Le diverse forme del transfert secondo Stekel

Nel 1923, riferendosi alla serie di Scritti tecnici di Sigmund Freud degli anni 1911-14, Sándor Ferenczi e Otto Rank commentavano: “Freud stesso, come è noto, [è] sempre stato estremamente riservato in merito a tale questione, tant’è che egli, ad esempio, da circa dieci anni non pubblica alcun lavoro orientato alla tecnica. I suoi pochi saggi tecnici [raccolti in Sammlung kleiner Schriften zur Neurosenlehre, IV Folge] sono stati, anche per quegli analisti che non si sono sottoposti ad alcuna analisi didattica, le sole linee guida del loro operare terapeutico, benché tali lavori, certamente incompleti e ormai superati in alcuni punti per il progresso intercorso, persino secondo lo stesso Freud appaiano bisognosi di aggiornamenti”.[1]

Sono righe che fanno riflettere, se si tiene conto che, a quasi un secolo dalla loro stesura, paiono ancora stridere con la ricchezza di insegnamenti che, in realtà, gli Scritti tecnici di Freud hanno da offrire anche oggi. Anche a noi. Monito dunque a non interrompere mai lo studio e il ritorno al testo freudiano, l’osservazione di due dei grandi pionieri della psicoanalisi ci restituisce in realtà più una costante limitatezza del nostro sapere e saper fare (nella misura in cui inesaurito resta ciò che la parola di Freud ci consegna) che non degli Scritti tecnici in sé. Leggi tutto “Le diverse forme del transfert secondo Stekel”

Freud parla del transfert… con se stesso

Ripropongo un brano della Questione dell’analisi laica in cui Freud dialoga sul transfert con un interlocutore imparziale, che egli si immagina davanti a sé mentre sta scrivendo. Freud espone all’imparziale il carattere centrale del transfert nel trattamento analitico: l’uso del transfert per superare le resistenze del paziente al sapere come elemento distintivo del trattamento analitico; i due tempi del transfert, il primo tempo caratterizzato da un investimento affettivo che favorisce la fiducia sia nei confronti dell’analista che del lavoro analitico e invece il secondo tempo dove fa capolino l’ostilità e l’intrecciarsi con la resistenza; la nevrosi di transfert come nevrosi artificiale in cui il paziente riproduce ciò che non può ricordare e offre così un materiale da elaborare che si riversa in un unico punto, ovvero sulla persona dell’analista.

La questione dell’analisi laica – Capitolo V

[…]

Guardi, se mai avessi avuto voglia di fare il suo mestiere, tentando io stesso di analizzare qualcun altro, quello che mi ha comunicato sulle resistenze me l’ha fatta passare del tutto. Ma come vanno le cose con la particolare influenza personale, che Lei ha appena ammesso? Non riesce a spuntarla sulle resistenze?

È un bene che l’abbia chiesto ora. Questa influenza personale è la nostra arma dinamica più forte, è la novità introducendo la quale mettiamo in movimento la situazione. Non riuscirebbe a tanto il contenuto intellettuale dei nostri chiarimenti, perché il paziente, condividendo gli stessi pregiudizi dell’ambiente, ha tanto poco bisogno di credere in noi[1] quanto i nostri critici scientifici. Il nevrotico si mette al lavoro perché dà credito all’analista e gli crede perché acquisisce un particolare atteggiamento emotivo verso la persona dell’analista. Anche il bambino crede solo alle persone da cui dipende. Le ho già detto in quale direzione utilizziamo questa influenza “suggestiva” particolarmente grande. Non per reprimere il sintomo – e ciò distingue il metodo analitico da altri procedimenti di psicoterapia – ma come forza motrice, per indurre l’Io del malato a superare le proprie resistenze.[2]

E quando riesce, non fila via tutto liscio? Leggi tutto “Freud parla del transfert… con se stesso”

Freud incontra la Sfinge. Intervista del 1926

Propongo la prima traduzione italiana dell’intervista che George Sylvester Viereck fece a Sigmund Freud nell’estate del 1926. Gli elementi di interesse di questa conversazione sono molteplici. Essa ci offre innanzitutto uno sguardo sull’umanità di Freud, sul suo intimo rapporto con la vita e con la morte, proposto con grande leggerezza e caratterizzato da svariate incursioni nel campo della letteratura e della filosofia. In uno di questi passaggi Freud riconosce, finalmente senza ambivalenza, il proprio debito verso Friedrich Nietzsche. Vale poi la pena segnalare alcuni rari snodi teorici: l’allineamento dell’ambivalenza amore-odio con quella di autosopravvivenza-autoannientamento; la dialettica analisi-sintesi; la questione dell’analisi laica enunciata con acutezza impareggiabile: “i medici vogliono rendere illegale l’analisi se non condotta da medici autorizzati. La storia, il vecchio plagiatore, si ripete dopo ogni scoperta. All’inizio i medici combattono ogni nuova verità. Successivamente cercano di monopolizzarla”.

