Freud e il problema economico del masochismo

Il problema economico del masochismo (Sigmund Freud)

È ragionevole ritenere economicamente enigmatica l’esistenza nella vita pulsionale umana della tendenza masochistica. Infatti, se il principio di piacere domina i processi psichici in modo che il loro scopo immediato sia evitare la ripulsa e ottenere piacere, il masochismo è incomprensibile. Se invece dolore e ripulsa non sono più avvisi, ma possono essere fini, il principio di piacere si paralizza; per così dire, il custode della nostra vita psichica viene narcotizzato.

Il masochismo ci si presenta allora come un grande pericolo, cosa che non vale in alcun modo per la sua controparte, il sadismo. Ci sentiamo tentati di dire che il principio di piacere sia il custode della nostra vita, non solo di quella psichica. Ma allora ci si pone il compito di indagare sul rapporto tra principio di piacere e i due tipi di pulsioni che abbiamo distinto: le pulsioni di morte e le pulsioni di vita erotiche (libidiche); nel valutare il problema del masochismo non possiamo procedere senza aver prima dato seguito a questo richiamo.

Come si ricorderà,1 abbiamo concepito il principio che domina tutti i processi psichici come un caso speciale della “tendenza alla stabilità” secondo Fechner, attribuendo all’apparato psichico l’intento di azzerare o almeno ridurre al più basso livello possibile la quantità di eccitamento che vi affluisce. Per tale supposta finalità Barbara Low ha proposto il nome, che accettiamo, di principio di nirvana. Senza esitare abbiamo identificato il principio di piacere-ripulsa con tale principio di nirvana. Ogni ripulsa dovrebbe quindi coincidere con l’innalzarsi e ogni piacere con l’abbassarsi della tensione da stimoli presente nello psichismo; il principio di nirvana (e il principio di piacere presumibilmente ad esso identificato) starebbe interamente a servizio delle pulsioni di morte, allo scopo di trasferire l’irrequietezza vitale nella stabilità dello stato inorganico, con la funzione di mettere in guardia l’organismo difronte alle pretese delle pulsioni di vita, della libido, che tentano di disturbare il corso voluto dell’esistenza.

Peccato che questa concezione non possa essere giusta. Pare che nella serie delle sensazioni di tensione noi si senta direttamente I’incremento e la diminuzione degli stimoli, e non c’è dubbio che esistano tensioni piacevoli e rilassamenti riluttanti. Lo stato di eccitamento sessuale è l’esempio più invasivo, ma non certo l’unico, di incremento piacevole dello stimolo. Piacere e ripulsa non si possono allora ricondurre alla diminuzione o all’incremento della quantità, che chiamiamo “tensione da stimolo”, anche se hanno chiaramente molto a che fare con tale fattore. Pare che non dipendano dalla quantità di questo fattore, bensì da una sua caratteristica che non possiamo far altro che definire qualitativa. Saremmo molto avanti in psicologia se sapessimo in cosa consiste questo carattere qualitativo. Forse è il ritmo, il decorso temporale dei cambiamenti, degli aumenti e delle diminuzioni della quantità di stimolo; non sappiamo.

In ogni caso dobbiamo renderci conto che il principio di nirvana, appartenente alla pulsione di morte, ha subito nell’essere vivente una modificazione per cui è diventato principio di piacere, e d’ora in avanti eviteremo di considerare i due principi uno solo. Volendo proseguire la riflessione, non è difficile indovinare la forza che dà origine a tale modifica. Può essere solo la pulsione di vita, la libido, che così si è guadagnata un posto accanto alla pulsione di morte nel regolare i processi vitali. Otteniamo così una piccola ma interessante serie di connessioni: il principio di nirvana esprime la tendenza della pulsione di morte, il principio di piacere rappresenta la pretesa della libido, e la sua modifica, il principio di realtà, l’influenza del mondo esterno.

Nessuno di questi tre principi è in realtà messo fuori gioco dagli altri due. Di regola sanno tollerarsi reciprocamente, anche se di tanto in tanto devono portare a conflitti, gli scopi prefissi essendo, da una parte, la riduzione quantitativa del carico dello stimolo, dall’altra, [la modifica] del carattere qualitativo dello stesso e infine il differimento nel tempo della scarica dello stimolo, reggendo per il momento la tensione da ripulsa.

