Controtransfert e dispositivi medici in Freud

Propongo una nuova traduzione di due frammenti del testo freudiano del 1937 L’analisi finita e infinita. Il primo propone una curiosa analogia fra un’analisi e una radiografia. Il secondo la riprende per evidenziare i nefasti effetti che può avere un controtransfert non analizzato.

Un uomo, che ha egli stesso esercitato l’analisi con grande successo, giudica che il suo rapporto con l’uomo e con la donna – con gli uomini, che sono suoi concorrenti, e con la donna, che egli ama – non è affatto esente da handicap nevrotici e perciò si fa oggetto analitico di un altro, che ritiene superiore a sé. Questa radiografia critica della propria persona gli fa ottenere un pieno successo.

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“Maneggiare” il transfert ignorando il controtransfert?

Propongo un passaggio della nostra traduzione della Questione dell’analisi laica in cui Sigmund Freud specifica come maneggiare il transfert. Lo inserisco polemicamente nella serie delle traduzioni sul controtransfert perché considero molto significativo che nel testo votato a definire e proteggere uno spazio di autonomia per la psicanalisi questo termine non venga citato e il problema scabroso dell’affetto suscitato nell’analista dal paziente venga sostanzialmente rimosso.

Sotto forma di innamoramento per l’analista, il paziente ripete esperienze psichiche già vissute una volta. Trasferisce sull’analista atteggiamenti psichici già pronti in lui, che erano intimamente connessi con l’insorgere della nevrosi. Ripete sotto i nostri occhi anche le reazioni di difesa di un tempo, volendo soprattutto ripetere nel rapporto con l’analista le principali vicissitudini di quel periodo dimenticato della vita. Leggi tutto ““Maneggiare” il transfert ignorando il controtransfert?”

Prima definizione freudiana di controtransfert

Propongo una nuova traduzione di un brano dalla conferenza che Sigmund Freud tenne il 30 marzo 1910 al Secondo Congresso Internazionale di Psicanalisi di Norimberga. Definisce qui per la prima volta il concetto di controtransfert e ne tratteggia un carattere critico e decisivo.

Altre innovazioni della tecnica riguardano la persona del medico stesso. Ci siamo accorti del “controtransfert”, che si presenta nel medico attraverso l’influenza del paziente sui sentimenti inconsci del medico, e non siamo lontani dall’avanzare la pretesa che il medico debba riconoscere in sé questo controtransfert e padroneggiarlo. Leggi tutto “Prima definizione freudiana di controtransfert”

Agli albori del controtransfert fra Ferenczi e Freud

Propongo due brevissimi frammenti dall’epistolario di Sigmund Freud e Sándor Ferenczi in cui è accennato il tema del controtransfert. Sono modesti, ma danno una chiara idea di cose significasse per loro avere a che fare con un fenomeno che ancora non erano riusciti a concettualizzare e padroneggiare. Il passaggio di Freud è peraltro curioso perché siamo ormai abituati a considerare il transfert un fenomeno universale, ma siamo piuttosto restii a parlare del controtransfert al di fuori della “situazione analitica”. Nel 1910 Freud ne parla invece anche in riferimento al rapporto con Ferenczi, che sarà un suo vero e proprio paziente solo a partire dal Giugno 1914. Leggi tutto “Agli albori del controtransfert fra Ferenczi e Freud”

La formula del controtransfert

Propongo una nuova traduzione di un frammento della lettera che Sigmund Freud scrisse a Ludwig Binswanger il 20 febbraio 1913. Enuncia una “formula” per la gestione del controtransfert che va a modulare la consapevolezza della risposta affettiva da parte dell’analista.

Il problema del controtransfert, che Lei tocca, fa parte dei problemi tecnicamente più difficili della psicanalisi. Teoricamente ritengo che si possa risolvere con facilità. Ciò che si dà al paziente non deve mai essere un affetto non mediato, ma deve sempre essere concesso consciamente e poi, a seconda delle necessità, in modo più o meno conscio. In alcune circostanze molto, però mai dal proprio inconscio. Leggi tutto “La formula del controtransfert”

