Freud parla del transfert… con se stesso

Ripropongo un brano della Questione dell’analisi laica in cui Freud dialoga sul transfert con un interlocutore imparziale, che egli si immagina davanti a sé mentre sta scrivendo. Freud espone all’imparziale il carattere centrale del transfert nel trattamento analitico: l’uso del transfert per superare le resistenze del paziente al sapere come elemento distintivo del trattamento analitico; i due tempi del transfert, il primo tempo caratterizzato da un investimento affettivo che favorisce la fiducia sia nei confronti dell’analista che del lavoro analitico e invece il secondo tempo dove fa capolino l’ostilità e l’intrecciarsi con la resistenza; la nevrosi di transfert come nevrosi artificiale in cui il paziente riproduce ciò che non può ricordare e offre così un materiale da elaborare che si riversa in un unico punto, ovvero sulla persona dell’analista.

La questione dell’analisi laica – Capitolo V

[…]

Guardi, se mai avessi avuto voglia di fare il suo mestiere, tentando io stesso di analizzare qualcun altro, quello che mi ha comunicato sulle resistenze me l’ha fatta passare del tutto. Ma come vanno le cose con la particolare influenza personale, che Lei ha appena ammesso? Non riesce a spuntarla sulle resistenze?

È un bene che l’abbia chiesto ora. Questa influenza personale è la nostra arma dinamica più forte, è la novità introducendo la quale mettiamo in movimento la situazione. Non riuscirebbe a tanto il contenuto intellettuale dei nostri chiarimenti, perché il paziente, condividendo gli stessi pregiudizi dell’ambiente, ha tanto poco bisogno di credere in noi[1] quanto i nostri critici scientifici. Il nevrotico si mette al lavoro perché dà credito all’analista e gli crede perché acquisisce un particolare atteggiamento emotivo verso la persona dell’analista. Anche il bambino crede solo alle persone da cui dipende. Le ho già detto in quale direzione utilizziamo questa influenza “suggestiva” particolarmente grande. Non per reprimere il sintomo – e ciò distingue il metodo analitico da altri procedimenti di psicoterapia – ma come forza motrice, per indurre l’Io del malato a superare le proprie resistenze.[2]

E quando riesce, non fila via tutto liscio?

Sì, dovrebbe. Ma ci si para davanti una complicazione inattesa. Per l’analista fu forse la sorpresa maggiore constatare che il rapporto affettivo del paziente con lui era di una natura del tutto singolare. Già il primo medico che tentò un’analisi – non ero io – si imbatté in questo fenomeno e ne rimase sconvolto.[3] Per dirlo chiaramente, questo rapporto affettivo ha la natura dell’innamoramento. Notevole, no? Consideri inoltre che si produce regolarmente senza che l’analista faccia nulla per provocarlo e che egli si mantiene umanamente distaccato dal paziente, circondando la propria persona di un certo riserbo. Questo particolare rapporto amoroso, inoltre, prescinde da tutti gli altri elementi reali che lo possano favorire, indipendente com’è dall’attrazione personale, dall’età, dal sesso, dallo stato civile dell’analista, con tutte le varianti possibili. Questo amore è esplicitamente compulsivo.[4] Non dico che questa caratteristica debba rimanere estranea all’innamoramento spontaneo. Come Lei sa, capita abbastanza spesso il contrario, ma nella situazione analitica si produce in modo del tutto regolare, senza che si trovi una spiegazione razionale. Si sarebbe portati a pensare che il rapporto del paziente nei confronti dell’analista debba comportare per il primo, in certa misura, solo rispetto, fiducia, riconoscenza e umana simpatia. Invece, al loro posto, questo innamoramento, che dà l’impressione di una manifestazione patologica.

Ora, dovrei pensare che ciò sia a tutto vantaggio dei Suoi intenti analitici. Quando si ama, infatti, si è docili e per amore si fa tutto il possibile per l’altro.

