La psicanalisi e la Weltanschauung

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Una Weltanschauung (Lezione 35)
di Sigmund Freud

Signore e Signori,

nel nostro ultimo incontro ci siamo occupati delle piccole preoccupazioni della vita quotidiana, come far ordine nella nostra modesta dimora. Oggi vogliamo tentare un’impresa ardita e rischiare di rispondere a una questione che da altre parti ci viene ripetutamente posta: se la psicanalisi porti a una determinata Weltanschauung e a quale.

Weltanschauung è – temo – un termine specifico tedesco; tradurlo in altre lingue può causare difficoltà. Comunque io tenti di definirlo, di sicuro vi sembrerà goffo. Penso che la Weltanschauung sia una costruzione intellettuale che risolve tutti i problemi della nostra esistenza in modo unitario, partendo da un presupposto generale, al cui interno nessun problema resta aperto e tutto ciò che ci interessa si trova al suo posto. È assai comprensibile che possedere tale Weltanschauung rientri nelle aspirazioni ideali dell’uomo. Crederci fa sentire più sicuri nella vita, sapendo a cosa si deve aspirare e sapendo come sistemare i propri affetti e interessi in modo opportuno.

Se la caratteristica di una Weltanschauung è questa, per la psicanalisi è facile rispondere. In quanto scienza particolare, ramo della psicologia – la psicologia del profondo o dell’inconscio – la psicanalisi è del tutto inadatta a formulare una Weltanschauung, ma deve assumere quella della scienza. Però la concezione scientifica del mondo si distanzia già in modo significativo dalla nostra definizione. Ammette la spiegazione unitaria del mondo, ma solo come programma la cui realizzazione è spostata al futuro. Peraltro si contraddistingue per caratteristiche negative: la limitazione a quanto è attualmente riconoscibile e il netto rifiuto di certi elementi estranei a essa. Sostiene che non esiste fonte di conoscenza del mondo diversa dall’elaborazione intellettuale di osservazioni accuratamente accertate – si chiama ricerca; oltre a questa non c’è conoscenza per rivelazione, intuizione o divinazione. Negli ultimi secoli questa concezione fu apparentemente molto vicina al riconoscimento generale. Il nostro secolo trovò la presuntuosa obiezione che tale concezione del mondo fosse misera e sconfortante, non considerando le pretese dello spirito e i bisogni dell’anima dell’uomo.

Non c’è energia che basti a respingere tale obiezione! È del tutto infondata; infatti spirito e anima sono oggetti della ricerca scientifica esattamente come qualunque oggetto estraneo all’uomo. La psicanalisi ha qui uno speciale diritto a farsi portavoce di una visione scientifica del mondo, perché non si può rimproverarle di aver trascurato lo psichico nella sua immagine del mondo. Il suo contributo alla scienza consiste proprio nell’aver esteso la ricerca al campo psichico. Senza siffatta psicologia la scienza sarebbe comunque veramente incompleta. Includendo però nella scienza l’investigazione delle funzioni intellettuali ed emotive dell’uomo (e degli animali), si dimostra che nell’atteggiamento generale della scienza non cambia nulla; non si danno nuove fonti di sapere o nuovi metodi di ricerca. Se esistessero, l’intuizione e la divinazione lo sarebbero, ma si può tranquillamente farle rientrare nelle illusioni, nelle realizzazioni di moti di desiderio. Si riconosce facilmente che tali richieste nei confronti di una Weltanschauung hanno solo un fondamento affettivo. La scienza riconosce che la vita psichica dell’uomo produce simili esigenze, è pronta a dimostrarne le fonti, ma non ha la minima ragione per riconoscerle giustificate. Al contrario, si sente esortata a separare accuratamente dal sapere tutto ciò che è illusione, risultando da tale esigenza affettiva.

Ciò non significa accantonare con disprezzo questi desideri o sottovalutarne l’importanza per la vita umana. Si è pronti a stare dietro a quelle realizzazioni che essi hanno avuto nelle produzioni artistiche, nei sistemi religiosi e filosofici, ma non si può non vedere che sarebbe ingiustificato e al tempo stesso inopportuno permettere di trasferire queste pretese al campo della conoscenza. In questo modo si aprirebbe infatti la strada che porta al regno della psicosi individuale e di massa, si sottrarrebbero preziose energie alle aspirazioni che si rivolgono alla realtà per soddisfare in essa, per quanto possibile, desideri e bisogni.

Dal punto di vista scientifico a questo livello è inevitabile esercitare la critica e procedere con rifiuti e confutazioni. È inammissibile affermare che la scienza sia un campo dell’attività spirituale dell’uomo e che la religione e la filosofia siano altri campi almeno equivalenti, sul cui merito la scienza non abbia nulla da dire. Essi hanno la stessa pretesa di verità e ogni uomo è libero di scegliere da dove attingere i propri convincimenti e dove riporre la propria fede. Tale concezione è ritenuta particolarmente elevata, tollerante, comprensiva e scevra di gretti pregiudizi. Purtroppo è insostenibile, condividendo tutte le nocività di una concezione del mondo non scientifica, cui finisce per equivalere. Sta di fatto che la verità non può essere tollerante; che non ammette compromessi e limitazioni; che la ricerca tratta come propri tutti i campi dell’attività umana e deve diventare inesorabilmente critica se un altro potere pretende sequestrarne un pezzo per sé.

Dei tre poteri che possono contestare la scienza fino in fondo, il nemico serio è solo la religione. L’arte è quasi sempre innocua e benefica; non vuol esser altro che illusione. A parte poche persone che, come si dice, ne sono possedute, l’arte non si arrischia a fare incursioni nel regno della realtà. La filosofia non è antitetica alla scienza; si atteggia a scienza, operando in parte con gli stessi metodi, ma se ne allontana mantenendo ferma l’illusione di poter produrre un’immagine del mondo senza lacune e coerente, destinata a infrangersi a ogni nuovo progresso del nostro sapere. Sbaglia nel metodo sopravvalutando il valore conoscitivo delle nostre operazioni logiche e riconoscendo anche altre fonti di sapere, per esempio l’intuizione. Abbastanza spesso viene da pensare che non sia ingiustificata la canzonatura del poeta (Heinrich Heine):

Con le vestaglie e le cuffie da notte

Tura le falle all’universo tutto.[1]

Ma la filosofia non influisce immediatamente sulla maggior parte degli uomini; interessa un piccolo numero di quel sottile strato superiore di intellettuali; tutti gli altri non riescono ad afferrarla. Per contro, la religione è di una potenza mostruosa, avendo a disposizione le emozioni più forti dell’uomo. È noto che un tempo abbracciava tutta la spiritualità che ha un ruolo nella vita dell’uomo; occupava il posto della scienza, quando essa non esisteva ancora; ha creato una concezione del mondo di coerenza e compattezza incomparabili che, per quanto scossa, perdura tuttora.

