Non mi frega un tappo!

Mouchette
Mouchette

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

Mentre l’analizzante è tutta protesa a impormi il suo fantasma isterico, a un tratto mi dice: “È arrabbiato, vero? Lo so che le sto dando fastidio”, ma – completiamo – non ci posso fare niente! Dichiara dunque, per sfuggire all’angoscia, che si tratta pur sempre di un gioco, di una messa in scena. E tuttavia io non sono né arrabbiato, né scocciato, né infastidito, ed è realmente così. Non per grazia ricevuta, ma per esperienza. Infatti lo sono stato, e per molto tempo: precisamente quando credevo di essere, o fare “lo psicoanalista”, cioè una professione: ecco un altro fantasma, molto più micidiale di quello dell’analizzante. Allora mi era intollerabile che qualcuno si prendesse una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), e ne facesse il pretesto per goderne attraverso un fantasma, e non solo: se ne prendesse gioco. Infatti, cosa c’entrava questo con i pazienti, il dottore, la malattie, la cura, il setting, la serietà professionale? Il mio tappo! Ma scherziamo? Non sono forse libero di fare un brindisi nel mio studio? Di cosa s’impiccia costei? Su, si rivesta! Ma anche no, se non sono un professionista serio: perché non approfittarne? Perché non godere un po’ anch’io di tutta questa circuizione e stare al gioco, così, senza pensarci? Ma poi, chi mi garantisce che… Pericolo!

Individuare un fantasma isterico: forse già questo è fuori dalla portata della psicoterapia – almeno di quella che ha escluso l’isteria dalla nosografia, e l’ha esclusa perché non sa e non vuole più ricondurre il sintomo alla sua radice sessuale. Lo psicoterapeuta, che si vuole un medico, risponde sempre alla domanda del(la) “paziente” e gli risponde sullo stesso piano, quello della “realtà”: il sintomo viene trattato per come si presenta ed è dichiarato: di conseguenza.

Mettiamo che per un uomo si tratti di impotenza: egli verrà curato con una determinata tecnica che mira a risolvergli il suo “problema” (non il mio, per fortuna). Si tratta, insomma, di tornare a far”lo” funzionare. Non sorge il minimo dubbio che quel sintomo serva a quell’uomo (questa volta è lui a essere un isterico) per liberarsi dal compito di dover fare l’uomo, e per cercare il proprio desiderio, quello che egli sente alienato nel fare l’uomo. Non si tratta, infatti, di avere un pene insufficiente (angoscia che non manca mai nell’isterico uomo), né di avere (siamo un po’ più raffinati!) un desiderio insufficiente per possedere una donna, ma del fatto di non avere un desiderio sufficiente a essere del tutto impotente riguardo a quel genere di potenza, di rappresentazione alienata di virilità. Insomma, di decidersi una buona volta a liberarsene completamente. Oppure si tratta, più classicamente, di mantenersi nell’insufficienza del bambino rispetto alla richiesta esorbitante della Madre. La domanda di quest’ultima è appunto che il figlio resti nell’insufficienza, nell’impotenza “con le donne”, perché ha fatto dell’essere del figlio, di tutto il suo corpo, della sua vita, il talismano di tutta la sua potenza. Lei “sa” che lui non la tradirà in questo sostegno, anche nel caso abbia il permesso di fare qualche scappatella, se pure gli riesce.

Tutto questo fa parte, nel modo più classico e tradizionale, del pedigree di ogni psicoanalista. Ma basta?

Fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico – quello, per esempio, mediante cui l’isterica, rinunciando alla propria femminilità, si rap-presenta dotata di un fallo che vuol far “prendere” all’altro, uomo o donna (cosa che, se non ne dichiarasse la natura di “gioco”, la farebbe letteralmente, come a volte accade, diventare pazza di godimento) −, fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico, le cose per lui sono in fondo rassicuranti: niente, qui, lo distingue ancora dal medico, e il giudice che assimila tout-court l’atto dell’interpretazione a un atto medico, pur nella sua infinita ignoranza, non sbaglia: Ne uccide più la parola della spada (e del bisturi). Indubbiamente. L’analista che non ha fatto propria questa elementare verità, nella pavida speranza di diminuire la sua colpa e la sua angoscia e di rendere inoffensivo il suo atto, non può avere la minima efficacia nella sua parola (“in fin dei conti non facciamo che parlare” è una vigliaccheria, venisse pure scandalosamente dalla bocca di Freud).

No, quello che distingue realmente la psicoanalisi da una psicoterapia non è questo sapere, e tanto meno l’applicazione di una tecnica – la sedicente  “psicoterapia psicoanalitica” – piuttosto che un’altra, ma è quello che ho descritto pocanzi, un po’ grossolanamente: è intollerabile che qualcuno si prenda una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), una parte del mio corpo, e ne faccia un oggetto di godimento per soddisfare un proprio fantasma. Siamo al cuore del “controtransfert” o del “desiderio dell’analista”.