Sì, all’inizio è anche un vantaggio,[5] ma in seguito, quando l’innamoramento diventa profondo, rivela tutta la sua natura, per lo più incompatibile con il compito dell’analisi. L’amore del paziente non si accontenta di ubbidire, diventa esigente, pretende soddisfazioni tenere e sensuali, pretende esclusività, sviluppa gelosia e mostra sempre più chiaramente il rovescio della medaglia, l’essere pronto all’ostilità e alla vendetta, se non può raggiungere i propri propositi.[6] Al tempo stesso, come ogni innamoramento, respinge ogni altro contenuto psichico, spegne l’interesse per la cura e per la guarigione; in breve e senza il minimo dubbio: ha preso il posto della nevrosi e il nostro lavoro ha avuto l’esito di sostituire una forma di malattia a un’altra.[7]

Sembra che non ci sia scampo. Che fare? Tanto vale rinunciare all’analisi, ma dato che, come dice Lei, tale esito si verifica sempre, tanto varrebbe in generale non condurne nessuna.

In primo luogo vogliamo sfruttare la situazione, per trarne una lezione. Quel che abbiamo appreso ci può aiutare a dominarla. Non merita forse la massima attenzione l’essere riusciti a trasformare una nevrosi dal contenuto qualsiasi in uno stato di innamoramento patologico?

Questa esperienza non può che consolidare stabilmente la nostra convinzione che alla base della nevrosi ci sia un frammento di vita amorosa utilizzato in modo anomalo. Con questa intuizione torniamo con i piedi per terra e osiamo prendere come oggetto dell’analisi questo stesso innamoramento.[8] Facciamo anche un’altra osservazione. Non in tutti i casi l’innamoramento analitico si manifesta in modo così chiaro e abbagliante, come ho tentato di dipingere. Ma perché non succede? Lo si capisce subito. Nella misura in cui gli aspetti sensuali e ostili del suo innamoramento vogliono mostrarsi, suscitano anche la riluttanza del paziente verso di essi. Li combatte, tenta di rimuoverli sotto i nostri occhi. E allora comprendiamo il processo. Sotto forma di innamoramento per l’analista, il paziente ripete esperienze psichiche già una volta vissute egli ha trasferito sull’analista atteggiamenti psichici già pronti in lui, che erano intimamente connessi con l’insorgere della sua nevrosi. Ripete sotto i nostri occhi anche le reazioni di difesa di un tempo, volendo soprattutto ripetere nel rapporto con l’analista le principali vicissitudini di quel periodo di vita dimenticato. Quel che ci mostra è quindi il nucleo della propria biografia intima, lo riproduce concretamente, come se fosse presente, invece di ricordarlo.[9] In questo modo l’enigma dell’amore di transfert è risolto e l’analisi può continuare grazie alla nuova situazione, quella che sembrava minacciarla.

Raffinato! Ma per il malato è così facile credere che non è innamorato, ma solo costretto a rimettere in scena una vecchia storia?

Adesso tutto dipende da questo e tutta l’abilità dell’analista a maneggiare il “transfert” consiste nel raggiungere questo punto. Come vede, gli sforzi richiesti dalla tecnica analitica segnano qui l’incremento più elevato. Qui si può commettere lo sbaglio più grave o ci si può assicurare il più grande successo. Il tentativo di sottrarsi alle difficoltà, reprimendo il transfert o trascurandolo, sarebbe insensato; quel che si è sempre altrimenti fatto non meritava il nome di analisi. Congedare il paziente appena si realizzano gli inconvenienti della sua nevrosi di transfert non sarebbe più sensato e sarebbe inoltre una vigliaccheria; sarebbe più o meno come evocare gli spiriti e poi scappar via appena compaiono.[10] È vero che talvolta non si può fare diversamente; ci sono casi in cui, una volta scatenato, il transfert non si padroneggia e bisogna interrompere l’analisi, ma si deve almeno aver lottato con forza contro gli spiriti maligni. Cedere alle pretese del transfert, soddisfare i desideri di tenerezza e sensualità del paziente, è interdetto in modo ampiamente giustificato, non solo per motivi di moralità, ma anche perché come espediente tecnico è del tutto inadeguato a realizzare gli scopi dell’analisi. Finché gli si consente di ripetere senza correzioni un cliché inconscio in lui già preparato,[11] il nevrotico non può guarire. Quanto a scendere a compromessi con lui offrendogli delle soddisfazioni parziali in cambio della sua collaborazione in analisi, bisogna stare attenti a non cadere nella ridicola situazione di quel prete che voleva convertire l’assicuratore malato. Il malato non si convertì, ma il prete se ne andò con l’assicurazione.[12] L’unica possibile via d’uscita dalla situazione di transfert è ricondurla al passato del malato, a quel che ha effettivamente vissuto o a cui ha dato forma con l’attività, propria della sua fantasia, di esaudire i desideri. Questo richiede all’analista molta abilità, pazienza, calma e abnegazione.

