Medicina, omeopatia e psicanalisi

L’omeopatia doveva prima o poi nascere sul tronco della medicina, perché è un modello vacuo di discorso medico. Anzi, stupisce che sia nata molto tardi, alla fine del xviii secolo con Hahnemann (escludendo i pasticci alchemici di Paracelso a base di sale, zolfo e mercurio).

Omeopatia e medicina si basano entrambe sulla seguente coppia ordinata di agenti: (causa, controcausa). La causa è la causa morbosa o agente patogeno; la controcausa è l’agente terapeutico: l’atto chirurgico o l’antidoto chemioterapico. Per definizione la causa deve esistere in entrambi discorsi, pena la loro decadenza. Infatti, il fondamento filosofico di medicina e omeopatia è lo stesso: il principio di ragione sufficiente, nella versione che stabilisce la causa efficiente di ogni evento, sia l’evento morboso, sia l’evento terapeutico. In un certo senso, l’omeopatia è ancora più rigorosa della medicina, perché fissa un principio teorico – in realtà una rozza metafora – per individuare le controcause: similia similibus curantur, “i simili si curano con i simili”. Nell’omeopatia, tuttavia, la controcausa esiste solo in linea di principio, perché è materialmente vuota, essendo sostanzialmente cancellata dalle diluizioni estreme dell’antidoto. L’omeopatia è a tutti gli effetti una cura psichica o spirituale. Leggi tutto “Medicina, omeopatia e psicanalisi”

Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

Ho poco tempo. Do per scontati i ringraziamenti.

Il titolo manifesto del mio intervento è “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”; il titolo latente è: “Meno medicina in psicanalisi”. Non che io voglia fare un discorso contro la medicina; sarebbe per me per lo meno innaturale: io sono medico, mio padre era medico, mio zio materno era medico. Intendo, invece, fare un discorso contro l’inquinamento medicale della psicanalisi. Perché?

Cerco di dire qualche ragione. Leggi tutto “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”

Il medico immaginario

Prima di metter mano a rispolverare la mia biblioteca non sapevo che Molière avesse composto nell’arco di quattordici anni, fino alla morte, la tetralogia del cosiddetto “théâtre médical”: 1659, Le Médecin volant; 1665, L’Amour médecin; 1669, Monsieur de Pourcegnac, 1673, Le Malade imaginaire.

Il significante médecin innervava il sintomo nevrotico del Molière ipocondriaco. Neanche lui lo avrebbe negato. Era – avrebbe detto Lacan – il suo signifiant maître. Grazie al sintomo specifico di Molière, che struttura in modo tanto singolare la nevrosi dell’artista, possiamo capire qualcosa della struttura generale del discorso medico che, nonostante le ricorrenti rivoluzioni scientifiche, non è sostanzialmente cambiata dal v secolo a.C., 2500 anni fa, dai tempi della fondazione della scuola ippocratica di Cos fino ai giorni nostri.

A dispetto dell’assetto individualistico del rapporto medico-malato, la medicina è essenzialmente e prima di tutto un fatto collettivo, culturale ancora prima che pratico. In effetti, la medicina non si limita a trattare le malattie organiche dell’individuo o della collettività (epidemie e pandemie). Dopo aver occupato il terreno della psicologia, il discorso medico ha invaso prepotentemente i principali settori della cultura, esclusi forse solo quelli artistici; allora in economia si parla di mali da curare, di crisi da superare, di terapie da attuare; in psicanalisi si parla di psicoterapia come cura delle nevrosi; in filosofia la correlazione con il discorso medico è tanto stretta da andare al cuore comune dei due discorsi; in ontologia si parla dell’essere tanto quanto in medicina il riferimento costante è all’essere che sta per non essere più e il medico si accanisce a tenere in vita; il filosofo parla di essere-alla-morte come il medico parla di essere alla vita, finché ce n’è. La medicina arriva perfino a contaminare la filosofia di Nietzsche, tra le cui carte di Basilea si trova un progetto del 1873 intitolato proprio Il filosofo come medico della civiltà (Kultur). Curiosamente, tra i colleghi psicanalisti, i più attaccati all’aspetto psicoterapeutico della psicanalisi sono letterati e filosofi; i medici sono in generale scettici sul valore terapeutico della cura analitica, convinti come sono che la cura psicologica sia di serie B Leggi tutto “Il medico immaginario”

Lo smarrimento della domanda

Dal desiderio di formazione alla logica di mercato

A distanza di quasi 40 anni suonano di estrema attualità le parole pronunciate da Lacan in occasione del suo viaggio in Italia nel 19741: “Le cose sono arrivate al punto da aver bisogno di analisti. Senza dubbio è vero per l’Italia, come altrove, d’altronde. E non è una ragione sufficiente perché ve ne sia, voglio dire, perché qualcuno si consacri a questo.”

Lacan esordisce in quell’incontro con parole forti dicendo che si aspetta che qualcosa si produca in Italia, cioè che un certo numero di persone sia analizzato. E aggiunge: “Ma non dipende da me. Perché siate analisti – posizione assai difficile benché del tutto condizionata dal punto in cui siamo, – non posso assolutamente volerlo al vostro posto. Dovete volerlo voi. Occorre che ognuno si interroghi a riguardo e si decida a volerlo diventare.”

Non si può decidere al posto di un altro. Non c’è delega possibile in rapporto al desiderio. Ognuno in rapporto alla formazione si trova a sostenere e articolare la propria domanda. L’autorizzarsi in prima istanza è questo.

Invita poi a tener conto di quanto sia poco accattivante essere analista e persino a tratti disperante. L’analista è qualcuno che si fa consumare, si offre in pasto all’amore, un amore che, dice, “lo si deve al supposto sapere”. Un amore retto dalla supposizione di un sapere totalizzante che si attende di possedere. E poi un passaggio determinante:

“Insomma è supposto sapere e, senza l’analisi, non si saprebbe quanto l’amore sia debitore a questa supposizione. Grazie all’analisi lo si sa. E’ già un passo.” Leggi tutto “Lo smarrimento della domanda”

Un buco nell’acqua e due paradossi

Un buco nell'acquaProporrò un riassunto del testo La questione dell’analisi laica di Sigmund Freud e cercherò poi di mettere in evidenza due paradossi che a mio modo di vedere hanno indebolito il progetto freudiano di proteggere l’autonomia della psicanalisi e hanno quindi contribuito a far sì che questo testo diventasse “un buco nell’acqua”1, come poi Freud stesso l’ha definito. Leggi tutto “Un buco nell’acqua e due paradossi”

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Tra Freud e Ferenczi due lettere sull’analisi laica

1123 Fer[1]

Internationale Psychoanalytische Vereinigung
International Psycho-analytical Association

Budapest, 29 aprile 1928[2]

Caro Professore,

è stata per me una gioia trovare qui, di ritorno dall’Adriatico, la Sua gentile lettera. Mi ha particolarmente rallegrato veder riconosciuta la mia incrollabile convinzione della necessità dell’analisi laica. Ciò mi porta anche a riconoscere, al Suo cospetto, di avere a questo proposito insistito principalmente sulla presidenza, perché in questa circostanza ho trovato troppo tiepido il nostro amico Eitingon, nonostante tutti i meriti già da lui acquisiti. Indubbiamente la mia politica sarebbe stata meno compromissoria della sua; a tal fine si è raccolto attorno a me un gruppetto che, incurante di altri interessi, pratica la psicanalisi pura.

La settimana a Laurana[3] è stata opportuna come pausa spirituale; tuttavia ci siamo presi entrambi un pauroso raffreddore con tosse, da cui siamo tuttora tormentati; alla fine uno si consola ritrovando il solito temperato clima primaverile di Budapest.

Ieri abbiamo avuto una seduta con il declamante conferenziere viennese Dott. Reich. Ci ha raccontato del suo schema tecnico; ho riconosciuto legittima la sua premura di chiamare in soccorso l’analisi del carattere, ma ho trovato da ridire sulla precipitosa e unilaterale enfatizzazione delle resistenze dell’Io. Ho l’impressione che abbia, almeno in parte, recepito i nostri argomenti.

Citando i due quaderni del giornale, Lei mi tocca un debito d’onore. Non rimanderò indietro i quaderni senza aver prima steso le mie critiche agli inglesi.

Con i più cordiali saluti e i migliori auguri,

il Suo devoto

Ferenczi.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

1124 F

13.5.1928

Prof. Dr. Freud
Wien, XI. Berggasse, 19

Caro amico,

vedo che sarebbe poco amichevole non ringraziare Lei e la Sua società per l’accoglienza al mio compleanno, sebbene abbia pregato di non tener conto della ricorrenza fino alla settantacinquesima. Ma sono così franco da estendere l’augurio fino all’ottantesima.

La mia principale reazione al festoso evento è stato lo stupore di essere diventato tanto vecchio. A 73 anni, non noto molta differenza rispetto ai precedenti. La protesi imperversa e mi tormenta esattamente come prima. E, per contro, tutto il resto sembra scemare, tanto miseramente possono avvizzire gli interessi.

Oggi Anna è andata a Berlino – in gita di fine settimana – a bisticciare con Bernfeld, il quale ha portato le cose al punto che a Berlino si vuole introdurre la formazione analitica dei pedagoghi. Da bravo nichilista, B[ernfeld] porta avanti la causa reazionaria, mentre Anna lotta onestamente per l’analisi dei laici e dei pedagoghi. Avrà letto con soddisfazione in qual modo liberale i nostri amici indiani si sono espressi sull’analisi laica.[4] Ha ragione Lei: Eitingon non è convinto; per riguardo a me e ad Anna è costretto ad assumere un atteggiamento amichevole. Come di solito, nei giorni scorsi era qui; ho sfruttato la sua presenza per dipingergli il futuro oscuro della psicanalisi, se non saprà trovarsi un posto fuori dalla medicina.

La casa editrice ha ora un bel locale nel palazzo della Borsa; sarà diretta alla grande da Storfer; ha solo bisogno di una cosa sola o di uno solo, proprio di un Anton von Freund, ma ci è stato portato via. Avremmo fatto molto volentieri a meno di tanti altri.[5] Non mi ci faccia troppo pensare!

Con un cordiale saluto a Lei e a Sua moglie

Suo Freud.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

Note


[1] A eccezione della firma “Ferenczi” la lettera è scritta a macchina.


[2] Vedi Lettera 1108 Fer.


