Freud e la lezione del transfert

Propongo una nuova traduzione di quella parte della Lezione 27 che Freud dedica al tema del transfert. La presenta in questo modo: “Abbiamo davvero creduto di aver dato conto di tutte le forze motrici che sono in questione nella cura, di aver pienamente razionalizzato la situazione fra noi e il paziente in modo che essa si lasciasse abbracciare con lo sguardo come un esercizio di aritmetica e poi però sembra insinuarsi qualcosa che in questo calcolo non era stato preventivato. Questa inattesa novità è essa stessa multiforme; descriverò le fogge più frequenti e più facilmente comprensibili in cui si manifesta.”

Lezioni di introduzione alla psicanalisi (1917)

XXVII Lezione – Il transfert

[…]

E ora il fatto. In un gran numero di forme di malattie nervose, nelle isterie, negli stati di angoscia e nelle nevrosi di coazione il nostro presupposto è vero. Con questo andare alla ricerca della rimozione, con lo scoprire le resistenze, con l’accennare al rimosso, ci riesce veramente di assolvere il compito, cioè di superare le resistenze, levare la rimozione e trasformare l’inconscio in conscio. Nel farlo ne ricaviamo la chiarissima impressione che per il superamento di ciascuna resistenza si svolga nell’anima del paziente una feroce battaglia, che sul medesimo terreno psicologico si svolga una normale battaglia dell’anima fra i motivi che vogliono mantenere il controinvestimento e quelli che sono disposti a rinunciarvi. I primi sono i vecchi motivi, che a suo tempo hanno imposto la rimozione; fra i secondi si trovano quelli appena sopravvenuti, che sperabilmente decideranno il conflitto a nostro favore. A noi è riuscito di rinnovare il vecchio conflitto della rimozione, di portare a revisione il processo che a quel tempo era chiuso. Come nuovo materiale, in primo luogo portiamo anche l’avvertimento che la precedente decisione ha condotto alla malattia e la promessa che un’altra spianerà la strada alla guarigione; in secondo luogo portiamo il grandioso cambiamento di tutte le circostanze a partire dal momento di quel primo rifiuto. L’Io era allora gracile, infantile e aveva forse motivo di bandire come pericolo la richiesta della libido. Oggi è rafforzato ed esperto e per giunta al suo fianco ha nel medico qualcuno che gli fornisce aiuto. Possiamo così aspettarci di poter guidare il conflitto rinnovato verso un epilogo migliore che nella rimozione e, come già detto, per le isterie, le nevrosi d’angoscia e di coazione, in linea di principio il successo ci dà ragione.

Ci sono però altre forme di malattia nelle quali, nonostante le condizioni siano identiche, il nostro procedimento terapeutico non porta mai al successo. Anche in esse si è trattato di un conflitto originario fra l’Io e la libido che ha condotto alla rimozione, potendo quest’ultima essere caratterizzata, anche topicamente, in modo diverso; è possibile anche qui rintracciare nella vita del malato i punti in cui le rimozioni sono occorse; applichiamo lo stesso procedimento, siamo disposti a fare le stesse promesse, prestiamo lo stesso aiuto comunicando le rappresentazioni d’attesa e di nuovo il divario di tempo fra il presente e quelle rimozioni scorre a favore di un altro epilogo del conflitto. Eppure non ci riesce di levare le resistenze e di eliminare la rimozione. Questi pazienti, paranoici, melanconici, affetti da dementia praecox, rimangono impassibili e immuni alla terapia psicanalitica. Da dove può derivare questo? Non dalla mancanza di intelligenza; naturalmente richiediamo ai nostri pazienti un certo livello di capacità intellettuali, che però certo non manca ad esempio ai paranoici “combinatori”, che sono così acuti. Non riusciamo peraltro a notare l’assenza delle altre forze motrici. I melanconici, per esempio, hanno un’elevata consapevolezza, assente nei paranoici, di essere malati e ne soffrono in modo molto grave, ma non sono perciò più accessibili. Siamo di fronte a un fatto che non comprendiamo e che ci fa dubitare di avere davvero compreso, in tutte le sue condizioni, il possibile esito nelle altre nevrosi.

Rimanendo a occuparci dei nostri isterici e dei nostri nevrotici coatti, ci imbattemmo subito in un secondo fatto, al quale non eravamo in alcun modo preparati. Dopo qualche tempo dovemmo infatti rilevare che questi malati si comportano nei nostri confronti in un modo del tutto particolare. Abbiamo davvero creduto di aver dato conto di tutte le forze motrici che sono in questione nella cura, di aver pienamente razionalizzato la situazione fra noi e il paziente in modo che essa si lasciasse abbracciare con lo sguardo come un esercizio di aritmetica e poi però sembra insinuarsi qualcosa che in questo calcolo non era stato preventivato. Questa inattesa novità è essa stessa multiforme; descriverò le fogge più frequenti e più facilmente comprensibili in cui si manifesta.

Rileviamo quindi che il paziente, che non dovrebbe cercare altro che una via d’uscita ai suoi penosi conflitti, sviluppa un interesse particolare per la persona del medico. Tutto quello che è collegato a questa persona gli sembra essere più significativo delle sue stesse faccende e lo distoglie dal suo stato di malattia. Di conseguenza il rapporto con il paziente per un certo periodo prende una forma molto piacevole; è particolarmente condiscendente, cerca, per quanto può, di mostrarsi riconoscente, mostra finezze e pregi del suo essere, che forse non avremmo sospettato in lui. Il medico si fa allora anche una buona opinione del paziente e celebra il destino che gli ha permesso di prestare aiuto proprio a una personalità di particolare valore. Se il medico ha l’occasione di parlare con i congiunti del paziente, allora ascolta con gioia che questo piacere è reciproco. A casa il paziente non si stanca di lodare il medico, di elogiarne sempre nuovi pregi. “La adora, si fida ciecamente di Lei; tutto quello che Lei dice è per lui come una rivelazione” raccontano i congiunti. Qua e là qualcuno di questo coro ha la vista più acuta e si esprime così: “Sta già diventando noioso, non parla d’altro che di Lei e in bocca non ha altro che Lei.”