Qualcuno avrà forse riconosciuto in questa frase qualcosa di famigliare, ovvero di molto poco famigliare, anzi di completamente estraneo: il fantasma sadiano, piuttosto che sadico, del diritto dell’Altro al godimento del mio corpo:

« J’ai le droit de jouir de ton corps, peut me dire quiconque, et ce droit, je l’exercerai, sans qu’aucune limite ne m’arrête dans le caprice des exactions que j’ai le goût d’y assouvir. »[1]

Si tratta di accettare, o di non accettare di sottomettersi incondizionatamente al godimento dell’Altro, a un’autorità che per Freud è quella del Padre primordiale, e poi, dopo la sua uccisione, quella del Superio. Si tratta di quello che è lecito chiamare il godimento sadico. Ad ogni analisi, questo “diritto incondizionato del godimento dell’Altro” si presenta immancabilmente, e l’efficacia del trattamento è direttamente proporzionale a quanto l’analista accetti di sottomettersi a questo godimento, oppure a quanto indietreggi di fronte a esso. La massima sadiana (kantiana) rivela che non c’è alcun “privato”, alcuna parte privata del proprio corpo o del proprio pensiero che possa sottrarsi all’incondizionato del godimento dell’Altro. E nell’epoca in cui viviamo, bisogna proprio permanere nell’infatuazione della schöne Seele (cioè nella pratica sistematica della rimozione) per non saperlo.

Cosa risponde allora l’analista di fronte alla Malvagità che è al cuore del godimento dell’Altro, e dunque del suo proprio cuore così come di tutta la sessualità umana?[2] Vuole continuare a ignorarla? Indietreggia inorridito? Cerca di mantenersi a qualsiasi costo entro i limiti del “servizio dei beni” ?– come il dottor Harford di Eyes Wide Shut di Kubrick, che, mentre vede moltiplicarsi i segni sempre più inquietanti del godimento dell’Altro, continua a ripeter(si): “Non c’è da preoccuparsi: sono un medico” [3]. Colmo dell’anima bella!

La  “garanzia” dell’iscrizione a un Albo professionale non nasce forse dall’angoscia di essere senza garanzie rispetto a questo godimento malvagio che travolge tutte le barriere del Bene del Buono e del Bello? Cosa risponderà l’analista di fronte alla coorte dei fantasmi che ogni giorno lo incalzano? Giù le mani, stia al suo posto, sono io il dottore, come si permette, la smetta dunque, io non sto al suo gioco, mi lasci in pace e faccia il bravo (paziente), su, non faccia così!, questa è la mia vita (sessuale) e non la riguarda, anch’io come tutti ho diritto alla mia privacy?

Tutta la questione è se, quando, e quanto il soggetto, messo nelle condizioni di disporne incondizionatamente, è disposto non: a rinunciare all’esercizio del suo diritto al godimento (è in questa rinuncia che consiste la cosiddetta “depressione”), ma a raggiungerlo “sulla scala rovesciata del desiderio”. È ciò che Freud ha chiamato “castrazione”[4]. Se la castrazione,  atto (prima ancora che concetto) del tutto estraneo alla psicoterapia e a qualsiasi “formazione dello psicoanalista”, sancisce la fine dell’analisi, la sua ripetizione “interminabile” fonda il desiderio dell’analista, che è un desiderio radicale di distruzione.

Rimane la questione: di cosa?


[1] Lacan, Kant con Sade, in Écrits, pp. 768-769; così tradotto da Contri negli Scritti, p. 768: “Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare”. Per quanto io qui possa riferirmi al “magistero di Lacan” – ammetto che nella mia pratica mi sembra difficilmente evitabile – non mi considero affatto “lacaniano” e sposo completamente l’asserzione di Serge Leclaire: “Lacanien? ça n’existe pas!”

[2] L’isteria “gioca” ancora con il fantasma del godimento sadico, che preferisce rivolgere su se stessa, masochisticamente, in un eterno lamento sul dolore di esistere che strazia la sua anima e il suo corpo (sintomi). Ma la nevrosi ossessiva “non sta più al gioco” e preferisce di gran lunga esercitare questo godimento su tutti quelli che gli stanno intorno, a cominciare dal partner. Al cuore della nevrosi ossessiva, in cui giace il Superio uscito dall’Edipo fallito, rimosso, c’è autentica Malvagità nei confronti del proprio prossimo. L’ossessivo viene in analisi perché ha cominciato ad accorgersene, e la sua incerta lotta è tra il togliersi questo Male dal cuore (moralismo) o pretendere di esercitarlo a tutti gli effetti e, quel che è peggio (poiché la società in questo lo sostiene con tutte le sue risorse), legittimamente. Il godimento sadico dell’ossessivo consiste proprio nella sua implacabile e apatica adesione alla norma(lità) sociale (Superio), mediante cui fa soffrire l’altro.

[3] Conosciamo la soluzione finale adottata dal dottor Harford per sfuggire ai turbamenti suscitatigli dalle fantasie di sua moglie: ritornare a scoparla con urgenza. Del resto è una soluzione squisitamente morale e perfettamente medica; di fronte al sintomo dell’isterica, la risposta terapeutica non è forse sempre stata: “pene normale, dosi ripetute?” È appunto, come abbiamo fatto notare pocanzi, la soluzione che l’isterico maschio rifiuta.