Fatte queste considerazioni, si conclude che non si può respingere la designazione del principio di piacere come custode della vita.

Ritorniamo al masochismo, che alla nostra osservazione si presenta in tre forme: come condizione dell’eccitamento sessuale, come espressione della natura effeminata e come norma del comportamento di vita (behavior). In conformità si possono distinguere un masochismo erogeno, effeminato e morale.

Il primo, l’erogeno – il piacere del dolore – sta alla base anche delle altre due forme di masochismo; è biologicamente e costituzionalmente fondato e­ resta incomprensibile, se non ci si decide a formulare alcune ipotesi su rapporti affatto oscuri.

La terza forma di masochismo, in un certo senso la più importante di tutte, è stata solo di recente riconosciuta dalla psicoanalisi come senso di colpa inconscio; eppure tale manifestazione può già essere completamente spiegata e inserita nel contesto delle nostre conoscenze precedenti.

Il masochismo effeminato, invece, è quello meglio e più direttamente accessibile alla nostra osservazione; è la forma meno enigmatica di masochismo e si può valutare in tutti i suoi rapporti. La nostra esposizione può cominciare da qui.

Abbiamo sufficiente conoscenza di questa specie di masochismo nell’uomo (a cui dovrò limitare le mie osservazioni, dato il materiale di cui dispongo), a partire da fantasie di soggetti masochisti (spesso perciò impotenti) che o finiscono in un atto onanistico o rappresentano di per sé una soddisfazione sessuale. Con tali fantasie coincidono perfettamente i reali allestimenti dei perversi masochisti, eseguiti per sé stessi o per produrre la potenza e avviare l’atto sessuale. Essendo solo l’esecuzione ludica delle fantasie, in entrambi i casi il contenuto manifesto di tali allestimenti è il seguente: essere imbavagliati, legati, dolorosamente percossi, frustati, maltrattati in un modo o nell’altro, costretti all’obbedienza incondizionata, insudiciati, umiliati. Molto più raramente, e solo con grandi restrizioni, sono comprese in questo contenuto anche le mutilazioni. L’interpretazione immediata, comoda da raggiungere, è che il masochista voglia essere trattato da bambino piccolo, inerme e dipendente, ma soprattutto cattivo. È superfluo citare casi; il materiale è molto omogeneo, accessibile a ogni osservatore, anche non analista.

Eppure, avendo occasione di studiare casi di fantasie masochiste elaborate in modo particolarmente ricco, è facile scoprire che trasferiscono la persona in situazioni tipiche della femminilità, che significano essere castrati, subire il coito, partorire. Perciò, in un certo senso a maggior ragione, ho denominato effeminate queste forme fenomenologiche di masochismo, sebbene molti loro elementi alludano alla vita infantile. Il sovrapporsi [nel maschio] dell’infantile all’effeminato troverà in seguito la sua semplice spiegazione. Molti suoi elementi rinviano alla vita infantile. Il sovrapporsi dell’infantile e dell’effeminato, troverà più avanti una spiegazione semplice. La castrazione, o l’accecamento che la rappresenta, lascia spesso nelle fantasie una traccia negativa nella condizione che proprio ai genitali o agli occhi non vada arrecato alcun danno. (Del resto raramente i tormenti masochisti fanno un’impressione così seria come le crudeltà immaginate o inscenate dal sadismo.) Nel contenuto manifesto delle fantasie masochiste si esprime anche il senso di colpa; la persona è supposta aver commesso un crimine (che resta indeterminato) da espiare con ogni sorta di procedura dolorosa e tormentosa. Sembra una superficiale razionalizzazione dei contenuti masochisti, ma nasconde dietro di sé un rapporto con la masturbazione infantile. D’altro lato, il motivo della colpa rinvia alla terza forma morale di masochismo.

Il masochismo effeminato descritto poggia interamente sul piacere primario del dolore, che non si riesce a chiarire senza risalire molto indietro.

Nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), nella sezione sulle fonti della sessualità infantile, ho affermato che l’eccitamento sessuale è l’effetto collaterale di un’ampia serie di processi interni, appena la loro intensità abbia superato certi limiti quantitativi, che forse nell’organismo non avvenga nulla di più importante senza cedere la sua componente all’eccitamento della pulsione sessuale. Dopo di che anche l’eccitamento dovuto al dolore e alla ripulsa dovrebbe avere tale conseguenza. Il co-eccitamento libidico nella tensione dolorosa e di ripulsa sarebbe un meccanismo fisiologico infantile, che in seguito si esaurirebbe. Raggiungerebbe un grado di sviluppo molto diverso nelle diverse costituzioni sessuali; in ogni caso porrebbe la base fisiologica su cui poi il masochismo erogeno si sovrastrutturerà psichicamente.

Tuttavia, l’insufficienza di questa spiegazione viene a galla nel non far luce sulle regolari e intime connessioni del masochismo con il suo corrispettivo antitetico nella vita pulsionale, il sadismo. Risalendo un po’ più indietro, fino all’ipotesi delle due specie di pulsioni che pensiamo operanti nell’essere vivente, si giunge a un’altra spiegazione, che peraltro non contraddice la precedente. Nell’essere vivente (pluricellulare) la libido incrocia la pulsione di morte o di distruzione, ivi dominante, che potrebbe disintegrarlo, portando tutti i singoli elementi organici allo stato della stabilità inorganica (anche se può essere solo relativa). La libido ha il compito di rendere innocua questa pulsione distruttiva; se ne disfa, dirottandola in gran parte verso l’esterno, contro gli oggetti del mondo esterno, ben presto con l’aiuto di un particolare sistema organico, la muscolatura. Allora si chiama pulsione di distruzione, d’impossessamento, di volontà di potenza. Una parte di questa pulsione è messa direttamente a servizio della funzione sessuale, dove ha un ruolo importante da svolgere. È questo il vero e proprio sadismo. Un’altra parte, invece, non partecipa a questo spostamento all’esterno; permane nell’organismo, dove con l’aiuto del già menzionato concomitante eccitamento sessuale si lega libidicamente. Qui dobbiamo riconoscere l’originario masochismo erogeno.

Ci manca ogni conoscenza fisiologica sulle vie e i mezzi con cui la libido possa addomesticare così la pulsione di morte. Nell’ambito del pensiero psicanalitico possiamo solo supporre che avvenga un impasto e una mescolanza delle due specie di pulsioni in proporzioni variabili; perciò non dovremmo mai contare su pulsioni di morte o di vita allo stato puro, ma sempre e solo su loro miscele molto diverse. Date certe influenze, al mescolamento può corrispondere lo smescolarsi delle pulsioni. Per ora non siamo in grado di indovinare quanto grandi siano le quote di pulsioni di morte che si sottraggono a tale addomesticamento, [non] legandosi a supplementi libidici.

Volendo sorvolare su alcune inesattezze, si può dire che la pulsione di morte all’opera nell’organismo, il sadismo originario, sia identico al masochismo. Dopo che la componente principale è stata spostata sugli oggetti [esterni], all’interno permane, come suo residuo, il masochismo erogeno vero e proprio che, da un lato, è diventato una componente della libido e, dall’altro, ha sempre ancora il proprio sé come oggetto. Questo masochismo sarebbe così testimone e residuo di quella fase della formazione in cui pulsione di morte ed Eros formarono la lega così importante per la vita. Non ci sorprenderà sentire che in determinate condizioni il sadismo (o pulsione distruttiva), rivolto e proiettato all’esterno, possa nuovamente essere introiettato, rivolgersi all’interno, regredendo in tal modo alla situazione precedente. Ne risulta allora il masochismo secondario, aggiunto all’originario.

