Transfert e fissazione

Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a Jung il 6 dicembre 1906. Essa non rappresenta solo il testo nel quale per la prima volta collega la guarigione all’amore, ma propone anche un legame fra il concetto di transfert [Übertragung] e quello di fissazione [Fixierung].

8 F

6. XII. 06
Via Berggasse 19, zona IX

Stimatissimo collega,

Da questa “accelerazione del tempo di reazione” Lei trarrà le sue conclusioni e indovinerà che la Sua ultima lettera mi ha fatto piacere, senza alcuna limitazione e senza alcuna ipotesi ausiliaria. Ero proprio convinto che la finalità dell’influenza pedagogica avrebbe cambiato le sue idee e sono molto contento di venire a sapere che esse siano invece libere da tale deformazione.[1]

Come Lei sa bene, devo avere a che fare con tutti i demoni che si possono far scatenare contro “l’innovatore”; tra di essi non è il più mite quello che mi costringe ad apparire davanti ai miei stessi seguaci come un burbero prepotente e incorreggibile, oppure come un fanatico, quale in realtà non sono. Finché ero solo con le mie idee, ero comprensibilmente spinto ad accrescere la mia fiducia verso le mie stesse decisioni. Anche un’occupazione ormai quindicennale, che sono venuto ad approfondire sempre più e che ormai è divenuta da qualche anno una monotona esclusiva, mi ha fornito una specie di resistenza[2] contro le richieste di accettare qualcosa che sia fuorviante.  (Attualmente faccio dieci ore al giorno di psicoterapia). Sono però sempre stato convinto della mia fallibilità e spesso ho lasciato indefinito del materiale per non irrigidirmi in una mia opinione. Anche Lei una volta ha rilevato la malleabilità delle mie opinioni come segno di un processo di sviluppo.[3]

Sono in grado di sottoscrivere senza alcuna riserva le Sue annotazioni sulla terapia. Ho fatto le stesse esperienze e, per gli stessi motivi, ho esitato ad affermare pubblicamente più di questo: “è il metodo che porta avanti più di qualsiasi altro”. Non voglio nemmeno affermare che ogni isteria sia guaribile così e ancor meno tutto quanto viene chiamato così. Poiché non m’importava affatto di accertare la frequenza della guarigione, ho accettato spesso di prendere in trattamento anche casi che sfioravano la psicosi o forme di delirio (delirio di attenzione,[4] paura di arrossire[5] e altri) e in tal modo ho imparato almeno che gli stessi meccanismi giungono molto più in là e non solo fino ai confini dell’isteria e della nevrosi di coazione.[6] Alle persone malevole non si possono dare spiegazioni; per questo ho tenuto per me alcune cose che andrebbero dette sui confini della terapia e sul suo meccanismo, oppure le ho presentate in modo tale che soltanto un esperto le riconosca. Non le sarà sfuggito che le nostre guarigioni avvengono mediante la fissazione di una libido che domina nell’inconscio (transfert) e che s’incontra con maggiore certezza nell’isteria. Essa fornisce la forza motrice per intendere e tradurre l’inconscio; nel caso in cui essa si rifiuta, il paziente non si sforza o non dà ascolto quando noi gli presentiamo la traduzione che abbiamo trovato. È propriamente una guarigione attraverso l’amore.[7] Nel transfert risiede anche la dimostrazione più forte, la sola inoppugnabile, della dipendenza delle nevrosi dalla vita amorosa.[8]

Trovo estremamente simpatico che Lei mi prometta di darmi temporaneamente fiducia là dove la Sua esperienza non Le permette ancora una decisione, naturalmente solo finché essa glielo permetterà. Ritengo, presumendo di possedere la più severa autocritica, di meritare questo credito. Ma lo pretendo solo da pochissimi.