[4] « La castration veut dire qu’il faut que la jouissance soit refusée, pour qu’elle puisse être atteinte sur l’échelle renversée de la Loi du désir. Nous n’irons pas ici plus loin.» [“La castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio. E non andremo oltre.”]. J. Lacan, Écrits, cit., p. 827; tr. it. cit., p. 830. Non dico che si tratti di un’esperienza comune, ma di un’esperienza che è alla portata di tutti.

Sulla psicanalisi “selvaggia” di Sigmund Freud (1910)

Prof. Dr. S. Freud - Carta intestata 

Qualche giorno fa, durante la mia ora di consultazione, protetta dall’amica che l’accompagnava, mi si presentò una signora non più tanto giovane che lamentava stati d’angoscia. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta, abbastanza ben conservata, non aveva chiaramente chiuso con la propria femminilità. Occasione per l’insorgere di questi stati d’angoscia fu la separazione dall’ultimo marito. Ma, a suo dire, l’angoscia era considerevolmente aumentata dopo aver consultato un giovane medico di periferia; infatti, costui le aveva spiegato che causa dell’angoscia era la sua miseria sessuale. Non poteva fare a meno del rapporto con l’uomo[1] e quindi c’erano solo tre vie di guarigione: o tornare dal marito o prendersi un amante o soddisfarsi da sola. Da allora si era convinta di essere incurabile perché, non volendo tornare dal marito, gli altri due metodi contrastavano con la sua morale e la sua religiosità. Era tuttavia venuta da me perché il medico le aveva detto che si trattava di una prospettiva nuova, aperta da me, e che solo da me poteva avere la conferma che le cose stavano così e non altrimenti. L’amica, ancora più anziana, sciupata e dall’aspetto malaticcio, mi scongiurò allora di rassicurare la paziente che il medico si era sbagliato.[2] Non poteva essere così, dato che lei stessa era da molti anni vedova e tuttavia manteneva un comportamento irreprensibile senza soffrire d’angoscia.

Non voglio soffermarmi sulla difficile situazione in cui questa visita mi mise, ma fare chiarezza sul comportamento del collega che mi aveva inviato la malata. Prima, però, voglio formulare una riserva[3] (Verwahrung) forse non superflua, o almeno lo spero. L’esperienza pluriennale mi ha insegnato, come può insegnare a chiunque altra, a non prendere alla leggera per vero tutto quel che i pazienti, e specialmente i nervosi, raccontano del loro medico. Il medico delle malattie nervose, quale che sia il trattamento, non solo diventa facilmente oggetto di molteplici sentimenti ostili da parte del paziente, ma talvolta deve anche sopportare di assumersi, per una sorta di proiezione, la responsabilità dei segreti desideri rimossi dei nervosi. È triste ma tipico che tali ingiurie trovino più facilmente credito proprio presso altri medici.

Ho quindi diritto di sperare che durante la mia consultazione la signora in questione mi abbia riferito le affermazioni del suo medico deformandole tendenziosamente e che farei un torto a lui, che non conosco, se prendessi proprio questo caso come spunto per le mie osservazioni sulla psicanalisi “selvaggia”. Ma così forse impedisco ad altri di far torto ai loro malati.[4]

Supponiamo allora che il medico abbia parlato esattamente come riferito dalla paziente.

Allora sarà facile per chiunque muovergli la critica che il medico, quando ritiene di affrontare con una donna il tema della sessualità, deve farlo con tatto e discrezione. Ma queste esigenze rientrano nell’osservanza di certe prescrizioni tecniche della psicanalisi; oltre a ciò il medico avrebbe misconosciuto o frainteso tutta una serie di insegnamenti scientifici della psicanalisi, mostrando così quanto poco abbia progredito nella comprensione della sua natura e dei suoi intenti.

Cominciamo dagli ultimi, cioè dagli errori scientifici. I consigli del medico fanno chiaramente capire in che senso intenda la “vita sessuale”: vale a dire nel senso popolare, per cui con bisogni sessuali non si comprende altro che il bisogno del coito o di analoghi procedimenti per produrre orgasmo ed emissione di materia seminale. Ma quel medico non poteva non sapere che di solito alla psicanalisi si rimprovera di aver esteso il concetto di sessuale ben al di là dell’usuale portata. In effetti è così, ma qui non è in discussione se lo si possa impiegare come rimprovero. In psicanalisi il concetto di sessuale è molto più comprensivo; eccede il senso comune sia verso l’alto sia verso il basso.[5] L’estensione si giustifica geneticamente. Annoveriamo nella “vita sessuale” anche tutte le realizzazioni di sentimenti teneri, provenienti dalla fonte dei primitivi moti sessuali, anche nel caso in cui tali moti siano andati incontro a inibizione rispetto all’originaria meta sessuale o abbiano scambiato tale meta con un’altra non più sessuale. Perciò preferiamo parlare anche di psicosessualità; ci teniamo a non trascurare e a non sottovalutare il fattore psichico della sessualità. Usiamo la parola “sessualità” nello stesso ampio senso in cui in tedesco si dice lieben [amare].[6] Da tempo sappiamo che si può avere insoddisfazione psichica, con tutte le sue conseguenze, anche là dove non manca il normale rapporto sessuale; in quanto terapeuti, teniamo sempre ben presente che le aspirazioni sessuali insoddisfatte – i cui soddisfacimenti sostitutivi combattiamo sotto forma di sintomi nervosi – spesso possono scaricarsi solo in misura ridotta attraverso il coito o altri atti sessuali.