Vogliamo sperare che il medico sia abbastanza modesto da ricondurre questo apprezzamento che il paziente fa della sua personalità alle speranze che egli stesso può fargli sorgere e all’ampliamento del suo orizzonte intellettuale dovuto alle sorprendenti e liberatrici aperture che la cura porta con sé. In queste condizioni l’analisi fa anche splendidi progressi, il paziente comprende ciò che gli viene accennato, si immerge nei compiti che la cura gli pone, il materiale di ricordi e idee spontanee fluisce copioso verso il medico e lo sorprende con la sicurezza e la pertinenza delle sue interpretazioni e questi può solo constatare soddisfatto con quale premura il malato accetti tutte le novità psicologiche che ai sani nel mondo là fuori sono solite suscitare la più aspra opposizione. Alla buona intesa durante il lavoro analitico corrisponde anche un oggettivo miglioramento del suo stato patologico, riconosciuto da ognuno.

Un così bel tempo non può però durare per sempre. Un giorno arrivano le nuvole. Sorgono delle difficoltà nel trattamento; il paziente afferma che non gli viene in mente più nulla. Si ha la chiara impressione che il suo interesse non sia più verso il lavoro e che si dispensa a cuor leggero dalla prescrizione che gli era stata data, ovvero di dire tutto quello che gli passa per la mente senza per contro cedere ad alcun impedimento critico. Si comporta come fuori della cura, come se non avesse stipulato quel contratto con il medico; evidentemente è preso da qualcos’altro che però vuole tenere per sé. È una situazione pericolosa per il trattamento. Ci si trova inconfondibilmente di fronte a una violenta resistenza. Ma cosa è successo?

Quando si è in grado di chiarire di nuovo la situazione, si riconosce come causa del disturbo che il paziente ha trasferito sul medico intensi sentimenti di tenerezza, che non sono giustificati né dal comportamento del medico né dalla relazione che si è instaurata nella cura. In quale forma si esprima questa tenerezza e quali scopi persegua, ciò dipende naturalmente dalle condizioni personali dei due interessati. Se si tratta di una ragazza e di un giovane uomo, avremo l’impressione di un normale innamoramento, troveremo comprensibile che una ragazza si innamori di un uomo con il quale può stare molto tempo da sola a parlare di cose intime e che le sta di fronte nella vantaggiosa posizione di chi è superiore e fornisce aiuto; per questo trascureremo probabilmente che da una ragazza nevrotica dovremmo aspettarci un disturbo della capacità di amare. Quanto più poi le condizioni personali di medico e paziente si allontanano da questo caso che abbiamo supposto, tanto più saremo sconcertati se troviamo che comunque si stabilisce sempre di nuovo la stessa relazione sentimentale. Può ancora essere accettabile quando la giovane donna, infelice del matrimonio, sembra presa da una seria passione per il medico che è ancora libero, quando è disposta a perseguire lo scioglimento del matrimonio per appartenergli o, nel caso di impedimenti sociali, non manifesta alcuno scrupolo ad allacciare con lui una relazione amorosa segreta. D’altra parte cose del genere accadono anche al di fuori della psicanalisi. In queste circostanze si ascoltano però con stupore dichiarazioni di donne e ragazze che attestano una presa di posizione ben definita sul problema terapeutico: esse avevano sempre saputo di poter guarire solo per mezzo dell’amore e dall’inizio del trattamento avevano atteso che attraverso questo rapporto venisse finalmente offerto loro ciò di cui la vita le aveva fino ad allora private. Solo a causa di questa speranza si erano date così tanta pena nella cura e avevano superato tutte le difficoltà di comunicazione. Per conto nostro aggiungeremo: e compreso molto facilmente tutto quello che altrimenti sarebbe stato difficile credere. Ma una tale confessione ci sorprende; mette a soqquadro i nostri calcoli. Potrebbe essere che dal nostro enunciato abbiamo lasciato fuori la voce più importante?

E in realtà, quanto più procediamo nell’esperienza, tanto meno possiamo essere riluttanti a questa correzione che umilia la nostra scientificità. Le prime volte si poteva magari credere che la cura analitica si fosse imbattuta in un intralcio dovuto a un evento casuale, ovvero in qualcosa che non era nelle sue intenzioni e che essa non aveva suscitato. Quando però un simile tenero legame del paziente verso il medico si ripete regolarmente in ogni nuovo caso, quando ricompare sempre nelle condizioni più sfavorevoli, con disparità addirittura grottesche, anche nella donna di una certa età, anche verso l’uomo dalla barba grigia, anche là dove a nostro giudizio non esiste nessuna attrattiva di sorta, allora dobbiamo abbandonare l’idea di un qualcosa di casuale che disturba e riconoscere che si tratta di un fenomeno che è nella più intima connessione con l’essenza della malattia.