Controtransfert fra guarigione e autonomia

Propongo una nuova traduzione di un frammento di una lettera che Freud scrisse a Oskar Pfister il 5 giugno 1910. La considero preziosa, in primo luogo perché mette in evidenza come il transfert non possa essere affatto eluso e che offra peraltro una traccia che non può non influenzare la conduzione dell’analisi. In secondo luogo è straordinaria la chiarezza con la quale Freud misura il prezzo del cedimento di fronte alle pretese dell’analizzante: la guarigione, non duratura peraltro, viene pagata con la moneta dell’autonomia.
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Controtransfert tra freddezza e ricettività

Traduzione di un frammento della lettera che Sigmund Freud scrisse a Carl Gustav Jung il 31 dicembre 1911. La precedente traduzione di Mazzino Montinari mancava di tradurre con precisione ‘sich einsetzen’, che rimanda all’esposizione, e in una certa misura anche al coinvolgimento, nascondendo poi ‘Person’, concetto fondamentale in Freud nell’articolare la dinamica del transfert.
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Controtransfert e psicanalisi

Traduzione inedita di un intervento di Sigmund Freud sul controtransfert nel corso di una riunione della Società Psicanalitica Viennese. Si tratta della seduta di mercoledì 9 marzo 1910.

Il professor Freud prende spunto dal fatto che anche nella seconda edizione della Teoria sessuale[1] ha trattato molto timidamente la questione del sadismo e del masochismo. La letteratura contiene una tale confusione di punti di vista sicuramente accertabili, senza indicazioni di una soluzione finale del problema.
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Qualche parola seria da Jung a Freud

Una delle corrispondenze più interessanti e feconde del primo periodo della storia della psicoanalisi è senza dubbio quella fra Freud e Jung. Essa accompagnò i due analisti anche durante il celebre dissidio che condusse Jung all’abbandono dello Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen nel 1913 e alla sua definitiva uscita dal movimento psicoanalitico nel 1914. Com’è noto, i primi disaccordi teorici emersero in seguito all’esposizione della teoria finalistica della mente illustrata nel testo junghiano Trasformazioni e Simboli della Libido (1912). Nelle Fordham lectures Jung ribadì la propria posizione, tendente a decentralizzare il ruolo della sessualità nelle dinamiche psichiche e ad ampliare il concetto di libido identificandola con una energia psichica indifferenziata. Leggi tutto “Qualche parola seria da Jung a Freud”

Non mi frega un tappo!

Mouchette
Mouchette

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

Mentre l’analizzante è tutta protesa a impormi il suo fantasma isterico, a un tratto mi dice: “È arrabbiato, vero? Lo so che le sto dando fastidio”, ma – completiamo – non ci posso fare niente! Dichiara dunque, per sfuggire all’angoscia, che si tratta pur sempre di un gioco, di una messa in scena. E tuttavia io non sono né arrabbiato, né scocciato, né infastidito, ed è realmente così. Non per grazia ricevuta, ma per esperienza. Infatti lo sono stato, e per molto tempo: precisamente quando credevo di essere, o fare “lo psicoanalista”, cioè una professione: ecco un altro fantasma, molto più micidiale di quello dell’analizzante. Allora mi era intollerabile che qualcuno si prendesse una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), e ne facesse il pretesto per goderne attraverso un fantasma, e non solo: se ne prendesse gioco. Infatti, cosa c’entrava questo con i pazienti, il dottore, la malattie, la cura, il setting, la serietà professionale? Il mio tappo! Ma scherziamo? Non sono forse libero di fare un brindisi nel mio studio? Di cosa s’impiccia costei? Su, si rivesta! Ma anche no, se non sono un professionista serio: perché non approfittarne? Perché non godere un po’ anch’io di tutta questa circuizione e stare al gioco, così, senza pensarci? Ma poi, chi mi garantisce che… Pericolo!

Individuare un fantasma isterico: forse già questo è fuori dalla portata della psicoterapia – almeno di quella che ha escluso l’isteria dalla nosografia, e l’ha esclusa perché non sa e non vuole più ricondurre il sintomo alla sua radice sessuale. Lo psicoterapeuta, che si vuole un medico, risponde sempre alla domanda del(la) “paziente” e gli risponde sullo stesso piano, quello della “realtà”: il sintomo viene trattato per come si presenta ed è dichiarato: di conseguenza.