[3] [Piccolo paese della costa croata, circondato da boschi di lauro. Ndt]


[4] Non chiaro. [Allusione ironica agli americani. Ndt]


[5] [Freud non brillava per spirito democratico. Ndt]

 

Se volessi diventare astrologo…

… andrei da un astrologo già affermato, possibilmente il più rinomato sulla piazza, perché mi insegni a interpretare le configurazioni astrologiche; da lui imparerei a correlare i passaggi attuali dei pianeti nelle loro case con l’assetto planetario che ha presieduto alla nascita di chi mi chiede l’oroscopo, giustificando così previsioni future. Studierei codici antichi e moderni, sempre lasciando l’ultima parola al maestro di cui sono allievo. Poi diventerei un professionista, vendendo strologherie a giornali e a privati. Il popolo ama essere ingannato e lo ingannerei prontamente con lo stesso fervore con cui mi sono lasciato ingannare io stesso. L’ignoranza astrologica – un’antica e nobile ignoranza, risalente ai sacerdoti sumeri – verrebbe garantita al cento per cento: prima di diventare astrologo non sapevo che Giove avesse dei satelliti – le lune medicee, scoperte da Galilei – e continuerei a non saperlo da astrologo ben formato.

Isaac Cordal - Follow the leader
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www.isaac.alg-a.org/

Diversamente andrebbero le cose se volessi diventare astronomo. Innanzitutto, sarebbe largamente indifferente la mia preparazione di base; potrei essere matematico, fisico, chimico, geologo, addirittura biologo. In secondo luogo non troverei maestri, cui riferirmi, ma collettivi di ricerca astronomica: dagli Appennini (Laboratorio Nazionale del Gran Sasso) alle Ande (Centro telescopico di Atacama). La formazione dell’astronomo non segue un iter prefissato. La cultura di base che mi è richiesta è quella fisico-matematica, che qualunque università può dare; la mia specializzazione consiste nell’imparare a usare delle apparecchiature avanzate: dai telescopi terrestri e satellitari agli spettroscopi alle diverse lunghezze d’onda. Poi comincerei a lavorare al tema di ricerca del collettivo in cui mi sono inserito: dagli esopianeti ai lampi di raggi gamma e pubblicherei i risultati su giornali specializzati, esponendomi alle confutazioni del collettivo di pensiero astronomico.

La carriera dello psicanalista assomiglia più a quella dell’astrologo o dell’astronomo?

Ci sono pochi dubbi. Formalmente e materialmente psicanalista e astrologo sono figure professionali sovrapponibili: entrambi vendono prognosi e cure; ti dicono: sei stato questo e quest’altro a causa di certe configurazioni astrologiche o parentali; diventerai così e cosà; se seguirai i miei consigli o farai il mio iter terapeutico potrai migliorare la tua posizione al mondo. Della serie: “Se bevi il mio yogurt, puoi abbassare il tuo colesterolo”. Anche l’iter formativo dei rispettivi professionisti presenta inquietanti analogie astropsicologiche, nel nome della conservazione del sapere da trasmettere. Freud fu un ferreo custode dell’ortodossia psicanalitica; ne aveva tutto il diritto, avendo inventato la psicanalisi. Ma non si rese conto della trappola che andava costruendo con le proprie mani, riducendo la psicanalisi ad astrologia o a lettura della mano. Lo si scusa dicendo che si adeguava al positivismo dell’epoca, una forma di pensiero rigidamente determinista, ma è una sciocchezza storica. Freud era determinista come tutti i medici, pur vivendo all’epoca della meccanica quantistica (su cui non era informato), che è fondamentalmente indeterministica.

Ecco alcune conseguenze dell’ortodossia freudiana. Formalmente lo psicanalista in fieri chiede la propria formazione a una scuola di un ben preciso indirizzo. La psicanalisi non è una scienza. Pullula di maestri che insegnano le più disparate verità, ognuno la propria, ormai depositata in una scuola ben caratterizzata: freudiana, junghiana, lacaniana ecc. Il giovane segue un iter di conformazione al termine del quale non sarà più giovane, ma sarà stato addestrato ad applicare alla cura dei casi clinici la dottrina che gli è stata inculcata. Durante la sua attività professionale non avrà mai modo di mettere in discussione l’insegnamento ricevuto. Forse è diventato addirittura “didatta”, addetto a trasferire ad altri gli stessi pregiudizi che altri hanno trasferito su di lui. Dopo Galilei e Keplero si è mai visto un astrologo diventare astronomo? (Galilei e Keplero vendevano oroscopi per sopravvivere, come gli psicanalisti che fanno gli psicoterapeuti per sbarcare il lunario).

Materialmente, la formazione psicanalitica consiste nell’acquisizione di pregiudizi. I pregiudizi alla base della formazione psicanalitica sono delle mitologie. Ha cominciato Freud vendendo sul mercato della cura la mitologia dell’Edipo, riveduta e corretta in chiave nevrotica; ha proseguito Jung, convocando mitologie orientali accanto a quelle greche; oggi gli ultimi e i penultimi lacaniani vendono almanacchi che strologano sulla funzione del padre. Mitologie e astrologie sono narrazioni che raccontano verità indimostrabili e/o inconfutabili. Tecnicamente sono verità indecidibili. Stanno in piedi unicamente sull’autorità di chi le insegna. Il loro potere è quello ipnotico del rito che istituiscono: tre sedute alla settimana di psicoterapia per vent’anni, nel caso della psicanalisi. Poi, se non sei guarito, sei stato convinto di essere malato.

È possibile che uno psicanalista diventi astronomo della psiche da astrologo dell’anima, quale ha imparato a essere?

È molto difficile. La psicanalisi si è sviluppata e affermata come cura medica dell’anima. L’imprinting medico l’ha marchiata dall’origine; è inutile che gli psicanalisti si ribellino alla tirannia della diagnosi, magari codificata in qualche DSM; l’orientamento medicale resta indelebilmente impresso nella prognosi e nella cura psicanalitica, comunemente intesa nel senso di qualunque cura medica come ripristino dello stato presintomatologico. Allora si sente dire che le nevrosi di carattere non si curano e che per i borderline bisogna integrare la psicoterapia con gli psicofarmaci. La situazione è chiara: la medicina non è scienza, essendo inconfutabile; la psicanalisi, in particolare quella freudiana, non è scienza, e non diventerà mai scienza, essendo originariamente medica.

C’è qualche speranza?

La via d’uscita che intravedo è la creazione di collettivi di metaanalisi, cioè collettivi di pensiero, su basi paritarie e democratiche, dove insieme ad altri ognuno analizzi la propria esperienza di analisi, fatta come esperienza individuale nel setting freudiano, e formuli congetture su possibili analisi future, meno astrologiche di quelle passate. La difficoltà è tutta pratica. All’analisi, insegnava Freud, si resiste. Questa è una verità di fatto. Un’analisi si intraprende con la scusa della cura. Se questa scusa viene meno, chi e con quale coraggio vorrà intraprendere il difficile percorso analitico?

Già, per diventare psicanalista – un astronomo della psiche – ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio morale, insegnava il mio maestro Jacques Lacan (si rilegga nei suoi Ecrits le Varianti della cura-tipo del 1955, debitamente censurate nell’edizione economica). Senza etica si rimane psicoterapeuti, cioè astrologi. Ma l’etica, come il coraggio – insegnava don Abbondio – uno non se la può dare. L’etica è un rischio collettivo. Come l’astronomia.

Qui andrebbe aperto un discorso serio che esula dall’approccio ironico di questo scrittarello. In epoca scientifica la posizione etica del soggetto della scienza non è più quella prescientifica. Il soggetto della scienza non si conforma né a etiche calcolistiche, come quella aristotelica, la cui virtù risulta dal calcolo del giusto mezzo tra due vizi estremi, né a etiche categoriche, come quella kantiana, che presume di escogitare legislazioni universali. L’etica della scienza è par provision, insegnava Cartesio. Qualunque morale va bene, purché la si segua fino all’ultima delle sue conseguenze, come qualunque congettura scientifica. Poi, se non va bene, la si cambia. È un’etica a posteriori, essendo inteso che paghi il dazio anche per le conseguenze che non avevi previsto. Se è vero che esiste l’inconscio freudiano, sei responsabile anche di quello che non sapevi.

Vai a dirlo all’astrologo che presume di prevedere tutto.

 

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica”

Ci promette delle analisi low-cost, brevi, anche su Skype. Parla da ortopedico della psicanalisi, l’ultimo presidente IPA, l’italiano Antonino Ferro. L’annuncio non è nuovo. Un suo predecessore, di cui leggiamo la recensione a Freud, si augurava una psicanalisi dove i medici prevalessero sui non medici. La profezia si è abbondantemente avverata: la psicanalisi popolar-populista, oggi anche informatizzata, è diventata a tutti gli effetti medica, rimanendo in mano ai medici.

Ernest Jones
Ernest Jones

Insomma, Freud perse la personale battaglia contro i medici, da lui ingaggiata a difesa degli psicanalisti non medici. Fece un buco nell’acqua, come lui stesso ammise. La responsabilità fu tutta sua – bisogna riconoscerlo – per essersi incaponito nell’adozione di una strategia autocontraddittoria e destinata sin dall’inizio a perdere: proclamare la psicanalisi una “scienza medica” e contemporaneamente contestare ai medici il diritto di esercitarla senza aver fatto gli “esercizi” previsti da Freud (esercizi diligentemente svolti dai non medici). La lettura del seguente documento fornisce una chiave di lettura di una pagina infelice del movimento psicanalitico, che segnò la definitiva medicalizzazione della psicanalisi, contro la volontà del suo creatore, il quale riservava ai suddetti medici l’appellativo poco carino di “selvaggi“.

Particolare storico curioso: i primi eretici della psicanalisi, gli Jung e gli Adler, dovettero uscire dall’associazione psicanalitica freudiana e fondare le proprie congregazioni. Oggi essere freudiani ortodossi significa essere eretici rispetto a Freud, ma non più “selvaggi“, anzi restando comodamente insediati nell’associazione freudiana ufficiale come “civilizzati”; (il termine tecnico è “formati”, cioè addestrati all’esercizio della psicanalisi). La storia – insegnava un grande filosofo tedesco – esercita le proprie astuzie. Wozu? Non c’è bisogno di essere né filosofi né tedeschi per rispondere. La medicina mira al ripristino dello stato anteriore alla malattia. La psicanalisi medica è essenzialmente orientata in senso conservatore. Al discorso dominante la psicanalisi può andare bene solo se è medica e in mano a medici. Per dirla con termini in uso fino a ieri: la psicanalisi medica, legalizzata come psicoterapia riconosciuta dallo Stato, è di destra, quindi …

 

Sigmund Freud, “Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einem Unparteiischen”, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien 1926, 123 pagine.