Il masochismo erogeno accompagna tutte le fasi evolutive della libido, traendone i cangianti travestimenti psichici. L’angoscia di essere divorati dall’animale totemico (padre) origina dalla primitiva organizzazione orale; il desiderio di essere battuti dal padre origina dalla fase immediatamente successiva sadico-anale; lo stadio fallico dell’organizzazione lascia il sedimento della castrazione,2 che, seppure in seguito rinnegata, rientra nel contenuto delle fantasie masochiste; dalla definitiva organizzazione genitale derivano naturalmente le tipiche situazioni della femminilità: subire il coito e partorire. Si comprende facilmente anche il ruolo delle natiche nel masochismo, a prescindere dall’ovvio fondamento reale. Le natiche sono la parte corporea erogena preferita nella fase sadico-anale, come la mammella nell’orale e il pene nella genitale.

La terza forma di masochismo – il masochismo morale – è degna di nota soprattutto perché ha allentato il suo rapporto con ciò che riconosciamo come sessualità. A tutte le sofferenze masochiste rimane legata la condizione di provenire dalla persona amata, essendo sopportate per ordine suo; tale restrizione decade nel masochismo morale. Ciò che conta è il dolore in sé; è indifferente, non ha alcuna rilevanza, che dipenda dalla persona amata; può causarlo anche una potenza impersonale o una circostanza qualunque; il vero masochista [morale] porge sempre la guancia, se ha la prospettiva di ricevere uno schiaffo. Per chiarire tale comportamento sarebbe affatto ovvio lasciare da parte la libido e limitarsi a supporre che ora la pulsione distruttiva sia stata di nuovo rivolta all’interno e infierisca contro il proprio sé; tuttavia, dovrebbe avere un senso che l’uso linguistico non abbia rinunciato a connettere tale norma di comportamento vitale all’erotismo e chiami masochista anche chi danneggia sé stesso.

Fedeli a un’abitudine tecnica, vogliamo occuparci prima della forma estrema, indubbiamente patologica, di tale masochismo. In altra sede3 ho esposto che nel trattamento analitico ci imbattiamo in pazienti il cui comportamento verso l’influsso terapeutico ci forza ad attribuire loro un senso di colpa “inconscio”. Lì ho indicato da cosa riconoscere tali persone – è “la reazione terapeutica negativa” – senza nascondere che la forza di tale moto costituisce una delle resistenze più difficili [da superare] e il pericolo più grande per l’esito dei nostri intenti medici o pedagogici. Soddisfare questo inconscio senso di colpa è forse la voce più potente nel tornaconto (solitamente composito) che il soggetto trae dalla propria malattia: quella somma di forze che si oppone alla guarigione e non vuole rinunciare all’essere malato; la sofferenza che la nevrosi porta con sé è proprio la ragione che valorizza la tendenza masochistica. È anche istruttivo apprendere, contro ogni teoria e aspettativa, che la nevrosi che abbia sfidato ogni sorta di sforzi terapeutici possa magari scomparire quando la persona incappa nella penosa situazione di un matrimonio infelice, o perde il proprio patrimonio, o contrae una minacciosa malattia organica. In questi casi una forma di sofferenza sostituisce l’altra; vediamo che importava solo poter mantenere un certo livello di sofferenza.

I pazienti non credono facilmente al nostro senso di colpa inconscio. Sanno fin troppo bene con quali tormenti (rimorsi di coscienza) si esprime il senso di colpa conscio (la coscienza della propria colpa) e non possono ammettere di ospitare moti del tutto analoghi senza riscontrarne traccia. Penso che teniamo in certa misura conto della loro obiezione rinunciando all’espressione “senso di colpa inconscio”, comunque psicologicamente scorretta, e usando invece “bisogno di punizione”, che rispecchia i fatti osservabili con altrettanta precisione. Non possiamo però esimerci dal giudicare e localizzare il senso di colpa inconscio in base al modello di quello conscio.

Abbiamo attribuito al Super-Io la funzione di coscienza morale e riconosciuto nella consapevolezza della propria colpa l’espressione di una tensione fra l’Io e il Super-Io. L’Io reagisce con sentimenti di angoscia (angoscia morale) alla percezione di non esser riuscito a soddisfare le esigenze del proprio ideale, il Super-Io. Ora vogliamo sapere come sia accaduto che il Super-Io sia giunto a questo ambizioso ruolo, e perché l’Io debba spaventarsi nel caso di una differenza rispetto al proprio ideale.