Il nuovo fatto, che riconosciamo dunque con riluttanza, lo chiamiamo transfert [Übertragung]. Intendiamo un trasferimento di sentimenti sulla persona del medico, perché non crediamo che la situazione della cura possa giustificare il sorgere di simili sentimenti. Presumiamo piuttosto che l’intera disposizione al sentimento abbia origine altrove, sia già preparata nella malata e, in occasione del trattamento analitico, venga trasferita sulla persona del medico. Il transfert può comparire come una travolgente richiesta d’amore o in forme più moderate; al posto del desiderio di essere l’amante, nella giovane donna può emergere, verso l’uomo anziano, il desiderio di essere adottata come figlia prediletta: l’aspirazione libidica può mitigarsi nella proposta di un’amicizia indissolubile ma idealmente non sensuale. Alcune donne sanno sublimare il transfert e modellarlo fino a fargli acquisire una sorta di capacità di esistere; altre devono esprimerlo nella sua forma grezza, originaria, per lo più impossibile. Ma in fondo è lo stesso e non si può disconoscere la provenienza dalla stessa fonte.

Prima di chiederci dove vogliamo collocare il fatto nuovo del transfert, completiamone la descrizione. Cosa accade con i pazienti maschi? Si potrebbe sperare di evitare l’immischiarsi molesto della diversità di genere e dell’attrazione sessuale. Ora, la risposta non suona molto diversa che con le donne. Lo stesso legame con il medico, la stessa sopravvalutazione delle sue qualità, la medesima devozione ai suoi interessi, l’identica gelosia verso tutti coloro che nella vita gli sono vicini. Le forme sublimate del transfert fra uomo e uomo sono più frequenti e le richieste sessuali dirette sono più rare nella misura in cui l’omosessualità manifesta cede il passo ad altri impieghi di questa componente pulsionale. Nei suoi pazienti maschi il medico osserva che anche più frequentemente che nelle donne una forma di manifestazione del transfert sembra ad un primo sguardo contraddire tutto quanto descritto fino a qui, il transfert ostile o negativo.

Prima di tutto mettiamo in chiaro che il transfert emerge nel paziente già dall’inizio del trattamento e che esso rappresenta per un certo tempo la molla che dà l’impulso più forte al lavoro. Non lo si avverte e non si ha nemmeno bisogno di preoccuparsene fintanto che opera a favore dell’analisi intrapresa in comune. Se poi si trasforma in resistenza, allora si deve prestargli attenzione e si riconosce che, date due condizioni diverse e contrapposte, ha cambiato il suo rapporto con la cura: in primo luogo quando, come tenera inclinazione, è diventata così forte da aver tradito in modo evidente i segni della provenienza dal bisogno sessuale, poiché ha suscitato contro di sé una resistenza interna; in secondo luogo quando consiste di moti ostili invece che teneri. Di regola i sentimenti di ostilità appaiono più tardi di quelli di tenerezza e dietro di essi; nel loro esistere contemporaneamente offrono un rispecchiamento dell’ambivalenza emotiva che domina nella maggior parte dei nostri rapporti intimi con altri essere umani. Sia i sentimenti di ostilità che quelli di tenerezza hanno il significato di un legame emotivo e allo stesso modo sia l’ostinazione che l’obbedienza, pur con segno opposto, significano entrambe la stessa dipendenza. Non possiamo avere dubbi sul fatto che i sentimenti ostili contro il medico meritino il nome di “transfert” poiché la situazione della cura non dà certo uno spunto sufficiente al loro sorgere; la concezione, necessaria, del transfert negativo ci assicura così che non ci sbagliavamo nel giudicare quello positivo o affettuoso.

Da dove sorga il transfert, quali difficoltà ci procuri, come le superiamo e quale vantaggio potremo estrarne, ciò va trattato estesamente in saggio tecnico sull’analisi e oggi dovrò solo sfiorarlo. È escluso che possiamo cedere alle richieste del paziente che conseguono al transfert, sarebbe insensato respingerle in modo sgarbato o addirittura indignato; superiamo il transfert quando proviamo al malato che i suoi sentimenti non derivano dalla situazione presente e non sono rivolti alla persona del medico, ma che ripetono ciò che una volta gli era già accaduto, prima. In tal modo lo obblighiamo a trasformare la sua ripetizione in ricordo. Allora il transfert, affettuoso o ostile, che sembrava significare la minaccia più forte alla cura, ne diventa lo strumento migliore e con il suo aiuto si possono dischiudere gli scomparti più inaccessibili della vita psichica. Vorrei però dirvi alcune parole per liberarvi dallo sconcerto per la comparsa di questo fenomeno inatteso. Non dimentichiamoci che la malattia del paziente che prendiamo in analisi non è qualcosa di compiuto, di solidificato, ma che essa continua a crescere e il suo sviluppo procede come quello di un essere vivente. L’inizio del trattamento non pone fine a questo sviluppo, ma quando la cura si è impadronita del malato, ne risulta che l’intera neoproduzione della malattia si riversa su un unico punto, precisamente sul rapporto con il medico. Il transfert diventa così paragonabile allo strato dell’albero fra legno e corteccia denominato “cambio”, dal quale deriva la neoformazione di tessuti e l’aumento di spessore del tronco. Non appena il transfert assurge a tale importanza, il lavoro sui ricordi passa in secondo piano. Non è sbagliato dire che non si ha più a che fare con la precedente malattia del paziente, ma con una nevrosi ricreata e trasformata, che sostituisce la prima. Questa nuova edizione della vecchia affezione l’abbiamo seguita dall’inizio, l’abbiamo vista nascere e crescere e in essa ci orientiamo particolarmente bene perché noi stessi, come oggetto, stiamo al suo centro. Tutti i sintomi del malato hanno abbandonato il loro significato originario e si sono predisposti a un nuovo senso, che consiste nell’essere in relazione con il transfert. Oppure hanno continuato a sussistere solo quei sintomi ai quali poteva riuscire una simile rielaborazione. Domare questa nuova nevrosi artificiale coincide però con l’eliminazione della malattia che è stata portata nella cura, con la soluzione del nostro compito terapeutico. L’uomo, che nel rapporto con il medico è diventato normale e libero dall’effetto di moti pulsionali rimossi, rimane tale anche nella sua propria vita, quando il medico tornerà a non farne parte.