 

Questo libro persegue uno scopo strettamente circoscritto, probabilmente in modo intenzionale. Si rivolge apparentemente a una cerchia di persone istruite, che si presume abbiano influenza sull’attività legislativa e al tempo stesso desiderino venire informate sulla posizione che il governo deve prendere sulla questione dell’analisi laica. La risposta data dal libro è affatto univoca; dopo di essa non possono sussistere dubbi sul personale punto di vista del prof. Freud in materia. Comunque, l’analista praticante, che abbia familiarità con tutte le complicazioni e difficoltà del problema, potrebbe dal proprio punto di vista deplorare che il prof. Freud non si sia più brevemente spiegato con le autorità di Vienna, per esempio in una trattazione della quarta parte del presente lavoro, e non si sia rivolto prima all’aspetto tecnico del problema, cui i nostri praticanti sarebbero così profondamente interessati. Infatti, non si può passare sotto silenzio che molti dei punti di vista corrispondenti siano stati sfiorati solo di sfuggita, semplificati o addirittura tralasciati, così che molti analisti restano sensibilmente insoddisfatti nel loro desiderio di un’esposizione più dettagliata.

Il libro è redatto in forma di dialogo socratico tra il prof. Freud e un’ideale (molto ideale!) controparte, presentata come istruita, che affronta il problema in modo del tutto imparziale. È la forma che, come sappiamo per esempio dalle Lezioni, corrisponde in modo meraviglioso alla capacità espositiva del maestro; infatti, gli dà la possibilità di occuparsi nel modo più immediato delle questioni e delle obiezioni che i suoi uditori possono sollevare. Per il successo di questo modo di procedere è assolutamente indispensabile di volta in volta prevenire, intuendoli con rigorosa e scrupolosa imparzialità, gli eventuali pensieri degli uditori; il prof. Freud sa soddisfare questo requisito meglio di chiunque altro. Già con le parole “Lei dirà” si può esser certi di venir presi in un complicato intrico e nella sua soluzione definitiva. Da questo punto di vista nel presente libro esistono alcuni passi dove il prof. Freud non raggiunge del tutto il proprio livello straordinariamente elevato. Non che metta in bocca al proprio contraddittore un’osservazione che suona inverosimile, ma di tanto in tanto sentiamo la mancanza di quella finezza con cui sa sempre scovare il nucleo esatto dell’obiezione cui rispondere.

Il libro si suddivide in tre sezioni; la prima è una presentazione generale che si mantiene sempre all’elevato livello cui l’autore ci ha abituato; la seconda è un procedimento dimostrativo che presenta alcune imperfezioni e la terza è uno sguardo al futuro, che costituisce la parte più interessante e degna di nota del libro.

Sulla prima parte, che comprende più dei due terzi del libro, non c’è molto da dire; anche questa volta non ci si può che stupire per la genialità con cui il prof. Freud tratta in modo sempre nuovo con freschezza e originalità un tema familiare; forse mai come in questo lavoro ha dato la migliore descrizione dell’essenza della psicanalisi, della sua teoria e della sua pratica; ogni analista la leggerà con profitto. Particolarmente vivace e brillante è il modo in cui in numerosi punti sparsi del lavoro illustra le difficoltà che la mera esistenza delle nevrosi fa emergere nella società. Le istituzioni sociali – la religione, l’amministrazione della giustizia e non ultima la stessa medicina – si sono formate nel presupposto che non si dia alcuna via di mezzo tra l’uomo pienamente razionale, compos sui, padrone di sé e autodeterminato, quindi pienamente responsabile, e l’uomo affetto da malattia mentale, quindi assolutamente irresponsabile. Da nessuna parte si riscontra la minima preoccupazione per i numerosi tipi intermedi cui, come abbiamo sempre più spesso imparato a riconoscere, appartiene la maggior parte dell’umanità; anche sostituire la vecchia e cara credenza nell’Io unitario con l’onnicomprensiva conoscenza dell’inconscio porta ovunque a confusione e difficoltà.

Val proprio la pena riportare due enunciati sulle analisi brevi. “Purtroppo devo constatare che tutti gli sforzi per accelerare sostanzialmente la cura analitica sono finora falliti. La via migliore per accorciare l’analisi sembra essere la sua corretta conduzione”.[1] Sentiamo anche per la prima volta il prof. Freud esprimersi apertamente a favore delle analisi precoci, comunque con la contestabile restrizione che debbano essere associate a misure educative.[2] Dico “contestabile” perché abbiamo imparato a non mescolare le analisi degli adulti con altre misure [terapeutiche] ed è del tutto possibile che le future esperienze ci insegnino ad adottare vantaggiosamente lo stesso comportamento anche con i bambini.

La parte restante del libro contiene esclusivamente la difesa degli analisti laici. Il prof. Freud ci lascia raramente in dubbio sulle sue opinioni, e qui non lo fa di certo. Il libro è espressamente scritto allo scopo di mettere in mano al legislatore che ha in mente il materiale in base al quale può decidere se l’analista laico sia da ammettere oppure no alla pratica. Il prof. Freud non desidera passare per giurista ma lascia facilmente intendere al lettore che lui stesso sarebbe contrario a che le istanze legislatrici adottino simili misure.[3] I suoi argomenti principali, che hanno pienamente convinto, sono: 1) l’essenza della psicanalisi[4] non esclude l’esercizio da parte dei laici. Se non sia auspicabile per diverse ragioni che l’analista sia medico pratico, è tutta un’altra questione che andrebbe discussa a parte. 2) Ogni divieto del genere inibirebbe il naturale sviluppo della psicanalisi come scienza. Basti pensare ai validi contributi già dati a questa scienza da collaboratori provenienti da campi non medici del sapere, nonché all’applicazione ad altri campi di lavoro come sociologia, antropologia, filologia, mitologia e pedagogia, tutte applicazioni che appartengono tout court alla scienza psicanalitica e la cui importanza sarà in futuro di poco inferiore a quella delle applicazioni mediche; non da ultimo va ricordato l’inestimabile guadagno ricavato dalla psicanalisi dalla frequentazione di questi altri campi – si pensi solo al simbolismo. Queste considerazioni rendono evidente che restringere la psicanalisi alla sfera medica avrebbe la conseguenza di un fatale impoverimento. 3) Tale modo di procedere equivarrebbe a un passo arbitrario e unilaterale in difesa del pubblico, tralasciando i passi realmente importanti che si potrebbero fare in questa direzione. È nel giusto il prof. Freud quando indica che le precondizioni irrinunciabili per esercitare la psicanalisi sono la formazione[5] metodologica e la precisa conoscenza dell’oggetto, tutte cose per cui coloro che si sono immischiati nella questione dell’analisi laica non hanno finora dimostrato alcun interesse. Se questa gente dovesse riuscire a imporre le proprie aspirazioni, assisteremmo alla strana commedia di non pochi terapeuti meglio qualificati per il trattamento psicanalitico, cui verrebbe vietato il trattamento, mentre chi non capisce nulla di metodo non andrebbe incontro ad alcuna restrizione di esercizio, purché sia medico; e vedremmo pure che non verrebbe fatto alcun tentativo di insegnare al pubblico a distinguere tra analista idoneo e inidoneo, un programma che le stesse istituzioni che garantiscono la necessaria preparazione dovrebbero promuovere.

Fin qui il prof. Freud si muove su un terreno sicuro. Ma, venendo alla questione più difficile, se sia auspicabile che l’analista abbia oppure no formazione medica, equivalente alla questione se i nostri istituti debbano incoraggiare un candidato ad acquisire la formazione medica, una volta che si sia incamminato nell’esercizio della pratica analitica, troviamo che la forza di convinzione del prof. Freud diventa in certa misura meno stringente. A scoprirne la ragione basta una sola riflessione. Qualunque sia il partito che il singolo sia propenso a prendere, tutti sappiamo bene che possono essere addotte importanti ragioni dall’una e dall’altra parte; tuttavia, volendo arrivare a un punto di vista obbiettivo, sono tutte da prendere in considerazione. Ma su questo punto la presa di posizione del prof. Freud non è così risolutivamente giustificata come prima; di conseguenza ci presenta solo un quadro abbastanza unilaterale della situazione. Nella lunga serie di argomenti ne troviamo dozzine a favore dell’analisi laica, mentre il prof. Freud ne adduce solo uno a favore dell’altra parte, e cioè che la diagnosi iniziale andrebbe posta dal medico.[6] Ed è un peccato, perché avremmo tutte le ragioni per supporre che l’autore avrebbe potuto rispondere soddisfacentemente alla maggior parte, forse a tutte, le argomentazioni della controparte. Si spera che lo faccia in seguito, magari nel corso della prevista discussione di questa questione su questa rivista.

Questo atteggiamento unilaterale non può certo essere attribuito al desiderio di presentare al pubblico il problema in forma artificialmente semplificata. Le ragioni sembrano stare altrove.

Verosimilmente il prof. Freud giunse al punto di esporre in modo particolarmente efficace il proprio punto di vista sulla base della ferma convinzione che ogni alternativa avrebbe messo in serio pericolo l’ulteriore sviluppo della psicanalisi. Affronteremo più avanti le ragioni più importanti che Freud adduce per giustificare questa convinzione. Un secondo motivo, meno evidente, potrebbe forse essere una certa avversione nei confronti della professione medica.[7] Riteniamo auspicabile occuparci apertamente di questa possibilità, cui lo stesso prof. Freud allude chiaramente in diversi passi,[8] perché qualche lettore, scoprendo tale pregiudizio, potrebbe essere tentato di invalidare ingiustificatamente argomenti e conclusioni perfettamente validi. Comunque, dal punto di vista umano la situazione è perfettamente comprensibile e in ultima istanza contiene un elogio non da poco dello status del medico. Dai primi scritti del prof. Freud sappiamo quanto fosse sorpreso e disgustato dalla mancanza di obiettività manifestata dai colleghi le prime volte che comunicò le proprie scoperte davanti a un uditorio medico. A quel tempo riteneva che quel che aveva scoperto fosse essenzialmente un contributo al problema dell’eziologia delle nevrosi e non aveva la minima idea della vasta portata delle conseguenze. Solo molti anni dopo riuscì a riconoscere che la resistenza riscontrata nei propri pazienti era di natura generale, tanto che la reazione del suo uditorio medico era ciò che ci si doveva inesorabilmente aspettare, diventando perciò perfettamente comprensibile. Non sarebbe stato il caso di rimproverare né i colleghi medici né i pazienti per i loro conflitti. Di fatto ai medici Freud applicava e tuttora in qualche modo applica un criterio di misura più severo che alle altre classi professionali. Si aspettava di più dai medici e, nonostante il fatto che mostrassero di avvicinarsi [alla psicanalisi] più di tanti altri,[9] il loro comportamento fu tale da deluderlo.