Sigmund Freud affronta la sfinge

George Sylvester Viereck – S. Freud: un’intervista con Freud nel 1926

Sigmund Freud ha interpretato un ruolo importante nella vita intellettuale del mondo così a lungo che, come George Bernard Shaw, ha quasi smesso di essere una persona. È una forza culturale alla quale possiamo assegnare un posto storico ben definito nell’evoluzione della civiltà.

Da una parte venivo paragonato a Colombo, Darwin, Keplero; dall’altra insultato e definito un paralitico”[1] osserva Freud stesso in un testo sulla storia della psicanalisi. Ci sono quelli che, anche oggi, lo guardano come se fosse un avventuriero della scienza. Il futuro lo saluterà come il Colombo dell’inconscio. Leggi tutto “Freud incontra la Sfinge. Intervista del 1926”

Rimozioni?

Al Freud che abbiamo rimosso è intitolato il numero 379 di aut aut e la giornata di studio che gli è stata dedicata in Febbraio presso la Casa della Psicologia a Milano.

Viene da pensare che per fortuna la psicanalisi è lì, a disposizione e chiunque può occuparsene come preferisce: anche i filosofi.

Leggendo i testi della rivista, oltre ad alcuni eccessi di torsione di certi concetti, forse al fine di piegarli meglio alla dimostrazione delle proprie tesi, situazioni alla fine assolutamente comprensibili, sono rimasto colpito da un paio di “cose”:

  • Una sorta di volontarismo percorre tutto l’approccio al pensiero di Freud, a partire dall’accenno a questa rimozione che noi saremmo in grado di operare. Si è indotti a pensare a un’impronta, appunto filosofica, in una certa contraddizione con il concetto di inconscio e che fatalmente approda a un conformismo che traspare dall’idea, qua e là proposta, di una qualche correttezza (politica?) che dovrebbe guidare anche la psicanalisi. Essendo il mio solo un sorvolo generico del volume, manca, per adesso, il modo di dimostrare il mio assunto: però esso vi è.
  • In secondo luogo mi sembra vi sia un tentativo di sfrondare Freud delle parti più sulfuree, quelle che meno piacciono, per arrivare a una sorta di summa, corretta e quindi accettabile da tutti, del suo procedere. Per esempio: “Se rileggiamo con attenzione…”: un incipit solenne che indica come in realtà ognuno legga Freud a modo proprio e quindi non si possano accontentare tutti se non a prezzo di qualche lacerazione di troppo.

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Freud sull’amore di transfert

Propongo una nuova traduzione del testo che all’inizio del 1915 Freud dedicò all’amore di transfert. Si tratta di un tema che ha ovvie implicazioni etiche, ma che Freud affronta in questo caso sul versante della tecnica, rimarcando che la sua discussione soddisfa un bisogno vitale della tecnica analitica. Considerata la simmetria che è in gioco fra transfert e controtransfert, si deduce facilmente come la censura sulla discussione del controtransfert, di cui abbiamo traccia alla fine del 1911, abbia creato una sorta di scompenso nella vitalità della teoria freudiana. Uno dei due brevissimi accenni che vengono fatti in questo testo al controtransfert è comunque particolarmente interessante perché lo connota come “disponibile nello” psicanalista, così come le imago che fondano il transfert sono cliché “già preparati nel” paziente e già “disponibili” in esso e pronti per essere appuntati alla persona dell’analista, come se transfert e controtransfert avessero un’origine comune.
Un altro motivo di interesse di questo testo è poi l’articolarsi del rapporto fra resistenza e transfert positivo che va a costituire un’integrazione di quanto Freud espresse nel testo sull’avvio del trattamento, laddove affermava che la specificità della psicanalisi consiste nell’usare il transfert del paziente per superare le resistenze al sapere.
Un tema già accennato altrove ma approfondito solo in questo testo riguarda il rapporto fra un “normale” innamoramento al di fuori della situazione analitica e l’innamoramento di transfert. La risposta, quasi abissale, di Freud ricalca la distruzione da lui operata della distinzione “sano” e “malato”: come la differenza fra un sano e un malato non è qualitativa ma quantitativa, allo stesso modo i due innamoramenti condividono essenzialmente gli stessi tratti devianti dalla norma e si differenziano solo perché il transfert è in qualche misura indotto dalla situazione analitica, che ne favorisce anche l’intrecciarsi con la resistenza.

