Una deformazione non è per sempre

Propongo una nuova traduzione di un piccolo brano di Totem e tabù nel quale Freud afferma che la psicanalisi ci ha insegnato che “ogni uomo possiede nella sua attività mentale inconscia un apparato che gli consente di interpretare le reazioni di altri uomini, ossia annullare le deformazioni che l’altro ha imposto all’espressione delle sue emozioni”. Per chiarire cosa Freud intenda qui con “reazione” ho tradotto due brani del testo sull’interpretazione del sogno che mettono in evidenza come esistano giudizi di rifiuto che sono espressioni d’affetto destinate a deformare un atto psichico, cioè a rimuovere un tema o a dissimulare un desiderio. Si tratta di un passaggio fondamentale: un tentativo di rimozione genera un giudizio, che a sua volta non ha alcun valore di conoscenza ma è solo espressione d’affetto.

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Cap. IV – Il ritorno del totemismo nell’infanzia

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Senza l’ipotesi di una psiche di massa, di una continuità nella vita emotiva degli uomini, che consenta di trascurare le interruzioni degli atti psichici provocate dal trapassare degli individui, tutta la psicologia dei popoli non potrebbe affatto esistere. Se i processi psichici di una generazione non si prolungassero nella successiva, ogni suo atteggiamento verso l’esistenza dovrebbe essere acquisito ex novo e non vi sarebbe in questo campo alcun progresso e alcuno sviluppo. Sorgono ora due questioni nuove: quanto si può fare affidamento sulla continuità psichica nell’ambito della successione generazionale? Di quali mezzi e vie si serve una generazione per trasferire alla successiva i suoi stati psichici? Non affermerò che questi problemi siano chiariti adeguatamente, o che la comunicazione diretta e la tradizione, alle quali si pensa per prima cosa, siano sufficienti per questa esigenza. In generale la psicologia dei popoli si preoccupa poco di quale sia il modo in cui realizzi l’auspicata continuità nella vita psichica delle generazioni che si avvicendano l’una con l’altra. Una parte del compito sembra assolta con l’ereditarietà di disposizioni psichiche, che tuttavia per ridestarsi e avere efficacia hanno bisogno di certe spinte nella vita individuale. Questo potrebbe essere il significato delle parole del poeta:

Ciò che hai ereditato dai tuoi padri,
conquistalo se vuoi possederlo. [1]

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Freud parla del transfert… con se stesso

Ripropongo un brano della Questione dell’analisi laica in cui Freud dialoga sul transfert con un interlocutore imparziale, che egli si immagina davanti a sé mentre sta scrivendo. Freud espone all’imparziale il carattere centrale del transfert nel trattamento analitico: l’uso del transfert per superare le resistenze del paziente al sapere come elemento distintivo del trattamento analitico; i due tempi del transfert, il primo tempo caratterizzato da un investimento affettivo che favorisce la fiducia sia nei confronti dell’analista che del lavoro analitico e invece il secondo tempo dove fa capolino l’ostilità e l’intrecciarsi con la resistenza; la nevrosi di transfert come nevrosi artificiale in cui il paziente riproduce ciò che non può ricordare e offre così un materiale da elaborare che si riversa in un unico punto, ovvero sulla persona dell’analista.

La questione dell’analisi laica – Capitolo V

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Guardi, se mai avessi avuto voglia di fare il suo mestiere, tentando io stesso di analizzare qualcun altro, quello che mi ha comunicato sulle resistenze me l’ha fatta passare del tutto. Ma come vanno le cose con la particolare influenza personale, che Lei ha appena ammesso? Non riesce a spuntarla sulle resistenze?

È un bene che l’abbia chiesto ora. Questa influenza personale è la nostra arma dinamica più forte, è la novità introducendo la quale mettiamo in movimento la situazione. Non riuscirebbe a tanto il contenuto intellettuale dei nostri chiarimenti, perché il paziente, condividendo gli stessi pregiudizi dell’ambiente, ha tanto poco bisogno di credere in noi[1] quanto i nostri critici scientifici. Il nevrotico si mette al lavoro perché dà credito all’analista e gli crede perché acquisisce un particolare atteggiamento emotivo verso la persona dell’analista. Anche il bambino crede solo alle persone da cui dipende. Le ho già detto in quale direzione utilizziamo questa influenza “suggestiva” particolarmente grande. Non per reprimere il sintomo – e ciò distingue il metodo analitico da altri procedimenti di psicoterapia – ma come forza motrice, per indurre l’Io del malato a superare le proprie resistenze.[2]

E quando riesce, non fila via tutto liscio? Leggi tutto “Freud parla del transfert… con se stesso”

Controtransfert e dispositivi medici in Freud

Propongo una nuova traduzione di due frammenti del testo freudiano del 1937 L’analisi finita e infinita. Il primo[1] propone una curiosa analogia fra un’analisi e una radiografia. Il secondo[2] la riprende per evidenziare i nefasti effetti che può avere un controtransfert non analizzato.

Un uomo, che ha egli stesso esercitato l’analisi con grande successo, giudica che il suo rapporto con l’uomo e con la donna – con gli uomini, che sono suoi concorrenti, e con la donna, che egli ama – non è affatto esente da handicap nevrotici e perciò si fa oggetto analitico di un altro, che ritiene superiore a sé. Questa radiografia critica della propria persona gli fa ottenere un pieno successo. Leggi tutto “Controtransfert e dispositivi medici in Freud”