E dove, secondo Lei, il nevrotico ha vissuto il modello del suo amore di transfert?

Nella sua infanzia, di regola nel rapporto con uno dei genitori.[13] Ricorderà l’importanza che abbiamo dovuto attribuire ai primi rapporti affettivi. Qui il cerchio si chiude.

[…]

Note

1 [Anche questo è un aspetto che distingue l’analisi dai trattamenti suggestivi: “Profani e medici, ai quali pur sempre piace scambiare la psicanalisi per un trattamento suggestivo, sono soliti attribuire grande valore all’aspettativa che il paziente accorda al nuovo trattamento. Pensano spesso che con un malato non si farà molta fatica perché egli ha grande fiducia nella psicanalisi ed è pienamente convinto della sua verità e della sua efficacia. Nel caso di un altro malato, essi ritengono che la cosa sarà più difficile, perché egli si comporta con scetticismo e non vuole credere prima di aver visto il risultato sulla propria persona. In realtà però questo atteggiamento del malato ha un significato assai modesto; la sua provvisoria fiducia o sfiducia quasi non conta rispetto alle resistenze interne che ancorano la nevrosi. La fiducia cieca del paziente rende certo molto gradevole il primo contatto con lui; lo si ringrazierà per questo, preparandolo però al fatto che la sua favorevole predisposizione è destinata a infrangersi contro la prima difficoltà emergente nel trattamento. Allo scettico si dirà che l’analisi non ha bisogno di alcuna fiducia, che gli è consentito essere critico e diffidente quanto vuole, che non si intende affatto mettere in conto al suo giudizio questo atteggiamento, perché egli non è affatto in grado di costruirsi un giudizio attendibile su questi punti; la sua sfiducia è un sintomo come gli altri e non si manifesterà come disturbo solo se egli vorrà disporsi a seguire coscienziosamente quanto la regola del trattamento gli richiede”. S. Freud, Zur Einleitung der Behandlung (1913), trad. it. id., Inizio del trattamento, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 336 (traduzione modificata).]

2 [Freud si era pronunciato con chiarezza nel testo sull’Avvio del trattamento: “Abbastanza spesso il transfert può eliminare da solo i sintomi del male, ma in questo caso solo provvisoriamente, fintantoché esso stesso ha continuità. È allora un trattamento suggestivo, non psicanalisi. L’ultimo nome il trattamento lo merita quindi solo se l’intensità del transfert è impiegata per superare le resistenze.” Cfr. ivi, p. 352 (traduzione modificata).]

3 [Allusione a Joseph Breuer e al caso di “Anna O.”. Tuttavia la recente storiografia ha mostrato come quanto riportato a riguardo della fase finale del trattamento di Bertha Pappenheim sia fantasticato. Cfr. M. Borch-Jacobsen, Souvenirs d’Anna O: Une mystification centenaire (1995), trad. it. id., Ricordi di Anna O. La prima bugia della psicoanalisi, Garzanti, Milano 1996.]

4 [Freud si era espresso su questo carattere coatto dell’innamoramento transferale nel testo sullamore di transfert: “È vero che questo innamoramento è costituito da una riedizione di antichi tratti e ripete reazioni infantili (…). Appunto ciò che costituisce il suo carattere coatto, che rammenta il patologico, deriva dal condizionamento infantile. L’amore di transfert ha forse un grado di libertà minore rispetto all’amore che si presenta nella vita, che chiamiamo normale, e lascia scorgere di più la sua dipendenza dal modello infantile, rivelandosi meno flessibile e modificabile (…). Deve riconoscere che l’innamoramento della paziente è forzato dalla situazione analitica e che non può essere ascritto, ad esempio, ai meriti della sua persona, sicché egli non ha alcun motivo per inorgoglirsi di una tale “conquista”. Cfr. S. Freud, Bemerkungen über die Übertragungsliebe (1915), trad. it. id., Osservazioni sull’amore di transfert, in Opere di Sigmund Freud, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 371 (traduzione modificata).]