Volendo render conto della grandiosità della religione, si tenga presente cosa riesce a offrire agli uomini. Chiarisce l’origine e la genesi del mondo; assicura protezione e felicità infinita nelle alterne vicende della vita; orienta il modo di pensare e di agire con prescrizioni sostenute da tutta la sua autorità. Realizza così tre funzioni. Con la prima soddisfa la sete umana di sapere; fa quel che la scienza tenta di fare con i propri mezzi, rivaleggiando con essa. Alla seconda deve la maggior parte della sua influenza. La scienza non può stare alla pari con la religione che placa l’angoscia di fronte ai pericoli e ai casi alterni della vita, assicura l’esito felice, consolando gli uomini nelle disgrazie. La scienza insegna come evitare certi pericoli, sa combattere con successo alcune malattie; sarebbe ingiusto contestare che sia un potente ausilio per l’uomo, ma in molte situazioni deve abbandonare l’uomo alla propria sofferenza e sa solo consigliargli di sottomettervisi. Nella terza funzione di dare prescrizioni, emanare divieti e limitazioni la religione si allontana in massimo grado dalla scienza, che si limita a ricercare e stabilire, benché dalle sue applicazioni derivino regole e consigli di comportamento. In certe circostanze coincidono con quelli religiosi, ma giustificati in modo diverso.

Il confluire di questi tre contenuti religiosi non è del tutto trasparente. Cos’ha a che fare la spiegazione dell’origine del mondo con l’intimazione di certi precetti etici? Alle garanzie di protezione e di felicità sono più intimamente connesse le pretese etiche, rappresentando il premio per l’adempimento di quei precetti; solo chi vi si sottomette può contare sui loro benefici, mentre castighi attendono chi disobbedisce. Del resto, nella scienza esiste qualcosa di simile. Chi ignora le sue applicazioni – si pensa nella scienza – si espone al danno.

Si comprende che nella religione siano curiosamente compresenti insegnamento, consolazione e richiesta solo sottoponendo tale compresenza ad un’analisi genetica,[2] la quale può prendere le mosse dal punto più sorprendente dell’insieme, cioè l’insegnamento sull’origine del mondo. Infatti, perché mai una cosmogonia dovrebbe essere la regolare componente di un sistema religioso? La dottrina è che il mondo fu creato da un essere simile all’uomo ma ingigantito in tutti i sensi: potenza, saggezza, forza delle passioni, insomma da un superuomo idealizzato. Che degli animali possano creare il mondo dimostra l’influenza del totemismo, che in seguito sfioreremo con almeno un’osservazione. È interessante che il creatore del mondo sia sempre solo uno, anche là dove si crede a più dei, e che sia per lo più un uomo, anche se non mancano allusioni a divinità femminili e qualche mitologia faccia cominciare la creazione del mondo da un dio maschile che elimina una divinità femminile, a sua volta degradata e trasformata in mostro. Qui si riallacciano i più interessanti problemi ma dobbiamo affrettarci. Il cammino che resta da fare è facilmente riconoscibile, essendo tale dio-creatore addirittura chiamato padre. La psicanalisi conclude che è realmente il padre, tanto grandioso quanto una volta appariva al bambino. L’uomo religioso immagina la creazione del mondo allo stesso modo della propria origine.

Allora si spiega facilmente come le rassicurazioni consolanti e le severe richieste etiche confluiscano nella cosmogonia. Infatti la stessa persona, cui il bambino deve la propria esistenza, il padre (o più correttamente l’istanza parentale composta da padre e madre), ha anche sorvegliato e protetto il bambino debole e inerme, esposto ai pericoli in agguato nel mondo; da lui tutelato, si è sentito protetto. Diventato adulto, l’uomo sa di possedere maggiori forze, ma è cresciuta anche la sua consapevolezza dei pericoli della vita e giustamente conclude di essere in fondo ancora inerme e indifeso come nell’infanzia e di essere rimasto di fronte al mondo sempre un bambino. Neppure ora vorrebbe rinunciare alla protezione goduta da piccolo. Ma da tempo ha riconosciuto che suo padre ha una potenza fortemente limitata; non è un essere dotato di tutti quei vantaggi illimitati [che immaginava]. Perciò risale all’immagine mnestica infantile del padre da lui tanto sopravvalutato, lo eleva a divinità e lo sposta nel presente e nella realtà. La forza affettiva di tale immagine mnestica con il perdurante bisogno di protezione porta alla fede in dio.

Anche il terzo punto cardinale del programma religioso, l’esigenza etica, si inserisce senza sforzi in questa situazione infantile. Vi ricordo il famoso detto di Kant che nomina il cielo stellato insieme alla legge morale nel nostro petto. Per quanto questa connessione suoni sconcertante – infatti cosa potrebbero avere a che fare i corpi celesti con la questione se un essere umano ami o uccida un altro? – essa sfiora una grande verità psicologica. Lo stesso padre (l’istanza parentale), che ha dato la vita al figlio e l’ha protetto dai pericoli, gli ha insegnato anche cosa può fare e cosa non può fare; l’ha istruito a farsi piacere certe limitazioni dei desideri pulsionali; lo porta a sapere quali riguardi nei confronti dei fratelli e dei genitori ci si aspettano da lui, se vuole diventare un membro tollerato e ben visto ora nella cerchia familiare e poi in associazioni più ampie. Attraverso un sistema di premi e di punizioni il bambino viene educato a riconoscere i propri doveri sociali; gli viene insegnato che la sua sicurezza nella vita dipende dall’amore dei genitori e poi anche degli altri, potendo essi credere al suo amore per loro. Poi l’uomo trasferisce immodificati tutti questi comportamenti nella religione. I divieti e le richieste dei genitori sopravvivono nel suo petto come coscienza morale. Grazie allo stesso sistema di premi e punizioni dio regge il mondo degli uomini; dal compimento delle richieste etiche dipende la misura di protezione e felicità riservata al singolo. Sull’amore per dio e sulla coscienza di esserne riamati si fonda la sicurezza con cui ci si arma contro i pericoli del mondo esterno e dei propri contemporanei. Alla fine, attraverso la preghiera, ci si assicura l’influenza diretta sulla volontà divina e così si partecipa all’onnipotenza di dio.