Il transfert ha questa importanza straordinaria, addirittura centrale per cura, nelle isterie, nelle isterie d’angoscia e nelle nevrosi di coazione, che per questo motivo vengono a ragione riunite nelle “nevrosi di transfert”. Chi dal lavoro analitico ha ricavato la piena impressione del fatto del transfert non può più dubitare del tipo di moti repressi che trovano espressione nei sintomi di queste nevrosi e non pretende una prova più forte della loro natura libidica. Possiamo dire che la nostra convinzione dell’importanza dei sintomi come soddisfacimenti libidici sostitutivi si sia definitivamente consolidata soltanto da quando abbiamo annoverato il transfert.

Abbiamo ora tutte le ragioni per migliorare la nostra precedente concezione del processo di guarigione e armonizzarla con la nuova intuizione. Se il malato deve lottare fino all’ultimo contro le resistenze che abbiamo scoperto nell’analisi, abbiamo bisogno di una spinta potente che influenzi la decisione nella direzione, da noi desiderata, della guarigione. Altrimenti potrebbe accadere che egli si decida per la ripetizione delle precedenti vie d’uscita e lasci scivolare di nuovo nella rimozione ciò che si era elevato alla coscienza. L’ago della bilancia in questa lotta non è la sua perspicacia intellettuale – che non è né abbastanza forte né abbastanza libera per tale impresa – bensì unicamente il suo rapporto con il medico. Finché il suo transfert è di segno positivo, riveste il medico di autorità, si trasforma in fiducia nelle sue comunicazioni e nelle sue concezioni. Senza tale transfert, o se esso è negativo, non presterebbe ascolto nemmeno una volta al medico e ai suoi argomenti. La fiducia ripete qui la storia della sua origine: è un derivato dell’amore e inizialmente non ha avuto bisogno di argomenti. Solo in seguito ha fatto loro spazio così da poterli vagliare criticamente, se erano esposti da una persona a lui cara. Argomenti privi di tale sostegno mai ebbero alcun valore e nella vita della maggior parte degli uomini non valgono nulla. L’uomo in generale è dunque tanto accessibile dal versante intellettuale quanto è capace di investimento libidico e abbiamo buone ragioni per riconoscere e per temere nelle dimensioni del suo narcisismo una barriera alla sua influenzabilità, valendo ciò anche per la migliore tecnica analitica.

La capacità di indirizzare investimenti oggettuali libidici anche su persone deve certo essere attribuita a tutti gli uomini normali. L’inclinazione al transfert dei cosiddetti nevrotici è solo uno straordinario accrescimento di questa caratteristica generale. Ora, sarebbe davvero molto singolare se un tratto umano così diffuso e importante non fosse stato mai notato e apprezzato. E ciò è realmente accaduto. Con acume e tenacia Bernheim ha fondato la teoria dei fenomeni ipnotici sulla tesi che tutti gli uomini possono essere in qualche modo influenzati, sono “suggestionabili”. La sua suggestionabilità non è altro che l’inclinazione al transfert, concepito in modo troppo ristretto, tanto che il transfert negativo non vi trovò posto. Ma Bernheim non poté mai dire che cosa sia propriamente la suggestione e come si attui. Era per lui un dato di fatto fondamentale, della cui provenienza egli non poteva fornire prova alcuna. Non ha riconosciuto la dipendenza della “suggestionabilità” dalla sessualità, dall’attività della libido. E dobbiamo accorgerci che nella nostra tecnica abbiamo rinunciato all’ipnosi per riscoprire la suggestione nella forma del transfert.

[…]

Bibliografia

S. Freud, Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse (1915-1917), in Freud Gesammelte Werke, vol. XI, Imago, Londra 1944, pp. 447-465.

Giovanni Segantini, Dea dell’Amore (1894)
Giovanni Segantini, Dea dell’Amore (1894)

Di seguito il testo originale:

Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse (1917)

XXVII. Vorlesung – Die Übertragung

[…]

Und nun die Tatsache. Bei einer ganzen Anzahl von Formen nervöser Erkrankung, bei den Hysterien, Angstzuständen, Zwangsneurosen trifft unsere Voraussetzung zu. Durch solches Aufsuchen der Verdrängung, Aufdecken der Widerstände, Andeuten des Verdrängten gelingt es wirklich, die Aufgabe zu lösen, also die Widerstände zu überwinden, die Verdrängung aufzuheben und das Unbewußte in Bewußtes zu verwandeln. Dabei gewinnen wir den klarsten Eindruck davon, wie sich um die Überwindung eines jeden Widerstandes ein heftiger Kampf in der Seele des Patienten abspielt, ein normaler Seelenkampf auf gleichem psychologischen Boden zwischen den Motiven, welche die Gegenbesetzung aufrechthalten wollen, und denen, die bereit sind, sie aufzugeben. Die ersteren sind die alten Motive, die [455] seinerzeit die Verdrängung durchgesetzt haben; unter den letzteren befinden sich die neu hinzugekommenen, die hoffentlich den Konflikt in unserem Sinne entscheiden werden. Es ist uns gelungen, den alten Verdrängungskonflikt wieder aufzufrischen, den damals erledigten Prozeß zur Revision zu bringen. Als neues Material bringen wir erstens hinzu die Mahnung, daß die frühere Entscheidung zur Krankheit geführt hat, und das Versprechen, daß eine andere den Weg zur Genesung bahnen wird, zweitens die großartige Veränderung aller Verhältnisse seit dem Zeitpunkt jener ersten Abweisung. Damals war das Ich schwächlich, infantil, und hatte vielleicht Grund, die Libidoforderung als Gefahr zu ächten. Heute ist es erstarkt und erfahren und hat überdies in dem Arzt einen Helfer zur Seite. So dürfen wir erwarten, den aufgefrischten Konflikt zu einem besseren Ausgang als dem in Verdrängung zu leiten, und wie gesagt, bei den Hysterien, Angst- und Zwangsneurosen gibt der Erfolg uns prinzipiell recht.