Annotazioni sull’amore di transfert (1915)

Ciascun principiante in psicanalisi è in prima battuta intimorito dalle difficoltà che gli procurano l’interpretazione delle idee spontanee del paziente e il compito della riproduzione del rimosso. Di lì a poco valuterà però come modeste tali difficoltà e scambierà quindi questa valutazione con la convinzione che le uniche difficoltà veramente serie sono quelle che incontra nel maneggiare il transfert.

Fra le situazioni che si producono qui, ne voglio circoscrivere nettamente solo una e ciò sia per la sua frequenza e importanza reale, sia per il suo interesse teorico. Intendo il caso in cui una paziente femmina lasci intendere, con allusioni inequivocabili o dichiarandolo in modo diretto, di essersi innamorata, come una qualsiasi altra mortale, del medico che la analizza. Questa situazione ha i suoi aspetti penosi e comici, così come quelli seri; essa è inoltre così intricata e soggetta a molteplici condizionamenti, così inevitabile e così difficile da risolvere, che la sua discussione avrebbe soddisfatto da tempo un bisogno vitale della tecnica analitica. Ma come noi stessi ci facciamo beffe degli errori altrui pur non essendone sempre immuni, allo stesso modo finora non ci siamo nemmeno spinti a svolgere questo compito. Leggi tutto “Freud sull’amore di transfert”

Freud sui due principi dell’accadere psichico

Propongo una nuova traduzione del testo che Freud dedicò ai due principi dell’accadere psichico. Sui due principi, principio di piacere e principio di realtà, Freud propone delle “formulazioni” [Formulierungen], tentando di articolare la sua esposizione in “formule” e non in “precisazioni”. Con “accadere psichico” Freud ci propone un altro sintagma che copre lo stesso significato di espressioni globali e molari come “vita psichica” o “psiche”. Il testo qui proposto costituisce un importante riferimento non solo per distinguere i due principi sopracitati, ma anche per comprendere la dialettica fra processo primario e processo secondario e quella fra realtà effettuale e realtà psichica.

Formulazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911)

Abbiamo da tempo notato che ogni nevrosi ha la conseguenza, quindi anche probabilmente anche la tendenza, di estromettere il malato dalla vita reale, di estraniarlo dalla realtà effettuale. Un fatto di questo tipo non poteva peraltro sfuggire all’osservazione di Pierre Janet; egli parla di una perdita “de la fonction du réel” come di una caratteristica particolare dei nevrotici, senza però scoprire la connessione di questo disturbo con le condizioni fondamentali della nevrosi.[1]

L’introduzione del processo di rimozione nella genesi della nevrosi ci ha permesso di vedere e comprendere tale connessione. Il nevrotico si distoglie dalla realtà effettuale perché la trova – nel suo insieme o in una sua parte – insopportabile. Il caso limite di questo distogliersi dalla realtà ce lo offrono alcuni casi di psicosi allucinatoria, nei quali deve venire denegato proprio l’evento che ha provocato la follia (Griesinger).[2] Propriamente ogni nevrotico fa però lo stesso con alcuni piccoli pezzi della realtà.[3] Ci si impone quindi il compito di indagare nel suo sviluppo il rapporto del nevrotico, e dell’uomo in genere, con la realtà e quindi di assumere l’importanza psicologica del mondo esterno reale nella struttura delle nostre dottrine. Leggi tutto “Freud sui due principi dell’accadere psichico”

La dinamica del transfert secondo Freud

Propongo una nuova traduzione del testo che Freud dedicò nel 1912 al tema della dinamica del transfert. Da una parte ne traccia la genesi a partire dai moti libidici distolti dalla realtà e dalla coscienza e ne descrive il manifestarsi sotto forma di rappresentazioni d’attesa che si appuntano, come cliché, a ogni nuova persona incontrata e quindi anche alla persona dell’analista. D’altra parte Freud affronta il complesso intrecciarsi di transfert e di resistenza. Nella conclusione della sua argomentazione, il transfert viene descritto come una sorta di attrattore delle idee spontanee nella coscienza, ma allo stesso tempo il principale responsabile della loro deformazione. Capitale poi la chiusura, che propone il transfert come una dimensione nella quale, rendendo presente (in presenza e attuale) ciò che esiste fantasmaticamente e senza tempo nell’inconscio, è possibile mettere in relazione vita pulsionale e intelletto, moti di sentimento e pensiero.