So che ascoltandomi sono sorti in Voi molti interrogativi, a cui gradireste avere una risposta. Oggi in questa sede non posso affrontarli, ma sono fiducioso che nessuna ricerca dettagliata smonterebbe la tesi che la concezione religiosa sia determinata dalla nostra situazione infantile. Tanto più degno di nota è allora il fatto che, nonostante il suo carattere infantile, essa abbia avuto pure un precursore. È senza dubbio esistito un tempo senza religione e senza dei. Si chiama animismo. Allora il mondo era pieno di esseri spirituali simili all’uomo; li chiamiamo demoni; tutti gli oggetti del mondo esterno erano la loro sede o forse essi erano identici a loro, ma non esisteva nessuna potenza superiore che li avesse creati tutti e che predominasse anche in seguito, con la possibilità di rivolgersi ad essa per difesa o riparo. I demoni dell’animismo avevano per lo più intenzioni ostili verso l’uomo, ma sembra che allora l’uomo avesse una fiducia in sé stesso maggiore che in seguito. Certamente era di continuo afflitto dalla paura di questi cattivi spiriti, ma si difendeva da loro con determinate azioni, cui attribuiva la forza di scacciarli. Non si riteneva impotente anche nei confronti di altro. Se aveva un desiderio da rivolgere alla natura, per esempio se voleva la pioggia, non pregava il dio del maltempo, ma praticava un incantesimo, da cui si attendeva che la natura fosse direttamente influenzata, facendo egli stesso qualcosa di simile alla pioggia. Nella lotta contro le potenze ambientali la sua prima arma fu la magia, la prima precorritrice dell’odierna nostra tecnica. Presumiamo che la fiducia nella magia derivasse dalla sopravvalutazione delle proprie operazioni intellettuali, dalla fede nella “onnipotenza dei pensieri”, che del resto ritroviamo nei nostri nevrotici ossessivi. Potremmo immaginare che gli uomini di quel tempo andassero particolarmente fieri delle proprie acquisizioni linguistiche, cui doveva accompagnarsi una grande facilitazione del pensiero. Attribuivano alla parola la forza d’incantare. Questo tratto fu in seguito ripreso dalla religione. “E Dio disse: ‘Sia la luce?’ E la luce fu”. Del resto la realtà delle azioni magiche dimostra che l’uomo animistico non faceva semplicemente affidamento sulla potenza dei desideri. Si attendeva il successo dall’eseguire un atto che avrebbe dovuto indurre la natura a imitarlo. Se voleva pioggia, spruzzava acqua egli stesso; se voleva stimolare la fecondità di un terreno, allestiva lo spettacolo di un rapporto sessuale in mezzo ai campi.

Lo sapete che una volta che qualcosa ha acquisito una manifestazione psichica, difficilmente svanisce. Non sarete allora sorpresi sentendo che molte manifestazioni dell’animismo si sono mantenute fino a oggi, per lo più come le cosiddette superstizioni accanto o dietro la religione. Ma c’è di più; difficilmente potreste respingere il giudizio che la nostra filosofia ha conservato il tratto essenziale della forma di pensiero dell’animismo, cioè la sopravvalutazione dell’incantesimo della parola, la fede che i reali processi del mondo seguano le vie che i nostri pensieri pretendono indicargli. Sarebbe di certo un animismo senza azioni magiche. D’altra parte potremmo aspettarci che già a quell’epoca sia esistita una forma di etica, delle prescrizioni per i rapporti reciproci tra uomini, ma niente depone a favore del fatto che fossero intimamente connesse alle credenze animistiche. Probabilmente erano l’espressione diretta dei rapporti di forza tra gli uomini e dei loro bisogni pratici.

Sarebbe molto interessante sapere cosa abbia costretto a passare dall’animismo alla religione, ma potete immaginare quale oscurità ricopra ancora oggi quei primordi dell’evoluzione dello spirito umano. Sembra un fatto assodato che la prima forma fenomenologica di religione sia stata quello strano totemismo cui fecero seguito anche i primi comandamenti etici, i tabù. A suo tempo, in un libro intitolato Totem e tabù, ho elaborato la congettura che riconduce questa trasformazione al capovolgimento dei rapporti della famiglia umana. Il risultato principale della religione paragonata all’animismo sta nell’aver psichicamente vincolato la paura dei demoni. Tuttavia, come sopravvivenza preistorica, lo Spirito Maligno ha mantenuto un posto nel sistema della religione.

Se questa è la preistoria della concezione religiosa, rivolgiamoci ora a quel che da allora è successo ed è ancora sotto ai nostri occhi. Nel corso del tempo lo spirito scientifico, rinvigorito dall’osservazione dei processi naturali, ha cominciato a trattare la religione come una faccenda umana, sottoponendola a un esame critico. A ciò la religione non ha saputo reggere. In primo luogo sono stati i racconti dei miracoli a suscitare sconcerto e incredulità, perché contraddicevano tutto ciò che l’osservazione serena aveva insegnato e tradivano chiaramente l’influenza dell’attività fantastica dell’uomo. In seguito, si dovettero respingere le dottrine che spiegavano il mondo esistente, in quanto dimostravano un’ignoranza con il marchio dei vecchi tempi, alla quale ora l’uomo si sentiva superiore grazie alla maggiore confidenza con le leggi naturali. Da quando al pensiero si impose la differenza tra gli esseri viventi e animati e la natura non vivente, per cui divenne impossibile mantenere l’originario animismo, la supposizione che il mondo originasse da atti di generazione o di creazione, analogamente all’origine del singolo uomo, non apparve altro che l’ipotesi più ovvia ed evidente. Non trascurabile fu anche l’influenza dello studio comparativo dei diversi sistemi religiosi e l’impressione delle loro contrastanti conclusioni e della loro reciproca intolleranza.