Si aspettava un livello smisuratamente elevato e l’inevitabile conseguenza fu la reazione di delusione con tendenza alla sottovalutazione, venuta al posto della sopravvalutazione.[10] Proprio su questo punto ai seguaci di un pioniere risulta facile gloriarsi della propria mancanza di pregiudizi, persino se essi stessi hanno dovuto soffrire non poco a causa dei colleghi medici. E non possiamo nemmeno dimenticare che la maggior parte di noi si è avvicinata a queste difficoltà con un inestimabile vantaggio: quello di essere già preparati a reazioni sgradevoli, come quelle che abbiamo dovuto sperimentare da parte di tutta l’umanità, la classe medica inclusa, psicanalisti occasionalmente compresi. Certamente, grazie a questa conoscenza abbiamo potuto affrontare con una certa imperturbabilità tutte queste ingiustizie e calunnie, che altrimenti ci sarebbero sembrate insopportabili e incomprensibili. Infatti, essere preavvertiti significa essere premuniti.

Ora, supponendo che influenze affettive come quelle appena citate abbiano avuto un ruolo, si capiscono alcune peculiari locuzioni dell’argomentazione e tutta una serie di generalizzazioni senza eccezione a favore degli analisti laici, che tuttavia sono da considerare troppo estese.

Proprio il primo argomento addotto in merito alla questione suona: “I medici non hanno alcun diritto storico al possesso esclusivo dell’analisi. Al contrario, fino a poco tempo fa hanno cercato di nuocerle con ogni mezzo: dall’ironia a buon mercato alla diffamazione più pesante. Lei mi risponderà – e a ragio­ne – che è acqua passata, che non influenzerà il futuro”.[11] Ma questa non è la risposta che la controparte darebbe. Potrebbe piuttosto osservare che le resistenze dei medici alla psicanalisi non sono per lo meno superiori a quelle attese da qualunque altra classe professionale, una volta entrata in contatto così stretto con essa,[12] e che finché la schiera degli psicanalisti proviene dalla classe medica, la resistenza degli altri medici rispetto al problema in discussione sarà irrilevante.

Il prof. Freud insiste con energia sull’affermazione che nessun analista laico dovrebbe intraprendere un trattamento prima che il paziente sia stato visitato da un medico e posta la diagnosi; in altri termini, l’analista laico dovrebbe limitarsi al trattamento analitico, prescindendo dal consulto medico, una conclusione su cui converrebbero unanimemente tutti i medici, sia quelli che la pensano in modo analitico sia gli altri.[13] Ma è davvero un po’ arrischiato affermare senza ulteriori precisazioni: “Nelle nostre associazioni psicanalitiche si è sempre fatto così.”[14] Evidentemente il prof. Freud ha fatto in merito esperienze particolarmente favorevoli; la maggioranza degli analisti potrebbe riferire un numero sufficiente di casi che dimostrano il contrario; la mia personale impressione, basata su un’estesa esperienza, è piuttosto che questa regola sia tante volte trasgredita quante seguita, indipendentemente dal luogo di formazione dell’analista in questione.

Anche il quadro favorevole, abbozzato a proposito della qualifica accademica degli analisti laici, è un po’ troppo lusinghiero, anche pensando solo all’Europa.

D’altra parte il prof. Freud dice, sottolineandolo giustamente, che coloro i quali esercitano la psicanalisi senza aver acquisito l’adeguata conoscenza della cosa sono da qualificare come ciarlatani, essendo indifferente se siano medici o non medici: “Basandomi su questa definizione, oso affermare che i medici, non solo in Europa, fornisco­no alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.[15] Ci si chiede quale sia la base di questa affermazione, poiché la risposta alla questione ha chiaramente un peso fuori dal comune. L’unica cosa certa è che capita di sentir parlare molto più facilmente di ciarlatani medici che di altro genere, perché con i primi c’è tutta una serie di punti di contatto professionali. La citata enunciazione potrebbe valere per l’Austria, ma mi sembra dubbio che in questa forma possa valere per l’Inghilterra o l’America, dove forse corrisponde più a verità proprio il contrario.

Stupisce veder portata così in primo piano l’opinione che il trattamento analitico di uno psicotico possa equivalere a un superfluo spreco di energie, senza alcun danno per il paziente.[16] Si può invece dimostrare, per lo meno con una certa probabilità, che intervenire con l’analisi su un delirio di difesa può in certi casi produrre una puntata schizofrenica. In ogni caso, in questo campo il nostro sapere non è ancora consolidato.

Il prof. Freud sembra dell’avviso secondo cui i medici che rifiutano l’analisi laica lo fanno principalmente per un atteggiamento collettivo, un punto su cui si potrebbe concordare con lui; purtroppo non si sforza molto per confutare gli argomenti prodotti da questo partito.[17] Se per certi medici l’invidia della concorrenza fosse il fattore decisivo, dovrebbero essere di vedute molto corte; infatti, dovrebbe essere per loro indifferente stare in concorrenza con colleghi o con analisti laici e il prof. Freud ammette che sono sempre pronti a introdurre altri medici all’analisi. È un non nobile motivo che si congettura da un altro; ma noi analisti siamo abituati a scoprire motivi non nobili, che vanno trattati correttamente, quando ci si trova di fronte ad essi. Anche questa non è in alcun senso una faccenda indifferente se si pensa che molti analisti laici, la cui formazione richiede solo la quarta parte del tempo di apprendimento richiesto a un medico e ai quali non è richiesto uno standard di vita come ai medici,[18] ben presto il livello finanziario del lavoro analitico verrebbe spinto all’ingiù. L’esempio spiacevole solo per segnalare che anche in questo caso gli sviluppi del libro sono incompleti.

Il prof. Freud assume completamente il punto di vista secondo cui, purché l’analista si sia formato nel campo freudiano,[19] è “secondario” che sia medico oppure no.[20] Di conseguenza gli sembra uno “spreco di energie”,[21] “ingiusto” e “inutile”,[22] pretendere dal futuro analista la formazione medica.[23] In breve, non solo è contrario a vietare la pratica agli analisti laici, ma non si sente neppure disposto a consigliar loro la formazione medica. Certo, allude agli svantaggi che potrebbero derivare dallo studio della medicina (l’influenza materialistica, ecc.). Dal suo punto di vista, sarebbe per loro meglio dedicare il proprio tempo allo studio di alcune materie che non rientrano nel piano di studi di medicina, nella fattispecie la storia della civiltà, la mitologia, la psicologia delle religioni e la critica letteraria. In proposito, osserva espressamente: “Senza un buon orientamento in questi campi, l’analista si troverebbe di fronte a gran parte del proprio materiale senza poterlo comprendere”.[24] Ciò è esagerato, si spera; infatti, potrebbero non essere molti gli analisti, tra medici e laici, che raggiungano questo livello di formazione.

Riassumiamo le nostre impressioni sulle principali argomentazioni. Sono sviluppate con l’abilità e l’acume abituali del prof. Freud, ma non contengono nulla di nuovo, tralasciano cose importanti e sono inconfondibilmente di parte. Ciò non di meno, nonostante queste carenze, il risultato finale è assolutamente giusto e si può giustificatamente sperare che la particolareggiata discussione porti alla decisione finale sulla loro giustezza.

Concludendo, veniamo alla parte più avvincente del libro,[25] le cui ultime pagine gettano uno sguardo sul futuro e pertanto sarebbe concesso di leggerle in certa misura tra le righe. Mosso dal timore che la medicina potesse “inghiottire”[26] la psicanalisi, incorporando la psicanalisi definitivamente nel capitolo “Terapia” dei manuali di psichiatria, senza tener alcun conto di tutte le altre possibilità di applicazione, il prof. Freud annuncia che si eviterebbe tale destino qualora la psicanalisi si affermasse come disciplina affatto indipendente e, corrispondentemente, come professione autonoma.[27] Schizza a grandi linee un piano di studi che gli sembra auspicabile per la formazione dell’analista sia a livello propedeutico sia a livello tecnico. Oltre a includere le materie citate, dovrebbe comprendere “un’introduzione alla biologia, la conoscenza della vita sessuale nella misura più ampia possibile e nozioni dei quadri clinici psichiatrici.”[28] Tale proposta è irta di difficoltà sia di ordine teorico sia pratico. Quanto si può apprendere, per esempio, della paralisi progressiva senza conoscenze di neurologia, patologia e clinica medica? Dove trovare specialisti che possano tenere lezioni sulla sessualità sia dell’uomo sia degli animali? Quale occasione si offre per studiare la mitologia, la psicologia delle religioni o perfino della storia delle civiltà? Queste domande, e ancora molte altre, ci si impongono. Tutto suona come “musica del futuro”. Ma in fondo la cosa principale è l’idea; se l’idea è vitale, allora con il tempo si possono superare tutte le difficoltà. E questa idea è sicuramente adatta a catturare la nostra immaginazione.

Soppesando rispettivamente il collettivo psicanalitico e quello medico, con quanti psicanalisti medici la psicanalisi vincerebbe? Io spero e credo con la stragrande maggioranza.[29] Ma si può altrettanto ben sperare di trovare un’altra soluzione che consenta l’armoniosa collaborazione.

Le questioni sollevate da questo libro riguardano ogni analista e, dato che sono collegate ai compiti della commissione didattica dell’ipa, tra breve si troverà la definitiva decisione in materia. Tutti noi dobbiamo essere grati al prof. Freud di aver attirato la nostra attenzione con un libro tanto provocante quanto stimolante.

Ernest Jones, London.

(traduzione di Antonello Sciacchitano. Revisione di Davide Radice).

 


Note

[1] S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926-1927), trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012, p. 75.

[2] Ivi, p. 63.

[3] Ivi, v. in particolare, pp. 24 e 107.

