Freud e il problema economico del masochismo

Il problema economico del masochismo (Sigmund Freud)

È ragionevole ritenere economicamente enigmatica l’esistenza nella vita pulsionale umana della tendenza masochistica. Infatti, se il principio di piacere domina i processi psichici in modo che il loro scopo immediato sia evitare la ripulsa e ottenere piacere, il masochismo è incomprensibile. Se invece dolore e ripulsa non sono più avvisi, ma possono essere fini, il principio di piacere si paralizza; per così dire, il custode della nostra vita psichica viene narcotizzato.

Il masochismo ci si presenta allora come un grande pericolo, cosa che non vale in alcun modo per la sua controparte, il sadismo. Ci sentiamo tentati di dire che il principio di piacere sia il custode della nostra vita, non solo di quella psichica. Ma allora ci si pone il compito di indagare sul rapporto tra principio di piacere e i due tipi di pulsioni che abbiamo distinto: le pulsioni di morte e le pulsioni di vita erotiche (libidiche); nel valutare il problema del masochismo non possiamo procedere senza aver prima dato seguito a questo richiamo.

Come si ricorderà,1 abbiamo concepito il principio che domina tutti i processi psichici come un caso speciale della “tendenza alla stabilità” secondo Fechner, attribuendo all’apparato psichico l’intento di azzerare o almeno ridurre al più basso livello possibile la quantità di eccitamento che vi affluisce. Per tale supposta finalità Barbara Low ha proposto il nome, che accettiamo, di principio di nirvana. Senza esitare abbiamo identificato il principio di piacere-ripulsa con tale principio di nirvana. Ogni ripulsa dovrebbe quindi coincidere con l’innalzarsi e ogni piacere con l’abbassarsi della tensione da stimoli presente nello psichismo; il principio di nirvana (e il principio di piacere presumibilmente ad esso identificato) starebbe interamente a servizio delle pulsioni di morte, allo scopo di trasferire l’irrequietezza vitale nella stabilità dello stato inorganico, con la funzione di mettere in guardia l’organismo difronte alle pretese delle pulsioni di vita, della libido, che tentano di disturbare il corso voluto dell’esistenza. Leggi tutto “Freud e il problema economico del masochismo”

Freud e l’incompletezza

Propongo i brani delle opere di Freud che contengono il sostantivo “Stückwerk” e l’avverbio “stückweise”. “Stückwerk” è un sostantivo che rimanda a un’opera incompleta, frammentaria, che manca di una chiusura. Freud usa questa parola nella frase che chiude il secondo capitolo del caso clinico di Hans e con essa caratterizza il sapere dell’uomo. L’avverbio “stückweise” si colloca nello stesso ambito semantico e definisce il procedere passo a passo, pezzo per pezzo. La traduzione italiana riprende quella dell’edizione Boringhieri, con minime variazioni.

Stückwerk

Autobiografia
OSF, vol. X, p. 137

Il campo di applicazione della psicoanalisi arriva fin dove giunge quello della psicologia, al quale aggiunge un completamento di enorme portata.Guardando indietro al lavoro d’una vita che passo passo ho compiuto, posso dire che ho dato inizio a tante cose diverse e ho fornito qualche spunto, dal quale in futuro si svilupperà qualcosa. Io stesso non posso sapere se sarà tanto o poco. Mi autorizzo però ad esprimere la speranza di aver aperto la strada a un importante avanzamento delle nostre conoscenze. Leggi tutto “Freud e l’incompletezza”

Sulla psicanalisi “selvaggia” di Sigmund Freud (1910)

Sulla psicanalisi “selvaggia”

Qualche giorno fa, durante la mia ora di consultazione, protetta dall’amica che l’accompagnava, mi si presentò una signora non più tanto giovane che lamentava stati d’angoscia. Più vicina ai cinquanta che ai quaranta, abbastanza ben conservata, non aveva chiaramente chiuso con la propria femminilità. Occasione per l’insorgere di questi stati d’angoscia fu la separazione dall’ultimo marito. Ma, a suo dire, l’angoscia era considerevolmente aumentata dopo aver consultato un giovane medico di periferia; infatti, costui le aveva spiegato che causa dell’angoscia era la sua miseria sessuale. Non poteva fare a meno del rapporto con l’uomo1 e quindi c’erano solo tre vie di guarigione: o tornare dal marito o prendersi un amante o soddisfarsi da sola. Da allora si era convinta di essere incurabile perché, non volendo tornare dal marito, gli altri due metodi contrastavano con la sua morale e la sua religiosità. Era tuttavia venuta da me perché il medico le aveva detto che si trattava di una prospettiva nuova, aperta da me, e che solo da me poteva avere la conferma che le cose stavano così e non altrimenti. L’amica, ancora più anziana, sciupata e dall’aspetto malaticcio, mi scongiurò allora di rassicurare la paziente che il medico si era sbagliato.2 Non poteva essere così, dato che lei stessa era da molti anni vedova e tuttavia manteneva un comportamento irreprensibile senza soffrire d’angoscia.

Non voglio soffermarmi sulla difficile situazione in cui questa visita mi mise, ma fare chiarezza sul comportamento del collega che mi aveva inviato la malata. Prima, però, voglio formulare una riserva3 forse non superflua, o almeno lo spero. L’esperienza pluriennale mi ha insegnato, come può insegnare a chiunque altro, a non prendere alla leggera per vero tutto quel che i pazienti, e specialmente i nervosi, raccontano del loro medico. Il medico delle malattie nervose, quale che sia il trattamento, non solo diventa facilmente oggetto di molteplici sentimenti ostili da parte del paziente, ma talvolta deve anche sopportare di assumersi, per una sorta di proiezione, la responsabilità dei segreti desideri rimossi dei nervosi. È triste ma tipico che tali ingiurie trovino più facilmente credito proprio presso altri medici. Leggi tutto “Sulla psicanalisi “selvaggia” di Sigmund Freud (1910)”