Irrobustito da questi esercizi preliminari, alla fine lo spirito scientifico prese coraggio per avventurarsi nell’esame delle parti più significative e di maggior valore affettivo della Weltanschauung religiosa. Si sarebbe sempre potuto vederlo – ma solo più tardi si ebbe il coraggio di esprimerlo – che le promesse della religione di dare protezione e felicità, a patto di soddisfare certe richieste etiche, si dimostrarono anch’esse inattendibili. Non sembra plausibile che nell’universo esista una potenza che con cura paterna vegli sul benessere del singolo e porti a lieto fine tutto ciò che lo riguarda. Piuttosto i destini dell’uomo non sono conciliabili né con l’ipotesi di benevolenza universale né con quella, parzialmente contrastante, di giustizia universale. Terremoti, inondazioni, incendi non fanno distinzioni tra il buono o il pio e il briccone o l’infedele. Anche là dove la natura inanimata non c’entra, nella misura in cui il destino del singolo individuo dipende dai suoi rapporti con gli altri, non è assolutamente la regola che la virtù sia compensata e il male punito; anzi, abbastanza spesso il violento, l’astuto, l’irriguardoso s’impossessano degli invidiati beni del mondo e il pio resta a bocca asciutta. Potenze oscure, insensibili e spietate determinano la sorte dell’uomo. Il sistema di ricompense e castighi, cui la religione deve il dominio del mondo, sembra non esistere. Ecco un nuovo motivo per far cadere parte di quell’animazione che dall’animismo si era rifugiata nella religione.

La psicanalisi ha arrecato l’ultimo contributo alla critica della Weltanschauung religiosa, indicando l’origine della religione nello stato del bambino inerme e derivando i suoi contenuti dai desideri e dai bisogni infantili, protratti nella maturità. Ciò non significa una vera e propria confutazione della religione, ma un necessario perfezionamento del nostro sapere su di essa, per contraddirla in almeno in un punto, cioè nella sua pretesa di avere origine divina. Certo è che non ha tutti i torti, ammessa la nostra interpretazione di dio.

Allora il giudizio riassuntivo della scienza sulla Weltanschauung religiosa suona così: mentre le singole religioni sono in reciproco conflitto su quale di loro possegga la verità, noi pensiamo che il loro contenuto di verità sia in generale trascurabile. La religione è un tentativo di dominare il mondo sensibile, dove siamo immersi, attraverso il mondo dei desideri che abbiamo sviluppato in noi per necessità biologiche e psicologiche. Ma non ci può riuscire. Le sue dottrine portano il segno di quando sono sorte: l’infanzia ignorante dell’umanità. Le sue consolazioni non meritano fiducia. L’esperienza ci insegna che il mondo non è la cameretta dei bambini. Le richieste etiche, che la religione vuole accentuare, esigono altri fondamenti, perché sono indispensabili alla società umana ed è pericoloso collegare il loro adempimento alla credenza religiosa. Tentare di inserire la religione nel corso evolutivo dell’umanità non sembra un’acquisizione duratura, ma somiglia al frammento di nevrosi che la singola persona civile deve attraversare sulla via che porta dall’infanzia alla maturità.

Naturalmente siete liberi di criticare questa mia esposizione e io stesso vi verrò incontro. Quel che vi ho detto intorno alla graduale disgregazione della Weltanschauung religiosa, nella sua forma abbreviata, è stato certamente incompleto; non è stata del tutto correttamente riferita l’interazione delle diverse forze al risvegliarsi dello spirito scientifico. Così pure ho trascurato i mutamenti realizzati nella Weltanschauung religiosa già durante il suo indiscusso predominio, completati poi sotto l’influenza della montante critica. Infine, in senso stretto, ho limitato la mia discussione a una sola forma di religione, quella dei popoli occidentali. Per accelerare la dimostrazione e renderla al massimo possibile perspicua, mi sono creato, per così dire, un fantasma. Lasciamo da parte la questione se il mio sapere sarebbe bastato a renderla migliore e più completa. So che potete trovare altrove tutto ciò che vi ho detto, forse anche di meglio; non c’è niente di nuovo. Lasciatemi esprimere la convinzione che anche la rielaborazione più accurata del materiale del problema religioso non scuoterebbe il nostro risultato.

Sapete che la lotta dello spirito scientifico contro la Weltanschauung religiosa non è finita ma si sta ancora svolgendo sotto i nostri occhi. Per quanto di solito la psicanalisi faccia poco uso delle armi della polemica, non vogliamo astenerci dal prendere visione di questa disputa. Ne trarremmo forse un ulteriore chiarimento della nostra posizione rispetto alle Weltanschauungen. Vedrete quanto sia facile respingere alcuni argomenti addotti dai seguaci della religione; altri potrebbero sottrarsi alla confutazione.

La prima obiezione che si sente muovere è che sarebbe presuntuoso da parte della scienza mettere sotto esame la religione, perché è qualcosa di sovrano, di superiore rispetto a qualsiasi comprensione umana, che non è lecito approcciare con critiche cavillose. In altri termini, la scienza non è competente a giudicare la religione; è utilizzabile e apprezzabile finché si limita al suo campo; ma la religione non rientra nel suo campo, perciò la scienza non deve fare ricerche su di essa. Se non ci si lascia inibire da questo brusco rifiuto e si insiste a chiedere su cosa si fondi questa pretesa di occupare un posto d’eccezione in tutte le faccende umane, si ottiene come risposta – ammesso di essere ritenuti degni di una risposta – che la religione non può essere misurata con il metro umano, perché è di origine divina, data a noi per rivelazione di uno spirito, che lo spirito umano non riesce a concepire. Si intende che nulla è più facile da contestare di questo argomento, trattandosi chiaramente di una petitio principi,[3] di un begging the question[4] non conosco una buona espressione tedesca per dirlo. Succede qui come a volte nel lavoro analitico. Se un paziente altrimenti ragionevole rifiuta una determinata pretesa con una scusa particolarmente sciocca, la debolezza logica nasconde un motivo di resistenza particolarmente forte, che può essere solo un legame emotivo di natura affettiva.

Si può ottenere anche un’altra risposta dove tale motivo è apertamente confessato. La religione non può essere sottoposta a critica perché è quanto di più alto, valido ed elevato lo spirito umano abbia prodotto; esprimendo i sentimenti più profondi, solo essa rende il mondo sopportabile e la vita degna di essere vissuta. Non bisogna rispondere contestando la valorizzazione della religione, ma orientando l’attenzione verso un altro dato di fatto. Si sottolinei che non si tratta di ingerenza dello spirito scientifico in campo religioso, ma viceversa di ingerenza della religione nella sfera del pensiero scientifico. Quali che siano il suo valore e il suo significato, la religione non ha il diritto di limitare in qualsiasi modo il pensiero, quindi neppure di autoescludersi dal pensiero.