[4] [“L’essenza della psicanalisi”! “Essenza” è un termine filosofico. Non si parla di “essenza” della fisica, della chimica, della biologia, in generale, di una scienza. Jones parla di essenza della psicanalisi perché non la ritiene una scienza? In effetti, sembra considerare la psicanalisi una pratica di cura medica, che comunemente è ritenuta più un’arte che una scienza. Ndt]

[5] [Il termine usato da Jones non è Bildung ma Schulung, che indica la formazione scolastica. A decenni di distanza constatiamo quanto le scuole di psicanalisi siano state deleterie per il movimento psicanalitico. Hanno irrigidito le dottrine psicanalitiche in formati immodificabili e favorito la collusione con la medicina, finché il potere legislativo non ha ritenuto opportuno, con solidi argomenti, di equiparare a tutti gli effetti la psicanalisi alla psicoterapia. Ndt]

[6] Ma anche qui Freud non commenta a sufficienza le complicazioni derivanti dalla circostanza che in molti casi la diagnosi può essere posta solo in corso d’analisi. [Jones, da medico qual era, non si rendeva (o non voleva rendersi) conto che la pretesa diagnostica è la mossa decisiva che colloca irreversibilmente l’analisi freudiana in campo medico. Infatti, la diagnosi è l’atto medico per eccellenza, rispetto al quale anche l’atto terapeutico è secondario e necessariamente si configura come atto medico. Freud poteva fin che voleva contestare i medici, affastellando argomenti a favore dei non medici, ma, continuando a concepire la pratica della psicanalisi soggetta al giudizio del medico, la sua argomentazione restava non conclusiva: la terapia analitica, in quanto atto condizionato dalla medicina, doveva essere eseguito da medici; Freud si era da sé condannato a fare un buco nell’acqua, come in seguito egli stesso riconobbe nella lettera a Eitingon dell’aprile 1928. Ndt.]

[7] [Ponendosi sul piano della professionalità, a Jones sfugge la distinzione tra avversione ai medici e avversione alla medicina. Freud non è avverso alla medicina ma ai medici. Ndt]

[8] Op. cit. v. pp. 24, 26 84. [Ma non si dovrebbe omettere di citare la seconda riga del saggio, dove compare la discutibile equazione laici = non medici, in cui Freud enuncia di non volerne sapere dei medici. Ndt]

[9][9] Il fatto che i quattro quinti dei suoi allievi siano medici non si giustifica unicamente in termini di associazione degli analisti su base medica.

[10] [Questa spiegazione di Jones non è sbagliata; è solo una razionalizzazione. Bisogna risalire all’esperienza transferale di Freud con il medico più importante della sua vita, l’otorino di Berlino, suo analista. Fu Fliess a deludere Freud e a innescare la sua paranoia contro i medici. Esattamente come molti (moltissimi) analizzanti, che concludono la propria analisi in paranoia contro “tutti” gli psicanalisti, perché “uno” non ci ha saputo fare con loro, così Freud concluse la propria. Tuttavia, la paranoia contra medicos non intaccò la sua concezione della medicina come scienza, alla cui altezza doveva stare la psicanalisi. Insomma, Freud odiava i medici e amava la medicina, che idealizzava. (Naturalmente nessun medico era all’altezza del suo ideale.) Questo è certamente un punto sintomatico che la sua autoanalisi non toccò e non sciolse. Risultato: i medici divennero per Freud il bersaglio polemico che gli impedì di riconoscere la fallacia di porre la medicina sullo stesso piano della scienza e la psicanalisi sullo stesso piano della medicina. Noi, suoi epigoni, abbiamo ereditato da Freud questo tratto: preferiamo contestare i colleghi, come se fossero dei selvaggi, piuttosto che lo statuto di “scienza medica” che Freud ha inconsapevolmente conferito alla psicanalisi. Ndt]

[11] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 84.

[12] In Inghilterra sentiamo levarsi grida di sdegno dal campo dei giuristi come se i problemi psicanalitici li riguardassero solo da lontano. [L’osservazione empirica di Jones ha in questo contesto una specifica rilevanza. Tra medicina e diritto, infatti, c’è non solo collusione di fatto, per esempio in tutto il campo della medicina legale e delle assicurazioni, ma affinità di principio, in quanto medicina e diritto sono le varianti principali – e violente! – del discorso dominante, che dice le cose come stanno, cioè secondo la volontà e l’interpretazione ontologica del padrone. Ndt]

[13] [Insomma, qui si dice chiaramente che l’autorizzazione a esercitare la psicanalisi lo deve dare comunque il medico. La soggezione della psicanalisi alla medicina è completa. Perché? Perché la psicanalisi è concepita da Freud e dai suoi primi allievi come atto di cura originariamente medico. Oggi per il senso comune e per gli specialisti la questione è passata in giudicato: la psicanalisi è incontrovertibilmente ritenuta una delle tante psicoterapie. La medicina ha inghiottito la psicanalisi, come temeva Freud. Il principio lacaniano che l’analista si autorizza da sé è caduto nel vuoto. La demedicalizzazione della psicanalisi attende da più di un secolo ed è ancora tutta da fare. Ndt]

[14] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 101.

[15] Ivi, p. 84.

[16] Ivi p. 88. [Per la verità, Freud sta sulle generali e non fa riferimento a casi gravi. Jones usa tendenziosamente l’argomento della difesa del soggetto debole, che è un cavallo di battaglia della pubblica accusa nei nostri tribunali. Ndt]

[17] [Come dimostra Davide Radice, l’argomentazione di Freud segue il modello medievale della quaestio disputata, dove il maestro espone la tesi ortodossa della propria dottrina e confuta le obiezioni dell’avversario. Jones aderisce completamente a questo modello di argomentazione che, se tuttora sopravvive nei tribunali come contraddittorio tra accusa e difesa, nell’attesa del giudizio dirimente – fortemente binario – del giudice, non ha più corso in ambito scientifico, dove le congetture in concorrenza spesso collaborano per arrivare a formulare congetture più ampie che comprendano i contributi di tutte quelle in esame. È questo un segno della scarsa scientificità di entrambi gli autori, il recensore e il recensito. Infatti, sono entrambi medici, di mentalità più vicina al giudice che all’uomo di scienza. La storia insegna che nella scienza il progresso non avviene per vittoria di una parte sull’altra in una controversia, ma per cooperazione di idee apparentemente contraddittorie, che arrivano a un compromesso. Le cosiddette controversie scientifiche, di cui non mancano esempi furibondi in ogni campo di ricerca, dalla fisica alla biologia, dalla psicanalisi alla matematica, sono quasi sempre più ideologiche che scientifiche, più espressione di resistenza alla scienza degli stessi scienziati che fattori di progresso culturale. Come nel caso in questione della polemica attizzata da Freud sull’analisi laica. Ndt.]

[18] In alcune città il medico deve operare in quartieri cari o può rinunciare del tutto alla professione.

[19] [Letteralmente “nel suo campo”. La leggera forzatura della traduzione vuol dare spazio all’espressione con cui Lacan definiva trent’anni dopo il campo vettoriale del desiderio. Cfr. J. Lacan, “Remarque sur le rapport de Daniel Lagache: “Psychanalyse et structure de la personnalité” (1958), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 656. Ndt.]

[20] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 89.

[21] Ivi, pp. 88 e 98.

[22] Ivi, p. 104.

[23] [Spezziamo una lancia a favore di Freud. Se è vero che la psicanalisi è una scienza, allora si può tranquillamente affermare che la formazione medica non prepara il futuro analista all’attività psicanalitica in quanto il medico riceve una formazione esclusivamente tecnico-applicativa, che ha poco di scientifico. La preparazione medica può far conoscere allo psicanalista ciò che non fa scienza, per esempio l’abuso del principio eziologico di ragion sufficiente, secondo cui ogni fenomeno ha una causa diretta. Ma questo discorso ci porta lontano anche da Freud, che è un assertore del ferreo determinismo psichico. Ndt]

[24] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit. p. 104.

[25] [Sulla doppiezza di Jones nei confronti del “professor” Freud Lacan ebbe le idee chiare sin dal 1955, ai tempi del seminario sulle psicosi: cette querelle mériterait notre intérêt par les exploits dialectiques qu’elle a imposés au Dr Ernest Jones pour soutenir de l’affirmation de son entier accord avec Freud une position diamétralement contraire, à savoir celle qui le faisait, avec des nuances sans doute, le champion des féministes anglaises, férues du principe du «chacun son»: aux boys le phalle, aux girls le c… (J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose” (1959), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 555. Vedi anche: Avec Jones, Freud était tranquille – il savait que sa biographie serait une hagiographie (J. Lacan, Joyce le symptome I, 16 giugno 1975, in “L’ane”, n. 6, 1982). Ndt]

[26] [Jones recensisce il libro del 1926. Non considera il poscritto del 1927, dove Freud usa un verbo ben più forte di verschlucken, inghiottire; usa erschlagen, ammazzare. Ndt]

[27] [Finalmente anche Jones, nonostante la propria formazione medica, arriva al significato autentico e positivo di “laico”, che tuttavia sfuggì a Freud; non solo il negativo “non medico”, come propose Freud, ma “autonomo”, (anche dalla medicina, s’intende). Ndt]

[28] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 103.

[29] [Jones si dimostra tanto “imparziale” quanto l’interlocutore imparziale di Freud. Non dimentichiamo che la medicina ha millenni di autorevolezza alle spalle, mentre la psicanalisi solo qualche decennio, come subaffittuaria del reparto di psichiatria. In così poco tempo non è riuscita neppure a formula un piano politico autonomo, essendo andata sempre a rimorchio della medicina. Ndt]

 

In “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse”, XV. Band 1927 Heft 1, pp. 101-107.

 

Freud e il cattivo selvaggio

Per tutta la vita Freud ebbe un rapporto complessivamente ambivalente con medici e medicina. Nei confronti dei medici il suo rapporto fu sostanzialmente negativo; Freud ricambiò l’antipatia con cui l’establishment medico accolse le sue innovazioni tecniche nella terapia delle nevrosi e l’ampliamento della nozione di sessualità a ogni manifestazione psichica; nei confronti della medicina, invece, il suo rapporto fu fin troppo positivo; verso la medicina Freud mantenne un’acritica devozione, considerandola scienza a tutti gli effetti. Nella Psicanalisi “selvaggiatale simmetria è ancora allo stato nascente. È selvaggia la psicanalisi operata da incompetenti, ma gli incompetenti non sono ancora selvaggi. Freud parla di psicanalisi come tecnica medica di psicoterapia e considera “selvaggia” la psicanalisi di quei medici che applicherebbero nozioni psicanalitiche senza il rispetto dovuto a una disciplina medica. Nel 1910 tali medici sono ancora degli incompetenti che commettono infrazioni tecniche (technische Verfehlungen). Forzando in senso paranoico la simmetria e passando dalla psicanalisi selvaggia agli psicanalisti selvaggi, nel 1926 Freud scriverà La questione dell’analisi laica, per prendere le distanze dai medici incompetenti e difendere dall’accusa di ciarlataneria gli analisti non medici, definiti “laici”. Allora barbari e selvaggi diventano tout court i medici che pretendono esercitare la psicanalisi come tecnica medica, senza averne la preparazione specifica, mentre laici, ma non profani, sono i non medici, che quella preparazione hanno acquisito. È evidente l’intrinseca conflittualità che indebolisce la posizione di Freud, fino a fare della psicanalisi una tecnica di psicoterapia medica che, tuttavia, non può ipso facto essere applicata da medici. Come superare l’impasse concettuale freudiana?