Dinamica del transfert (1912)

Il tema del “transfert”, difficile da svolgere in modo esauriente, è stato recentemente affrontato in modo descrittivo in questo Zentralblatt da Wilhelm Stekel.[1] Qui vorrei ora aggiungere alcune annotazioni che dovrebbero consentire di comprendere come il transfert, durante la cura psicanalitica, si realizzi necessariamente e come esso, durante il trattamento, arrivi a ricoprire il ben noto ruolo.

Chiariamoci sul fatto che ogni uomo, per il concorso della disposizione di cui è portatore e di ciò che ha avuto effetto su di lui durante gli anni della sua infanzia, ha acquisito una determinata peculiarità in merito a come vive la vita amorosa, quindi in merito a quali condizioni egli pone all’amore, a quali pulsioni soddisfa in questo modo e a quali mete si prefigge.[2] Ne risulta, per così dire, un cliché (o anche più di uno)[3] che nel corso della vita viene ripetuto con regolarità, nuovamente stampato, per quanto lo consentono le circostanze esterne e la natura degli oggetti d’amore accessibili, e che peraltro, a fronte di impressioni recenti, non è del tutto inalterabile. Dalle nostre esperienze risulta però che di questi moti che determinano la vita amorosa solo una parte ha compiuto un pieno sviluppo psichico; questa parte è rivolta alla realtà, sta a disposizione della personalità cosciente e ne costituisce un pezzo. Un’altra parte di questi moti libidici è stata frenata nello sviluppo, è stata distolta dalla personalità cosciente così come dalla realtà, ha potuto dispiegarsi soltanto nella fantasia o è rimasta interamente nell’inconscio, così da essere ignota alla coscienza della personalità. Se però il bisogno d’amore di qualcuno non è stato pienamente soddisfatto dalla realtà, egli è costretto ad avvicinarsi con rappresentazioni d’attesa libidiche a ogni nuova persona che incontra ed è del tutto probabile che entrambe le porzioni della sua libido, sia quella che può diventare cosciente che quella inconscia, abbiamo parte in questo atteggiamento. Leggi tutto “La dinamica del transfert secondo Freud”

L’avvio del trattamento secondo Freud

Propongo una nuova traduzione del testo di Sigmund Freud del 1913 sull’avvio del trattamento. Prima di tradurlo ne avevo una conoscenza molto limitata e parziale, quasi fosse solamente una raccolta di consigli sulla gestione dell’inizio del trattamento concentrata sulla regola fondamentale e sulle regole accessorie della selezione dei pazienti, del noleggio dell’ora e dell’utilizzo del divano. Dopo averlo frequentato per alcune settimane mi sono convinto che sia il testo freudiano più importante per la pratica analitica perché in modo sibillino apre dei percorsi di ricerca assai interessanti: da una parte, la psicanalisi come pratica che è capace di lavorare contemporaneamente con il sapere e con il non sapere [Nichtwissen]; dall’altra, il complesso rapporto fra transfert e resistenza, che infine si risolve nella caratterizzazione della specificità della psicanalisi come disciplina che usa il transfert non meramente per scoprire una verità da comunicare al paziente, ma per superare le sue resistenze al sapere.

Avvio del trattamento (1913)

Chi voglia imparare dai libri il nobile gioco degli scacchi ben presto apprenderà che soltanto le aperture e i finali consentono una presentazione sistematica esauriente, mentre ad essa si sottrae la sterminata varietà di mosse che ha inizio dopo l’apertura. Soltanto un sollecito studio di partite in cui abbiano gareggiato dei maestri può colmare la lacuna nell’insegnamento. A limitazioni analoghe soggiacciono probabilmente le regole che si possono dare all’esercizio del trattamento psicanalitico.

