Religione e medicina in psicanalisi

Per un ebreo è più difficile che per un cattolico accedere all’ateismo. Infatti, se si fa riconoscere pubblicamente come ebreo, ammette di appartenere al popolo eletto da dio, quindi implicitamente riconosce dio.

La verifica emblematica di questa difficoltà intellettuale è data dal “caso Freud”, che si dichiarava ateo, ma per la “sua” psicanalisi costruì una dottrina religiosa, cioè un’ortodossia dogmatica e incontrovertibile, e avviò un movimento religioso di società psicanalitiche strutturate come chiese, in conflitto le une con le altre, ma all’interno rigidamente monolitiche. Forse Lacan aveva in mente questo caso quando il 12 febbraio 1964 dichiarò che la vera formula dell’ateismo non è che Dio è morto ma che Dio è inconscio (la véritable formule de l’athéisme, c’est que Dieu est inconscient, cfr. J. Lacan, Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973, p. 58). Leggi tutto “Religione e medicina in psicanalisi”

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Come possiamo dirci freudiani?

“La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico”, questo è l’incipit della prefazione di Freud al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister. A distanza di 100 anni esatti da quello scritto forse possiamo leggere l’affermazione freudiana in trasparenza, per esempio sospendendone la certezza. Certo, non si può sospendere la verità di fatto: la psicanalisi è una pianta nata, probabilmente per caso, nell’orto medico. Questa è una verità storicamente incontrovertibile. Ma si può sospendere la sottostante verità di principio, da Freud data per scontata, dubitando dell’essenza medica della psicanalisi.

In merito Freud non nutrì mai il minimo dubbio. Per lui la psicanalisi era una scienza medica, che veicolava una nuova forma di terapia di quelle malattie sui generis che sono le nevrosi, isteria in testa, oggi non più riconosciuta come malattia dalla successione dei DSM. Alla concezione medicale della psicanalisi Freud non rinunciò mai neppure quando, tredici anni dopo questa prefazione, scrisse un pamphlet contro i medici che esercitavano la psicanalisi senza adeguata preparazione: contro gli psicanalisti “selvaggi”, in pratica imbonitori senza scrupoli. Contro i medici sì, contro la medicina no, questa in estrema sintesi la posizione assunta da Freud nella Questione dell’analisi laica (vedi la nuova traduzione mia e di Davide Radice, uscita l’anno scorso da Mimesis). Si tratta di una posizione inevitabilmente connotata in senso paranoico – inevitabilmente paranoica, in quanto condotta con argomenti ad homines e non con argomenti scientifici, intersoggettivamente controllabili.

Nella sopracitata prefazione a Pfister Freud ribatte il chiodo medico: la psicanalisi può apportare contributi all’educazione, nel senso che può agire da metodo profilattico per prevenire l’insorgenza di nevrosi, infantili e non. Per chi avesse qualche dubbio, Freud non uscì mai dal cerchio magico della medicina, nelle varianti curativa e preventiva. (Il terzo livello medico, quello riabilitativo, non era ancora di moda nel 1913).

La posizione di Freud pone seri problemi a chi si vuole dichiarare freudiano. Sono problemi teorici e pratici, assolutamente non banali.

In teoria, chi voglia accedere al freudismo deve accettare quella costruzione che Freud chiamava metapsicologia, la quale riproduce per filo e per segno l’assetto della patologia medica, dove per ogni malattia c’è una causa e un decorso di sviluppo fisiopatologico. La causa delle nevrosi è un trauma sessuale infantile (sin dal 1895, ai tempi di Eziologia dell’isteria); lo sviluppo fisiopatologico è l’impasto pulsionale delle pulsioni sessuali e della pulsione di morte; le prime a loro volta intese aristotelicamente come cause efficienti della soddisfazione sessuale, la seconda intesa come causa finale, che orienta tutto il processo psichico al telos dell’abbassamento della tensione psichica attraverso il meccanismo della ripetizione.

Questa costruzione ha scarso valore scientifico, ma chi vuole dichiararsi freudiano deve darla per buona. In teoria si trova di fronte all’alternativa binaria: o Freud o la scienza, un vero letto di Procuste.

Non meglio vanno le cose in pratica. Chi vuole esercitare la psicanalisi come attività di ricerca personale su di sé e sul proprio ambiente di vita deve calarsi nel setting medicale della psicoterapia che, proprio in quanto medicale, non ha molto di scientifico. Per chi vuol dirsi freudiano ancora lo stesso dilemma di poc’anzi in variante scolastica (nel senso della scuola di specializzazione di medicina): o il freudismo, riconosciuto dallo Stato come psicoterapico, o la scienza.

Per uscire dalla trappola di questi asfissianti binarismi chi vuol riconoscersi (autorizzarsi?) freudiano deve compiere un poderoso colpo di reni. Deve avere il coraggio di riconoscere che non tutto di Freud ha validità scientifica, ma alcune tesi sì.

Quali?

Certo non quelle metapsicologiche. Tra le rimanenti ne propongo tre, secondo me necessarie (forse non del tutto sufficienti) per dirsi freudiani. Sono tre tesi esistenziali fortemente connotate in senso epistemico. La prima, ovviamente, è l’esistenza dell’inconscio, inteso come sapere che non si sa di sapere; la seconda è l’esistenza della rimozione originaria, intesa come sapere che non verrà mai saputo; la terza è la Nachträglichkeit, cioè la dimensione temporale del sapere, secondo cui il sapere che non si sa di sapere viene a sapersi – eventualmente e solo parzialmente – nel tempo secondo dell’analisi.