Riproporre una nuova traduzione di Sulla psicanalisi “selvaggia” di Freud vuole essere la premessa per risolvere quello che, proprio in senso freudiano stretto, si potrebbe considerare un sintomo di Freud. Tuttavia, per introdurre al testo citato, eviterò riflessioni patografiche sul “caso Freud”, ma esporrò alcune considerazioni teoriche desunte dalla stessa teoria freudiana. Il mio intento è di mettere in discussione e superare le dicotomie freudiane: selvaggio/non selvaggio o laico/non laico, che sono l’idolo polemico di Freud, non giustificato né come tema di ricerca né come progetto politico a difesa della psicanalisi, e di favorire la transizione della concezione della psicanalisi verso formati meno selvaggi, meno polemici, più scientifici e forse anche più efficienti per la politica della psicanalisi.

Imprescindibile punto di partenza è uscire dalla fallacia che stabilisce l’equivalenza tra medicina e scienza, cioè tra due attività concettualmente contrapposte, essendo la prima una tecnica, cioè un’attività finalizzata al conseguimento di risultati pratici, nel caso la guarigione psichica, e la seconda un’attività epistemica, senza altro fine che la curiosità incondizionata.[1] Ben consapevole di andare contro l’autorevole opinione del re di Svezia, che distribuisce premi Nobel ai medici allo stesso titolo dei fisici, chimici ed economisti, affermo e dimostro che la medicina non è scienza né in teoria né in pratica.

Comincio dalla teoria. Dal punto di vista teorico la medicina è una prassi cognitiva; in quanto tale anche la medicina è finalizzata al riconoscimento di quel che c’è veramente, cioè realisticamente, al letto del malato.[2] In questo senso, la medicina è due volte non scientifica: è non scientifica in quanto cognizione finalizzata, mentre la scienza è afinalistica,[3] ed è non scientifica in quanto adotta il principio ontologico di verità come adeguamento dell’intelligenza alla cosa, mentre la verità della scienza è nel principio di fecondità; è scientificamente vero ciò che promuove altra scienza, in modo largamente indipendente dalla “conoscenza vera” delle cose. Insomma, la medicina non è scienza perché è una pratica cognitiva – oggi addirittura computer aided – finalizzata al riconoscimento delle “vere” cose-cause morbose: batteri, virus, geni, condizioni ambientali, stili di vita individuali e collettivi. Il riconoscimento delle cause si chiama diagnosi ed è necessario alla medicina come condizione per poterle contrastare con terapie specifiche, che a loro volta sono a tutti gli effetti delle “anticause” nelle mani del medico; anche loro hanno uno specifico finalismo: la restitutio allo status quo ante del malato; guarigione vuole da sempre dire ritorno allo stato fisiologico, o di natura, dallo stato patologico, causato dall’agente morboso. Per contro, nei suoi vari campi di esercizio la scienza si dedica a generalizzazioni e unificazioni interne ad essi, indipendentemente da finalità applicative, che lascia agli ingegneri.

L’assetto eziologico della medicina, come di ogni altra tecnica, presuppone un rigido determinismo: tutto ha una causa e ogni effetto è determinato rigidamente da un set di concause, che si possono confrontare e contrastare con un set di controcause, le terapie. Di nuove teorie mediche prodotte dalla medicina non si sente praticamente parlare dai tempi della scoperta della circolazione del sangue, fatta forse l’unica eccezione per la teoria darwiniana della produzione di anticorpi secondo Burnet (Nobel per la medicina nel 1960).

L’assunto di base della pratica cognitiva medica è il principio di ragion sufficiente. Sin dai tempi di Galilei tale principio filosofico contrasta con la pratica scientifica moderna. Oggi la scienza non è più deterministica; ammette l’esistenza di fenomeni “spontanei”, cioè senza cause né efficienti né finali; il moto inerziale, il decadimento radioattivo, le mutazioni genetiche, la nascita di nuove specie e l’estinzione delle vecchie, sono solo alcuni dei più evidenti. La scienza moderna non cerca “le cause dei sintomi”, intendendo le cause “vere” (vedi nota 2);[4] non è dietrologica; per essa i “sintomi” non hanno dietro una causa o una legge naturale, ma sono solo modelli di una struttura. La caduta dei gravi non ha come causa la gravità (sarebbe tautologico), ma esprime una struttura spaziotemporale – un campo – definita da una forza approssimativamente, cioè localmente, costante.[5]

La psicanalisi freudiana, invece, ammette delle cause psichiche universali che spiegano tutti i fenomeni psichici; sono le pulsioni: quelle sessuali, che determinano la soddisfazione sessuale, e quelle mortifere, che orientano l’omeostasi psichica verso il più basso livello di eccitazione o pace perpetua; di conseguenza la teoria psicanalitica è una dottrina non scientifica, esattamente come la medicina. Chi non conosce – o conosce solo per sentito dire – le complicazioni teoriche della dottrina psicanalitica, chi ignora gli equilibrismi concettuali della metapsicologia freudiana e pretende applicare la psicanalisi alla cura dei nevrotici è per Freud un “selvaggio”. Le virgolette indicano che si tratta di un’iperbole per “profano”. Ma la scelta retorica è infelice, in quanto presuppone che i selvaggi siano psicologicamente ignoranti.

Dalla teoria alla pratica il passo è breve. Anche nella pratica clinica la medicina non è scienza ma tecnica. Infatti, si limita ad applicare a fini terapeutici ritrovati escogitati in altri campi scientifici: in fisica, chimica, biologia, persino in sociologia e in psicologia, con una spiccata preferenza per i ritrovati ingegneristici.[6] Un secondo e definitivo argomento concreto a sostegno della natura tecnica della medicina è la facilità con cui le case farmaceutiche manipolano i risultati degli esperimenti di farmacologia clinica. Chiamarla corruzione è improprio, collusione riduttivo.[7] Non è altrettanto facile manipolare i risultati – diciamo – del LHC del CERN di Ginevra, dove si opera con un’attendibilità di 5 sigma.[8]

A livello pratico, la psicanalisi freudiana non è da meno della medicina; ha sempre dato un particolare rilievo alla dimensione tecnica della Handlung, del trattamento, concepito ancora una volta in termini medici come ripristino dello stato precedente alle rimozioni infantili, concepite come cause delle nevrosi alla pari del bacillo di Koch, agente della tubercolosi. Nella Psicanalisi “selvaggia” il medico, che magari in nome di Freud “scimmiotta” lo psicanalista, è da Freud considerato non solo un profano, ma addirittura un “selvaggio”, principalmente perché non conosce la tecnica terapeutica della psicanalisi, non avendola acquisita con un lungo e specifico training.[9]

Date queste premesse teorico-pratiche, non si può ragionevolmente mettere in dubbio l’affinità tra psicanalisi freudiana e medicina. Attenzione, non sto dicendo che la teoria freudiana sia una teoria medica tout court; sto dicendo che la dottrina freudiana più formalizzata, intendo la metapsicologia (non parlo delle varianti della mitologia edipica che, in linea di principio, se non di fatto, sono automaticamente spazzatura non scientifica), si colloca sullo stesso piano cognitivo della medicina: il piano eziopatogenetico, con tanto di cause efficienti (le pulsioni sessuali) e finali (le pulsioni mortifere).

Al tempo stesso, si capiscono le difficoltà incontrate da Freud nel contestare al medico il diritto a esercitare la psicanalisi senza ulteriore formazione specifica (ammesso e non concesso che qualche medico voglia oggi esercitare la psicanalisi spontaneamente). Lo stesso Freud riconobbe di aver fatto con il suo pamphlet sull’analisi laica un buco nell’acqua, ein Schlag ins Wasser.[10] A ben riflettere, era inevitabile. Come si può, infatti, ragionevolmente contestare al medico il diritto di praticare una tecnica essenzialmente medica? Bisogna forzatamente ricorrere a un argomento ad hominem, poco o tanto paranoico; bisogna dirgli: “Tu non hai appreso sufficientemente bene le prescrizioni tecniche che si insegnano nella mia scuola”. Debole e inconcludente, la paranoia non paga neppure quando è trascinata in tribunale. Diverso sarebbe il discorso se, come riteneva il primo Freud, la psicanalisi fosse una scienza. Allora l’argomentazione diventerebbe più stringente. Si potrebbe sostenere che, se la psicanalisi fosse una scienza e la medicina no, ipso facto il medico non è in posizione di psicanalista. Per esercitare la psicanalisi, il medico dovrebbe prima diventare uomo di scienza e non un semplice tecnico che applica i ritrovati scientifici altrui. Ma la transizione sarebbe quanto mai improbabile.

La psicanalisi è una scienza? Ho appena detto “se fosse”, perché sono più freudiano di Freud, ma l’affermazione non va da sé. Bisogna giustificarla. Certamente non è scientifica la metapsicologia freudiana, basata com’è su pesanti assunti eziologici da apparire oggi una costruzione francamente “selvaggia”: invece di spiriti ultraterreni che abitano l’anima, ci sono delle pulsioni che muovono l’apparato psichico.[11] Certamente la psicanalisi non è scientifica come la fisica, la chimica, la biologia, la linguistica, la sociologia. Allora che scienza è o potrebbe essere? Per rispondere posso solo procedere per tentativi. A mio parere, esistono alcuni assunti freudiani che possono aspirare a essere considerati scientifici, perché sono un po’ meno superstiziosi (selvaggi) della metapsicologia pulsionale. Ne segnalo tre, che hanno un contenuto epistemico e una forma logica esistenziale. Li segnalo qui come potenziali candidati per una psicanalisi scientifica (non selvaggia).

Primo. Esiste l’inconscio. L’inconscio freudiano è un sapere sui generis. È un sapere che il soggetto non sa di sapere. In quanto sapere, il sapere inconscio produce effetti soggettivi: dai transfert ai sogni, dai lapsus ai sintomi; ma in quanto sapere non saputo, l’inconscio non è direttamente a disposizione del soggetto – della sua coscienza. Il soggetto accede al sapere inconscio solo attraverso uno specifico lavoro: il lavoro psicanalitico di scavo psicologico al di là delle rimozioni e contro le resistenze del non voler sapere quel che si sa.

Secondo. Esiste la rimozione originaria. L’Urverdrängung presuppone che esista un sapere che non “sale” mai alla coscienza. Questo presupposto implica che ogni analisi rimanga sempre “infinita”, nel senso letterale di “non finita”. Di questo assioma esiste una formulazione di Lacan nella Lettera agli italiani: C’è un sapere nel reale.[12] Poiché il reale è per Lacan l’impossibile logico, che non cessa di non scriversi,[13] esiste un sapere che non cessa di non salire alla coscienza. Il lavoro da fare intorno a questo assioma è stabilire “cosa” è originariamente rimosso. Oggi, in prima battuta, propongo un po’ heideggerianamente: l’essere e il tempo sono gli “oggetti” originariamente rimossi.