Il pensiero scientifico non differisce essenzialmente dalla normale attività mentale che noi tutti, credenti e non credenti, applichiamo nella vita per sbrigare le nostre faccende. Ha solo accentuato alcuni tratti particolari; si interessa anche di cose che nell’immediato non hanno alcuna concepibile utilità; si sforza accuratamente di tener lontano ogni fattore individuale e ogni influenza affettiva; esamina con il maggior rigore le percezioni sensoriali, su cui basa le sue conclusioni; si dà da fare per ottenerne di nuove, irraggiungibili con i mezzi della vita quotidiana e isola le condizioni di queste nuove esperienze in tentativi intenzionalmente diversificati. La sua aspirazione è di arrivare a coincidere con la realtà, cioè con ciò che sta fuori di noi, non dipende da noi e, come ci ha insegnato l’esperienza, è decisivo per realizzare o vanificare i nostri desideri. Chiamiamo verità questa coincidenza con il mondo esterno reale. Essa rimane la meta del lavoro scientifico, anche a prescindere dal suo valore pratico. Se allora la religione afferma di poter sostituire la scienza e di poterlo fare perché è benefica ed edificante, questa è di fatto un’ingerenza da respingere nell’interesse generale. All’uomo, che ha imparato a trattare le comuni faccende secondo le regole dell’esperienza e nel rispetto della realtà, si chiede troppo prescrivendogli di affidare la cura dei propri più intimi interessi a un’istanza che pretende il privilegio di essere libera dalle prescrizioni del pensiero razionale. Per quanto riguarda la protezione, che la religione promette ai suoi fedeli, credo che nessuno di noi vorrebbe salire su un’automobile se l’autista dichiarasse di guidare senza tener conto del codice della strada, seguendo gli impulsi della propria fantasia esaltata.

Il divieto di pensare, emanato dalla religione, le serve ad auto-mantenersi, ma non è scevro di pericoli, né per il singolo né per la collettività umana. L’esperienza analitica ci ha insegnato che tale divieto, anche se originariamente limitato a un certo campo, tende a estendersi e a causare pesanti inibizioni nel modo di vivere della persona. Questo effetto può essere osservato anche nel genere femminile, come conseguenza del divieto di pensare anche solo di occuparsi della propria sessualità. La pericolosità dell’inibizione religiosa a pensare può essere confermata dalla biografia di quasi tutte le personalità illustri del passato. D’altra parte l’intelletto – o per chiamarlo con il suo nome a noi familiare, la ragione – è una di quelle potenze da cui è lecito aspettarsi prima di tutto una crescente influenza unificatrice sugli uomini, che sono così difficili da tenere insieme e sono quasi ingovernabili. Si immagini come diventerebbe impossibile la società umana se ognuno avesse la propria tavola pitagorica o la propria particolare unità di misura di lunghezza o di peso. La nostra migliore speranza è che l’intelletto – lo spirito scientifico, la ragione – instauri nel tempo la propria dittatura sulla vita psichica umana. L’essenza della ragione garantisce di non trascurare di far il posto dovuto alle emozioni umane e a quanto determinano. Ma la costrizione comune del predominio della ragione si dimostrerà il più forte legame unificante tra uomini, avviando sempre più ampie unificazioni. Ciò che si oppone a tale sviluppo, come il divieto religioso di pensare, costituisce un pericolo per il futuro dell’umanità.

Ci si può ora chiedere perché la religione non ponga fine alla controversia per essa è senza via d’uscita, chiarendo esplicitamente: “Sì, io non posso darvi ciò che comunemente si chiama verità; per la verità dovete attenervi alla scienza. Ma quel che ho da darvi è incomparabilmente più bello, più consolante e più edificante di tutto ciò che potete ottenere dalla scienza. Perciò vi dico che ciò è vero in un altro senso superiore”. Facile trovare la risposta. La religione non può concederlo, perché così perderebbe ogni influenza sulla massa. L’uomo comune conosce una sola verità nel senso comune della parola. Non sa rappresentarsi cosa sia una verità superiore o suprema. La verità, come la morte, non gli sembra incrementabile e non sa partecipare al salto dal bello al vero. Forse penserete come me che fa bene.

La lotta non finisce qui. I seguaci della Weltanschauung religiosa agiscono secondo la vecchia massima: la miglior difesa è l’attacco. Domandano: “Ma chi è questa scienza che non si perita di screditare la nostra religione che per millenni ha dispensato salvezza e consolazione a milioni di persone? Cos’ha prodotto da parte sua? Cosa possiamo ulteriormente aspettarci da essa? Per sua stessa ammissione è incapace di consolare e di edificare. Prescindiamo pure da questo, sebbene non sia una rinuncia leggera. Ma che ne è delle sue teorie? Ci può dire come si è originato il mondo e a quale destino va incontro? È in grado di tracciare almeno un quadro coerente del mondo, di indicarci dove e come vanno sistemati i fenomeni non chiariti della vita, come le forze spirituali possano fare effetto sulla materia inerte? Sapesse rispondere, non rinunceremmo a prestarle attenzione. Ma niente di tutto ciò; non ha ancora risolto neppure uno di questi problemi. Ci dà frammenti di presunta conoscenza, che non riesce a far concordare, raccoglie osservazioni sulla regolarità nel corso degli avvenimenti che contraddistingue con il nome di leggi e sottopone alle sue arrischiate interpretazioni. E con quale grado di certezza espone i suoi risultati! Tutto ciò che insegna vale solo provvisoriamente. Ciò che oggi è decantato come la massima sapienza, domani è rigettato e di nuovo sostituito da altro solo a titolo di prova. L’ultimo errore si chiama verità. E a questa verità dovremmo sacrificare il nostro bene supremo?”