A partire da queste tesi freudiane ce n’è abbastanza per rimettere Freud sulla via della scientificità, ammesso che questa operazione – non originariamente medicale in quanto la medicina non si interessa alla scienza ma solo alle sue applicazioni tecniche finalizzate alla terapia – sia appetibile. Come ha insegnato lo stesso Freud, alla psicanalisi si resiste. Alla psicanalisi scientifica si resiste due volte: alla psicanalisi e alla scienza. La seconda resistenza fu anche quella di Freud. Forse potremo dirci freudiani se supereremo la resistenza di Freud (e dei freudiani) alla scienza.

 

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso xii, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo.

Ho appena detto che sono freudiano. Per evitare possibili equivoci, devo in via preliminare chiarire che razza di freudiano sono. Questo mi obbliga a un’apparente deviazione dal tema. Ma non preoccupatevi: alla fine anche la deviazione apparirà pertinente alla questione psicopolitica.

Che freudiano sono, allora? Sono un freudiano come molti freudiani; ho fatto un’analisi classica nel setting freudiano; ho passato i controlli di qualità con analisti più esperti, come voleva Freud; ho partecipato alle attività di una scuola freudiana, ivi compreso il rito di passaggio da analizzante ad analista: la cosiddetta passe, escogitata da un famoso freudiano dei miei tempi, Jacques Lacan. Se mi chiedono che psicanalisi esercito, rispondo che lavoro nel setting freudiano di divano[2] e poltrona. Ma non è un paradosso se dico che sono freudiano sì, ma né ortodosso né eterodosso.

Cosa sono, allora? Sono freudiano e basta.

O forse no, o meglio non esattamente. Dovrei dire che sono freudiano intuizionista. Cosa voglio dire? Voglio dire che applico a Freud la logica intuizionista di Brouwer, il quale ha inventato – ma dovrei dire meglio ha costruito – una logica alternativa all’aristotelica; l’ha indebolita sospendendo tra l’altro il principio del terzo escluso.[3] Per l’intuizionismo, l’alternativa binaria “eterodosso” o “ortodosso” non vale in generale. Giustamente, non vale nel caso di chi, come me, è contemporaneamente non ortodosso e non eterodosso. Non sono freudiano ortodosso, perché non conservo tutto di Freud; per esempio, non applico né in teoria né in clinica la metapsicologia freudiana delle pulsioni; ma non sono neppure eterodosso, perché non butto via tutto di Freud; ammetto innanzitutto l’esistenza dell’inconscio freudiano, come luogo epistemico del sapere che non si sa di sapere, il quale funziona secondo gli assiomi della rimozione originaria e dell’azione differita del sapere o Nachträglichkeit.

Come freudiano sui generis ho scritto un breve saggio sull’inconscio freudiano, intitolato Il tempo di sapere, che forse in questi giorni è già arrivato o arriverà presto in libreria per i tipi di Mimesis. Lo cito qui perché tratta anche di metaanalisi, di cui parlerò in conclusione del mio discorso.

In quel libretto prendo le mosse dalla logica intuizionista per dedurre conseguenze teoriche e pratiche che riguardano il freudismo. Mi chiederete come si possano dedurre conseguenze pratiche, addirittura politiche, proprio dalla logica, che di tutte le scienze umane è la più astratta. Dedicherò buona parte del tempo che mi è concesso a spiegarlo. Le conseguenze, anche politiche, si deducono poi abbastanza rapidamente.

*

Consentitemi un pizzico di autobiografia. Sin da quando entrai in psicanalisi – parlo di quarant’anni fa ormai, cara Gabriella – il mio interesse si rivolse da subito al problema freudiano della negazione che non sempre nega e al problema lacaniano delle scienze congetturali. Aggiungo che la giustificazione freudiana del fatto clinicamente evidente della negazione che non sempre nega non mi ha mai convinto del tutto. La storiella dell’espulsione fuori dall’Io di contenuti psichici sgradevoli e il loro ritorno alla coscienza dell’Io grazie al simbolo della negazione mi è sempre sembrata, per non dire tautologica, pesantemente antropomorfa. Presuppone, infatti, un piccolo uomo dentro l’uomo, che dirige l’uomo. Ho lavorato a questo tema per quindici anni, senza ricavarci molto, anche perché ero inibito dalle dottrine delle scuole di psicanalisi che allora frequentavo. Le dottrine sono fatte per non pensare; addormentano la ragione. Così per quindici anni ho applicato le dottrine freudiane e lacaniane vigenti in certe scuole senza pensare e, quindi, senza risolvere il mio problema.

Poi la svolta. Risale alla fine degli anni Ottanta il mio incontro con l’intuizionismo di Brouwer. Fu un incontro casuale, anche perché l’intuizionismo non era allora e non è tuttora una corrente di pensiero alla moda. Molto probabilmente, solo una trascurabile percentuale dei presenti ha mai sentito parlare di intuizionismo. Ma fu un incontro per me fecondo. Mi auguro che lo sia anche per voi da stasera in poi.