Nun gibt es aber andere Krankheitsformen, bei denen trotz der Gleichheit der Verhältnisse unser therapeutisches Vorgehen niemals Erfolg bringt. Es hat sich auch bei ihnen um einen ursprünglichen Konflikt zwischen dem Ich und der Libido gehandelt, der zur Verdrängung geführt hat – mag diese auch topisch anders zu charakterisieren sein –, es ist auch hier möglich, die Stellen aufzuspüren, an denen im Leben des Kranken die Verdrängungen vorgefallen sind, wir wenden das nämliche Verfahren an, sind zu denselben Versprechungen bereit, leisten dieselbe Hilfe durch Mitteilung von Erwartungsvorstellungen, und wiederum läuft die Zeitdifferenz zwischen der Gegenwart und jenen Verdrängungen zu Gunsten eines anderen Ausganges des Konflikts. Und doch gelingt es uns nicht, einen Widerstand aufzuheben oder eine Verdrängung zu beseitigen. Diese Patienten, Paranoiker, Melancholiker, mit Dementia praecox Behaftete, bleiben im ganzen ungerührt und gegen die psychoanalytische Therapie gefeit. Woher kann das kommen? Nicht von dem Mangel an Intelligenz; ein gewisses Maß von intellektueller Leistungsfähigkeit wird bei unseren Patienten natürlich erforderlich sein, aber daran fehlt es z.B. [456] den so scharfsinnig kombinierenden Paranoikern sicherlich nicht. Auch von den anderen Triebkräften können wir keine vermissen. Die Melancholiker z.B. haben das Bewußtsein, krank zu sein und darum so schwer zu leiden, das den Paranoikern abgeht, in sehr hohem Maße, aber sie sind darum nicht zugänglicher. Wir stehen hier vor einer Tatsache, die wir nicht verstehen, und die uns darum auch zweifeln heißt, ob wir den möglichen Erfolg bei den anderen Neurosen wirklich in all seinen Bedingungen verstanden haben.

Bleiben wir bei der Beschäftigung mit unseren Hysterikern und Zwangsneurotikern, so tritt uns alsbald eine zweite Tatsache entgegen, auf die wir in keiner Weise vorbereitet waren. Nach einer Weile müssen wir nämlich bemerken, daß diese Kranken sich gegen uns in ganz besonderer Art benehmen. Wir glaubten ja, uns von allen bei der Kur in Betracht kommenden Triebkräften Rechenschaft gegeben zu haben, die Situation zwischen uns und dem Patienten voll rationalisiert zu haben, so daß sie sich übersehen läßt wie ein Rechenexempel, und dann scheint sich doch etwas einzuschleichen, was in dieser Rechnung nicht in Anschlag gebracht worden ist. Dieses unerwartete Neue ist selbst vielgestaltig, ich werde zunächst die häufigere und leichter verständliche seiner Erscheinungsformen beschreiben.

Wir bemerken also, daß der Patient, der nichts anderes suchen soll als einen Ausweg aus seinen Leidenskonflikten, ein besonderes Interesse für die Person des Arztes entwickelt. Alles, was mit dieser Person zusammenhängt, scheint ihm bedeutungsvoller zu sein als seine eigenen Angelegenheiten und ihn von seinem Kranksein abzulenken. Der Verkehr mit ihm gestaltet sich demnach für eine Weile sehr angenehm; er ist besonders verbindlich, sucht sich, wo er kann, dankbar zu erweisen, zeigt Feinheiten und Vorzüge seines Wesens, die wir vielleicht nicht bei ihm gesucht hätten. Der Arzt faßt dann auch eine günstige Meinung vom Patienten und preist den Zufall, der ihm gestattet hat, gerade einer besonders wertvollen Persönlichkeit Hilfe zu leisten. Hat der Arzt Gelegenheit, mit Angehörigen des Patienten [457] zu sprechen, so hört er mit Vergnügen, daß dies Gefallen gegenseitig ist. Der Patient wird zu Hause nicht müde, den Arzt zu loben, immer neue Vorzüge an ihm zu rühmen. »Er schwärmt für Sie, er vertraut Ihnen blind; alles, was Sie sagen, ist für ihn wie eine Offenbarung,« erzählen die Angehörigen. Hie und da sieht einer aus diesem Chorus schärfer und äußert: Es wird schon langweilig, wie er von nichts anderem spricht als von Ihnen und immer nur Sie im Munde führt.

Wir wollen hoffen, daß der Arzt bescheiden genug ist, diese Schätzung seiner Persönlichkeit durch den Patienten auf die Hoffnungen zurückzuführen, die er ihm machen kann, und auf die Erweiterung seines intellektuellen Horizonts durch die überraschenden und befreienden Eröffnungen, die die Kur mit sich bringt. Die Analyse macht unter diesen Bedingungen auch prächtige Fortschritte, der Patient versteht, was man ihm andeutet, vertieft sich in die Aufgaben, die ihm von der Kur gestellt werden, das Material von Erinnerungen und Einfällen strömt ihm reichlich zu, er überrascht den Arzt durch die Sicherheit und Triftigkeit seiner Deutungen, und dieser kann nur mit Genugtuung feststellen, wie bereitwillig ein Kranker alle die psychologischen Neuheiten aufnimmt, die bei den Gesunden in der Welt draußen den erbittertsten Widerspruch zu erregen pflegen. Dem guten Einvernehmen während der analytischen Arbeit entspricht auch eine objektive, von allen Seiten anerkannte Besserung des Krankheitszustandes.