Chi non condivide questa concezione della psicosessualità non ha diritto di rifarsi alle tesi della dottrina psicanalitica sull’importanza eziologica della sessualità. Sottolineando esclusivamente il fattore somatico nel sessuale si semplifica certo di molto il problema, ma la responsabilità del suo modo di procedere è soltanto sua.

Dai consigli del medico traspare ancora un secondo non meno grave fraintendimento. Giustamente la psicanalisi indica nell’insoddisfazione sessuale la causa della sofferenza nervosa. Ma non dice anche qualcosa di più? Vogliamo lasciare da parte, perché troppo complicato, l’insegnamento secondo cui i sintomi nervosi originano dal conflitto tra due forze: quella della libido, diventata per lo più eccessiva, e quella del rifiuto sessuale troppo severo o della rimozione? Chi non dimentica questo secondo fattore, cui in realtà non spetta un posto di secondaria importanza, non potrà mai credere che la soddisfazione sessuale in sé sia il rimedio generalmente attendibile ai disturbi[7] dei nervosi. Buona parte di costoro è già incapace di soddisfazione nelle circostanze date o in generale. Se ne fossero capaci, se non avessero le loro resistenze interne, la forza della pulsione indicherebbe loro la strada della soddisfazione, anche senza i consigli del medico.[8] Cosa potrebbe mai essere un consiglio come quello che si suppone il medico abbia dato alla signora?[9]

Anche potendo giustificarlo scientificamente,[10] è per lei inattuabile.[11] Se non avesse resistenze interne contro la masturbazione o contro una relazione amorosa, avrebbe già da tempo adottato uno di questi espedienti.[12] O forse il medico pensa che una donna sopra la quarantina non sappia che ci si può prendere un amante? O sopravvaluta la propria influenza fino al punto di pensare che senza il beneplacito del medico non si sarebbe potuta decidere a fare simile passo?

Tutto sembra molto chiaro; bisogna tuttavia ammettere l’esistenza di un fattore che spesso rende difficile formulare un giudizio. Alcuni stati nervosi,[13] le cosiddette nevrosi attuali, come la tipica nevrastenia o la nevrosi d’angoscia, dipendono chiaramente dal fattore somatico della vita sessuale, mentre non abbiamo alcuna idea sicura del ruolo in esse svolto dal fattore psichico e dalla rimozione. In tali casi si raccomanda al medico[14] di prendere in considerazione in primo luogo una terapia attuale, una modifica dell’attività sessuale somatica, e può farlo a pieno diritto, se la sua diagnosi era giusta.[15] La signora che consultò il giovane medico lamentava soprattutto stati d’angoscia; il medico probabilmente suppose che soffrisse di nevrosi d’angoscia e ritenne giustificato suggerirle una terapia somatica. Di nuovo un comodo malinteso! Chi soffre d’angoscia non ha necessariamente una nevrosi d’angoscia; questa diagnosi non va dedotta dal nome; bisogna sapere quali sono le sue manifestazioni e distinguerla da altri stati morbosi che si manifestano con angoscia. A mio parere, la signora in questione soffriva di un’isteria d’angoscia; tutto il valore, anche pienamente sufficiente, di queste distinzioni nosografiche[16] sta nel fatto che rimandano a una diversa eziologia e a una diversa terapia.[17] Chi avesse preso in considerazione la possibilità dell’isteria d’angoscia, non sarebbe caduto nell’errore di trascurare i fattori psichici, come emerge dalle alternative consigliate dal medico.

È abbastanza degno di nota[18] che tra le alternative terapeutiche del supposto analista non trovi posto… la psicanalisi. Questa signora dovrebbe poter guarire dall’angoscia solo tornando dal marito o soddisfacendosi per via masturbatoria o con un amante. E dove mai potrebbe inserirsi il trattamento analitico, in cui ravvisiamo il principale strumento contro gli stati d’angoscia?

Saremmo così giunti alle infrazioni tecniche,[19] che riconosciamo nel modo di procedere del medico nel caso in questione. È una concezione[20] da tempo superata, derivante da apparenze superficiali, che il malato soffra in conseguenza di una sorta di ignoranza [Unwissenheit][21] e che, togliendo tale ignoranza, grazie alla comunicazione (delle connessioni causali della sua malattia con la sua vita, delle esperienze infantili e così via), dovrebbe guarire. Il fattore patogeno[22] non è questo non sapere[23] in sé, ma il suo fondarsi sulle resistenze interne, le quali prima hanno suscitato il non sapere e ora lo mantengono. Il compito della terapia sta nella lotta contro queste resistenze. Comunicare quanto il malato non sa, perché l’ha rimosso, è solo uno dei preliminari necessari alla terapia. Se il sapere dell’inconscio fosse per il malato così importante come crede l’inesperto di psicanalisi, per guarire al malato basterebbe andare a qualche lezione o leggere qualche libro. Ma queste misure hanno sui sintomi nervosi lo stesso effetto che sulla fame avrebbe la distribuzione di menu in tempi di carestia. Il paragone si può utilizzare al di là della sua applicazione immediata; infatti, comunicare l’inconscio al malato ha regolarmente la conseguenza di acuire in lui il conflitto e di aumentarne le lagnanze.