5 [La 27esima lezione di introduzione alla psicanalisi descrive molto bene questo “primo tempo” del transfert: “Rileviamo quindi che il paziente, che non dovrebbe cercare altro che una via d’uscita ai suoi penosi conflitti, sviluppa un interesse particolare per la persona del medico. Tutto quello che è collegato a questa persona gli sembra essere più significativo delle sue stesse faccende e lo distoglie dal suo stato di malattia. Di conseguenza il rapporto con il paziente per un certo periodo prende una forma molto piacevole; è particolarmente condiscendente, cerca, per quanto può, di mostrarsi riconoscente, mostra finezze e pregi del suo essere, che forse non avremmo sospettato in lui. (…) In queste condizioni l’analisi fa anche splendidi progressi, il paziente comprende ciò che gli viene accennato, si immerge nei compiti che la cura gli pone, il materiale di ricordi e idee spontanee fluisce copioso verso il medico e lo sorprende con la sicurezza e la pertinenza delle sue interpretazioni e questi può solo constatare soddisfatto con quale premura il malato accetti tutte le novità psicologiche che ai sani nel mondo là fuori sono solite suscitare la più aspra opposizione. Alla buona intesa durante il lavoro analitico corrisponde anche un oggettivo miglioramento del suo stato patologico, riconosciuto da ognuno”. Cfr. id., Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, XXVII. Vorlesung – Die Übertragung (1916-1917), trad. it. id., Introduzione alla psicoanalisi, 27 Lezione – Il transfert, in Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, p. 589 (traduzione modificata).]

6 [Sempre nella Lezione 27, dedicata al transfert, troviamo un’ottima descrizione dell’ostilità che determina questo “secondo tempo” del transfert: “Di regola i sentimenti di ostilità appaiono più tardi di quelli di tenerezza e dietro di essi; nel loro esistere contemporaneamente offrono un rispecchiamento dell’ambivalenza emotiva che domina nella maggior parte dei nostri rapporti intimi con altri essere umani. Sia i sentimenti di ostilità che quelli di tenerezza hanno il significato di un legame emotivo e allo stesso modo sia l’ostinazione che l’obbedienza, pur con segno opposto, significano entrambe la stessa dipendenza”. Cfr. ivi, p. 592 (traduzione modificata). È invece nel testo sull’amore di transfert che Freud articola il rapporto fra questo secondo tempo del transfert e la resistenza: “La malata è divenuta del tutto priva di insight, sembra abbandonarsi al suo innamoramento e questo cambiamento si presenta in modo assolutamente regolare proprio nel momento in cui ci si poteva aspettare che la paziente ammettesse o ricordasse un pezzo particolarmente penoso e fortemente rimosso della storia della sua vita. L’innamoramento c’era dunque da tempo, ma ora la resistenza comincia a servirsi di esso per inibire il proseguimento della cura, per distogliere ogni interesse dal lavoro e per mettere l’analista in un penoso imbarazzo”. Cfr. id., Osservazioni sull’amore di transfert, op. cit., p. 365 (traduzione modificata).]

7 Questo carattere del transfert nella cura analitica è stato il motivo principale che ha fatto concedere ai moti erotici un ruolo preponderante, forse specifico, nell’eziologia della nevrosi. In via del tutto generale, ci si chiede però se i moti distruttivi (o aggressivi) rivolti in ogni direzione non possano avanzare la stessa pretesa. Nell’esposizione del testo sono stati presi in considerazione solo le pulsioni erotiche, secondo una più antica versione della teoria. [Nota aggiunta nel 1935.]