So schönes Wetter kann es aber nicht immer geben. Eines Tages trübt es sich. Es stellen sich Schwierigkeiten in der Behandlung ein; der Patient behauptet, es falle ihm nichts mehr ein. Man hat den deutlichsten Eindruck, daß sein Interesse nicht mehr bei der Arbeit ist, und daß er sich leichten Sinnes über die ihm gegebene Vorschrift hinaussetzt, alles zu sagen, was ihm durch den Sinn fährt, und keiner kritischen Abhaltung dagegen nachzugeben. Er benimmt sich wie außerhalb der Kur, so als ob er jenen Vertrag mit dem Arzt nicht abgeschlossen hätte; er ist offenbar von etwas eingenommen, was er aber für sich behalten will. Das ist eine für die Behandlung gefährliche [458] Situation. Man steht unverkennbar vor einem gewaltigen Widerstand. Aber was ist da vorgefallen?

Wenn man imstande ist, die Situation wieder zu klären, so erkennt man als die Ursache der Störung, daß der Patient intensive zärtliche Gefühle auf den Arzt übertragen hat, zu denen ihn weder das Benehmen des Arztes noch die in der Kur entstandene Beziehung berechtigt. In welcher Form sich diese Zärtlichkeit äußert und welche Ziele sie anstrebt, das hängt natürlich von den persönlichen Verhältnissen der beiden Beteiligten ab. Handelt es sich um ein junges Mädchen und einen jüngeren Mann, so werden wir den Eindruck einer normalen Verliebtheit bekommen, werden es begreiflich finden, daß sich ein Mädchen in einen Mann verliebt, mit dem es viel allein sein und Intimes besprechen kann, der ihm in der vorteilhaften Position des überlegenen Helfers entgegentritt, und werden darüber wahrscheinlich übersehen, daß bei dem neurotischen Mädchen eher eine Störung der Liebesfähigkeit zu erwarten wäre. Je weiter sich dann die persönlichen Verhältnisse von Arzt und Patient von diesem angenommenen Fall entfernen, desto mehr wird es uns befremden, wenn wir trotzdem immer wieder dieselbe Gefühlsbeziehung hergestellt finden. Es mag noch angehen, wenn die junge, in der Ehe unglückliche Frau von einer ernsten Leidenschaft für ihren selbst noch freien Arzt erfaßt scheint, wenn sie bereit ist, die Scheidung ihrer Ehe anzustreben, um ihm anzugehören, oder im Falle sozialer Hemmnisse selbst kein Bedenken äußert, ein heimliches Liebesverhältnis mit ihm einzugehen. Dergleichen kommt ja auch sonst außerhalb der Psychoanalyse vor. Man hört nun aber unter diesen Umständen mit Erstaunen Äußerungen von seiten der Frauen und Mädchen, welche eine ganz bestimmte Stellungnahme zum therapeutischen Problem bekunden: sie hätten immer gewußt, daß sie nur durch die Liebe gesund werden können, und von Beginn der Behandlung an erwartet, daß ihnen durch diesen Verkehr endlich geschenkt werde, was ihnen das Leben bisher vorenthalten. Nur dieser Hoffnung wegen hätten sie sich so viel Mühe in der Kur gegeben und alle Schwierigkeiten der Mitteilung überwunden. [459] Wir werden für uns hinzusetzen: und alles, was sonst zu glauben schwer fällt, so leicht verstanden. Aber ein solches Geständnis überrascht uns; es wirft unsere Berechnungen über den Haufen. Könnte es sein, daß wir den wichtigsten Posten aus unserem Ansatz weggelassen haben?

Und wirklich, je weiter wir in der Erfahrung kommen, desto weniger können wir dieser für unsere Wissenschaftlichkeit beschämenden Korrektur widerstreben. Die ersten Male konnte man etwa glauben, die analytische Kur sei auf eine Störung durch ein zufälliges, d.h. nicht in ihrer Absicht liegendes und von ihr nicht hervorgerufenes Ereignis gestoßen. Aber wenn sich eine solche zärtliche Bindung des Patienten an den Arzt regelmäßig bei jedem neuen Falle wiederholt, wenn sie unter den ungünstigsten Bedingungen, bei geradezu grotesken Mißverhältnissen immer wieder zum Vorschein kommt, auch bei der gealterten Frau, auch gegen den graubärtigen Mann, auch dort, wo nach unserem Urteil keinerlei Verlockungen bestehen, dann müssen wir doch die Idee eines störenden Zufalles aufgeben und erkennen, daß es sich um ein Phänomen handelt, welches mit dem Wesen des Krankseins selbst im Innersten zusammenhängt.

Die neue Tatsache, welche wir also widerstrebend anerkennen, heißen wir die Übertragung. Wir meinen eine Übertragung von Gefühlen auf die Person des Arztes, weil wir nicht glauben, daß die Situation der Kur eine Entstehung solcher Gefühle rechtfertigen könne. Vielmehr vermuten wir, daß die ganze Gefühlsbereitschaft anderswoher stammt, in der Kranken vorbereitet war und bei der Gelegenheit der analytischen Behandlung auf die Person des Arztes übertragen wird. Die Übertragung kann als stürmische Liebesforderung auftreten oder in gemäßigteren Formen; an Stelle des Wunsches, Geliebte zu sein, kann zwischen dem jungen Mädchen und dem alten Mann der Wunsch auftauchen, als bevorzugte Tochter angenommen zu werden, das libidinöse Streben kann sich zum Vorschlag einer unzertrennlichen, aber ideal unsinnlichen Freundschaft [460] mildern. Manche Frauen verstehen es, die Übertragung zu sublimieren und an ihr zu modeln, bis sie eine Art von Existenzfähigkeit gewinnt; andere müssen sie in ihrer rohen, ursprünglichen, zumeist unmöglichen Gestalt äußern. Aber es ist im Grunde immer das gleiche und läßt die Herkunft aus derselben Quelle nie verkennen.