Ma, poiché non può fare a meno di tale comunicazione, la psicanalisi prescrive di non farla prima che siano soddisfatte due condizioni: in primo luogo, che il malato attraverso la preparazione sia giunto lui stesso in prossimità di ciò che è stato da lui rimosso; in secondo luogo, che si sia attaccato al medico (transfert) al punto tale che il rapporto affettivo con lui gli renda impossibile fuggire di nuovo.

Solo la realizzazione di queste due condizioni rende possibile riconoscere e padroneggiare le resistenze che hanno portato alla rimozione e al non [voler] sapere. L’intervento psicanalitico presuppone dunque assolutamente un più lungo contatto con il malato; i tentativi di assalire il malato di sorpresa alla prima visita di consultazione, comunicandogli bruscamente i segreti che il medico ha indovinato sono tecnicamente da biasimare e si puniscono per lo più da sé, attirando sul medico una cordiale[24] ostilità e togliendo di mezzo ogni ulteriore possibilità di influenzamento.[25]

Tutto ciò a prescindere dal fatto talvolta non si indovina e non si è mai in grado di indovinare tutto.[26] Con queste precise prescrizioni tecniche la psicanalisi sostituisce la pretesa di un inafferrabile “tatto medico”, in cui si ricerca una dote particolare.[27]

Non è quindi sufficiente al medico conoscere alcuni risultati della psicanalisi; volendo che la propria pratica medica sia guidata dai punti di vista psicanalitici, occorre aver preso confidenza con la sua tecnica. Ancora[28] oggi questa tecnica non può essere appresa sui libri e certo ci si arriva solo con grandi sacrifici di tempo, di fatica e anche di successo.[29] Come altre tecniche mediche,[30] la si apprende da chi la padroneggia già. Per valutare il caso, cui collego queste osservazioni,[31] non è certo indifferente che io né conosca né abbia mai udito il nome del medico che ha potuto dare simili consigli.

Né a me né ai miei amici e collaboratori fa piacere la pretesa di monopolizzare in tal modo l’esercizio di una tecnica medica.[32] Ma, considerati i prevedibili pericoli che l’esercizio di una psicanalisi “selvaggia” comporta sia per i malati sia per la causa della psicanalisi, non ci restava altra scelta.[33] Nella primavera del 1910 abbiamo fondato un’ associazione psicanalitica internazionale, nella quale i membri si riconoscono attraverso la pubblicazione dei nomi,[34] per poterci rifiutare di assumere la responsabilità del comportamento di tutti coloro che non appartengono a noi e chiamano “psicanalisi” il loro operato medico.[35] In verità, infatti, più del singolo malato[36] tali psicanalisti selvaggi danneggiano la causa della psicanalisi. Ho spesso sperimentato che un modo di operare tanto maldestro, anche se sulle prime ha prodotto un peggioramento nelle condizioni del malato, alla fine lo ha portato alla guarigione. Non sempre, ma molto di frequente. Dopo aver abbastanza a lungo inveito contro il medico e sentendosi a sufficiente distanza[37] dalla sua influenza, i suoi sintomi si attenuano o si decide a fare un passo sulla via della guarigione. Il miglioramento finale è allora o avvenuto “da sé” o attribuito al trattamento affatto indifferente di un altro medico, al quale il malato si è successivamente rivolto. Nel caso della signora, di cui abbiamo sentito le accuse[38] contro il medico, sono propenso a pensare che lo psicanalista selvaggio[39] ha fatto per la sua paziente qualcosa di più di una qualche famosa autorità che le abbia raccontato che soffriva di “neurosi vasomotoria”. L’ha costretta a puntare lo sguardo sulla vera causa[40] della sua sofferenza o nelle sue vicinanze;[41] malgrado le proteste della paziente, questo intervento non resterà senza conseguenze a lei favorevoli.[42] Ma ha danneggiato se stesso e contribuito ad aumentare i pregiudizi che, sulla base di comprensibili resistenze affettive, i malati ergono contro l’attività dello psicanalista. E questo può essere evitato.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano

Revisione di Davide Radice


[1] [Musatti: “Non poteva tollerare, secondo il medico, la perdita del rapporto con il marito”. (osf, vol. vi, p. 325). Ndt]

[2] [Musatti: “Che il medico l’aveva ingannata” (OSF, vol. VI, p. 325). Ndt]

[3] [Musatti: “precauzione”. (osf, vol. vi, p. 325). Ndt]

[4] [Il ragionamento di Freud non è del tutto limpido, frutto dell’ambivalenza tipica di un Freud che ama la medicina e odia i medici. Ndt.]

