Freud e la Gestapo

L’abilità e l’acume di Freud nel creare motti di spirito riusciti sono cosa nota.1 Le sue lettere abbondano di commenti salaci, che a volte veicolano una malcelata aggressività, altre invece sono in grado di stemperare le situazioni più critiche e drammatiche.

Sono soprattutto queste ultime occasioni a rivelare la notevole capacità di Freud di elaborazione creativa di vissuti emotivi dolorosi, finanche tragici: Qui l’ironia, motto di spirito che impiega la “figurazione mediante il contrario”,2 sconfina nell’umorismo, “il più elevato”3 meccanismo di difesa capace di modulare affetti penosi senza ricacciarli nell’inconscio e che diviene positivamente grandioso “là dove le circostanze in cui si trova la persona che fa dell’umorismo non inibiscono la nostra ammirazione”.4

Uno degli esempi senz’altro più noti di una simile modulazione ironica della tragedia non proviene in verità dai ricchi e numerosi epistolari freudiani, ma da un episodio tramandatosi lungo la storia della psicoanalisi principalmente – ma non solo – attraverso la classica biografia freudiana di Ernest Jones, il quale, in merito ai laboriosi preparativi per la fuga di Freud da Vienna e dai nazisti avvenuta infine il 4 giugno 1938, ci racconta quanto segue:

Freud non smise il suo atteggiamento ironico di fronte alle complicate formalità che si dovettero superare. Una delle condizioni per ottenere il visto d’uscita fu quella di firmare un documento che diceva press’a poco così: «Io Prof. Freud qui dichiaro che dopo l’annessione dell’Austria al Reich tedesco sono stato trattato dalle autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla mia fama di scienziato, che ho potuto vivere e lavorare in piena libertà, che ho potuto continuare a svolgere le mie attività nel modo che più desideravo, che da questo punto di vista ho trovato pieno appoggio nelle persone interessate e che non ho il minimo motivo di lamentarmi». Quando il commissario nazista venne a presentarglielo, Freud non ebbe naturalmente alcuna esitazione nel firmarlo, chiese però se gli era concesso aggiungere una frase, che fu: «Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia».5

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La consegna di Giovanni Sias

È simile a dei ragazzi che stanno nelle piazze e gridano a altri, dicendo: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non vi siete battuti il petto
Matteo 11, 16-17

Nella mia ultima lettera, scrivevo a Giovanni Sias di avere terminato di costruire i file di stampa e di copertina del libro, da lui curato, delle interviste inedite a Giuseppe Pontiggia rimaste nel cassetto per trent’anni – quel libro a cui dichiarava di tenere più di ogni altro.1 La sua estrema volontà era di saperlo certamente pubblicato, anche se forse non avrebbe avuto il piacere di tenerlo tra le mani. Stavo per inviare i file in tipografia, quando Daniela Marcheschi (a cui si deve la Prefazione) mi ha inviato una quarantina di indirizzi di articolisti che lo avrebbero recensito su quotidiani e riviste. Si poneva così la questione di chi dovesse ricevere i libri stampati e occuparsi degli invii. Date le condizioni di Sias, spettava a me il compito di soddisfare il suo estremo desiderio. La lettera con cui lo rassicuravo in tal senso non ha fatto in tempo a raggiungerlo in vita. Ma la sua risposta mi è giunta in sogno, la notte di ferragosto.

Mi trovo nella casa in cui sono nato e vengo sorpreso dallo squillo imperioso del campanello. Mentre vado ad aprire, i miei movimenti sono lenti e pesanti, mi trascino con grande sforzo verso la porta, mentre tutto il mio corpo sembra opporsi. En passant, scorgo in un letto la sagoma informe di mio padre, completamente sepolto sotto un ammasso di coperte. Quanto meno, penso, uno “straccio di padre” ce l’ho (avuto). Apro infine la porta di casa e nel buio delle scale intravvedo “l’ombra di un volto imperscrutabile nell’ombra”. Nonostante l’angoscia, non mi sveglio. Con uno sforzo penoso trovo la voce per chiedere:
Per chi è la consegna?
È per te, mi sento rispondere.

Nel sogno riconosco i tratti pavidi della nevrosi (se l’angoscia mi avesse svegliato, la capitolazione sarebbe stata completa), che ad ogni invocazione, ad ogni promozione di un’investitura, si aggrappa a uno straccio di padre e volentieri si schermisce: destinatario assente, si prega di ripassare. Non senza motivo: la consegna va ben al di là di un compito editoriale, per affidarmi (insieme ad altri: cuique suum), un’eredità spirituale ancora tutta da stimare, l’esito di una ricerca all’insegna del motto della Lega anseatica caro a Freud: navigare necesse est, vivere non necesse. Leggi tutto “La consegna di Giovanni Sias”

Freud ad Adler: una traccia superstite dell’origine del movimento psicoanalitico

Nell’autunno del 1902 Freud spedì una cartolina ai quattro colleghi… Adler, Kahane, Reitler e Stekel, invitandoli in casa sua per discutere del suo lavoro. Secondo Stekel l’idea partì da lui, e questo è confermato dall’osservazione di Freud secondo la quale «il suggerimento gli provenne da un collega che aveva esperimentato personalmente i vantaggi della terapia analitica».1

Così Ernest Jones nella sua monumentale biografia freudiana, dando forma a quella che è la versione classica della fondazione della Società Psicologica del Mercoledì, primo nucleo del movimento psicoanalico che nel corso dei decenni si sarebbe diffuso in tutto il mondo.

A quella di Jones, che resta una ricostruzione fatta a posteriori, si possono affiancare le testimonianze dirette di due dei partecipanti, la prima delle quali, di Freud, è ricordata dallo stesso Jones.

Scrive dunque Freud in Per la storia del movimento psicoanalitico:

Dall’anno 1902 una schiera di giovani medici mi si fece attorno con l’esplicita intenzione di imparare, esercitare e diffondere la psicoanalisi. A ciò li aveva indotti un collega, che aveva sperimentato su se stesso i benefici effetti della terapia analitica. In serate determinate ci si riuniva nella mia abitazione, si discuteva secondo certe regole, si cercava di orientarsi in questo campo di indagine sconcertante per la sua novità, e di conquistare ad esso l’interesse di altre persone.2

La versione di Freud, si vede, è più vaga della ricostruzione di Jones: non si specificano i nomi dei colleghi fondatori della Società né la modalità del loro invito. Leggi tutto “Freud ad Adler: una traccia superstite dell’origine del movimento psicoanalitico”

Il masochismo di Freud

Scientificamente parlando

I due saggi di Freud, qui proposti in una traduzione meno parafrasata dell’ufficiale, sono simili e diversi. Sono simili per l’argomento trattato, il masochismo; sono diversi per il modo di trattarlo. Si batte un bambino (1919) è più clinico, ma anche meno ben definito; Il problema economico del masochismo (1924) è più astratto, ma anche più rigoroso. Uno è la premessa empirica, l’altro il suo sviluppo teorico. Perciò mi sembra naturale presentarli insieme, con alcune indicazioni di lettura sul comune contesto.

Supponendo noti i principi fondamentali della dottrina freudiana – l’Edipo, la castrazione, la metapsicologia delle pulsioni sessuali e di morte – prendo spunto da questi due saggi per uscire da certe ristrettezze teoriche del freudismo, che Freud intravvide senza tuttavia superarle. Svolgo il discorso all’insegna della moderna scientificità. Spero che interessi anche chi non abbia una pratica scientifica, ma si limiti ad applicare una tecnica professionale, nel caso terapeutica. Leggi tutto “Il masochismo di Freud”