza di garantire alla psicanalisi un ambito di autonomia, ha dovuto tracciare un confine fra la psicanalisi in quanto scienza e la sua applicazione medica.

6 “Chi ha appreso la psicologia dell’inconscio, per quanto se ne sa oggi [cap. II e III]; chi ha acquisito nozioni di scienza della vita sessuale [cap. IV]; chi ha imparato la tecnica delicata della psicanalisi e l’arte di interpretare; chi sa come lottare contro le resistenze e maneggiare il transfert [cap. V] – costui non è più un profano nel campo della psicanalisi.” Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienenalyse (1926), trad it. La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, pp. 80-81.

7 S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 33.

8 S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 115.

9 “È solo una rappresentazione ausiliaria, una delle tante nella scienza. […] Il valore di tale “finzione” […] dipende da quanto con essa si può conseguire.” in S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 37.