Una psicanalisi squisitamente collettiva

Vienna, 21 dicembre 1924

Caro dottore,

mi ha fatto proprio piacere che Lei abbia tratto da Keyserling un’impressione di umana simpatia.[1] A suo tempo di lui non ho capito nulla. Naturalmente non ho mai pensato di polemizzare con lui. La mia osservazione al riguardo derivava dalla preoccupazione che dietro la mia richiesta di informazioni Lei potesse ipotizzare intenzioni simili. Comunque, nell’ultimo suo saggio[2] le osservazioni sulla psicanalisi erano particolarmente sempliciotte.

Ovviamente trovo irritante un tratto del Suo carattere su cui vorrei tanto influire, pur sapendo che non potrò ottenere molto. Mi spiace che Lei voglia erigere un muro tra sé e gli altri leoni della ménagerie congressuale. È difficile praticare la psicanalisi in isolamento. È un’impresa squisitamente sociale. Certo, sarebbe molto più bello se tutti insieme ruggissimo e urlassimo in coro e a tempo, invece di ringhiare ognuno per sé nel proprio angolino. Lei sa il valore che attribuisco alla Sua inclinazione personale verso di me, ma ora dovrebbe trasferirne[3] una parte anche sugli altri. Ciò farebbe solo bene alla causa.

L’accenno a Ferenczi mi sa di rimprovero per non essere venuto a trovarla nella sua bella città natale. Lo farei volentieri, ma cerchi di capire la mia situazione attuale e quanto mi sia difficile ora, e forse per sempre, viaggiare.

Cordiali saluti a entrambi,

Suo Freud.

Commento

Sul mio post facebook del 31 ottobre 2018, Alessandro Josef K. Sterzi scrive:

“La psicoanalisi è più vicina alla filosofia che alla scienza. Lavorando su ciò che è nell’ordine del singolare, non ha come scopo stabilire leggi universali. E questo è anche il suo approccio etico: non trascendere la singolarità dell’esperienza”.

È vero che gli ultimi capitoli dei manuali di storia della filosofia parlano di Freud e di Lacan. Ma è anche vero che non sono filosofi. Lacan “trascende la singolarità dell’esperienza” non per “stabilire leggi universali”, ma per radicare il soggetto individuale nel legame sociale con gli altri attraverso la nozione di discorso. Lavorando esclusivamente nell’ordine del singolare si perde la dimensione dell’insieme, che esiste anche se forse ha un grado di esistenza inferiore al singolo elemento dell’insieme. Giustamente gli antropologi parlano di “genialità collettiva”; a livello epistemico non va persa di vista la dimensione dell’intelligenza sociale, senza la quale non ci sarebbe stata la singolare, in pratica unica, evoluzione di Homo sapiens. In questa lettera Freud scrive che la psicanalisi è un’“impresa squisitamente collettiva”. Ciò è vero anche quando essa opera sul singolo nella sua singolarità radicandolo nella sua collettività. “Squisitamente collettiva” significa che l’uomo discende dagli uomini, come avrebbe potuto dire Darwin, che non fu uno degli autori cari a Freud.

Eppure, tre anni prima di questa lettera a Groddeck, Freud pubblicava una Psicologia delle masse, apprezzata da Hans Kelsen, teorico del diritto, per l’approccio individualistico. La psicologia sociale “ufficiale” di Freud fu individualistica. Ogni individuo della massa è identificato al Führer, posto da ciascuno nel luogo psichico dell’ideale dell’Io. Non esistono interazioni tra individui che modifichino tale assunto. Gli individui sono isolati dagli altri: non esiste il prossimo, non esiste il noi, non esiste la cooperazione. Seguire i passi degli altri, l’interazione minimale dell’apprendimento sociale per imitazione, non esiste nel modello freudiano, che si rivela particolarmente rozzo e semplicistico dal punto di vista biologico prima che sociologico.

Freud sembra contraddittorio: in pubblico dice una cosa, in privato un’altra. Come se ne esce?

Se ne esce uscendo dal freudismo, magari facendo leva sul Freud privato, che mi sembra un pensatore più libero e più originale del Freud pubblico, fissato al vincolo terapeutico.

La tara che grava sul pensiero “ufficiale” di Freud è la formazione medica, precisamente ippocratica. La precisazione è necessaria dato il luogo comune che colloca Freud nel positivismo per via del suo empirismo. È un errore storiografico. Il positivismo fu certamente empirista, ma non escludeva il contributo probabilistico.[4] Freud, invece, non fece mai considerazioni di probabilità, relative all’incertezza. Per lui la scienza era fatta di certezze apodittiche; era impossibile dire un numero a caso, perché qualunque numero scelto apparentemente a caso avrebbe rivelato connessioni necessarie con il complesso di Edipo. L’empirismo freudiano non era positivista ma ippocratico, cioè binario: se è presente l’agente morboso, è presente la malattia; se è assente l’agente morboso, è assente la malattia. In questo senso Ippocrate non fu scientifico, perché non prevedeva eventi aleatori intermedi. Tuttora non prevede il falso; in particolare non prevede né i falsi positivi: agente morboso presente, malattia assente (per immunità), né i falsi negativi: agente morboso assente (o non evidente), malattia presente. Siccome il complesso d’Edipo è sempre presente, il soggetto non può dire un numero a caso.