8 [Nella Lezione 27 Freud specifica lo statuto di questa sorta di seconda malattia come neoformazione che si genera nel rapporto fra analista e paziente, letteralmente sospesa fra la realtà effettuale e la realtà psichica: “Non dimentichiamoci che la malattia del paziente che prendiamo in analisi non è qualcosa di compiuto, di solidificato, ma che essa continua a crescere e il suo sviluppo procede come quello di un essere vivente. L’inizio del trattamento non pone fine a questo sviluppo, ma quando la cura si è impadronita del malato, ne risulta che l’intera neoproduzione della malattia si riversa su un unico punto, precisamente sul rapporto con il medico. Il transfert diventa così paragonabile allo strato dell’albero fra legno e corteccia denominato “cambio”, dal quale deriva la neoformazione di tessuti e l’aumento di spessore del tronco. Non appena il transfert assurge a tale importanza, il lavoro sui ricordi passa in secondo piano. Non è sbagliato dire che non si ha più a che fare con la precedente malattia del paziente, ma con una nevrosi ricreata e trasformata, che sostituisce la prima. Questa nuova edizione della vecchia affezione l’abbiamo seguita dall’inizio, l’abbiamo vista nascere e crescere e in essa ci orientiamo particolarmente bene perché noi stessi, come oggetto, stiamo al suo centro. Tutti i sintomi del malato hanno abbandonato il loro significato originario e si sono predisposti a un nuovo senso, che consiste nell’essere in relazione con il transfert. Oppure hanno continuato a sussistere solo quei sintomi ai quali poteva riuscire una simile rielaborazione. Domare questa nuova nevrosi artificiale coincide però con l’eliminazione della malattia che è stata portata nella cura, con la soluzione del nostro compito terapeutico. L’uomo, che nel rapporto con il medico è diventato normale e libero dall’effetto di moti pulsionali rimossi, rimane tale anche nella sua propria vita, quando il medico tornerà a non farne parte”. Cfr. id., Introduzione alla psicoanalisi, 27 Lezione – Il transfert, op. cit., pp. 593 (traduzione modificata).]

9 [Nel testo sulla Dinamica del transfert Freud articola con chiarezza il rapporto fra ricordo e riproduzione: “I moti inconsci non vogliono essere ricordati, come la cura auspica, e tendono invece a riprodursi in modo corrispondente all’atemporalità e alla capacità allucinatoria dell’inconscio. Come nel sogno, analogamente il malato attribuisce presenza e realtà agli esiti del ridestarsi dei suoi moti inconsci; vuole agire le sue passioni senza tener conto della situazione reale. Il medico vuole costringerlo a inserire questi moti di sentimento nel contesto del trattamento e in quello della storia della sua vita, vuole costringerlo a sottoporli alla considerazione del pensiero e a riconoscerli secondo il loro valore psichico. Questa lotta tra medico e paziente, tra intelletto e vita pulsionale, tra conoscere e voler agire si svolge quasi esclusivamente nei fenomeni di transfert. È su questo campo che si deve ottenere la vittoria, e la sua espressione è il durevole guarire della nevrosi. È innegabile che il soggiogare i fenomeni del transfert crea allo psicanalista le difficoltà più grandi, ma non bisogna dimenticare che proprio essi ci rendono il servizio inestimabile di rendere attuali e manifesti i moti d’amore, occulti e dimenticati, dei malati, perché in fin dei conti nessuno può essere abbattuto in absentia o in effigie”. Cfr. id., Zur Dynamik der Übertragung (1912), trad. it. id., Dinamica della traslazione, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 531 (traduzione modificata).]

10 [Freud propone una similitudine analoga nel testo sull’amore di transfert: “Invitare la paziente a reprimere le pulsioni, a rinunciarvi e a sublimarle non appena essa abbia ammesso il suo transfert amoroso non lo definirei analitico, ma insensato. Non sarebbe diverso rispetto al voler far emergere dagli inferi, con ingegnose evocazioni, uno spirito per poi rispedirlo giù senza avergli domandato nulla. Si sarebbe allora chiamato alla coscienza il rimosso solo per poi spaventarsi e rimuoverlo nuovamente”. Osservazioni sull’amore di transfert, op. cit., p. 367 (traduzione modificata)]