Terzo. Esistono effetti differiti di sapere. La logica del sapere inconscio è una logica temporale; non è una logica senza tempo, come l’aristotelica, che per ogni enunciato sa immediatamente calcolarne il valore di verità in base alle regole del sillogismo. La logica dell’inconscio richiede un tempo per comprendere e un tempo per concludere: il tempo del lavoro di analisi e di sondaggio dell’inconscio. Freud la chiamava Nachträglichkeit.[14] Essa non riguarda il tempo cronologico ma il tempo epistemico.

In che senso questi tre assunti potrebbero fondare una scienza? Sono tre assunti che parlano di sapere ma, più o meno, convocano tutti l’ignoranza: il sapere non saputo, il primo; il sapere che non si può sapere in modo completo, il secondo; il sapere che si può sapere solo dopo adeguata elaborazione, il terzo. Esisterebbe, allora, una scienza del non sapere, propriamente una scienza dell’ignoranza?

Forse sì, ma sembra una contraddizione in termini, dato che scienza e ignoranza confliggono. Però è solo un paradosso superabile, non un’insanabile contraddizione. Cartesio ha insegnato che dal non sapere del dubbio si trae il sapere dell’esistenza del soggetto. Nel caso cartesiano sapere e non sapere coesistono senza contraddirsi, addirittura collaborando per produrre sapere dal non sapere.

La matematica ci offre un esempio concreto ed effettivo, direi paradigmatico, di scienza dell’ignoranza. Si chiama intuizionismo e fu proposto dal matematico olandese Brouwer agli inizi del secolo scorso. In estrema sintesi, l’intuizionismo è una matematica costruttiva che ripropone una concezione non aristotelica del falso, risalente a Cartesio e Spinoza. Il falso intuizionista non è l’antitesi ontologica del vero, ma è il non ancora dimostrato, cioè il non saputo. Ciò pone l’intuizionismo su un piano epistemico costruttivo: il vero risulta tale solo quando se ne costruisce l’effettiva una dimostrazione; non basta che sia semplicemente non contraddittorio; si deve essere in grado di esibire concretamente l’oggetto della dimostrazione. Con questa mossa l’intuizionismo si colloca su un piano contiguo al piano delle freudiane costruzioni in analisi. Da qui il suo potenziale interesse per lo psicanalista.

Come la potenziale scienza freudiana anche l’intuizionismo si basa su tre assunti, che corrispondono alla sospensione di tre principi della logica aristotelica: due doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Ne dico brevemente qualcosa.

Primo. Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non è contraddittoria, allora esiste.[15] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico, all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; l’intuizionista richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire, o almeno dare la ricetta per costruirlo. Costruire l’oggetto del desiderio dovrebbe essere anche la “finalità” di una buona psicanalisi, se mi è permesso usare tra virgolette un termine prescientifico, per meglio farmi intendere dal senso comune dove il finalismo è ben radicato.

Si vuole un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo e in conseguenza dell’aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano pensano di falsificare testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

Secondo. La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[16] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[17]

Terzo. La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[18] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. L’intuizionismo ci avvicina così all’oggetto infinito del desiderio, fuorcluso dalla millenaria riflessione occidentale, per una via tipicamente freudiana: la negazione che non sempre nega. Se il complemento di A non copre tutta l’estensione di non A, ci ritroviamo nel caso freudiano: “La madre non è” può significare talvolta e per qualche analista “È la madre”.[19]

L’intuizionismo declina la scienza dell’ignoranza come scienza del falso, che non è automaticamente falsa. Ciò che affratella l’intuizionismo alla psicanalisi, suscitando addirittura analoghe resistenze e ripulse da parte del cognitivismo spontaneo, che pretende la verità delle cose, è proprio la sopravvalutazione del falso. L’intuizionismo convoca il falso attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione di un enunciato per dimostrarne la verità; analogamente, il freudismo opera sul e attraverso il falso, perché tutte le formazioni dell’inconscio trattate in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Tutta questa elaborazione scientifica della psicanalisi era ignota a Freud. Bisogna anche aggiungere, ma non per giustificarlo, una constatazione paradossale ma incontrovertibile: Freud non era aggiornato sulla scienza del suo tempo.[20] Ai tempi in cui scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale nel 1905, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. (Correva anche l’annus mirabilis di Einstein). Dell’evento non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke; quando parla di biologia, Freud cita Weisman, un oscuro biologo, fanatico della selezione naturale, finalizzata alla sopravvivenza del più forte, che oggi più nessuno ricorda. Nel 1909, quando Freud era impegnato a esportare la propria “peste” in America, Brouwer smontava i pregiudizi della logica aristotelica, proponendo la sua logica intuizionista. Quando Freud scriveva L’avvenire di un’illusione (1927), Heisenberg aveva appena formulato il principio di indeterminazione della meccanica quantistica (1926), per cui non si può misurare contemporaneamente con la precisazione voluta la posizione e la quantità di moto di una particella.[21] La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica, quindi non è scienza.

Con una grave conseguenza politica, che sfuggì a Freud. Se non è scienza, la psicanalisi non è più autonoma, o laica, e cade automaticamente sotto la giurisdizione del potere, come qualunque altra tecnica di rilevanza sociale, in quanto ha impatto nel sociale. Nel caso della psicanalisi, si tratta di tecnica psicoterapeutica, finalizzata alla salute mentale. Le conseguenze della mancata scientificità della psicanalisi si vedono chiaramente in Italia, dove esiste una legge che norma le diverse tecniche psicoterapiche, quella psicanalitica compresa. Dobbiamo ringraziare Freud, che volle confezionare per la psicanalisi un abito medico se, more often than not, i pm italiani amano invadere il setting analitico. Per fare un’analisi?

*

Concludo la presentazione della nuova traduzione italiana della Psicanalisi “selvaggia” con alcune considerazioni in prospettiva politiche.

Tuttavia, mi sia prima consentito un breve Umweg divertente, che mi concedo trasgredendo la logica intuizionista, la quale non ammette il principio della doppia negazione.

Parto dal bizzarro assunto formulato da Freud nelle prime righe della Questione dell’analisi laica: laici = non medici, come dire che, se non sono mediche, anche le formiche sono laiche. In formule,

L = non M,

dove L sta per “laico”, M per “medico”.[22]

Negando entrambi i termini della (pseudo)equazione freudiana ottengo una nuova equazione: non laico = non non medico; in formule,

  • non L = non non M.

Ma non laico, cioè non appartenente al popolo (da laios, “popolo” in greco), vuol dire che sta fuori dalla civiltà, cioè il non laico è selvaggio, S; in greco selvaggio si direbbe barbaros. In formule,

S = non L.

Per l’equazione precedente, sostituendo a non L l’equivalente non non M, posso allora scrivere che il selvaggio è non non medico, in formule,

S = non non M.

A questo punto, trasgredisco la logica intuizionista, che non ammette di trasformare automaticamente la doppia negazione in affermazione, e scrivo l’equazione definitiva, che probabilmente Freud aveva in mente ma non osò enunciare: il selvaggio è medico in quanto è costruito, esattamente come il freudismo o lo spiritismo, sul principio di ragion sufficiente; in formule,

S = M.

Morale, impedendo la trasformazione della doppia negazione in affermazione, l’intuizionismo difende il freudismo da se stesso e dall’implicita medicalizzazione. (In realtà, i primi medici erano proprio dei barbari selvaggi nel senso che davano il colpo di grazia ai feriti mortali in battaglia).

*

Passando a discorsi più seri e conclusivi, bisognerebbe transitare da considerazioni teoriche a considerazioni politiche, che salvino tuttavia le peculiarità dell’inconscio freudiano. A questo proposito osservo che le considerazioni di politica della psicanalisi, cioè quelle inerenti ai collettivi di psicanalisi, sono proprio quelle che mancano agli scritti freudiani sulla laicità o sulla selvatichezza della psicanalisi, che trattano la psicanalisi sempre come pratica individuale dell’individuo medico sull’individuo malato.

Questo è un fatto singolare su cui vale la pena soffermarsi, anche per misurare la scientificità della psicanalisi. Una psicanalisi che rimanga confinata a livello individuale è pregiudizialmente poco scientifica, perché la scienza non è mai un’impresa esclusivamente individuale. Questo è un fatto storicamente acquisito. La scienza moderna nacque in quella repubblica delle lettere, intese propriamente come “epistole”, che il padre Mersenne faceva circolare tra Cartesio, Fermat, de Roberval, Huyghens, Doni e altri. Certamente Freud non inventò l’inconscio. Von Hartmann e Nietzsche lo precedettero. Freud inventò incontestabilmente il dispositivo pratico per raccogliere, a livello individuale, le testimonianze dell’inconscio. Il dispositivo “poltrona più divano” funziona in questo senso. Ma per raccogliere e analizzare le testimonianze collettive dell’inconscio non esiste a tutt’oggi un dispositivo equivalente alla poltrona più il divano. Né Freud né i suoi epigoni si preoccuparono mai di inventarlo, neppure limitatamente alle loro associazioni professionali. Alla fine, anche la valutazione del singolo psicanalista, come professionista della psicoterapia, rimane un fatto isolato a livello individuale: non viene mai valutata la scuola dove viene formato, una volta che questa abbia acquisito una volta per tutte il riconoscimento dello Stato.

La ragione è che la psicologia sociale di Freud, la teoria che avrebbe dovuto alimentare la pratica del collettivo è povera; infatti, non è altro che la rozza traslazione dall’individuale al collettivo della mitologia edipica; Freud non fece altro che tradurre e condensare nel mito dell’orda primitiva il proprio mito personale dell’Edipo. In psicanalisi si chiama proiezione. Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin.[23] Sappiamo di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[24] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Da questo approccio mitologico o ontologico deriva la teoria freudiana dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al capo dell’orda, il superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche;[25] in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[26] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[27] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno; nessuno interagisce con qualcuno in qualche forma di mercato o di scambio reciproco; gli individui freudiani sono monadi senza finestre, alla Leibniz, o anime belle, alla Hegel.[28] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[29] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero è senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Il lavoro che si prospetta a degli psicanalisti non selvaggi, dotati di una certa sensibilità politica, è allora doppio: primo, uscire dalla logica ontologica dell’identificazione; secondo, creare le condizioni per formare dei collettivi di pensiero rispettosi degli assunti scientifici della propria scienza dell’ignoranza sopra citati: l’esistenza dell’inconscio, della rimozione primaria e dell’azione epistemica differita. Finora – è sotto gli occhi di tutti – non ci sono riusciti. Su indicazione di Freud sono riusciti solo a costruire delle orde primitive che si sono combattute ferocemente l’una con l’altra. Si può fare di meglio?