Mettiamo che per un uomo si tratti di impotenza: egli verrà curato con una determinata tecnica che mira a risolvergli il suo “problema” (non il mio, per fortuna). Si tratta, insomma, di tornare a far”lo” funzionare. Non sorge il minimo dubbio che quel sintomo serva a quell’uomo (questa volta è lui a essere un isterico) per liberarsi dal compito di dover fare l’uomo, e per cercare il proprio desiderio, quello che egli sente alienato nel fare l’uomo. Non si tratta, infatti, di avere un pene insufficiente (angoscia che non manca mai nell’isterico uomo), né di avere (siamo un po’ più raffinati!) un desiderio insufficiente per possedere una donna, ma del fatto di non avere un desiderio sufficiente a essere del tutto impotente riguardo a quel genere di potenza, di rappresentazione alienata di virilità. Insomma, di decidersi una buona volta a liberarsene completamente. Oppure si tratta, più classicamente, di mantenersi nell’insufficienza del bambino rispetto alla richiesta esorbitante della Madre. La domanda di quest’ultima è appunto che il figlio resti nell’insufficienza, nell’impotenza “con le donne”, perché ha fatto dell’essere del figlio, di tutto il suo corpo, della sua vita, il talismano di tutta la sua potenza. Lei “sa” che lui non la tradirà in questo sostegno, anche nel caso abbia il permesso di fare qualche scappatella, se pure gli riesce.

Tutto questo fa parte, nel modo più classico e tradizionale, del pedigree di ogni psicoanalista. Ma basta?

Fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico – quello, per esempio, mediante cui l’isterica, rinunciando alla propria femminilità, si rap-presenta dotata di un fallo che vuol far “prendere” all’altro, uomo o donna (cosa che, se non ne dichiarasse la natura di “gioco”, la farebbe letteralmente, come a volte accade, diventare pazza di godimento) −, fino al punto in cui l’analista riconosce e interpreta un fantasma isterico, le cose per lui sono in fondo rassicuranti: niente, qui, lo distingue ancora dal medico, e il giudice che assimila tout-court l’atto dell’interpretazione a un atto medico, pur nella sua infinita ignoranza, non sbaglia: Ne uccide più la parola della spada (e del bisturi). Indubbiamente. L’analista che non ha fatto propria questa elementare verità, nella pavida speranza di diminuire la sua colpa e la sua angoscia e di rendere inoffensivo il suo atto, non può avere la minima efficacia nella sua parola (“in fin dei conti non facciamo che parlare” è una vigliaccheria, venisse pure scandalosamente dalla bocca di Freud).

No, quello che distingue realmente la psicoanalisi da una psicoterapia non è questo sapere, e tanto meno l’applicazione di una tecnica – la sedicente  “psicoterapia psicoanalitica” – piuttosto che un’altra, ma è quello che ho descritto pocanzi, un po’ grossolanamente: è intollerabile che qualcuno si prenda una parte di me, una mia parte “privata” (come per esempio il mio tappo), una parte del mio corpo, e ne faccia un oggetto di godimento per soddisfare un proprio fantasma. Siamo al cuore del “controtransfert” o del “desiderio dell’analista”.

Qualcuno avrà forse riconosciuto in questa frase qualcosa di famigliare, ovvero di molto poco famigliare, anzi di completamente estraneo: il fantasma sadiano, piuttosto che sadico, del diritto dell’Altro al godimento del mio corpo:

« J’ai le droit de jouir de ton corps, peut me dire quiconque, et ce droit, je l’exercerai, sans qu’aucune limite ne m’arrête dans le caprice des exactions que j’ai le goût d’y assouvir. »[1]

Si tratta di accettare, o di non accettare di sottomettersi incondizionatamente al godimento dell’Altro, a un’autorità che per Freud è quella del Padre primordiale, e poi, dopo la sua uccisione, quella del Superio. Si tratta di quello che è lecito chiamare il godimento sadico. Ad ogni analisi, questo “diritto incondizionato del godimento dell’Altro” si presenta immancabilmente, e l’efficacia del trattamento è direttamente proporzionale a quanto l’analista accetti di sottomettersi a questo godimento, oppure a quanto indietreggi di fronte a esso. La massima sadiana (kantiana) rivela che non c’è alcun “privato”, alcuna parte privata del proprio corpo o del proprio pensiero che possa sottrarsi all’incondizionato del godimento dell’Altro. E nell’epoca in cui viviamo, bisogna proprio permanere nell’infatuazione della schöne Seele (cioè nella pratica sistematica della rimozione) per non saperlo.