Spero d’imparare molto dal Suo libro sulla dementia praecox, che Lei ha annunciato da tempo. Fino a questo momento non ho una posizione ferma circa la suddivisione fra dementia praecox e paranoia, nemmeno riguardo a tutte le moderne denominazioni in questo campo, e confesso di nutrire un certo scetticismo verso l’affermazione di Eugen Bleuler secondo cui i meccanismi di rimozione si possono dimostrare nella demenza e non nella paranoia. Certo in questo campo le mie esperienze sono scarse. Qui dunque sarò io che cercherò di credere a Lei.[9]

Suo cordialmente devoto,

Dott. Freud.

Edvard Munch - Two People. The Lonely Ones (1899)
Edvard Munch – Two People. The Lonely Ones (1899)

Note

[1] Allusione scherzosa allo scritto di Jung I tempi di reazione nell’esperimento associativo. Cfr. C. G. Jung, Über das Verhalten der Reaktionszeit beim Assoziationsexperimente (1905), trad. it. C. G. Jung, I tempi di reazione nell’esperimento associativo, in C. G. Jung, Opere, 19 voll., vol. II/2, Boringhieri, Torino 1987, pp. 39-87.

[2] Resistenz. Non è il significante Widerstand che corrisponde al concetto psicanalitico di “resistenza”.

[3] Id., Psychoanalyse und Assoziationsexperiment (1905), trad. it. C. G. Jung, Psicoanalisi ed esperimento associativo, in C. G. Jung, Opere, op. cit., vol. II/2, pp. 258-81.

[4] Beachtungswahn. Analogo al “delirio di riferimento” [Beziehungswahn].

[5] Errötensangst. Analoga alla “eritrofobia”.

[6] Zwangsneurose. La coazione [Zwang] non è l’ossessione [Obsession].

[7] [Heilung durch Liebe]. Spesso questa frase viene riportata come se Freud parlasse di “cura”. Anche se “cura” è una traduzione possibile, preferisco tradurre con “guarigione” perché in questo testo Freud insiste su Heilung parlando di “frequenze di guarigione” e di “guarigioni” nel senso di esiti positivi.

[8] Questo paragrafo e il successivo sono stati citati da Ernest Jones, con qualche errore di trascrizione, nella sua biografia di Freud. Cfr. E. Jones, The Life and Work of Sigmund Freud (1953-1957), trad. it. E. Jones, Vita e opere di Sigmund Freud, 3 voll., vol. II, Il Saggiatore, Milano 1962, pp. 519-520.

[9] Cfr. E. Bleuler, Freudsche Mechanismen in der Symptomatologie von Psychosen, in Psychiatrisch-neurologische Wochenschrift, vol. VIII (1906-07).

 
Di seguito il testo originale:

8 F

6. XII. 06
IX., Berggasse 19

Sehr geehrter Herr Kollege

Sie werden aus dieser »Beschleunigung der Reaktionszeit«[1] gewiß Ihre Schlüsse ziehen und erraten, daß ich mich über Ihren letzten Brief ohne Einschränkung und Hilfshypothese gefreut habe. Ich dachte es mir ja, daß Sie Ihre wirklichen Ansichten durch die Zielvorstellung der pädagogischen Einwirkung abändern lassen, und bin sehr zufrieden, dieselben von solcher Entstellung befreit kennenzulernen.

Ich habe, wie Sie ja wissen, mit allen Dämonen zu tun, die auf den, »Neuerer« losgelassen werden können; nicht der zahmste unter ihnen ist die Nötigung, den eigenen Anhängern als ein rechthaberischer und unkorrigierbarer Griesgram oder Fanatiker zu erscheinen, der ich nun wirklich nicht bin. So lange mit meinen Ansichten allein gelassen, war ich begreiflicherweise veranlaßt, mein Zutrauen zu meinen eigenen Entscheidungen zu steigern. Auch gibt mir eine 15jährige immer mehr vertiefte und schon seit Jahren zur monotonen Ausschließlichkeit gelangte Beschäftigung eine Art von Resistenz gegen Aufforderungen, Abweichendes anzunehmen. (Ich arbeite gegenwärtig zehn Stunden im Tag Psychotherapie.) Aber von meiner eigenen Fehlbarkeit blieb ich stets überzeugt und habe den Stoff unbestimmt oft herumgewendet, um nicht in meiner Meinung zu erstarren. Sie haben selbst einmal diese Geschmeidigkeit meiner Meinungen als Zeichen eines Entwicklungsprozesses hervorgehoben.[2]