Il meglio si chiama metaanalisi.

L’esempio viene ancora dalla matematica moderna, che è metamatematica, cioè matematica della matematica. Analogamente, la metaanalisi è l’analisi dell’analisi che si fa collettivamente. Direi, per darne una provvisoria definizione operativa, che la metaanalisi è l’analisi di controllo dell’analisi su scala collettiva. I membri di un collettivo metaanalitico, invece di riunirsi intorno al maestro o ai suoi epigoni, per commentare i dogmi dottrinari che richiedono solo di essere appresi come tali e confermati senza alcuna modifica possibile, potrebbero interagire democraticamente tra di loro su frammenti di teoria per confutarli e migliorarli. Il principio di verità di un collettivo metaanalitico, potenzialmente aperto come un social network del web, non è l’adeguamento alla dottrina depositata ma la fecondità del discorso scientifico, la Fruchtbarkeit secondo Freud. La metaanalisi sarà scientifica se produrrà altra metaanalisi in altri collettivi nuovi o rinnovati. All’insegna più della collaborazione che della rivalità e della competizione.

Insomma, la metaanalisi si fonda solo su se stessa, cioè sull’esperienza di analisi, non importa quanto germinale e incompleta; sin dall’inizio l’analisi è metaanalitica. Fai analisi e avrai cominciato a fare metaanalisi. Fai analisi sul tuo sintomo individuale nel setting freudiano e sei automaticamente pronto per fare metaanalisi sul sintomo collettivo dell’ambiente in cui vivi. Se l’intorno di riferimento è quello di persone che hanno interesse per l’analisi, la metaanalisi diventa automaticamente una forma di controllo collettivo dell’analisi. In questo senso la pratica della metaanalisi conferisce al termine freudiano laico un significato positivo e non solo negativo, come quello freudiano di non medico.[30] La metaanalisi è laica perché è autonoma nel proprio collettivo. Non dipende da dottrine prestabilite ma pesca autonomamente nel sapere analitico diffuso nel reale, lo stesso sapere cui attinge l’uomo di scienza, quando formula le sue congetture e le espone al controllo dei colleghi, o l’analizzante, quando espone all’analista le costruzioni autobiografiche che formula sul divano.

Sarebbe piaciuta a Freud la metaanalisi? Dopo aver ritradotto la sua psicanalisi “selvaggia”, mi autorizzo a nutrire qualche dubbio. Alla fine, il vero selvaggio si è rivelato proprio lui, il conquistador, come lui stesso amava definirsi. La storia insegna che è sorte comune dei conquistadores identificarsi ai selvaggi che conquistano.

Sarebbe servita a Freud la metaanalisi? Certamente sì. L’avrebbe aiutato a uscire dall’approccio medico al nevrotico. L’avrebbe rafforzato in un’intuizione, che Freud ebbe ma che non sviluppò a sufficienza e cioè il fatto che il nevrotico presenta allo psicanalista dei “falsi” sintomi; sono sintomi apparentemente medici, che non sono medici; non hanno causa organica, ma hanno una causa psichica tendenziosa; servono, infatti, a distrarre l’attenzione dell’analista dal processo analitico e a farlo regredire alla cura medica, la quale – è certo – non cura la nevrosi. Così il nevrotico conserva il proprio sintomo con il quale e attraverso il quale gode. Insomma, Freud non fu del tutto selvaggio e selvaggi non sono del tutto i medici che orecchiano la psicanalisi: sono solo degli ingenui, bellamente imbrogliati dell’isteria, che fa loro credere di avere una malattia somatica.[31] Isteria? Ma l’isteria non esiste più. Parola del DSM.


[1]  La fallacia che identifica scienza a tecnica, fondendole nell’ossimoro “tecnoscienza”, è tipica dei filosofi “continentali” di formazione fenomenologica ed esistenzialista.

[2]  La concezione della scienza come conoscenza vera è un retaggio idealistico, che risale a Platone. La scienza galileiana, nella misura in cui prescinde dalle cause, sospende la conoscenza dell’essenza delle cose e la conoscenza delle “leggi di natura”. Insomma, la scienza moderna sospende l’ontologia.

[3]  L’afinalismo della scienza moderna risale a Cartesio (Cfr. Principi di filosofia, Parte Prima, § 28) ed è stato definitivamente ribadito da Thorstein Veblen. Cfr. T. Veblen, Il posto della scienza nella civiltà moderna (1906), trad. B. Del Mercato in Id., Il posto della scienza, a cura di C.A. Viano e F.L. Viano, Bollati Boringhieri, Torino 2012. L’autore caratterizza la cognizione prescientifica, ivi compresa quella delle cosiddette popolazioni selvagge, come pratica epistemica finalizzata a risultati pratici e basata sull’“opaco rapporto di causa ed effetto” (cit. p. 66). Come è noto la causa finale fu rimessa in auge da Leibniz per salvare l’immagine del Dio cristiano: un’operazione ontologica non poco superstiziosa, per non dire “selvaggia”.

[4]  Così intitolava l’ultima sua fatica Maimonide, filosofo-medico del xii secolo, espressione pura dello scolasticismo aristotelico.

[5]  Il lavoro scientifico consiste nella determinazione di questa approssimazione. La scienza più che la precisione richiede la “buona” approssimazione.

[6]  Si pensi alle tecniche e ai macchinari per elaborare le immagini del corpo in diagnostica medica.

[7]  Medicina e diritto sono due varianti del discorso del padrone, cioè della violenza istituzionalizzata sul corpo sociale. Il diritto ha gli strumenti per giudicare la medicina, che è una forma larvata di violenza corporale.

[8]  Il termine “5 sigma” corrisponde a un valore di p, o probabilità dell’ipotesi nulla, di 3×10 elevato alla -7, pari circa a una chance su 3,5 milioni. Questa non è la probabilità che il bosone di Higgs esista o non esista, ma è la probabilità di ottenere dei dati come quelli del cern di Ginevra nel caso che la particella non esista. Ma per il senso comune, che pretende certezze assolute e categoriche, come quelle religiose, cinque sigma è poco. D’altra parte negli esperimenti clinici sui nuovi farmaci le case farmaceutiche non vanno al di là di risultati 2,5 sigma, corrispondenti a una probabilità dell’1% dell’ipotesi nulla.

[9]  Noto en passant che nei titoli della lunga serie di seminari di Lacan ricorre due volte il significante technique; di scienza non si parla.

[10] Cfr. la lettera di Freud a Max Eitingon dell’aprile 1928. Si trova all’indirizzo https://www.analisilaica.it/2013/01/21/ein-schlag-ins-wasser/

[11] Per l’oscillazione freudiana tra “psiche” (Psyche) e “anima” (Seele) vedi il commento a S. Freud, La questione dell’analisi laica, trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012.

[12] J. Lacan, Note italienne (1974), in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 308.

[13] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XX. Encore (1972), Seuil, Paris 1975, p. 48.

[14] Tratto di questo argomento nel mio ultimo libro intitolato: Il tempo di sapere. Saggio sull’inconscio freudiano (Mimesis, Milano 2013).

[15] In formule, non((Ex).f(x) seq Ø) seq (Ex).f(x), dove (Ex) è il quantificatore esistenziale (“esiste almeno un x“) applicato alla variabile x, seq il simbolo dell’implicazione e Ø è usato come simbolo della contraddizione. Poiché (Ex).f(x) seq Ø) equivale a non (Ex).f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: non non (Ex).f(x) seq (Ex).f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[16] In formule, non(Ex).non f(x) aeq (x).f(x), dove (x) è il quantificatore universale “per ogni x” e aeq il simbolo dell’equivalenza logica.

[17] I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[18] In formule, A vel non A.

[19] Il punto è sottile. L’intuizionismo distingue tra falsificazione e negazione, la prima essendo un’operazione logica più forte della seconda. Così in psicanalisi negare non vuol dire sempre affermare il falso, ma talvolta afferma il vero.

[20] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900. “Non sono uno scienziato, non sono un osservatore, non sono un pensatore, sono un temperamento di conquistatore, se vuoi, un avventuriero”. Ben detto, Freud ha scoperto un nuovo territorio epistemico, quello del sapere che non si sa di sapere. Vale la pena cartografare questo territorio con strumenti più sofisticati di quelli medici. Vale soprattutto la pena di dimenticare il linguaggio del conquistador, che considerava selvagge le popolazioni che andava sottomettendo.

[21] In fisica classica le due variabili posizione e quantità di moto determinano univocamente la traiettoria di una particella tramite le equazioni differenziali di Lagrange o di Hamilton.

[22] Bourbaki mutuò il segno non della negazione dall’Ideografia (1879) di Frege.

[23] Darwin non parla di orde ma di branchi, supponendo che “l’uomo primitivo vivesse in origine in piccole comunità, ognuno con quante mogli poteva ottenere e mantenere, che avrà custodito gelosamente contro tutti gli uomini.” In proposito Darwin cita il dott. Savage il quale sul Boston J. of Nat. Hist., vol. v, 1845-1847, a p. 423 riferisce che “un maschio adulto si vede in un branco; quando il maschio giovane cresce, nasce una contestazione per avere la supremazia, e il più forte, uccidendo o scacciando gli altri si pone alla testa della comunità”. Darwin conclude: “I maschi più giovani, essendo così espulsi e obbligati ad andare vagando, quando alla fine riescono a trovarsi una compagna, impediscono le relazioni troppo intime nell’ambito della stessa famiglia”. (C. Darwin, L’origine dell’uomo e la scelta sessuale (1871), trad. B. Chiarelli, Rizzoli, Milano 1983, p. 381. Cfr. anche S. Freud, “Totem un Tabu” (1912-1913) in nota 8).

[24] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152-153; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. OSF, vol. IX, p. 310. Männchen ha un significato composto di “nanetto e “stallone”, una figura che gli italiani conoscono bene.

[25] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 138; trad. OSF, vol. IX, p. 311.

[26] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[27] Ivi, p. 137, trad. OSF, vol. IX, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[28] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[29] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[30] S. Freud, “Die Frage der Laienanalyse” (1926-1927), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiv, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 209, trad. a cura di A. Sciacchitano e D. Radice in S. Freud, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 23.

[31] Freud non cadde nel tranello isterico a livello pratico; fu imbrogliato a livello teorico, costruendo la propria metapsicologia come un’eziopatogenesi medica.