Avendo detto che la funzione dell’Io è di conciliare e rendere fra loro compatibili le pretese delle tre istanze, di cui è al servizio, possiamo aggiungere che l’Io ha qui come modello cui può tendere proprio il Super-Io. Infatti, il Super-Io rappresenta tanto l’Es quanto il mondo esterno; è sorto introiettando nell’Io i primi oggetti degli impulsi libidici dell’Es: i due genitori; ma nel frattempo la relazione con loro si è desessualizzata, deviando dalle mete sessuali dirette. Solo in questo modo è stato possibile superare il complesso edipico. Ora il Super-Io conserva i caratteri essenziali delle persone introiettate: potere, severità, tendenza a sorvegliare e punire. Come spiegato altrove,4 è facile pensare che a causa dello smescolamento pulsionale, che accompagna tale introduzione nell’Io, la severità aumenti. Come ho spiegato altrove, è facile pensare che, grazie allo smescolamento pulsionale, concomitante all’introduzione nell’Io, la severità aumenti. Il Super-Io – la coscienza morale che agisce nell’Io – può ora diventare duro, crudele, inesorabile contro l’Io che protegge. L’imperativo categorico di Kant si rivela così l’erede diretto del complesso edipico.

Ma le stesse persone che continuano a operare nel Super-Io come istanza della coscienza morale, avendo cessato di essere oggetti dei moti libidici dell’Es, appartengono pure al mondo esterno reale. Da esso anzi sono stati tratti; il loro potere, dietro cui si celano tutte le influenze del passato e della tradizione, fu una delle manifestazioni più tangibili della realtà. Grazie a questa coincidenza, il Super-Io, che sostituisce il complesso edipico, diventa anche il rappresentante del mondo esterno reale e quindi il modello per le aspirazioni dell’Io.

In questo modo, secondo una congettura storica,5 il complesso edipico dimostra di essere la fonte della nostra eticità individuale o moralità. Nel corso dello sviluppo infantile, che porta al progressivo distacco dai genitori, la loro personale importanza passa per il Super-Io in secondo piano. Alle imagines che ne residuano si collegano infine le influenze dei maestri, delle autorità, dei modelli scelti in modo autonomo e degli eroi pubblicamente riconosciuti, le cui persone non hanno più bisogno di essere introiettate dall’Io, diventato più resistente. L’ultima figura di questa serie, iniziata con i genitori, è l’oscuro potere del destino, che solo pochissimi di noi sono capaci di intendere in modo impersonale. Se il poeta olandese Multatuli6 sostituisce la Moira [Destino] dei greci con la coppia di dei Logos e Ananche [Ragione e Necessità], non c’è molto da obiettare; ma tutti coloro che attribuiscono il governo del mondo alla Provvidenza, a Dio, o a Dio e alla Natura, destano il sospetto di considerare ancora sempre queste potenze ultime e remote come coppia di genitori (in senso mitologico) e di sentirsi ad essi legati da vincoli libidici. In L’Io e l’Es ho tentato di derivare dalla concezione parentale del destino anche la realistica paura umana della morte. Sembra difficilissimo liberarsene.

Dopo questi preparativi, possiamo tornare a riconoscere il masochismo morale. Abbiamo detto che con il loro comportamento, nella cura e nella vita, le persone in questione danno l’impressione di essere fuori misura inibite moralmente, di assoggettarsi al dominio di una coscienza morale particolarmente sensibile, pur essendo inconsapevoli di tale ipermoralità. All’esame più attento ci rendiamo ben conto della differenza che separa la continuazione inconscia della morale e il masochismo morale. Nel primo caso l’accento cade sull’accresciuto sadismo del Super-Io, a cui l’Io si sottopone, nel secondo invece sul masochismo proprio dell’Io, che pretende di essere punito sia dal Super-Io sia dai poteri parentali esterni. La confusione in cui siamo incorsi all’inizio può essere scusata, tenendo conto del fatto che entrambe le volte si tratta di una relazione fra l’Io e il Super-Io, o fra l’Io e i poteri paragonabili al Super-Io, e che in entrambi i casi c’è un bisogno da soddisfare con la punizione e la sofferenza. Una non irrilevante circostanza concomitante è allora che il sadismo del Super-Io diventa perlopiù vivamente cosciente, mentre di regola la tendenza masochistica dell’Io rimane celata alla persona e va dedotta dal suo comportamento.