Cosa propone l’intuizionismo? L’intuizionismo propone delle sospensioni di principio; propone una logica “a levare”, contrapposta alla logica “a porre”. La metafora del levare e del porre fu usata da Leonardo per distinguere tra scultura (che leva materia dal blocco di marmo) e pittura (che pone materia sulla tela del quadro); la distinzione piacque così tanto a Freud che la usò per differenziare la psicanalisi, una pratica “a levare” (pregiudizi e rimozioni), dall’ipnosi, una pratica “a porre” (comandi postipnotici).[4] Chissà se anche l’intuizionismo sarebbe piaciuto a Freud? Forse per via dell’attenzione ugualmente sospesa dell’analista, che sospende il suo sapere e i suoi sistemi di giudizio, Freud avrebbe avuto motivo di interessarsi alla logica intuizionista, perché questa “leva” (sospende, ma non nega!) tre principi dalla logica classica: una coppia di doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Vediamolo più da vicino.

Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non implica contraddizione, allora esiste.[5] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire o almeno dare la ricetta per costruirlo.

Volete un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato pensa di falsificare nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[6] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[7]

La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[8] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. Perché dico che sospendere il terzo escluso ci avvicina a Freud? Per almeno tre motivi.

Il primo motivo è di fatto e ci riporta al mio punto di partenza. Se A vel non A non vale sempre, vuol dire che la negazione non copre sempre tutto l’ambito che sta fuori da A, cioè la negazione non nega del tutto. Se il paziente dice che la madre non è, l’analista è autorizzato ad arguire che è la madre e, di fatto, in molti casi è molto probabile che ci azzecchi.

Il secondo motivo è di principio. La sospensione del terzo escluso sospende l’onniscienza implicita nella logica classica, per cui per ogni enunciato si sa dire qualcosa, precisamente che o vale A o vale non A, anche se non si conosce il valore di verità di A. Chiaramente, sospendere l’onniscienza è una condizione necessaria per pensare l’inconscio, se è vero che l’inconscio freudiano è un sapere che non si sa di sapere.

Il terzo motivo è scientifico. Il principio del terzo escluso si può riformulare in termini modali, affermando che è impossibile che A e non A siano entrambi falsi. Ebbene, il discorso scientifico sospende questa impossibilità ed estende il campo d’azione del falso. L’esempio che dà Brouwer è illuminante. Consideriamo la sequenza di dieci cifre 1234567890. Essa esiste nell’espansione decimale di π? Non lo sappiamo. È falso dire che esiste, perché a tutt’oggi, per quanto ne so, non è stata trovata, nonostante si conosca qualche miliardo di cifre di π; ma è anche falso dire che non esiste, perché non si conosce la dimostrazione del teorema che ne nega l’esistenza perché contraddittoria.

[Breve digressione epistemologica, aggiunta dopo la conferenza. Anticamente, nella cosiddetta quaestio disputata si mettevano a confronto due affermazioni: una ortodossa e l’altra eterodossa, A e non A, le quali non avrebbero potuto essere entrambe vere, in nome del principio di non contraddizione. Questo modo di procedere argomentativo, adatto alla teologia, al diritto e alla medicina, cioè alle materie di insegnamento delle università medievali, e finalizzato alla difesa dell’ortodossia, non ha più corso in epoca scientifica. Oggi in fisica si confrontano due teorie che sono, allo stato attuale, entrambe false, benché entrambe poderosamente e paradossalmente confermate da masse strepitose di risultati empirici: la teoria della relatività e la meccanica quantistica; non si sa per quanto tempo ancora la fisica permarrà in questo stato epistemologicamente incerto, che fa vacillare il principio aristotelico del terzo escluso, il quale esclude appunto la possibilità che A e non A siano entrambe false. Adottando nella Questione dell’analisi laica il formalismo della quaestio disputata, Freud si predispone a difendere la propria ortodossia. Oggi, in epoca scientifica, il modo di procedere argomentativo della disputatio si usa solo nei tribunali; non si usa in campo scientifico dove non esistono ortodossie e si procede per confutazioni più che per conferme.]

Il motivo scientifico è chiaramente epistemico e perciò avvicina l’intuizionismo al freudismo. Potrei dire ancora di più e affermare che all’interno della logica intuizionista si possono definire operatori epistemici che formalizzano il significato di affermazioni come “so che” o “desidero che”. Ne ho parlato nel saggio citato, dove uso tesi classiche non intuizioniste, come il terzo escluso e la doppia negazione, per definire operatori che trasformano l’enunciato generico X nell’enunciato epistemico del genere “so che X” o “desidero che X”; il risultato si comporta come il sapere o il desiderio inconsci. Hanno molti teoremi in comune.[9]

Non posso dire di più per non andare fuori tema. Qui mi limito a dire che sia l’intuizionismo sia il freudismo valorizzano il falso: l’intuizionismo attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione per dimostrare la verità; il freudismo, perché tutte le formazioni dell’inconscio che si trattano in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Concludo le premesse logiche affermando che la logica intuizionista, come il freudismo, è una forma di costruttivismo epistemico. Presuppone che tu abbia un sapere e che voglia esprimerlo attraverso una costruzione logica. In questo è affine alla psicanalisi freudiana, che presuppone che tu abbia un inconscio, cioè che tu sappia delle cose che non sai di sapere e che voglia venirne a sapere attraverso certe “costruzioni in analisi”. Per comprendere il seguito del mio discorso tenete presente questo parallelo tra intuizionismo e freudismo.

 

*

 

E la psicopolitica di cui volevi parlare – mi chiederete – dove è andata a finire?