11 [Anche nel testo sulla Dinamica del transfert Freud parla di “cliché” (Klischee): “È dunque del tutto normale e comprensibile che l’investimento libidico, già approntato e trepidante, di chi è parzialmente insoddisfatto si rivolga anche alla persona del medico. Secondo la nostra premessa, questo investimento si atterrà a modelli, si annoderà a uno dei cliché che sono disponibili per la persona in questione; potremmo anche dire che inserirà il medico in una delle “serie” psichiche che chi soffre ha formato sino a quel momento”. Cfr. id., Dinamica della traslazione, op. cit., p. 524 (traduzione modificata). Nel testo sull’amore di transfert Freud parla di “calchi” (Abklatschen): “Come secondo argomento contro la genuinità di questo amore si introduce che esso non reca in sé nemmeno un tratto nuovo, generato dalla situazione presente, ma si compone mediante ripetizioni e calchi di reazioni precedenti, anche infantili”. Cfr. id., Osservazioni sull’amore di transfert, op. cit., p. 370 (traduzione modificata).]

12 [Questo aneddoto viene riportato anche nel testo sull’amore di transfert e viene introdotto da questo passaggio: “Se ciò dovesse portarlo a far conto di riuscire, mediante una tale corrispondenza, ad assicurarsi il proprio dominio sulla paziente, tanto da indurla così a risolvere i compiti della cura e a ottenere la sua durevole liberazione dalla nevrosi, l’esperienza gli mostrerebbe che ha fatto male i suoi conti. La paziente raggiungerebbe il suo fine, mentre egli non raggiungerebbe mai il proprio”. Cfr. ivi, p. 368 (traduzione modificata).]

13 [Nel testo sulla Dinamica del transfert Freud apre anche alla possibilità di un transfert fraterno: “È dunque del tutto normale e comprensibile che l’investimento libidico, già approntato e trepidante, di chi è parzialmente insoddisfatto si rivolga anche alla persona del medico. (…) Corrisponde ai rapporti reali con il medico se per questo inserimento sarà decisiva la imago paterna (secondo la felice espressione di Jung). Il transfert però non è legato a questo modello, esso può anche essere effettuato secondo l’imago materna o di un fratello, ecc.”. Cfr. id., Dinamica della traslazione, op. cit., p. 524 (traduzione modificata).]

 

Sua cuique persona (attribuzione incerta)
Sua cuique persona (attribuzione incerta)

Di seguito il testo originale:

Die Frage der Laienanalyse – Kapitel V

[…]

»Wenn ich je Lust verspürt hätte, Ihnen ins Handwerk zu pfuschen und selbst eine Analyse an einem anderen zu versuchen, Ihre Mitteilungen über die Widerstände würden mich davon geheilt haben. Aber wie steht es mit dem besonderen persönlichen Einfluß, den Sie doch zugestanden haben? Kommt der nicht gegen die Widerstände auf?«

Es ist gut, daß Sie jetzt danach fragen. Dieser persönliche Einfluß ist unsere stärkste dynamische Waffe, er ist dasjenige, was wir neu in die Situation einführen und wodurch wir sie in Fluß bringen. Der intellektuelle Gehalt unserer Aufklärungen kann das nicht leisten, denn der Kranke, der alle Vorurteile der Umwelt teilt, brauchte uns sowenig zu glauben wie unsere wissenschaftlichen Kritiker. Der Neurotiker macht sich an die Arbeit, weil er dem Analytiker Glauben schenkt, und er glaubt ihm, weil er eine besondere Gefühlseinstellung zu der Person des Analytikers gewinnt. Auch das Kind glaubt nur jenen Menschen, denen es anhängt. Ich sagte Ihnen schon, wozu wir diesen besonders großen »suggestiven« Einfluß verwenden. Nicht zur Unterdrückung der Symptome – das unterscheidet die analytische Methode von anderen Verfahren der Psychotherapie –, sondern als Triebkraft, um das Ich des Kranken zur Überwindung seiner Widerstände zu veranlassen.