La mancanza di consapevolezza del masochismo morale ci instrada su un’ovvia traccia. Abbiamo potuto tradurre il “senso di colpa inconscio” come bisogno di punizione da parte di un potere parentale. Ora sappiamo che il desiderio, così frequente nelle fantasie, di essere battuti dal padre è assai vicino al desiderio di avere con lui una relazione sessuale passiva (femminilizzata), non essendo altro che la sua deformazione regressiva. Applicando questa spiegazione al contenuto del masochismo morale, il suo senso segreto ci diventa chiaro. Coscienza morale e morale sono sorte superando, desessualizzando, il complesso edipico; grazie al masochismo morale la moralità torna a sessualizzarsi; il complesso edipico si riattiva e si apre la strada per regredire dalla moralità al complesso edipico, senza vantaggi né per la moralità né per l’individuo.

È vero che, accanto al masochismo, il singolo può avere conservato, in tutto o in parte, la propria moralità; ma è anche vero che nel masochismo si può perdere buona parte della coscienza morale. D’altro lato, il masochismo induce in tentazione di commettere azioni “peccaminose”, da espiare poi con i rimproveri della coscienza sadica (come in tanti caratteri tipicamente russi) o con il castigo dalla grande autorità parentale del destino. Per provocare la punizione della grande potenza parentale del destino, il masochista deve agire in modo inadeguato allo scopo, lavorare contro i propri interessi, distruggere le prospettive che gli si aprono nel mondo reale ed eventualmente annientare la propria reale esistenza.

Il ritorcersi del sadismo contro la propria persona avviene regolarmente nella repressione culturale delle pulsioni, la quale distoglie dall’impiego nella vita di gran parte delle componenti pulsionali distruttive della persona. Si può immaginare che la parte di ritorno della pulsione distruttiva venga in luce nell’Io come incremento di masochismo. Ma i fenomeni della coscienza morale fanno arguire che la distruttività di ritorno dal mondo esterno sia accolta dal Super-Io anche senza tale trasformazione, intensificando il suo sadismo contro l’Io. Il sadismo del Super-Io e il masochismo dell’Io si integrano l’un l’altro e si alleano, evocando i medesimi effetti. A mio giudizio, solo così si può capire perché la repressione di una pulsione sfoci spesso, o in generale, nel senso di colpa e la coscienza morale diventi tanto più severa e sensibile quanto più il soggetto si astiene dall’aggredire gli altri. Ci aspetteremmo che l’individuo, che sa di avere l’abitudine di evitare azioni aggressive culturalmente indesiderabili, abbia la coscienza a posto e sorvegli con minore diffidenza il proprio Io. Di solito si presenta la cosa come se l’esigenza etica fosse l’elemento primario e la rinuncia pulsionale la conseguenza. Ma così non si chiarirebbe l’origine della moralità. In realtà, pare che accada il contrario: la prima rinuncia pulsionale è stata imposta da forze esterne; lei sola ha potuto creare il senso etico che trova espressione nella coscienza morale ed esige un’ulteriore rinuncia pulsionale. Il masochismo morale diventa così la classica testimonianza dell’esistenza del mescolamento pulsionale. La sua pericolosità deriva dal trarre origine dalla pulsione di morte, corrispondendo a quella sua parte che si è sottratta all’estroflessione all’esterno sotto forma di pulsione distruttiva. Ma poiché d’altra parte ha valore di componente erotica, perfino l’autodistruzione della persona non può riuscire senza soddisfazione libidica.

Note

1 Al di là del principio di piacere, cap. I. [S. Freud, Jenseits des Lustsprinzip (1920), trad. it. id., Al di là del principio del piacere, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, pp. 193-197.]

2 L’organizzazione genitale infantile, Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, p. 296-298. [Id., Die infantile Genitalorganisation (1923), trad. it. id., L’organizzazione genitale infantile, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino 1977, pp. 566-567.]