La psicopolitica sta giusto dietro l’angolo. Ma prima di svoltare l’angolo mi preme fare una seconda precisazione sul genere di freudiano che io sono, questa volta positiva. Non sono ortodosso e non sono eterodosso, come ho detto; sono un freudiano che applica Freud a Freud. Dovrebbe essere evidente da quanto precede. Voi forse avete recepito poco delle mie precedenti elucubrazioni logiche, ma non potete non aver notato che sono partito da Freud – dalla sua negazione che non sempre nega – e dopo una lunga perifrasi intuizionista sono tornato a Freud con una teoria meno ortodossa, ma certamente più scientifica, quindi – dal mio punto di vista che considera la psicanalisi una scienza – più autenticamente freudiana.

Vi interessa la scienza, in particolare quella freudiana?

Se sì, allora preparatevi a fare un secondo giro sulla mia giostra.

Freud ha prodotto le sue tesi di psicologia sociale nell’arco dei cinque lustri che vanno da Totem e tabù fino a L’uomo Mosè e la religione monoteista. Si sa che Freud non voleva fare il medico ma lo scienziato sociale; maturati i 55 anni, ormai libero dagli impicci che gli imponeva la pratica professionale della psicoterapia, realizzò le proprie aspirazioni. Nel poco tempo che mi rimane, neppure volendo potrei dare un quadro sintetico delle posizioni sociologiche di Freud. Mi limito, allora, a segnalare un tratto comune a tutte loro: quello su cui ritengo necessario far leva per operare un piccolo ma fondamentale spostamento del freudismo; necessario, dico, per passare dalla vecchia politica della psicanalisi a una nuova. La mia segnalazione vuole anche correggere una potenziale non dico incoerenza, ma incongruenza della dottrina freudiana.

Possiamo dimenticare tutto di Freud, dicevo, ma una cosa almeno dobbiamo conservare, se vogliamo ancora dirci freudiani. Freud ha inventato l’inconscio. Ha fatto esistere l’inconscio non solo in teoria, come von Hartmann o come Nietzsche, ma anche in pratica, inventando il dispositivo tecnico per farlo parlare e raccogliere le sue testimonianze nel setting analitico. Allora parto da qui: l’inconscio è un’invenzione epistemica; presuppone nel soggetto un sapere che è inconscio, cioè che non si sa di sapere. Tutto il lavoro di analisi consiste nel levare parzialmente l’ignoranza del sapere che il soggetto non sa di sapere, per portarlo a sapere.

Ebbene, affermo che l’incongruenza freudiana consiste in questo: l’inconscio freudiano è di natura epistemica, ma la sociologia di Freud non è epistemica: è ontologica. Freud presuppone un originario stato di natura, da cui il nostro stato attuale deriverebbe. “Stato” è il participio passato del verbo “essere”, non del verbo “sapere”. Detto nei termini della filosofia antica, Freud presuppone una phusis, una natura, di cui inizialmente parla in termini mitologici e successivamente offre versioni filosoficamente meglio argomentate, ma sempre in termini ontologici. Si può correggere la sociologia ontologica di Freud, riportandola nell’alveo dell’intuizione epistemica dell’inconscio? Si può correggere Freud rimanendo freudiani?

Non è facilissimo. Bisogna prima comprendere la difficoltà di fronte alla quale si trovava Freud. Freud non voleva fondare una sociologia qualsiasi; aveva in mente la sociologia della funzione paterna. Allora si trovò di fronte a un bivio: o battere la strada epistemica o quella ontologica. Il padre è incerto. Secondo la mitologia prescientifica l’incertezza sul padre si risolve uccidendolo per farlo esistere e poter prendere il suo posto; in epoca scientifica l’incertezza sul padre inaugura la pratica del dubbio cartesiano, che evolve nel progresso scientifico e nel legame sociale corrispondente. Durante la sua analisi con Fliess, Freud aveva imboccato a livello individuale la strada mitologica, precisamente edipica, e una volta passato sul piano collettivo continuò in quella direzione. Dieci anni dopo la sua analisi individuale, per descrivere il collettivo Freud tradusse il mito individuale di Edipo nel mito collettivo dell’orda primitiva.

Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin. Sapete di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[10] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Dall’approccio mitologico o ontologico deriva la teoria dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche; in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[11] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[12] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno senza interagire tra loro in qualche forma di mercato o di scambio reciproco, come monadi senza finestre, alla Leibniz, o come anime belle, alla Hegel.[13] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[14] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero si interpreta senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Freud - Identificazione nell'uno

Sul web si presenta così:

Führer

La storia è raccontata in modo solo un po’ più complicato nell’Uomo Mosè, dove il padre originario non propone se stesso come padre vero ma annuncia l’Unico vero Dio Padre. Anche lui viene ucciso; l’uccisione dell’ambasciatore di Dio convalida la legge come legge di Dio. Il “Dio è morto” di Nietzsche, racconta in sintesi la storia del parricidio. Dio è tanto più efficace quanto più è morto, racconta Freud. Se Dio non morisse non ci sarebbe alcun superuomo, tanto meno uomini.

Tra le due narrazioni edipiche, l’individuale e la collettiva, si situa logicamente l’elaborazione freudiana della pulsione di morte, che presuppone lo stato di natura della lotta di tutti contro tutti, l’homo homini lupus, secondo Hobbes.[15] Non potendo reggere a lungo questo stato universalmente e perennemente conflittuale, la civiltà richiede all’individuo di rivolgere l’aggressività verso gli altri contro se stesso, generando il disagio tipico dell’essere civile. Freud trasferisce così la mitologia dal padre al figlio; passa dal parricidio a una sorta di malattia autoimmune del soggetto contro il soggetto, che può arrivare al suicidio.[16] Questa è mitologia.