Charles Darwin
Charles Darwin

Signore e signori! Se davvero aderite alla Weltanschauung scientifica qui attaccata, non sarete profondamente scossi da tale critica. Tempo fa nell’Austria imperiale circolava un motto che vorrei qui ricordare. Il Vecchio Signore gridò una volta alla delegazione di un partito per lui scomodo: “Questa non è più opposizione comune; è opposizione faziosa!”. Analogamente troverete che i rimproveri alla scienza di non avere ancora risolto l’enigma del mondo siano mossi in modo ingiusto e odioso; in realtà, per tali grandi prestazioni la scienza ha avuto finora troppo poco tempo. La scienza è troppo giovane; è un’attività umana sviluppatasi troppo tardi. Teniamo presente, tanto per selezionare alcuni dati, che sono passati circa 300 anni da quando Keplero trovò la legge del moto dei pianeti; Newton, che scompose la luce nei suoi colori e formulò la teoria della forza di gravità, morì nel 1727, cioè poco più di duecento anni fa; Lavoisier scoprì l’ossigeno poco prima della rivoluzione francese. L’esistenza dell’uomo è molto breve a confronto dell’evoluzione umana; oggi posso essere un uomo molto anziano, ma ero già in vita quando Charles Darwin diede alle stampe la sua opera sull’origine delle specie. Nello stesso anno 1859 nacque lo scopritore del radio, Pierre Curie. Tornando indietro nel tempo, alle origini della scienza esatta della natura tra i Greci, ad Archimede, ad Aristarco di Samo (circa 250 a.C.), precorritore di Copernico, o addirittura ai primi albori dell’astronomia presso i babilonesi, avrete scoperto solo una piccola frazione del tempo che l’antropologia assume per lo sviluppo dell’uomo dalla sua primitiva forma scimmiesca, che certamente comprende più di centomila anni. E non dimentichiamo che l’ultimo secolo ha prodotto una tale quantità di nuove scoperte, una tale accelerazione dello sviluppo scientifico, da avere tutte le ragioni per guardare con fiducia allo sviluppo della scienza.

Dobbiamo in certa misura dare ragione alle altre esternazioni. Così è il procedere della scienza: lento, incerto, faticoso. Non lo si può negare né lo si può modificare. Non meraviglia che i signori dell’altra sponda siano insoddisfatti; sono abituati ad avere tutto facilitato dalla rivelazione. Il progresso del lavoro scientifico si compie in modo del tutto analogo a un’analisi. Nel lavoro [analitico] si apportano alcune aspettative, ma vanno represse. Con l’osservazione si viene a sapere qualcosa di nuovo un po’ qui e un po’ là; i frammenti non combaciano immediatamente insieme. Si stabiliscono congetture; si fanno costruzioni ausiliarie, ritrattabili se non confermate; ci vuole molta pazienza, disponibilità a tutte le evenienze; si rinuncia a tutte le precedenti convinzioni, per non trascurare sotto la loro pressione fattori inaspettati; alla fine tutto il dispendio di energie vien ripagato; le scoperte disperse convergono, si guadagna la visione di tutto un settore dell’accadere psichico; si è portato a termine un compito e si è pronti per il successivo. In analisi si deve fare a meno dell’aiuto che l’esperimento dà alla ricerca.

A quella critica alla scienza non manca anche una buona dose di esagerazione. Non è vero che la scienza brancoli nel buio da un tentativo all’altro, scambiando un errore con l’altro. Di regola lavora come l’artista al modello di creta, variando instancabilmente, aggiungendo e togliendo al rozzo progetto [iniziale], finché non abbia raggiunto un ragionevole grado di somiglianza con l’oggetto visto o rappresentato. Almeno nelle scienze più vecchie e più mature esiste ancora oggi un solido fondamento che viene solo modificato ed esteso ma non può più essere demolito. Nell’impresa scientifica non va tutto così male.

E alla fine a cosa mirano queste appassionate denigrazioni della scienza? Malgrado la sua attuale incompletezza e le connesse difficoltà, la scienza rimane per noi indispensabile e insostituibile con qualcosa d’altro. È capace di insospettabili perfezionamenti; la Weltanschauung religiosa no, essendo compiuta in tutte le sue componenti essenziali; se errore c’è stato, deve rimanere per sempre. Nessun tentativo di sminuire la scienza può minimamente modificare il fatto di tentare di giustificare la nostra dipendenza dal mondo esterno reale, mentre la religione è un’illusione, che trae forza compiacendo ai nostri desideri pulsionali.

Ho il dovere di considerare anche altre Weltanschauungen che contrastano con la scientifica. Lo faccio malvolentieri, sapendo che mi manca la giusta competenza per giudicarle. Accogliete le osservazioni seguenti con questa avvertenza; se susciteranno il vostro interesse, cercate altrove una migliore istruzione.

In primo luogo andrebbero qui citati i sistemi che hanno osato tracciare un quadro del mondo come riflesso nello spirito di pensatori per lo più ritirati dal mondo. Ho già tentato di dare una caratterizzazione generale della filosofia e dei suoi metodi, ma sono adatto meno di altri a valutare i singoli sistemi. Prendete allora in considerazione con me due altri fenomeni non trascurabili del nostro tempo.

Una di queste Weltanschauungen fa da pendant all’anarchismo politico, di cui forse è un’emanazione. Di siffatti nichilisti intellettuali se ne erano già visti in passato, ma attualmente sembra che la teoria della relatività della fisica moderna abbia dato loro alla testa. Partono dalla scienza ma intendono spingerla all’auto-superamento, al suicidio; le assegnano il compito di farsi sparire dalla circolazione confutando le proprie pretese. Si ha spesso l’impressione che tale nichilismo sia solo un atteggiamento temporaneo, da mantenere fino al compimento di questo compito. Messa da parte la scienza, nello spazio così liberato si può espandere qualche misticismo o ancora di nuovo la vecchia Weltanschauung religiosa. Per la dottrina anarchica non esiste alcuna verità né conoscenza accertata del mondo esterno. Ciò che spacciamo per verità scientifica è solo il prodotto dei nostri bisogni, che devono esprimersi in condizioni esterne mutevoli, quindi di nuovo un’illusione. In fondo troviamo solo ciò di cui abbiamo bisogno; vediamo solo ciò che vogliamo vedere. Non possiamo fare diversamente. Venuto meno il criterio di verità come coincidenza con il mondo esterno, è del tutto indifferente a quale opinione aderiamo. Sono tutte ugualmente vere e ugualmente false. Nessuno ha diritto di accusare l’altro di sbagliare.

Uno spirito orientato ai problemi di teoria della conoscenza può trovare allettante rintracciare per quali vie e per quali sofismi gli anarchici riescano a strappare alla scienza simili conclusioni. Si dovrebbe incappare in situazioni simili a quelle derivanti dal noto esempio: “Un Cretese dice: ‘Tutti i cretesi sono mentitori’, ecc.”. Ma mi manca la voglia e la capacità di approfondire la questione. Posso solo dire che la dottrina anarchica sembra spaventosamente elevata finché si riferisce a opinioni su cose astratte, ma fallisce al primo passo nella vita pratica. Ora le azioni degli uomini sono dirette dalle loro opinioni e conoscenze; è lo stesso spirito scientifico che specula sulla costituzione dell’atomo o sull’origine dell’uomo a progettare un ponte capace di sostenere un carico. Se quel che pensiamo fosse realmente indifferente, tra le nostre opinioni non ci sarebbero conoscenze contraddistinte per il fatto di coincidere con la realtà; allora potremmo costruire altrettanto bene ponti di cartone come ponti di pietra, iniettare al malato un decigrammo di morfina invece di un centigrammo, usare per la narcosi gas lacrimogeno invece che etere. Ma anche degli intellettuali anarchici rifiuterebbero energicamente queste applicazioni pratiche della loro teoria.