Nel saggio L’uomo Mosè e la religione monoteista Freud assegnò un nome al proprio empirismo. Lo definì ein gebieterisches Kausalbedürfnis,[5] letteralmente “bisogno imperativo di causalità”, in sostanza “coazione eziologica” o “eziologismo coatto”. Quali le conseguenze sulla psicologia sociale di tale coazione intellettuale chiaramente nevrotica? La conseguenza più rilevante è l’azione determinante di un’unica causa: l’identificazione di tutti i membri del collettivo all’unico Führer. Per Freud c’è aggregato sociale perché c’è una causa “verticale”, che agisce dall’alto verso il basso, producendo l’omogeneità dei soggetti sottomessi. Nella massa freudiana non esistono cause “orizzontali”, cioè interazioni tra individui, positive (cooperazioni) e nemmeno negative (conflitti). Quand’anche tra singoli individui esistesse un’interazione negativa, ad esempio aggressiva, l’aggressività è regolarmente introiettata e rivolta al soggetto stesso come auto-aggressività. Il Disagio nella civiltà completa e conferma il quadro solipsistico abbozzato nella Psicologia delle masse e analisi dell’Io.

La domanda sorge spontanea: come è possibile un’impresa collettiva come la psicanalisi in un contesto di individui isolati? Il Freud pubblico non se lo chiese. Il Freud privato auspicò il lavoro collettivo ma non formulò condizioni per realizzarlo. La lettera a Groddeck non dà indicazioni. Di interazioni “orizzontali” tra membri di un collettivo Freud smise di parlare da quando, alla fine del 1911, lasciò cadere la nozione di “controtransfert” a seguito dell’affaire Jung-Spielrein, con la precisa indicazione agli allievi di parlarne in privato ma non in pubblico.

Si possono immaginare tante spiegazioni per l’inibizione freudiana. Giuste o sbagliate che siano, nessuna è riuscita a far uscire il freudismo dalla prigionia dell’individualismo. Qui ne propongo una che è rimasta politicamente lettera morta: il passaggio della psicanalisi dalla scienza alla medicina. Il punto cardine del mio argomento è che la medicina è una tecnica individuale, che applica procedure stabilite da un ordine professionale, mentre la scienza è una pratica collettiva di conferma o confutazione di congetture liberamente formulate.

Quando nel 1895 Freud cestinò il suo progetto di una psicologia scientifica, regredì dalla scienza alla medicina, di conseguenza passò dal registro collettivo all’individuale. Il collettivo rimase per lui una nostalgia da esprimere in privato. Lascio agli storici l’onere di giustificare l’evento. Il luogo comune è che Freud non avrebbe creato la psicanalisi se fosse rimasto un semplice neurologo e, soprattutto, se le isteriche non avessero raccolto la sua sfida psicoterapeutica, sdraiandosi sul suo divano; se Freud non avesse abbandonato la scienza, oggi non non staremmo trattando la questione individuale-collettivo in psicanalisi.

Il problema che abbiamo di fronte è come costruire collettivi di psicanalisi creativi. Quelli esistenti sono scolastici a impronta professionale e non producono assolutamente nulla. C’è una classe professorale che trasmette la dottrina ortodossa a una classe discente, formata da allievi che non interagiscono tra loro, preoccupati unicamente di applicare i dettati dottrinali alla pratica clinica individuale. Il risultato è che la psicanalisi non progredisce come scienza. Esistono solo degli exploit prodotti da singoli pensatori che non vengono ulteriormente sviluppati dalla base collettiva. Si aggiunga la codifica professionale psicoterapeutica e lo scenario di congelamento del panorama psicanalitico si perfeziona. Qualcosa di mortifero si ripete: invece di un solo freudismo abbiamo tanti “ismi”: adlerismo, junghismo, kleinismo, bionismo, lacanismo, privi di confronti culturali, sia entro sia tra i collettivi, che non siano di conferma delle rispettive dottrine consolidate.

Questo è il prezzo da pagare se si abbandona il legame sociale instaurato dal discorso scientifico. Nel 1927 Freud l’aveva previsto nel Poscritto a La questione dell’analisi laica, dove espresse il timore che la terapia uccidesse la scienza,[6] ma non suggerì il modo di prevenire l’infausto evento. Eppure la strategia sarebbe molto semplice, sperimentata da Homo sapiens da almeno 200.000 anni di evoluzione (oggi si pensa 300.000): innovare, innovare, innovare. Se la psicanalisi non innova cade nella stretta mortifera della medicina.