La mitologia non si discute, perché la mitologia è verità in assenza di sapere. Ma interroghiamoci su questa assenza di sapere: cosa c’entra la mitologia freudiana con il sapere che non si sa di sapere, cioè con l’inconscio? Stringiamo la domanda a un contesto più vicino a noi: cosa c’entra la mitologia dell’orda con la costituzione del legame sociale tra analisti e analizzanti? Purtroppo c’entra di fatto; sappiamo bene come sono andate le cose nel movimento psicanalitico e perciò non ho bisogno di entrare nei dettagli: le scuole di psicanalisi sono costruite come orde primitive. Incarnano la sociologia ideale di Freud. I vecchi come me che hanno vissuto nell’Ecole freudienne de Paris lo sanno bene. Del resto è un’esperienza comune nella storia del movimento psicanalitico, animato da sempre da orde che si combattono spasmodicamente tra di loro. La politica della psicanalisi è nata vecchia, anzi primitiva.[17] Ma cosa c’entra, in linea di principio, il modello di legame sociale identificatorio e autoaggressivo con l’inconscio? Cosa c’entra la mitologia dell’orda primitiva con il generico interesse per il sapere inconscio che chiunque può coltivare?

La mia risposta è semplice e categorica: poco o nulla. E per fortuna; chi abbia interesse un minimo interesse intellettuale per la psicanalisi, e non è necessariamente analizzante di qualche analista o membro di qualche scuola di psicanalisi, non è obbligato a calarsi nello schematismo dell’orda per recepire alcunché della proposta freudiana.

Ecco allora la mia proposta: abbandoniamo la mitologia freudiana e la connessa ontologia, anche a costo di passare per antifreudiani, e passiamo all’epistemologia. Più concretamente: abbandoniamo un certo freudismo e la sua mitopsicologia e rifacciamoci all’esperienza dell’analisi freudiana.

 

*

Quella che sto per dire è un’ovvietà.

Chi ha fatto esperienza d’analisi ha fatto esperienza del transfert. Il transfert non è un’esperienza esclusiva dell’analisi. Praticamente ogni amore ha una componente di transfert. Ma solo in analisi il transfert si analizza, rivelando la sua verità di falso amore.

Sto tornando a parlare di vero e di falso, quindi di logica, quindi di sapere. Non è un mio sintomo, ma una necessità che, sfruttata a dovere, ci consente di fare un passo avanti.

Chi più di altri teorici ha messo in evidenza la natura epistemica del transfert è stato Lacan. Secondo questo autore il transfert esordisce come supposizione di sapere. Il soggetto trasferisce sull’analista la propria libido, il proprio Affekt,[18] si dice in tedesco, cioè la propria eccitazione psichica, se suppone che l’analista conosca il suo desiderio. Lacan propone la figura del soggetto supposto sapere, che è in linea con la concezione epistemica dell’inconscio.[19]

Preferisco seguire questa concezione epistemica del transfert, piuttosto che quella freudiana di ripetizione di vissuti infantili, perché più in linea con la concezione epistemica di inconscio come sapere non saputo. Certo, anche nella concezione epistemica del transfert si ripete un vissuto infantile: il soggetto suppone che l’analista sappia il suo desiderio come da piccolo supponeva che i genitori leggessero i suoi pensieri. Ma la supposizione epistemica è per me preferibile all’ontologica, perché permette la rielaborazione; la si può modificare, mentre la concezione ontologica non lascia scampo a nulla che non sia l’eterna ripetizione dell’identico. Non si vede come si possa evitare la ripetizione dei traumi infantili, rimanendo a livello di quel che è stato. Quel che è stato è stato e non si modifica; lo si può solo dimenticare. Invece il pensiero e le supposizioni si possono modificare. La stessa pratica psicoterapica dell’analisi non può indugiare nell’ontologia; poco o tanto deve diventare epistemica, se vuole curare qualcuno.

La mia proposta, che occuperà le ultime battute della mia conferenza, ci avvicina finalmente alla politica della psicanalisi. A mio parere, grazie alla supposizione di sapere nell’altro si possono non solo praticare delle cure per le nevrosi, ma anche creare tra analisti, tra analizzanti e tra analisti e analizzanti dei legami sociali più consoni all’esperienza del transfert fatta in analisi, quindi in ultima analisi legami intersoggettivi più analitici, cioè più consoni alla teoria epistemica dell’inconscio.

Per essi ho inventato un neologismo. Parlo, infatti, di legami metaanalitici.

Cosa intendo?

Intendo l’applicazione dell’analisi all’analisi per promuovere l’analisi; intendo l’elaborazione del sapere analitico per far progredire il sapere analitico. Le cose potrebbero andare così.

Io suppongo un certo sapere nel collega che ha fatto un’esperienza – credo – simile alla mia; suppongo cioè che io e lui abbiamo elaborato delle forme di sapere in parte uguali, in parte diverse; addirittura, se siamo freudiani, supponiamo di avere ciascuno un inconscio, cioè un sapere che non sappiamo di sapere: io il mio, lui il suo, non essendo escluso il caso che io sappia meglio di lui ciò che lui non sa di sapere e lui meglio di me ciò che io non so di sapere. Si tratta, come propone John Rawls, di operare sotto la copertura di un “velo di ignoranza”.[20] Insieme facciamo delle congetture reciproche sui nostri saperi, che sono teoremi non ancora dimostrati di potenziali teorie. Da essi tentiamo di dedurre conseguenze, che li confutino. Finché dura questo lavorio sul sapere comune, dura tra me e il collega un legame epistemico. Quando il lavorio epistemico cessa, cessa il legame sociale. Poco male, perché il legame si riallaccia con qualche altro collega a partire da altre e rinnovate supposizioni.