Karl Marx
Karl Marx

L’altra opposizione va presa molto più sul serio; anche in questo caso deploro nel modo più vivo l’inadeguatezza della mia informazione. Presumo che in materia ne sappiate più di me e che da tempo abbiate preso posizione pro o contro il marxismo. Ai nostri tempi, gli studi di Karl Marx sulla struttura economica della società e sull’influenza delle diverse forme di economia in tutti i campi della vita umana hanno guadagnato un’indiscussa autorità. Naturalmente non posso sapere quanto nei dettagli corrispondano al vero o siano sbagliate. Sento dire che anche ad altri più informati di me non riesce facile [giudicarle]. Nella teoria marxiana mi hanno sorpreso certe asserzioni come quella che l’evoluzione delle forme sociali sarebbe un processo di storia naturale o che le trasformazioni negli strati sociali si susseguono l’un l’altra in un processo dialettico. Non sono sicuro di comprendere bene queste affermazioni; non mi sembrano “materialiste”, ma un precipitato di quell’oscura filosofia hegeliana, la cui scuola anche Marx frequentò. Non so come fare a liberarmi dalla mia mentalità laica, abituata com’è a ricondurre la formazione delle classi sociali alla lotta che sin dall’inizio della storia si svolsero tra orde umane di poco differenti. Ho pensato che le differenze sociali fossero inizialmente differenze di stirpe o di razza. Fattori psicologici, come il grado di aggressività costituzionale, ma anche la solidità dell’organizzazione interna dell’orda o il possesso di armi migliori, decisero la vittoria. Convivendo sullo stesso territorio, i vincitori divennero i padroni, i vinti gli schiavi. Qui non c’è da scoprire nessuna legge naturale né trasformazione concettuale. Per contro è evidente l’influenza che il progressivo dominio delle forze naturali esercita sui rapporti sociali tra uomini, che pongono gli strumenti di potere di nuova acquisizione a servizio della propria aggressività, applicandoli l’uno contro l’altro. L’introduzione del metallo, del bronzo, del ferro, ha segnato la fine di intere civiltà e delle loro istituzioni sociali. Io credo realmente che la polvere da sparo e le armi da fuoco abbia abolito la cavalleria e il dominio dei nobili e che il dispotismo russo era condannato già prima di perdere la guerra, perché nessun incrocio tra famiglie regnanti in Europa avrebbe potuto produrre un genere di zar in grado di resistere alla potenza esplosiva della dinamite.

Chissà, forse con l’attuale crisi economica connessa alla guerra mondiale paghiamo il prezzo per l’ultima grandiosa vittoria sulla natura, la conquista dello spazio aereo. Ciò non sembra molto illuminante, ma almeno i primi anelli della catena sono chiaramente riconoscibili. La politica dell’Inghilterra si fondava sulla sicurezza garantita dal mare che lambiva le sue coste. Dal momento in cui Blériot sorvolò in aeroplano la Manica, questo isolamento protettivo si ruppe. In quella notte in cui uno Zeppelin tedesco volteggiò sopra Londra, in tempo di pace e a scopo di esercitazione, fu praticamente decisa la guerra contro la Germania.[5] Non si dimentichi contestualmente la minaccia del sottomarino.

Quasi mi vergogno di trattare davanti a Voi un tema di tale importanza e complessità con così poche e insufficienti osservazioni; so anche di non aver detto niente di nuovo per Voi. Mi preme solo farvi notare che il rapporto dell’uomo con il dominio della natura, da cui trae le armi per combattere contro i propri simili, deve necessariamente influenzare anche le sue istituzioni economiche. Sembra che ci siamo allontanati dai problemi della Weltanschauung, ma ci torneremo presto.

Chiaramente la forza del marxismo non sta nella sua concezione della storia e nella previsione del futuro basata su di essa, ma nella sagace dimostrazione dell’influenza coercitiva che le condizioni economiche degli uomini esercitano sui loro atteggiamenti intellettuali, etici ed estetici. Fu così scoperta una serie di connessioni e dipendenze fino ad allora quasi interamente ignorate. Ma non si può ammettere che i fattori economici siano gli unici a determinare il comportamento degli uomini nella società civile. Già l’indubitabile dato di fatto che persone, razze e popoli diversi si comportino diversamente nelle stesse condizioni economiche esclude il potere assoluto dei fattori economici. Quando si tratta delle reazioni di esseri umani viventi, non si capisce come si possano trascurare i fattori psicologici; infatti tali fattori non solo avevano già preso parte nel produrre i rapporti economici, ma anche sotto il loro predominio gli uomini non possono far altro che mettere in gioco i loro moti pulsionali: la pulsione di autoconservazione, il piacere di aggredire, il bisogno d’amore, la spinta a ottenere piacere e a evitare dispiacere.

In una precedente analisi abbiamo fatto valere anche l’importanza del diritto del Super-Io, che rappresenta la tradizione e le formazioni ideali del passato e che per un certo tempo opporrà resistenza agli stimoli della nuova situazione economica. Non vogliamo infine dimenticare che sopra la massa degli uomini, soggetta alle necessità economiche, decorre anche il processo dello sviluppo civile – della civilizzazione, dicono altri – che è certamente influenzato da tutti gli altri fattori, ma sicuramente all’origine ne è indipendente, paragonabile a un processo organico, che a sua volta è perfettamente in grado di interagire con gli altri fattori. Tale processo sposta le mete pulsionali; fa sì che gli uomini si oppongano a quanto prima tolleravano. Sembra inoltre che il progressivo rafforzamento dello spirito scientifico sia una sua componente essenziale.