[5] [Musatti parafrasa e annacqua il testo: “Qui non dobbiamo discutere se dobbiamo fargliene un rimprovero, ma è indubbio che le cose stanno effettivamente così. Il concetto di sessualità in psicoanalisi è assai più comprensivo e si estende, in ogni direzione, molto al di là del senso popolare.” (osf, vol. vi, p. 326). Ndt]

[6] [Freud estende così tanto il significato di “sessuale”, fino a farlo praticamente coincidere con psichico, per una ben precisa ragione ideologica. Freud ha bisogno di trovare sempre una causa psichica. La sessualità estesa gli offre il campo eziologico adatto alla sua metapsicologia. Una psicanalisi più scientifica di quella freudiana non avrebbe bisogno di fare un riferimento così massiccio alla nozione di causa. Ndt]

[7] [Musatti: “sofferenze”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[8] [Qui è evidente la Spaltung freudiana tra medicina e medici: “la forza della pulsione” è la causa fisiologica della soddisfazione; i consigli del medico un inutile sovrappiù. Ndt]

[9] [Musatti allunga il brodo: “Che senso può dunque avere un consiglio come quello che si presume abbia dato quel medico alla nostra signora?”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[10] [Musatti: “Anche ammettendo che da un punto di vista scientifico possa avere qualche giustificazione”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[11] [Musatti: “inutile”. (osf, vol. vi, p. 327). Ndt]

[12] [Musatti: “soluzioni” (osf, vol. vi,p. 328). Ndt]

[13] [Musatti: “affezioni nervose” (osf, vol. vi, p. 328). Ndt]

[14] [Musatti: “è naturale” (osf, vol. vi, p. 328). Per Musatti le raccomandazioni al medico sono naturali. Ndt]

[15] [Qui Freud ci ricorda che l’atto medico per eccellenza, da cui dipendono la prognosi e la terapia, è la diagnosi: il riconoscimento ontologico della malattia. Ndt].

[16] [Musatti: “il valore di tali distinzioni nosografiche (e ciò che le rende preziose)” (osf, vol. vi, p. 328). Ndt]

[17] [Qui Freud è esplicitamente medico: la giusta terapia dipende dal riconoscimento della giusta causa; data la causa della malattia, la terapia eziologica funziona da anticausa. Nella fattispecie, la rimozione infantile è la causa dell’isteria; la psicanalisi è terapeutica nella misura in cui agisce contro le rimozioni infantili. Non c’è nulla di particolarmente scientifico in questo. La psicanalisi applica il buon senso medico. Ndt]

[18] [Musatti: “è veramente straordinario (osf, vol. vi, p. 329). Ndt]

[19] [Musatti: “inesattezze tecniche” (osf, vol. vi, p. 329). È una costante della formazione medica la sopravvalutazione delle condizioni operative della tecnica rispetto alle condizioni di principio della scientificità. Freud usa il termine Verfehlung per sottolineare la dimensione soggettiva della colpa di chi non applica scrupolosamente le prescrizioni tecniche. Ndt.]

[20] [Musatti: “concetto” (osf, vol. vi, p. 329).]

[21] [Musatti: “insipienza” (osf, vol. vi, p. 329).]

[22] [Ecco la patogenesi medicale! Ndt]

[23] [Musatti: “ “non sapere” ”. (osf, vol. vi, p. 329). Perché le virgolette? È un metasapere? Ndt]

[24] [Musatti: “intensa”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[25] [Musatti: “troncando al primo una possibile ulteriore influenza sul secondo”. (OSF, vol. VI, p. 330). Ndt]

[26] [Musatti: “A prescindere da tutto ciò, accade talora di non cogliere nel segno, e comunque nessuno è mai in grado di indovinar tutto”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[27] [Musatti: “Queste prescrizioni tecniche sono avanzate dalla psicanalisi in sostituzione di quel inafferrabile “tatto medico”, in cui si vuol ravvisare una dote tutta particolare”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[28] [Musatti non lo traduce. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[29] [Musatti: “e certo non la si può scoprire da sé senza grandi sacrifici di tempo, di fatica e di risultati” (osf, vol. vi, p. 330). La traduzione è da Strachey. Cfr. Strachey “it certainly cannot be discovered independently without great sacrifices of time, labour and success”. Neppure Strachey sapeva bene il tedesco: in “Erfolg selbst” il pronome “selbst” non significa “da sé” ma “anche”. Ndt]

[30] [Ricordiamoci di questa affermazione quando leggeremo La questione dell’analisi laica, di sedici anni dopo. Allora Freud contesterà ai medici il diritto di applicare una tecnica medica, prima di averla acquisita con una formazione personale. Ndt.]

[31] [Musatti: “che ha dato origine a queste osservazioni”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[32] [E dai! Vedi nota 61. Ndt]

[33] [L’argomento a difesa dei soggetti deboli, in questo caso i malati, è ipocrita e filisteo. È lo stesso argomento che, con la scusa di difendere i malati, ha portato a regolamentare la psicoterapia per legge, quindi a istituire la lobby psicoterapeutica. Freud non sottovalutò mai lo spirito di corpo dei medici, ma non fece mai lo sforzo di istituire per la sua psicanalisi un dispositivo collettivo alternativo a quello medico. Per quanto riguarda la causa della psicanalisi le operazioni a difesa hanno il respiro corto. Ndt]

[34] [Musatti: “rendendo pubblica la loro adesione”. (osf, vol. vi, p. 330). Ndt]