Ehe wir uns fragen, wo wir die neue Tatsache der Übertragung unterbringen wollen, wollen wir ihre Beschreibung vervollständigen. Wie ist es denn bei männlichen Patienten? Da dürfte man doch hoffen, der lästigen Einmengung der Geschlechtsverschiedenheit und Geschlechtsanziehung zu entgehen. Nun, nicht viel anders als bei weiblichen, muß die Antwort lauten. Dieselbe Bindung an den Arzt, dieselbe Überschätzung seiner Eigenschaften, das nämliche Aufgehen in dessen Interessen, die gleiche Eifersucht gegen alle, die ihm im Leben nahestehen. Die sublimierten Formen der Übertragung sind zwischen Mann und Mann in dem Maße häufiger und die direkte Sexualforderung seltener, in welchem die manifeste Homosexualität gegen die anderen Verwendungen dieser Triebkomponente zurücktritt. Bei seinen männlichen Patienten beobachtet der Arzt auch häufiger als bei Frauen eine Erscheinungsform der Übertragung, welche auf den ersten Blick allem bisher Beschriebenen zu widersprechen scheint, die feindselige oder negative Übertragung.

Machen wir uns zunächst klar, daß die Übertragung sich vom Anfang der Behandlung an beim Patienten ergibt und eine Weile die stärkste Triebfeder der Arbeit darstellt. Man verspürt nichts von ihr und braucht sich auch nicht um sie zu bekümmern, solange sie zu Gunsten der gemeinsam betriebenen Analyse wirkt. Wandelt sie sich dann zum Widerstand, so muß man ihr Aufmerksamkeit zuwenden und erkennt, daß sie unter zwei verschiedenen und entgegengesetzten Bedingungen ihr Verhältnis zur Kur geändert hat, erstens wenn sie als zärtliche Neigung so stark geworden ist, so deutlich die Zeichen ihrer Herkunft aus dem Sexualbedürfnis verraten hat, daß sie ein inneres Widerstreben gegen sich wachrufen muß, und zweitens, wenn sie aus feindseligen anstatt aus zärtlichen Regungen besteht. [461] Die feindseligen Gefühle kommen in der Regel später als die zärtlichen und hinter ihnen zum Vorschein; in ihrem gleichzeitigen Bestand ergeben sie eine gute Spiegelung der Gefühlsambivalenz, welche in den meisten unserer intimen Beziehungen zu anderen Menschen herrscht. Die feindlichen Gefühle bedeuten ebenso eine Gefühlsbindung wie die zärtlichen, ebenso wie der Trotz dieselbe Abhängigkeit bedeutet wie der Gehorsam, wenn auch mit entgegengesetztem Vorzeichen. Daß die feindlichen Gefühle gegen den Arzt den Namen einer »Übertragung« verdienen, kann uns nicht zweifelhaft sein, denn zu ihrer Entstehung gibt die Situation der Kur gewiß keinen zureichenden Anlaß; die notwendige Auffassung der negativen Übertragung versichert uns so, daß wir in der Beurteilung der positiven oder zärtlichen nicht irregegangen sind.

Woher die Übertragung stammt, welche Schwierigkeiten sie uns bereitet, wie wir sie überwinden, und welchen Nutzen wir schließlich aus ihr ziehen, das ist ausführlich in einer technischen Unterweisung zur Analyse zu behandeln und soll heute von mir nur gestreift werden. Es ist ausgeschlossen, daß wir den aus der Übertragung folgenden Forderungen des Patienten nachgeben, es wäre widersinnig, sie unfreundlich oder gar entrüstet abzuweisen; wir überwinden die Übertragung, indem wir dem Kranken nachweisen, daß seine Gefühle nicht aus der gegenwärtigen Situation stammen und nicht der Person des Arztes gelten, sondern daß sie wiederholen, was bei ihm bereits früher einmal vorgefallen ist. Auf solche Weise nötigen wir ihn, seine Wiederholung in Erinnerung zu verwandeln. Dann wird die Übertragung, die, ob zärtlich oder feindselig, in jedem Falle die stärkste Bedrohung der Kur zu bedeuten schien, zum besten Werkzeug derselben, mit dessen Hilfe sich die verschlossensten Fächer des Seelenlebens eröffnen lassen. Ich möchte Ihnen aber einige Worte sagen, um Sie von dem Befremden über das Auftreten dieses unerwarteten Phänomens zu befreien. Wir wollen doch nicht vergessen, daß die Krankheit des Patienten, den wir zur Analyse übernehmen, nichts Abgeschlossenes, Erstarrtes ist, sondern weiter wächst [462] und ihre Entwicklung fortsetzt wie ein lebendes Wesen. Der Beginn der Behandlung macht dieser Entwicklung kein Ende, aber wenn die Kur sich erst des Kranken bemächtigt hat, dann ergibt es sich, daß die gesamte Neuproduktion der Krankheit sich auf eine einzige Stelle wirft, nämlich auf das Verhältnis zum Arzt. Die Übertragung wird so der Cambiumschicht zwischen Holz und Rinde eines Baumes vergleichbar, von welcher Gewebsneubildung und Dickenwachstum des Stammes ausgehen. Hat sich die Übertragung erst zu dieser Bedeutung aufgeschwungen, so tritt die Arbeit an den Erinnerungen des Kranken weit zurück. Es ist dann nicht unrichtig zu sagen, daß man es nicht mehr mit der früheren Krankheit des Patienten zu tun hat, sondern mit einer neugeschaffenen und umgeschaffenen Neurose, welche die erstere ersetzt. Diese Neuauflage der alten Affektion hat man von Anfang an verfolgt, man hat sie entstehen und wachsen gesehen und findet sich in ihr besonders gut zurecht, weil man selbst als Objekt in ihrem Mittelpunkt steht. Alle Symptome des Kranken haben ihre ursprüngliche Bedeutung aufgegeben und sich auf einen neuen Sinn eingerichtet, der in einer Beziehung zur Übertragung besteht. Oder es sind nur solche Symptome bestehen geblieben, denen eine solche Umarbeitung gelingen konnte. Die Bewältigung dieser neuen künstlichen Neurose fällt aber zusammen mit der Erledigung der in die Kur mitgebrachten Krankheit, mit der Lösung unserer therapeutischen Aufgabe. Der Mensch, der im Verhältnis zum Arzt normal und frei von der Wirkung verdrängter Triebregungen geworden ist, bleibt auch so in seinem Eigenleben, wenn der Arzt sich wieder ausgeschaltet hat.