Note

[1] Cfr. G. H. Keyserling, Oskar A.H. Schmitz, Sinnsuche oder Psychoanalyse; Briefwechsel Graf Hermann Keyserling – Oskar A.H. Schmitz aus den Tagen der Schule der Weisheit, Gesellschaft Hessischer Literaturfreunde, Darmstadt 1970.

[2] G. H. Keyserling, Heilkunst und Tiefenschau, in Das Erbe der Schule der Weisheit, Verlag der Palme, Innsbruck 1981, 2 voll., vol. I, pp. 268-300.

[3] Übertragen. Freud sta chiedendo a Groddeck di ripartire e riallocare il suo transfert [Übertragung] verso di lui. Una sorta di transfert a comando.

[4] Segnalo di Richard von Mises, fratello del più famoso economista liberale, Kleines Lehrbuch des Positivismus. Einführung in die empiristische Wissenschaftsauffassung [Piccolo manuale di positivismo. Introduzione alla concezione empirica della scienza] (1934), Suhrkamp, Francoforte 1990, dove l’autore espone la sua concezione frequentista delle probabilità.

[5] S. Freud, Der Mann Moses und die monotheistische Religion (1939), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, 16 voll., vol. XVI, Imago, Londra 1950, p. 214.

[6] Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. S. Freud, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Udine 2012, p. 112.

Bibliografia

S. Freud, Massenpsychologie und Ich-Analyse (1921), trad. it. S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. IX, Boringhieri, Torino, pp. 257-330 .

S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. S. Freud, La questione dell’analisi laica, Mimesis, Udine 2012.

S. Freud, Der Mann Moses und die monotheistische Religion (1939), trad. it. S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteista, in Opere di Sigmund Freud, vol. XI, Boringhieri, Torino, pp. 329-453.

S. Freud, Entwurf einer Psychologie (1950, postumo), trad. it. S. Freud, Progetto di una psicologia, in Opere di Sigmund Freud, vol. II, Boringhieri, Torino 1968, pp. 193-284.

G. H. Keyserling, Oskar A.H. Schmitz, Sinnsuche oder Psychoanalyse; Briefwechsel Graf Hermann Keyserling – Oskar A.H. Schmitz aus den Tagen der Schule der Weisheit, Gesellschaft Hessischer Literaturfreunde, Darmstadt 1970.

G. H. Keyserling, Heilkunst und Tiefenschau, in Das Erbe der Schule der Weisheit, 2 voll., vol. I, Verlag der Palme, Innsbruck 1981, pp. 268-300.

R. von Mises, Kleines Lehrbuch des Positivismus. Einführung in die empiristische Wissenschaftsauffassung (1934), Suhrkamp, Francoforte 1990.

Georg Groddeck
Georg Groddeck

Di seguito il testo originale

Wien, den 21.12.1924

Lieber Herr Doktor!

Es ist mir eigentlich sehr recht, daß Sie einen menschlich sympathischen Eindruck von Keyserling empfangen haben, Ich wurde damals nicht klug aus ihm. An eine Polemik gegen ihn habe ich natürlich niemals gedacht. Meine Bemerkung darüber entsprang nur der Sorge, Sie könnten hinter meiner Erkundigung solche Absichten vermuten. Allerdings waren seine Bemerkungen über die Psychoanalyse in seinem letzten Aufsatz besonders einfältig.

Ärgerlich ist mir natürlich ein Zug an Ihnen, den ich gerne beeinflussen möchte, wiewohl ich weiß, ich werde nicht viel ausrichten können. Es tut mir leid, daß Sie eine Mauer zwischen sich und den andern Löwen in der Kongreßmenagerie aufführen wollen. Es ist schwer, Psychoanalyse als Vereinzelter zu treiben. Es ist ein exquisit geselliges Unternehmen. Es wäre doch viel schöner, wir brüllten oder heulten alle miteinander im Chor und im Takt, anstatt daß jeder in seinem Winkel vor sich hin murrt. Sie wissen, wieviel mir Ihre persönliche Zuneigung wert ist, aber nun sollten Sie auch ein Stück davon auf die andern übertragen. Das käme der Sache nur zugute.

Die Erwähnung Ferenczis läßt mich den Vorwurf ahnen, daß ich Sie noch nicht in Ihrem schönen Heimatort besucht habe. Ich täte es gern, aber, machen Sie sichs klar, welches meine gegenwärtige Lage ist und wie schwer mir jetzt, möglicherweise immer, das Reisen sein muß.

Mit herzlichen Grüßen für Sie beide

Ihr Freud

 

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.