[35] [Anche in Freud c’è una buona dose di spirito lobbistico, probabilmente mutuato dalla corporazione medica, cui apparteneva pur contestandola. Ndt]

[36] [Musatti: “singoli pazienti”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[37] [Musatti: “sufficientemente al riparo”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[38] [Musatti: “lamentele”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[39] [Musatti: “ “selvaggio” ”. (osf, vol. vi, p. 331). Perché le virgolette? Forse Musatti credeva che Freud usasse il termine in senso metaforico. Ndt]

[40] [Musatti: “radice”. (osf, vol. vi, p. 331). Freud, da medico qual è, cerca sempre il fondamento nella causa, die Begründung. Ndt]

[41] [Musatti: “in direzione di questa”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

[42] [Musatti: “benefiche”. (osf, vol. vi, p. 331). Ndt]

Cinque conferenze di Worcester e Questione dell’analisi laica

Propongo una nuova traduzione di due brani tratti dalla prima e dalla terza conferenza delle cinque tenute da Freud, nel settembre 1909, presso la Clark University di Worcester nel Massachusetts.

S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi
S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi

Considero questi brani come l’affacciarsi, per la prima volta, della questione dell’analisi laica. In essi è distintamente presente uno degli elementi fondamentali della “questione”, ovvero il tema dell’incompetenza dei medici e degli psichiatri di fronte alla malattia psichica, in questo caso l’isteria. Freud usa per la prima volta il termine Laien per significare che i medici e gli psichiatri sono allo stesso livello dei profani e non hanno alcuna presa sui nevrotici.

Questi brani sono importanti anche perché mettono in evidenza un tratto che contraddistingue il testo del 1926, ovvero l’ambivalenza nei confronti dei medici e della medicina. Da una parte, Freud è quasi ossessionato dai medici, non attribuisce loro alcun sapere in ambito psichico e li esclude in modo categorico dalla possibilità di dare un aiuto ai pazienti; d’altra parte, questa ossessione sembra coprire l’evidenza che il discorso medico struttura di fatto l’approccio freudiano alla malattia psichica; si pensi al concetto di “trauma” o a quello di “ristabilimento”.

 

SULLA PSICANALISI

CINQUE CONFERENZE,
TENUTE PER IL VENTENNALE DELLA FONDAZIONE
DELLA CLARK UNIVERSITY
DI WORCESTER, MASSACHUSETTS,
SETTEMBRE 1909

(1910)

I

[…]

[VIII 4] Ho appreso, non senza soddisfazione, che la maggioranza dei miei uditori non appartiene alla classe medica. Non dovete temere che sia necessaria una particolare preparazione medica per poter seguire quanto ho da dirvi. Tuttavia percorreremo un tratto in compagnia dei medici, ma presto ce ne separeremo e accompagneremo il Dott. Breuer su una via del tutto singolare.

La paziente del Dott. Breuer, una ragazza ventunenne di elevate doti intellettuali, ha sviluppato, in oltre due anni di malattia, una serie di disturbi somatici e psichici che certamente meritavano di essere presi sul serio. Aveva una paralisi da contrattura ad entrambe le estremità del lato destro con insensibilità delle stesse; periodicamente la stessa affezione alle membra della parte sinistra del corpo; disturbi dei movimenti oculari e varie carenze della capacità visiva; difficoltà nel portamento del capo; un’intensa tussis nervosa; senso di nausea prima dell’assunzione di cibo e una volta, per parecchie settimane, un’incapacità di bere nonostante una sete tormentosa; una riduzione della loquela, fino alla perdita della capacità di parlare o di comprendere la sua madrelingua; infine stati di assenza, di confusione, di delirio, di alterazione dell’intera personalità; tutti sintomi ai quali più tardi dovremo rivolgere la nostra attenzione.

Sentendo parlare di un quadro sintomatico di questo tipo, sareste inclini, pur non essendo medici, a supporre che si tratti di una malattia grave, probabilmente cerebrale, che offre scarse prospettive di guarigione e che potrebbe portare rapidamente alla morte del malato. I medici invece vi insegneranno che, per una serie di casi con manifestazioni così gravi, è giustificata un’interpretazione diversa [| VIII 5] e di gran lunga più favorevole. Se un quadro sintomatico di questo tipo si presenta in una giovane donna, i cui organi vitali interni (cuore, reni) risultano normali all’esame obiettivo, ma che ha provato intense turbe emotive, e se i singoli sintomi, per certe caratteristiche particolari, differiscono dalle aspettative, allora i medici non prendono troppo sul serio questo tipo di caso. Affermano che non si tratta di una malattia cerebrale organica, ma di quella condizione misteriosa che dai tempi della medicina greca è chiamata isteria e che riesce a simulare un gran numero di sintomi di malattie più gravi. Non ritengono quindi che la vita sia minacciata e, anzi, considerano probabile un completo ristabilimento della salute. Non è sempre molto facile distinguere un’isteria di questo tipo da una malattia organica più grave. Non abbiamo bisogno però di sapere in che modo viene fatto questo tipo di diagnosi differenziale; ci basti essere sicuri che il caso della paziente di Breuer è proprio uno di quei casi che nessun medico esperto può fare a meno di diagnosticare come isteria. A questo punto possiamo anche aggiungere, dal resoconto clinico, che la malattia è emersa mentre lei si prendeva cura del padre teneramente amato, il quale aveva una grave malattia che l’avrebbe portato alla morte e che lei, a causa della propria malattia, ha dovuto rinunciare a curarlo.