3 L’Io e l’Es. [Id., Das Ich und das Es (1923), trad. it. id., L’Io e l’Es, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino 1977, pp. 469-520.]

4 Ivi.

5 Totem e tabù, Sezione IV. [Id., Totem und tabu (1912-13), trad. it. id., Totem e tabù, in Opere di Sigmund Freud, vol. , Bollati Boringhieri, Torino 19, pp. 105-164.]

6 Douwes Dekker (1820—1887).

 

Frame from Nymphomaniac, vol. II
Frame from Nymphomaniac, vol. II

Di seguito il testo originale.

Das ökonomische Problem des Masochismus (Sigmund Freud)

[371] Man hat ein Recht dazu, die Existenz der masochistischen Strebung im menschlichen Triebleben als ökonomisch rätselhaft zu bezeichnen. Denn, wenn das Lustprinzip die seelischen Vorgänge in solcher Weise beherrscht, daß Vermeidung von Unlust und Gewinnung von Lust deren nächstes Ziel wird, so ist der Masochismus unverständlich. Wenn Schmerz und Unlust nicht mehr Warnungen, sondern selbst Ziele sein können, ist das Lustprinzip lahmgelegt, der Wächter unseres Seelenlebens gleichsam narkotisiert.

Der Masochismus erscheint uns so im Lichte einer großen Gefahr, was für seinen Widerpart, den Sadismus, in keiner Weise gilt. Wir fühlen uns versucht, das Lustprinzip den Wächter unseres Lebens anstatt nur unseres Seelenlebens zu heißen. Aber dann stellt sich die Aufgabe her, das Verhältnis des Lustprinzips zu den beiden Triebarten, die wir unterschieden haben, den Todestrieben und den erotischen (libidinösen) Lebenstrieben zu untersuchen, und wir können in der Würdigung des masochistischen Problems nicht weitergehen, ehe wir nicht diesem Rufe gefolgt sind.

Wir haben, wie erinnerlich,1 das Prinzip, welches alle seelischen Vorgänge beherrscht, als Spezialfall der Fechner’schen Tendenz [372] zur Stabilität aufgefaßt und somit dem seelischen Apparat die Absicht zugeschrieben, die ihm zuströmende Erregungssumme zu nichts zu machen oder wenigstens nach Möglichkeit niedrig zu halten. Barbara Low hat für dies supponierte Bestreben den Namen Nirwanaprinzip vorgeschlagen, den wir akzeptieren. Aber wir haben das Lust-Unlustprinzip unbedenklich mit diesem Nirwanaprinzip identifiziert. Jede Unlust müßte also mit einer Erhöhung, jede Lust mit einer Erniedrigung der im Seelischen vorhandenen Reizspannung zusammen|fallen, das Nirwana- (und das mit ihm angeblich identische Lust-)prinzip würde ganz im Dienst der Todestriebe stehen, deren Ziel die Überführung des unsteten Lebens in die Stabilität des anorganischen Zustandes ist, und würde die Funktion haben, vor den Ansprüchen der Lebenstriebe, der Libido, zu warnen, welche den angestrebten Ablauf des Lebens zu stören versuchen. Allein diese Auffassung kann nicht richtig sein. Es scheint, daß wir Zunahme und Abnahme der Reizgrößen direkt in der Reihe der Spannungsgefühle empfinden, und es ist nicht zu bezweifeln, daß es lustvolle Spannungen und unlustige Entspannungen gibt. Der Zustand der Sexualerregung ist das aufdringlichste Beispiel einer solchen lustvollen Reizvergrößerung, aber gewiß nicht das einzige. Lust und Unlust können also nicht auf Zunahme oder Abnahme einer Quantität, die wir Reizspannung heißen, bezogen werden, wenngleich sie offenbar mit diesem Moment viel zu tun haben. Es scheint, daß sie nicht an diesem quantitativen Faktor hängen, sondern an einem Charakter desselben, den wir nur als qualitativ bezeichnen können. Wir wären viel weiter in der Psychologie, wenn wir anzugeben wüßten, welches dieser qualitative Charakter ist. Vielleicht ist es der Rhythmus, der zeitliche Ablauf in den Veränderungen, Steigerungen und Senkungen der Reizquantität; wir wissen es nicht.