Cosa risponde allora l’analista di fronte alla Malvagità che è al cuore del godimento dell’Altro, e dunque del suo proprio cuore così come di tutta la sessualità umana?[2] Vuole continuare a ignorarla? Indietreggia inorridito? Cerca di mantenersi a qualsiasi costo entro i limiti del “servizio dei beni” ?– come il dottor Harford di Eyes Wide Shut di Kubrick, che, mentre vede moltiplicarsi i segni sempre più inquietanti del godimento dell’Altro, continua a ripeter(si): “Non c’è da preoccuparsi: sono un medico” [3]. Colmo dell’anima bella!

La  “garanzia” dell’iscrizione a un Albo professionale non nasce forse dall’angoscia di essere senza garanzie rispetto a questo godimento malvagio che travolge tutte le barriere del Bene del Buono e del Bello? Cosa risponderà l’analista di fronte alla coorte dei fantasmi che ogni giorno lo incalzano? Giù le mani, stia al suo posto, sono io il dottore, come si permette, la smetta dunque, io non sto al suo gioco, mi lasci in pace e faccia il bravo (paziente), su, non faccia così!, questa è la mia vita (sessuale) e non la riguarda, anch’io come tutti ho diritto alla mia privacy?

Tutta la questione è se, quando, e quanto il soggetto, messo nelle condizioni di disporne incondizionatamente, è disposto non: a rinunciare all’esercizio del suo diritto al godimento (è in questa rinuncia che consiste la cosiddetta “depressione”), ma a raggiungerlo “sulla scala rovesciata del desiderio”. È ciò che Freud ha chiamato “castrazione”[4]. Se la castrazione,  atto (prima ancora che concetto) del tutto estraneo alla psicoterapia e a qualsiasi “formazione dello psicoanalista”, sancisce la fine dell’analisi, la sua ripetizione “interminabile” fonda il desiderio dell’analista, che è un desiderio radicale di distruzione.

Rimane la questione: di cosa?


[1] Lacan, Kant con Sade, in Écrits, pp. 768-769; così tradotto da Contri negli Scritti, p. 768: “Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare”. Per quanto io qui possa riferirmi al “magistero di Lacan” – ammetto che nella mia pratica mi sembra difficilmente evitabile – non mi considero affatto “lacaniano” e sposo completamente l’asserzione di Serge Leclaire: “Lacanien? ça n’existe pas!”

[2] L’isteria “gioca” ancora con il fantasma del godimento sadico, che preferisce rivolgere su se stessa, masochisticamente, in un eterno lamento sul dolore di esistere che strazia la sua anima e il suo corpo (sintomi). Ma la nevrosi ossessiva “non sta più al gioco” e preferisce di gran lunga esercitare questo godimento su tutti quelli che gli stanno intorno, a cominciare dal partner. Al cuore della nevrosi ossessiva, in cui giace il Superio uscito dall’Edipo fallito, rimosso, c’è autentica Malvagità nei confronti del proprio prossimo. L’ossessivo viene in analisi perché ha cominciato ad accorgersene, e la sua incerta lotta è tra il togliersi questo Male dal cuore (moralismo) o pretendere di esercitarlo a tutti gli effetti e, quel che è peggio (poiché la società in questo lo sostiene con tutte le sue risorse), legittimamente. Il godimento sadico dell’ossessivo consiste proprio nella sua implacabile e apatica adesione alla norma(lità) sociale (Superio), mediante cui fa soffrire l’altro.

[3] Conosciamo la soluzione finale adottata dal dottor Harford per sfuggire ai turbamenti suscitatigli dalle fantasie di sua moglie: ritornare a scoparla con urgenza. Del resto è una soluzione squisitamente morale e perfettamente medica; di fronte al sintomo dell’isterica, la risposta terapeutica non è forse sempre stata: “pene normale, dosi ripetute?” È appunto, come abbiamo fatto notare pocanzi, la soluzione che l’isterico maschio rifiuta.

[4] « La castration veut dire qu’il faut que la jouissance soit refusée, pour qu’elle puisse être atteinte sur l’échelle renversée de la Loi du désir. Nous n’irons pas ici plus loin.» [“La castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio. E non andremo oltre.”]. J. Lacan, Écrits, cit., p. 827; tr. it. cit., p. 830. Non dico che si tratti di un’esperienza comune, ma di un’esperienza che è alla portata di tutti.