Il legame metaanalitico è questo legame basato su congetture epistemiche.

Certo, è un legame più labile di quello ontologico; in particolare, è più instabile del legame identificatorio al capo dell’orda, che ha fondato la scuola di appartenenza, ma è più fecondo non solo di teoria ma anche di intuizioni da applicare nel lavoro clinico, nella pratica della cura, essendo omogeneo rispetto alla cura. Sul legame metaanalitico non si potranno fondare riti di convivenza stabili, perché è come una forma di libero amore, contingente; ma non è meno appassionato e non meno appassionante, perché si basa sull’amore del nuovo, che in epoca scientifica ha preso il posto della verità.

Per finire mi chiedo: sono veramente poco freudiane queste considerazioni metaanalitiche? Freud avrebbe potuto formularle?

In teoria, sì, in pratica, no.

In teoria, sì; essendo considerazioni epistemiche, cioè della stessa natura dell’ipotesi dell’inconscio, Freud avrebbe potuto arrivare a concepire un legame metaanalitico nei termini, per esempio, in cui ha parlato di psicanalisi come posteducazione, nel Compendio di psicanalisi.[21] In pratica, però, Freud non poteva concepire qualcosa di simile alla metaanalisi per tre ordini di ragioni.

La prima ragione è di ordine politico. Il legame metaanalitico è par provision, avrebbe detto Cartesio. Ha la vita breve delle congetture scientifiche, che durano finché non vengono falsificate. Freud, invece, voleva affidare la sua giovane scienza a una struttura sociale stabile, per non dire perenne. Neppure l’università gli andava bene. E l’affidò, allora, a una struttura arcaica, che dura dalla preistoria ed è la nostra eredità arcaica[22] o traccia mnestica filogenetica:[23] precisamente all’orda primitiva o Urhorde. Il ragionamento inconscio di Freud sarebbe stato: l’orda primitiva nacque 10.000 anni fa, ai tempi dell’ultima glaciazione; affidando la psicanalisi a una struttura arcaica, le garantisco una sopravvivenza di almeno altri 10.000. Così Freud fondò la prima società di psicanalisi di cui era il monarca assoluto, fondata su precisi riti di formazione dell’analista che durano tuttora. Peccato che il mito dell’orda primitiva non abbia molto credito tra i paleontologi. Il trucco di riferirlo all’autorità di Darwin non ha funzionato né in teoria né in pratica. Oggi la psicanalisi è mummificata nelle scuole di psicoterapia, che dell’orda primitiva freudiana non hanno più nulla, ma sono semplici agenzie formative protette dallo Stato.

La seconda ragione è di ordine scientifico. Freud non poteva fondare una psicanalisi scientifica, quindi non poteva concepire un legame di convivenza scientifica tra i praticanti della psicanalisi, perché non era scientificamente aggiornato sulla scienza dei suoi tempi.[24] Quando scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. Della genetica mendeliana non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke. Quando scriveva L’avvenire di un’illusione, Heisenberg formulava il principio di indeterminazione della meccanica quantistica. La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica. La sua metapsicologia è organizzata come un libro di patologia medica, con tanto di eziologia e patogenesi in testa. Infatti, Freud condivideva il pregiudizio, che è giunto fino a noi, che la medicina fosse una scienza. Organizzare la teoria psicanalitica in nome del principio di ragion sufficiente, che vige in modo ferreo in medicina, significa estromettere la psicanalisi dal campo della scientificità. Purtroppo è quel che ha fatto Freud, di cui noi oggi paghiamo le conseguenze. Oggi esiste una legge che norma la psicoterapia, quella psicanalitica compresa, mentre non esiste ancora una legge che norma la fisica nucleare o la biologia darwiniana.

La terza ragione è di ordine specificamente psicanalitico. Freud non ha formulato una teoria specificamente psicanalitica del legame sociale. Se ricordate il disegno che Freud presenta alla fine dell’viii capitolo della sua Psicologia delle masse vedete che gli individui sono rappresentati da tratti pieni, che vanno dall’oggetto all’ideale dell’Io, mentre i legami intersoggettivi sono linee tratteggiate. Vuol dire che i legami sociali interindividuali non esistono? Vuol dire che esistono poco; non sono diretti, frutto dell’interazione tra soggetti, ma indiretti, mediati dalla comune identificazione con l’oggetto esterno comune, il capo dell’orda. Ma senza teoria analitica del legame sociale non ci può essere un legame sociale analitico.

Passando da Freud a noi, c’è da sfatare un altro luogo comune, che ci riguarda. Siamo soliti affermare che la scienza pretende di affermare verità categoriche, certezze assolute da applicare per sempre uguali a se stesse. Il comune senso filosofico ama dire che la scienza è un sapere che garantisce la propria verità. Questo è falso; la scienza non nutre di queste pretese, che lascia volentieri alla religione. Neppure la psicanalisi nutre pretese di verità. La psicanalisi è, come propone Lacan, una scienza congetturale[25] tanto quanto la fisica, la biologia e tutte le scienze umane. La psicanalisi, come ogni altra scienza, non è una religione, perché “non può se non avanzarsi” diceva Galilei,[26] e avanza mutando pelle, non conservando nei secoli la stessa dottrina, depositata in qualche catechismo. La conservazione è un problema di chi ha il potere; la scienza non ha potere, almeno finché non viene corrotta dal potere e, allora, cessa di essere scienza autonoma.