»Nun, und wenn das gelingt, geht dann nicht alles glatt?«

Ja, es sollte. Aber es stellt sich eine unerwartete Komplikation heraus. Es war vielleicht die größte Überraschung für den Analytiker, daß die Gefühlsbeziehung, die der Kranke zu ihm annimmt, von einer ganz eigentümlichen Natur ist. Schon der erste Arzt, der eine Analyse versuchte – es war nicht ich –, ist auf dieses Phänomen gestoßen – und an ihm irre geworden. Diese Gefühlsbeziehung ist nämlich – um es klar herauszusagen – von der Natur einer Verliebtheit. Merkwürdig, nicht wahr? Wenn Sie überdies in Betracht ziehen, daß der Analytiker nichts dazu tut, sie zu provozieren, daß er im Gegenteil sich eher menschlich vom Patienten fernhält, seine eigene Person mit einer gewissen Reserve umgibt. Und wenn Sie ferner erfahren, daß diese sonderbare Liebesbeziehung von allen anderen realen Begünstigungen absieht, sich über alle Variationen der persönlichen Anziehung, des Alters, Geschlechts und Standes hinaussetzt. Diese Liebe ist direkt zwangsläufig. Nicht, daß dieser Charakter der spontanen Verliebtheit sonst fremd bleiben müßte. Sie wissen, das Gegenteil kommt oft genug vor, aber in der analytischen Situation stellt er sich ganz regelmäßig her, ohne doch in ihr eine rationelle Erklärung zu finden. Man sollte meinen, aus dem Verhältnis des Patienten zum Analytiker brauchte sich für den ersteren nicht mehr zu ergeben als ein gewisses Maß von Respekt, Zutrauen, Dankbarkeit und menschlicher Sympathie. Anstatt dessen diese Verliebtheit, die selbst den Eindruck einer krankhaften Erscheinung macht.

»Nun, ich sollte meinen, das ist doch für Ihre analytischen Absichten günstig. Wenn man liebt, ist man gefügig und tut dem anderen Teil alles mögliche zuliebe.«

Ja, zu Anfang ist es auch günstig, aber späterhin, wenn sich diese Verliebtheit vertieft hat, kommt ihre ganze Natur zum Vorschein, an der vieles mit der Aufgabe der Analyse unverträglich ist. Die Liebe des Patienten begnügt sich nicht damit zu gehorchen, sie wird anspruchsvoll, verlangt zärtliche und sinnliche Befriedigungen, fordert Ausschließlichkeit, entwickelt Eifersucht, zeigt immer deutlicher ihre Kehrseite, die Bereitschaft zu Feindseligkeit und Rachsucht, wenn sie ihre Absichten nicht erreichen kann. Gleichzeitig drängt sie, wie jede Verliebtheit, alle anderen seelischen Inhalte zurück, sie löscht das Interesse an der Kur und an der Genesung aus, kurz, wir können nicht daran zweifeln, sie hat sich an die Stelle der Neurose gesetzt, und unsere Arbeit hat den Erfolg gehabt, eine Form des Krankseins durch eine andere zu vertreiben.[1]

»Das klingt nun trostlos. Was macht man da? Man sollte die Analyse aufgeben, aber da, wie Sie sagen, ein solcher Erfolg in jedem Fall eintritt, so könnte man ja überhaupt keine Analyse durchführen.«

Wir wollen zuerst die Situation ausnützen, um aus ihr zu lernen. Was wir so gewonnen haben, kann uns dann helfen, sie zu beherrschen. Ist es nicht höchst beachtenswert, daß es uns gelingt, eine Neurose mit beliebigem Inhalt in einen Zustand von krankhafter Verliebtheit zu verwandeln?
Unsere Überzeugung, daß der Neurose ein Stück abnorm verwendeten Liebeslebens zugrunde liegt, muß doch durch diese Erfahrung unerschütterlich befestigt werden. Mit dieser Einsicht fassen wir wieder festen Fuß, wir getrauen uns nun, diese Verliebtheit selbst zum Objekt der Analyse zu nehmen. Wir machen auch eine andere Beobachtung. Nicht in allen Fällen äußert sich die analytische Verliebtheit so klar und so grell, wie ich’s zu schildern versuchte. Warum aber geschieht das nicht? Man sieht es bald ein. In dem Maß, als die vollsinnlichen und die feindseligen Seiten seiner Verliebtheit sich zeigen wollen, erwacht auch das Widerstreben des Patienten gegen dieselben. Er kämpft mit ihnen, sucht sie zu verdrängen, unter unseren Augen. Und nun verstehen wir den Vorgang. Der Patient wiederholt in der Form der Verliebtheit in den Analytiker seelische Erlebnisse, die er bereits früher einmal durchgemacht hat – er hat seelische Einstellungen, die in ihm bereitlagen und mit der Entstehung seiner Neurose innig verknüpft waren, auf den Analytiker übertragen. Er wiederholt auch seine damaligen Abwehraktionen vor unseren Augen, möchte am liebsten alle Schicksale jener vergessenen Lebensperiode in seinem Verhältnis zum Analytiker wiederholen. Was er uns zeigt, ist also der Kern seiner intimen Lebensgeschichte, er reproduziert ihn greifbar, wie gegenwärtig, anstatt ihn zu erinnern. Damit ist das Rätsel der Übertragungsliebe gelöst, und die Analyse kann gerade mit Hilfe der neuen Situation, die für sie so bedrohlich schien, fortgesetzt werden.