Se qualcuno fosse in grado di dimostrare nei dettagli come si comportano e come reciprocamente si inibiscono o si favoriscono questi diversi fattori – la generale disposizione pulsionale umana con le sue varianti razziali e le trasformazioni culturali, date le condizioni dell’ordinamento sociale, dell’attività lavorativa, della possibilità di guadagno – se qualcuno riuscisse a fare tutto questo, allora costui avrebbe integrato il marxismo in una vera e propria scienza sociale. Infatti anche la sociologia, che tratta del comportamento dell’uomo nella società, non può essere altro che psicologia applicata. In senso stretto esistono solo due scienze: la psicologia, pura e applicata, e la scienza della natura.

Accanto alla nuova intuizione sulla massima importanza dei rapporti economici affiorò la tentazione di non lasciare all’evoluzione storica il loro cambiamento, ma di imporlo con un intervento rivoluzionario. Realizzandosi ora nel bolscevismo russo, il marxismo teorico ha acquisito energia, compattezza ed esclusività proprie di una Weltanschauung, ma al tempo stesso un’inquietante somiglianza con ciò che combatteva. Originariamente un pezzo di scienza, costruito sulla scienza e sulla tecnica, il bolscevismo ha tuttavia sviluppato un divieto di pensare così inesorabile come a suo tempo la religione. L’analisi critica della teoria marxiana è interdetta, i dubbi sulla sua correttezza sono puniti come una volta la Chiesa cattolica puniva le eresie. Come fonte di rivelazione le opere di Marx hanno preso il posto della Bibbia e del Corano, pur non essendo meno scevre di contraddizioni e oscurità rispetto agli antichi libri sacri.

Sebbene il marxismo pratico abbia fatto inesorabilmente piazza pulita di tutti i sistemi idealistici e di tutte le illusioni, ha a sua volta generato illusioni non meno discutibili e indimostrabili delle precedenti. Spera di cambiare la natura umana nel corso di poche generazioni in modo che nel nuovo ordinamento sociale si dia una convivenza umana quasi senza attriti e il compito di lavorare sia assunto senza costrizioni. Intanto trasferisce altrove le restrizioni pulsionali indispensabili alla società e dirige all’esterno le tendenze aggressive che minacciano ogni collettività umana, appoggiandosi sull’ostilità dei poveri contro i ricchi, degli impotenti di oggi contro i potenti di ieri. Ma tale trasformazione della natura umana è molto inverosimile. Finché il nuovo ordinamento è incompleto e minacciato dall’esterno, l’attuale entusiasmo con cui la massa segue l’istigazione bolscevica non dà garanzie per il futuro, quando sarà completato e fuori pericolo. Proprio come la religione, anche il bolscevismo deve risarcire i propri fedeli per le sofferenze e le privazioni, promettendo un aldilà migliore, dove non esisteranno più bisogni insoddisfatti. Tuttavia tale paradiso deve essere al di qua, istituito sulla terra e inaugurato in un lasso di tempo prevedibile. Ma ricordiamo che anche gli ebrei, la cui religione non sa nulla di vite nell’aldilà, hanno aspettato l’arrivo del messia sulla terra e il Medioevo cristiano ha a più riprese creduto all’imminenza del regno di dio.

Non ci sono dubbi su come il bolscevismo risponderà a queste contestazioni. Finché la natura degli uomini non cambierà profondamente – dirà – bisogna servirsi dei mezzi che oggi agiscono su di essa. Per educarli non si può fare a meno della costrizione, del divieto di pensare, non si può fare a meno di applicare la violenza fino allo spargimento di sangue; se quelle illusioni si ridestassero in loro [spontaneamente], non ci sarebbe bisogno di ricorrere alla costrizione. E potrebbe gentilmente chiederci come si possa fare altrimenti. Allora saremmo a terra. Non saprei che consigli dare. Confesserei che le condizioni di questo esperimento avrebbero trattenuto dall’intraprenderlo me e uomini come me, ma non siamo i soli per cui vale questo. Vi sono anche uomini d’azione, incrollabili nel loro agire, inaccessibili al dubbio, insensibili alle sofferenze degli altri se tagliano la strada alle loro intenzioni. A loro dobbiamo se ora in Russia è realmente in corso un grandioso esperimento per tale nuovo ordinamento. In un’epoca in cui grandi nazioni annunciano di aspettarsi la salvezza solo dal mantenere salda la pietà cristiana, la rivoluzione russa – nonostante tutti gli sgradevoli particolari – fa l’effetto di un messaggio di un futuro migliore. Purtroppo, né dal nostro dubbio, né dalla fede fanatica degli altri sortirà un’indicazione su come finirà l’esperimento. Lo insegnerà il futuro; forse mostrerà che l’esperimento è stato prematuramente intrapreso e che il radicale cambiamento dell’ordine sociale ha scarse prospettive di successo finché nuove scoperte non avranno accresciuto il nostro dominio sulla natura, facilitando la soddisfazione dei nostri bisogni. Forse solo allora sarà possibile che il nuovo ordinamento sociale non solo bandisca il bisogno materiale delle masse, ma esaudisca anche le esigenze culturali dei singoli. In verità, anche allora avremo da lottare per un tempo imprevedibilmente lungo contro le difficoltà che l’indomabile natura umana procura a ogni forma di comunità.

Signore e signori, per concludere consentitemi di riassumere quanto ho avuto modo di dire sulla relazione tra la psicanalisi e la questione della Weltanschauung. Penso che la psicanalisi non sia in grado di crearsi una propria Weltanschauung. Non ne ha bisogno; essa fa parte della scienza e può riconnettersi alla Weltanschauung scientifica, che tuttavia non merita questo nome altisonante, perché non riguarda tutto; è troppo incompleta; non ha pretese di compattezza né di formare sistema. Il pensiero scientifico è ancora troppo giovane tra gli uomini; non è ancora riuscito a venire a capo di troppi grandi problemi. Una Weltanschauung costruita sulla scienza ha, oltre l’accentuazione del mondo esterno reale, tratti essenzialmente negativi come la sottomissione alla verità e il rifiuto di ogni illusione. Chi dei nostri simili fosse insoddisfatto di tale stato di cose, chi per una momentanea consolazione pretendesse qualcosa di più, se lo procuri dove lo trova. Noi non ce la prenderemo con lui; non possiamo aiutarlo, ma neppure pensare diversamente per riguardo a lui.

Note

[1] [H. Heine, Il libro dei canti, Il ritorno, N. 58.]

[2] [Nel senso di analisi psicogenetica.]

[3] [In latino nel testo.]

[4] [In inglese nel testo.]

[5] Ciò mi è stato riferito da fonte affidabile nel primo anno di guerra.

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.