La metaanalisi – allora, e concludo – sarebbe una forma di pratica scientifica che mi sembra consona con le premesse freudiane; nel mio immaginario potrebbe estendere i riti freudiani dal piano individuale della cura psicanalitica al piano collettivo dell’analisi in quanto tale; anche nell’immaginario di Lacan, il conseguente legame sociale potrebbe risultare “ripulito da ogni necessità di gruppo”.[27]

Uso il condizionale, perché conosco bene le resistenze che si interpongono alla realizzazione di questa mia fantasia politica sulla psicanalisi. Undici anni fa feci a Milano una proposta analoga, che rimase lettera morta.[28] Perché? Credo di saperne alcune ragioni.

Perché i colleghi si sentono giudicati negativamente da una proposta che svaluta come non psicanalitica la loro formazione, che è avvenuta in termini di identificazione al loro maestro e alla dottrina della loro scuola? Questo è verissimo; purtroppo non so proprio come evitare questo scoglio, se non ricordando che la mia proposta non ha nulla di personalistico; mira a riformare la teoria politica della psicanalisi; non è una religione che richiede la conversione personale.

Perché i vecchi analisti, che possiedono le chiavi della dottrina, vogliono mantenere il potere di formare i giovani? Sì, c’è anche questo.

Perché a un certo punto ci si fissa su alcune acquisizioni che si considerano incontrovertibili e si vuole vivere tranquilli? Come negarlo?

Perché è finito il tempo della ricerca e ora dobbiamo guadagnarci da vivere? Certo. Tutto vero, ma il problema è più serio. Permettetemi di dirlo.

All’analisi, quindi a maggior ragione alla metaanalisi, si resiste a priori. La scoperta delle resistenze all’analisi è stata la grande scoperta pratica di Freud, una scoperta della stessa portata di quella dell’inconscio. All’analisi si resiste come si resiste alla scienza. Ma ecco l’inatteso paradosso! Alla scienza resistono non solo i suoi detrattori, ma gli stessi scienziati. Darwin resisteva alla propria teoria della selezione naturale, invocando il gradualismo nella formazione delle specie, rischiando di compromettere il suo “lungo ragionamento”, come lo chiamava lui. Einstein resisteva alla meccanica quantistica, che pure contribuì a far progredire. Freud resistette all’analisi da lui inventata, codificandola come dottrina eziologica di stampo medico,[29] chiamata metapsicologia, e rischiando di vanificare l’invenzione dell’inconscio.

E noi? E noi, che non resistiamo meno di quei grandi alla scienza, cosa possiamo fare?

Qualcosa, non poco e non da poco, lo possiamo fare; possiamo elaborare le nostre resistenze, magari inflettendole di quel poco o di quel tanto che basta a far emergere del nuovo. Non da soli, ovviamente, ma con chi ci sta.

Questo chiamo metaanalisi, se mai esiste. E siccome siamo intuizionisti, la metaanalisi esisterà, se la costruiremo. Ma attenzione, il lavoro da fare è molto.

Auguri di buon lavoro.

 


[1] Conferenza tenuta a Roma alla Libreria Mondadori di via Piave 18 il 24 gennaio 2013 su invito della d.ssa Gabriella Ripa di Meana.

[2]  Il termine freudiano non è né il goethiano Diwan né l’attuale Couch, ma è Ruhebett, “letto da riposo” (probabilmente contrapposto a “letto dove dormire”). Cfr. S. Freud, “Die Freudsche psychoanalytische Methode” (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 5 e S. Freud, “Zur Einleitung der Behandlung” (1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. viii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 467. Oggi la parola “divano” ricorre raramente nella letteratura psicanalitica. Si preferisce “lettino”; è un termine più medico (si pensi al lettino ginecologico).

[3]  La tecnica della sospensione è tipicamente moderna; fu inaugurata con l’invenzione delle geometrie non euclidee, che sospendono il postulato euclideo dell’unicità della parallela. La fisica quantistica si costruisce sospendendo la commutatività delle variabili dinamiche, valida in fisica classica. Le citate sospensioni non sono tra loro indipendenti, ma non posso entrare dell’analisi di questo punto interessante ma tecnicamente delicato.

[4]  Cfr. S. Freud, Über Psychotherapie (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 17; trad. in osf, vol. iv, p. 432. Sono “a porre” quasi tutte le teorie psicanalitiche postfreudiane, che pongono nuovi significanti al centro delle loro speculazioni: Jung gli archetipi, Lacan i significanti, Bion la griglia. Personalmente preferisco teorizzare per via di “levare”, sospendendo per esempio il principio di ragion sufficiente.

[5]  In formule, Ø($x.f(x) ® Æ) ® $x.f(x), dove Ø è il simbolo della negazione, $ il quantificatore esistenziale applicato alla variabile x, ® il simbolo dell’implicazione e Æ è usato come simbolo della contraddizione. Poiché ($x.f(x) ® Æ) equivale a Ø$x.f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: ØØ$x.f(x) ® $x.f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[6]  In formule, Ø$x.Øf(x) ® “x.f(x), dove ” è il quantificatore universale.

[7]  I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[8]  In formule, A Ú ØA, dove Ú indica l’operatore dell’alternativa vel.