»Das ist raffiniert. Und glaubt Ihnen der Kranke so leicht, daß er nicht verliebt, sondern nur gezwungen ist, ein altes Stück wieder aufzuführen?«

Alles kommt jetzt darauf an, und die volle Geschicklichkeit in der Handhabung der »Übertragung« gehört dazu, es zu erreichen. Sie sehen, daß die Anforderungen an die analytische Technik an dieser Stelle die höchste Steigerung erfahren. Hier kann man die schwersten Fehler begehen oder sich der größten Erfolge versichern. Der Versuch, sich den Schwierigkeiten zu entziehen, indem man die Übertragung unterdrückt oder vernachlässigt, wäre unsinnig; was immer man sonst getan hat, es verdiente nicht den Namen einer Analyse. Den Kranken wegzuschicken, sobald sich die Unannehmlichkeiten seiner Übertragungsneurose herstellen, ist nicht sinnreicher und außerdem eine Feigheit; es wäre ungefähr so, als ob man Geister beschworen hätte und dann davongerannt wäre, sobald sie erscheinen. Zwar manchmal kann man wirklich nicht anders; es gibt Fälle, in denen man der entfesselten Übertragung nicht Herr wird und die Analyse abbrechen muß, aber man soll wenigstens mit den bösen Geistern nach Kräften gerungen haben. Den Anforderungen der Übertragung nachgeben, die Wünsche des Patienten nach zärtlicher und sinnlicher Befriedigung erfüllen, ist nicht nur berechtigterweise durch moralische Rücksichten versagt, sondern auch als technisches Mittel zur Erreichung der analytischen Absicht völlig unzureichend. Der Neurotiker kann dadurch, daß man ihm die unkorrigierte Wiederholung eines in ihm vorbereiteten unbewußten Klischees ermöglicht hat, nicht geheilt werden. Wenn man sich auf Kompromisse mit ihm einläßt, indem man ihm partielle Befriedigungen zum Austausch gegen seine weitere Mitarbeit an der Analyse bietet, muß man achthaben, daß man nicht in die lächerliche Situation des Geistlichen gerät, der den kranken Versicherungsagenten bekehren soll. Der Kranke bleibt unbekehrt, aber der Geistliche zieht versichert ab. Der einzig mögliche Ausweg aus der Situation der Übertragung ist die Rückführung auf die Vergangenheit des Kranken, wie er sie wirklich erlebt oder durch die wunscherfüllende Tätigkeit seiner Phantasie gestaltet hat. Und dies erfordert beim Analytiker viel Geschick, Geduld, Ruhe und Selbstverleugnung.

»Und wo, meinen Sie, hat der Neurotiker das Vorbild seiner Übertragungsliebe erlebt?«

In seiner Kindheit, in der Regel in der Beziehung zu einem Elternteil. Sie erinnern sich, welche Wichtigkeit wir diesen frühesten Gefühlsbeziehungen zuschreiben mußten. Hier schließt sich also der Kreis.

[…]

Noten

1 »Dieser Charakter der Übertragung in der analytischen Kur war das Hauptmotiv dafür, den erotischen Regungen eine hervorragende, vielleicht eine spezifische Rolle in der Aetiologie der Neurosen einzuräumen. Es fragt sich aber ganz allgemein, ob nicht die destruktiven (oder aggressiven) Regungen in allen Richtungen denselben Anspruch erheben dürfen. In der Darstellung des Texts sind nur die erotischen Triebe berücksichtigt worden, wie es einer älteren Fassung der Theorie entspricht.« [1935]