Finora ci è risultato vantaggioso procedere a fianco dei medici; ma fra poco ce ne separeremo. Infatti non dovete aspettarvi che, se la diagnosi di isteria prende il posto della diagnosi di una grave affezione cerebrale organica, la prospettiva del malato di poter ottenere un aiuto medico venga con ciò migliorata in modo sostanziale. Contro le gravi malattie del cervello l’arte medica è, nella maggior parte dei casi, impotente, ma anche contro le affezioni isteriche il medico non riesce a fare nulla. Deve lasciar decidere alla natura benigna, [| VIII 6] quando e come la sua promettente prognosi si realizzerà.

Con il riconoscimento dell’isteria, le cose cambieranno poco per il malato; molto di più cambieranno per il medico. Possiamo osservare come egli si ponga in modo totalmente diverso nei confronti dell’isterico rispetto a come si pone di fronte al malato organico. Non vuole mostrare al primo la stessa partecipazione che mostra al secondo, visto che la sua malattia è molto meno grave e, ciò nonostante, sembra avanzare la pretesa di essere preso altrettanto sul serio. Ma c’è anche dell’altro. Il medico, che attraverso i suoi studi ha imparato a conoscere così tante cose che sono precluse al profano, si è potuto formare delle idee sulle cause della malattia e sulle alterazioni che essa determina, ad esempio, nel cervello dei pazienti che soffrono di apoplessia o di neoplasia, idee che devono essere in una certa misura adeguate, poiché gli permettono di comprendere le singolarità del quadro sintomatico. Però, di fronte alle particolarità dei fenomeni isterici, tutto il suo sapere, la sua formazione anatomo-fisiologica e patologica, lo pianta in asso. Non è in grado di comprendere l’isteria, egli stesso le sta di fronte così come un profano. Ora, questo non va bene a nessuno di coloro che, solitamente, hanno un’assai grande stima del proprio sapere. Gli isterici perdono quindi la sua simpatia; li considera persone che trasgrediscono le leggi della sua scienza, li guarda come gli ortodossi guardano gli eretici; li crede capaci di ogni male possibile; li accusa di esagerare, di ingannare consapevolmente e di simulare; e li punisce togliendo loro il proprio interesse.

[…]

III

[…]

L’elaborazione delle idee spontanee che si presentano al paziente quando si sottopone alla regola psicanalitica fondamentale non è l’unico nostro mezzo tecnico per dischiudere l’inconscio. Allo stesso scopo servono altri due metodi, l’interpretazione dei suoi sogni e la valorizzazione dei suoi atti mancati e casuali.

Vi confesso, miei cari uditori, di aver a lungo esitato sull’opportunità di offrirvi, invece di questa stringata panoramica sull’intero ambito della psicanalisi, [| VIII 32] un’esposizione dettagliata dell’interpretazione dei sogni. Mi ha trattenuto un motivo puramente soggettivo e in apparenza secondario. Mi sembrava quasi sconveniente, in questo paese rivolto a mete pratiche, presentarmi come »interprete di sogni« prima ancora che voi poteste sapere quale sia l’importanza che quest’arte antiquata e dileggiata può arrivare a reclamare. L’interpretazione dei sogni è in realtà la via regia verso la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicanalisi e il terreno sul quale ogni operatore deve acquisire la propria convinzione e deve perseguire la propria formazione. Quando mi si chiede come si possa diventare psicanalista, io rispondo: studiando i propri sogni. Finora tutti gli avversari della psicanalisi hanno evitato, con opportuna discrezione, di dare un apprezzamento sull’»Interpretazione dei sogni«, oppure si sono adoperati per averne ragione con le obiezioni più superficiali. Se voi, al contrario, riuscirete ad accettare le soluzioni ai problemi della vita onirica, le novità che la psicanalisi pretende dal vostro pensiero non vi causeranno più alcuna difficoltà.

Non dimenticate che le nostre produzioni oniriche notturne, da una parte, mostrano la più grande somiglianza esteriore e affinità interiore con le creazioni della malattia mentale, dall’altra, sono però compatibili con la piena salute della vita vigile. Non è un paradosso affermare che chi dimostra stupore invece che comprensione nei confronti di queste »normali« illusioni sensoriali, idee deliranti e alterazioni caratteriali, non ha la minima possibilità di comprendere le formazioni abnormi degli stati psichici patologici in modo diverso da quello del profano. Fra questi profani potete oggi tranquillamente annoverare quasi tutti gli psichiatri.

 

Bibliografia

S. Freud, Gesammelte Schriften, vol. IV, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig – Wien – Zürich 1924, pp. 349-406,.

S. Freud, The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XI, Hogarth Press, London 1957, pp. 1-57.

S. Freud, Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, pp. 125-173.

S. Freud, Gesammelte Werke, vol. VIII, Imago Publishing Co., Ltd., London 1996, pp. 3-60.