[9] Nel citato Il tempo di sapere ne passo in rassegna alcuni.

[10] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. osf, vol. ix, p. 310.

[11] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[12] Ivi, p. 137, trad. osf, vol. ix, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[13] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[14] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[15] Si tratta di una mitologia ontologica che dall’Asinaria di Plauto arriva fino ai nostri tempi con la lotta servo-padrone di Hegel e la lotta di classe di Engels e Marx.

[16] Darwin non ha insegnato nulla a Freud, ivi compresa la lezione di biologia sul lupo, che è l’animale meno lupo che ci sia per i lupi; si sa che il lupo arriva a sacrificare se stesso per la sopravvivenza del branco.

[17] Non che la politica ordinaria, almeno in Italia, sia esercitata da soggetti meno primitivi.

[18] Affekt è un falso amico, non si traduce “affetto”!

[19] Infatti, già per dire “si suppone” Euclide dice upokéitai. Il soggetto è per definizione upokéimenos, supposto, participio passato di upokéisthai. Non c’è soggetto senza correlata supposizione epistemica già dal iii secolo a.C.

[20] J. Rawls, Una teoria della giustizia (1971), trad. U. Santini, Feltrinelli, Milano 1991, cap. i, § 3, p. 28. La proposta estesa della posizione originaria e del velo di ignoranza è ivi, cap. iii, § 24, p. 125.

[21] Nacherziehung. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 101; trad. osf, vol. xi, p. 602.

[22] Archaische Erbschaft. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 89; trad. osf, vol. xi, p. 594. Vedi anche S. Freud, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (1937-1938), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvi, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 204-205; trad. osf, vol. xi, p. 594.

[23] Phylogenetische Erinnerungsspur. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 117n; trad. osf, vol. xi, p. 421.

[24] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900.

[25] Il tema della congettura e delle scienze congetturali occupa Lacan per almeno un ventennio. Cfr. J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, pp. 284-286; J. Lacan, “Variantes de la cure-type” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 361; J. Lacan, “La chose freudienne ou Sens du retour à Freud en psychanalyse” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 435; J. Lacan, “Situation de la psychanalyse et formation du psychanalyste en 1956” (1956), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 472; J. Lacan, “Subversion du sujet et dialectique du désir dans l’inconscient freudien” (1960), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 806; J. Lacan, “La science et la vérité” (1965), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 863; “Lacan in Italia”, La Salamandra, Milano 1978, p. 112-113 (“Je considère que cette façon de manipuler la vérité comme valeur c’est le propre même de la conjecture, c’est transposer la vérité sur le plan de la conjecture. […] Le rapport entre la conjecture et le savoir implique évidemment la fonction du réel; comunicazione personale, 31 marzo 1974).

[26] G. Galilei, “Dialogo dei massimi sistemi (Prima giornata)” (1624-1630), in Galileo Galilei Opere, a c. F. Flora, Ricciardi, Milano Napoli 1953, p. 391.

[27] J. Lacan, “L’étourdit” (1972), in Scilicet, 1973, n° 4, p. 31; ristampato in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 474.

[28] A. Sciacchitano, “‘Pensiamo, dunque sono’. Note sul legame sociale epistemico”, in Il legame sociale tra psicanalisti, a cura di M.V. Lodovichi e A. Sciacchitano, Milano Palazzo delle Stelline, 2 febbraio 2002, ets, Pisa 2003, pp. 199-225. Si trova all’url: http://www.sciacchitano.it/Alle%20soglie%20del%20sito/Pensiamo%20dunque%20sono.pdf .

[29] La medicina non è una scienza, anche se ai medici vengono assegnati i premi Nobel. La medicina è una tecnica di cura organica, che applica risultati acquisiti altrove: in chimica, fisica, biologia. Ne parlo alla pagina http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Perch%C3%A9%20la%20medicina%20non%20%C3%A8%20scienza.html

 

Vita dura per i freudiani

Non è meno dura la vita per i lacaniani, ma di questo secondo capitolo di una triste storia – la Storia del movimento analitico – parlerò in un altro documento.

Non se ne rendono ben conto i freudiani ortodossi, a cui va bene la riduzione nordamericana della psicanalisi a psicoterapia. Ma oggi è difficile essere autenticamente freudiani. Chi ci prova, riesce – ben che vada – a essere… freudista.

Cioè?

Il freudista è uno che abita nel freudismo, un luogo dove si conserva la lettera – tutte le lettere – del dettato freudiano. Che non cada uno iota dalla tavola della legge freudiana, è il motto dell’ortodossia freudista. L’ortodossia è sempre totalitaria, non solo nel caso freudiano. E il risultato dell’applicazione dell’ortodossia è sorprendente: la pratica del freudismo diventa, senza che il freudista se ne accorga, una pratica medica.

Nella trappola cadde anche Freud, che pure aveva iniziato bene, avviando la costruzione della sua “giovane-nuova” scienza (junge Wissenschaft) dell’inconscio: una scienza diversa dalla psicologia filosofico-scolastica dei suoi tempi, simile alla psicologia cognitivista dei nostri, che riduce tutto lo psichico al conscio. Le testimonianze parlanti di questo avvio scientifico sono negli Studi sull’isteria e nella Scienza dei sogni. Tuttavia, anche lì si possono riscontrare i primi segni della degenerazione non scientifica, precisamente medica, forse inevitabile, della psicanalisi.

Sigmund Freud
Sigmund Freud
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