Ihre Bemerkungen über Therapie kann ich ohne Abzug unterschreiben.[3] Ich habe die nämlichen Erfahrungen gemacht und habe mich aus den gleichen Gründen gescheut, mehr öffentlich zu behaupten als »die Methode trage weiter als jede andere«. Ich will nicht einmal behaupten, daß jede Hysterie so heilbar ist, geschweige denn alles, was man so heißt. Da mir gar nichts an der Ermittlung der Heilungsfrequenz lag, habe ich häufig auch Fälle die ans Psychotische streifen, oder Wahnformen (Beachtungswahn, Errötensangst, u. a.) in Behandlung genommen und dabei wenigstens gelernt, daß die gleichen Mechanismen viel weiter reichen als nur bis zu den Grenzen von Hysterie und Zwangsneurose. Übelwollenden Leuten kann man keine Erklärungen geben; somit habe ich manches, was über Grenzen der Therapie und Mechanismus derselben zu sagen wäre, für mich behalten oder so dargestellt, daß nur der Kundige es erkennt. Ihnen wird es nicht entgangen sein, daß unsere Heilungen durch die Fixierung einer im Unbewußten regierenden Libido zustande kommen (Übertragung), die einem nun bei der Hysterie am sichersten entgegenkommt. Diese gibt die Triebkraft zur Auffassung und Übersetzung des Unbewußten her; wo diese sich weigert, nimmt sich der Patient nicht diese Mühe oder hört nicht zu, wenn wir ihm die von uns gefundene Übersetzung vorlegen. Es ist eigentlich eine Heilung durch Liebe. In der Übertragung liegt dann auch der stärkste, der einzig unangreifbare Beweis für die Abhängigkeit der Neurosen vom Liebesleben.

Es ist mir ungemein sympathisch, daß Sie versprechen, mir einen vorläufigen Glauben zu schenken, wo Ihre Erfahrung Ihnen noch keine Entscheidung gestattet, natürlich nur bis sie es Ihnen gestattet. Ich meine – bei der vermeintlich strengsten Selbstkritik – ich verdiene diesen Kredit. Aber ich beanspruche ihn nur bei sehr wenigen.

Aus Ihrer lange angekündigten Schrift über Dementia praecox hoffe ich viel zu lernen. Ich habe noch keine sichere Stellung zu der Scheidung derselben von der Paranoia sowie zu allen neueren Namengebungen auf diesem Gebiet und bekenne eine gewisse Ungläubigkeit gegen die Mitteilung Bleulers,[4] daß sich die Verdrängungsmechanismen bei der Dementia nachweisen lassen, bei der Paranoia hingegen nicht. Meine Erfahrung wird auf diesem Gebiet freilich dünn. Da werde ich also versuchen, Ihnen zu glauben.

Ihr herzlich ergebener

Dr. Freud

Noten

[1] Anspielung auf Jungs >Über das Verhalten der Reaktionszeit beim Assoziationsexperimente<, Journal für Psychologie und Neurologie, Bd. VI, Nr. 1 (1905), G.W. 2.

[2] Jung, >Psychoanalyse und Assoziationsexperiment<, G.W. 2, Abs. 660.

[3] Dieser und der folgende Absatz zitiert bei Jones, Bd. II, S. 509 (mit zwei Lesefehlern: im letzten Satz des ersten Absatzes »denn« statt »dann« und gegen Ende des zweiten Absatzes »vermutlich« statt »vermeintlich«).

[4] Bleuler, >Freudsche Mechanismen in der Symptomatologie von Psychosen<, Psychiatrisch-neurologische Wochenschrift, Bd. VIII (1906-07); siehe Jungs Referat in: >Referate über psychologische Arbeiten schweizerischer Autoren (bis Ende 1909)<, Jahrbuch, Bd. II/l (1910), G.W. 18 (im weiteren kurz als >Referate< zitiert; nur die von Jung selber verfaßten befinden sich in G.W. 18).