Di seguito tenterò di raggruppare, ad uso dell’analista pratico, alcune di queste regole per l’avvio della cura. Vi sono fra esse disposizioni che possono apparire, e peraltro sono, delle piccolezze. A loro giustificazione valga il fatto che si tratta appunto di regole di gioco, che devono attingere il loro significato dal contesto che si crea sulla scacchiera. Mi sembra però opportuno diffondere queste regole come “consigli” e non pretendere per esse un’obbligatorietà incondizionata. La straordinaria diversità delle costellazioni psichiche che sono in questione, la plasticità di tutti i processi psichici e la ricchezza di fattori determinanti si oppongono anche alla meccanizzazione della tecnica e fanno sì che un procedimento, per certi versi giustificato, risulti talvolta inefficace e un procedimento, che solitamente è difettoso, per una volta raggiunga la meta. Queste circostanze non impediscono tuttavia di stabilire un comportamento mediamente appropriato del medico. Leggi tutto “L’avvio del trattamento secondo Freud”

Le pulsioni e l’epistemologia freudiana

L’opinione che Sigmund Freud fosse positivista è un luogo comune da sfatare. Freud fu empirista ma non in modo ingenuo. Come Karl Popper, suo concittadino, non riteneva che le teorie derivassero dai fatti, ma che li precedessero; anche se formulate in modo impreciso, non lo erano tanto da impedire la registrazione delle osservazioni fattuali. In altri termini i fatti empirici confermano idee preconcette, che in questo passo, che è l’incipit di Pulsioni e loro destini, Freud non esita a chiamare con il loro nome: convenzioni. Da dove venivano a Freud tali pre-concezioni? La mia congettura è: dalla medicina, che presuppone cause morbose per ogni evento morboso. Le pre-concezioni di Freud si chiamano pulsioni.

Mancò a Freud di compiere il secondo passo: se le teorie sono convenzioni, si possono o confutare o modificare. Freud non parlò mai di possibili confutazioni dei propri presupposti teorici. La confutazione scientifica non rientrava nelle sue prospettive intellettuali. In questo senso l’epistemologia freudiana non è moderna, ma antica, per la precisione aristotelica. La scienza è per Freud regolata da una causa convenzionale – formale, direbbe Jacques Lacan – che è inconfutabile. Il risultato è che la metapsicologia freudiana, basata sulle convenzioni pulsionali, che costituiscono la causalità psichica, non è scienza moderna ma antica.

Certo, Freud modificò la propria metapsicologia pulsionale introducendo la pulsione di morte. Ma non ne cambiò l’impianto eziologico. Le pulsioni si trasformarono da cause efficienti, nel campo sessuale, in cause finali, nel campo esistenziale: alla fine regolano la ripetizione vitale dell’identico, finché c’è vita. L’approccio di Freud, da quando cestinò il Progetto per una psicologia scientifica, fu e rimase sempre vitalistico, addirittura ilozoistico con l’Eros e l’Ananke di Empedocle. Leggi tutto “Le pulsioni e l’epistemologia freudiana”

Uno sguardo sulla psicanalisi in Italia 20 anni fa

Riporto un brano dell’intervista che Mario Lavagetto ha concesso nel maggio ’98 alla rivista Scibbolet. Sollecitato da Giancarlo Gramaglia, Lavagetto ci offre uno sguardo sulla psicanalisi italiana di 20 anni fa tenendo ben presente le istanze di libertà sviluppate da Freud nel suo testo La questione dell’analisi laica.

GRAMAGLIA Passiamo ad altro ordine di questioni. Negli ultimi due anni si è costituito in Italia un Movimento per una psicanalisi laica, denominato Spaziozero. Dall’altra parte c’è una legge, la 56/89, che non parla di psicanalisi, ma di fatto ha generato un ammasso di psicoqualcosa in cerca di autorizzazione. Cosa ne pensa del destino della psicoanalisi in Italia e in Europa?

LAVAGETTO Le ricordo che sono un “laico” e dispongo solo di informazioni avventizie.

GRAMAGLIA Però il suo punto di vista è importante proprio perché Lei lavora da fuori” sui testi di Freud, essendo fuori, per così dire, dall’ambito degli psicoanalisti e delle istituzioni del settore. La sua posizione non è, in altri termini, collegata alla legge 56/89, né collegabile in altro modo corporativo alla psicoanalisi.

LAVAGETTO Per quanto mi riguarda (data la mia formazione e anche la mia tradizione ideologica) non posso non provare una grande solidarietà, una grande simpatia per le posizioni che Freud sostiene in Die Frage der Laienanalyse. Posizioni molto aperte, come è noto, molto poco corporative e perfettamente in linea con la spregiudicatezza e la libertà del pensiero freudiano. Leggi tutto “Uno sguardo sulla psicanalisi in Italia 20 anni fa”