Diese außerordentliche, für die Kur geradezu zentrale Bedeutung hat die Übertragung bei den Hysterien, Angsthysterien und Zwangsneurosen, die darum mit Recht als »Übertragungsneurosen« zusammengefaßt werden. Wer sich aus der analytischen Arbeit den vollen Eindruck von der Tatsache der Übertragung geholt hat, der kann nicht mehr bezweifeln, von welcher Art die unterdrückten Regungen sind, die sich in den Symptomen dieser Neurosen Ausdruck [463] verschaffen, und verlangt nach keinem kräftigeren Beweis für deren libidinöse Natur. Wir dürfen sagen, unsere Überzeugung von der Bedeutung der Symptome als libidinöse Ersatzbefriedigungen ist erst durch die Einreihung der Übertragung endgültig gefestigt worden.

Nun haben wir allen Grund, unsere frühere dynamische Auffassung des Heilungsvorganges zu verbessern und sie mit der neuen Einsicht in Einklang zu bringen. Wenn der Kranke den Normalkonflikt mit den Widerständen durchzukämpfen hat, die wir ihm in der Analyse aufgedeckt haben, so bedarf er eines mächtigen Antriebes, der die Entscheidung in dem von uns gewünschten, zur Genesung führenden Sinne beeinflußt. Sonst könnte es geschehen, daß er sich für die Wiederholung des früheren Ausganges entscheidet und das ins Bewußtsein Gehobene wieder in die Verdrängung gleiten läßt. Den Ausschlag in diesem Kampfe gibt dann nicht seine intellektuelle Einsicht – die ist weder stark noch frei genug für solche Leistung –, sondern einzig sein Verhältnis zum Arzt. Soweit seine Übertragung von positivem Vorzeichen ist, bekleidet sie den Arzt mit Autorität, setzt sie sich in Glauben an seine Mitteilungen und Auffassungen um. Ohne solche Übertragung, oder wenn sie negativ ist, würde er den Arzt und dessen Argumente nicht einmal zu Gehör kommen lassen. Der Glaube wiederholt dabei seine eigene Entstehungsgeschichte; er ist ein Abkömmling der Liebe und hat zuerst der Argumente nicht bedurft. Erst später hat er ihnen so viel eingeräumt, daß er sie in prüfende Betrachtung zieht, wenn sie von einer ihm lieben Person vorgebracht werden. Argumente ohne solche Stütze haben nicht gegolten, gelten bei den meisten Menschen niemals im Leben etwas. Der Mensch ist also im allgemeinen auch von der intellektuellen Seite her nur insoweit zugänglich, als er der libidinösen Objektbesetzung fähig ist, und wir haben guten Grund, in dem Ausmaß seines Narzißmus eine Schranke für seine Beeinflußbarkeit auch für die beste analytische Technik zu erkennen und zu fürchten.

[464] Die Fähigkeit, libidinöse Objektbesetzungen auch auf Personen zu richten, muß ja allen normalen Menschen zugesprochen werden. Die Übertragungsneigung der genannten Neurotiker ist nur eine außerordentliche Steigerung dieser allgemeinen Eigenschaft. Nun wäre es doch sehr sonderbar, wenn ein menschlicher Charakterzug von solcher Verbreitung und Bedeutung nie bemerkt und nie verwertet worden wäre. Das ist auch wirklich geschehen. Bernheim hat die Lehre von den hypnotischen Erscheinungen mit unbeirrtem Scharfblick auf den Satz begründet, daß alle Menschen irgendwie suggerierbar, »suggestibel« sind. Seine Suggestibilität ist nichts anderes als die Neigung zur Übertragung, etwas zu enge gefaßt, so daß die negative Übertragung keinen Raum darin fand. Aber Bernheim konnte nie sagen, was die Suggestion eigentlich ist und wie sie zustande kommt. Sie war für ihn eine Grundtatsache, für deren Herkunft er keinen Nachweis geben konnte. Er hat die Abhängigkeit der »suggestibilité« von der Sexualität, von der Betätigung der Libido nicht erkannt. Und wir müssen gewahr werden, daß wir in unserer Technik die Hypnose nur aufgegeben haben, um die Suggestion in der Gestalt der Übertragung wiederzuentdecken.

[…]