Auf jeden Fall müssen wir inne werden, daß das dem Todestrieb zugehörige Nirwanaprinzip im Lebewesen eine Modifikation [373] erfahren hat, durch die es zum Lustprinzip wurde, und werden es von nun an vermeiden, die beiden Prinzipien für eines zu halten. Von welcher Macht diese Modifikation ausging, ist, wenn man dieser Überlegung überhaupt folgen will, nicht schwer zu erraten. Es kann nur der Lebenstrieb, die Libido, sein, der sich in solcher Weise seinen Anteil an der Regulierung der Lebensvorgänge neben dem Todestrieb erzwungen hat. Wir erhalten so eine kleine, aber interessante Beziehungsreihe: das Nirwanaprinzip drückt die Tendenz des Todestriebes aus, das Lustprinzip vertritt den Anspruch der Libido und dessen Modifikation, das Realitätsprinzip, den Einfluß der Außenwelt.

Keines dieser drei Prinzipien wird eigentlich vom anderen außer Kraft gesetzt. Sie wissen sich in der Regel miteinander zu vertragen, wenngleich es gelegentlich zu Konflikten führen muß, daß von einer Seite die | quantitative Herabminderung der Reizbelastung, von der anderen ein qualitativer Charakter derselben, und endlich ein zeitlicher Aufschub der Reizabfuhr und ein zeitweiliges Gewährenlassen der Unlustspannung zum Ziel gesetzt ist.

Der Schluß aus diesen Erörterungen ist, daß die Bezeichnung des Lustprinzips als Wächter des Lebens nicht abgelehnt werden kann.

Kehren wir zum Masochismus zurück. Er tritt unserer Beobachtung in drei Gestalten entgegen, als eine Bedingtheit der Sexualerregung, als ein Ausdruck des femininen Wesens und als eine Norm des Lebensverhaltens (behaviour). Man kann dementsprechend einen erogenen, femininen und moralischen Masochismus unterscheiden. Der erstere, der erogene Masochismus, die Schmerzlust, liegt auch den beiden anderen Formen zugrunde, er ist biologisch und konstitutionell zu begründen, bleibt unverständlich, wenn man sich nicht zu einigen Annahmen über ganz dunkle Verhältnisse entschließt. Die dritte, in gewisser Hinsicht wichtigste Erscheinungsform des Masochismus, ist als meist unbewußtes Schuldgefühl erst neuerlich von der Psychoanalyse gewürdigt [374] worden, läßt aber bereits eine volle Aufklärung und Einreihung in unsere sonstige Erkenntnis zu. Der feminine Masochismus dagegen ist unserer Beobachtung am besten zugänglich, am wenigsten rätselhaft und in all seinen Beziehungen zu übersehen. Mit ihm mag unsere Darstellung beginnen.

Wir kennen diese Art des Masochismus beim Manne (auf den ich mich aus Gründen des Materials hier beschränke) in zureichender Weise aus den Phantasien masochistischer (häufig darum impotenter) Personen, die entweder in den onanistischen Akt auslaufen oder für sich allein die Sexualbefriedigung darstellen. Mit den Phantasien stimmen vollkommen überein die realen Veranstaltungen masochistischer Perverser, sei es, daß sie als Selbstzweck durchgeführt werden oder zur Herstellung der Potenz und Einleitung des Geschlechtsakts dienen. In beiden Fällen – die Veranstaltungen sind ja nur die spielerische Ausführung der Phantasien – ist der manifeste Inhalt: geknebelt, gebunden, in schmerzhafter Weise geschlagen, gepeitscht, irgendwie mißhandelt, zum unbedingten | Gehorsam gezwungen, beschmutzt, erniedrigt zu werden. Weit seltener und nur mit großen Einschränkungen werden auch Verstümmelungen in diesen Inhalt aufgenommen. Die nächste, bequem zu erreichende Deutung ist, daß der Masochist wie ein kleines, hilfloses und abhängiges Kind behandelt werden will, besonders aber wie ein schlimmes Kind. Es ist überflüssig, Kasuistik anzuführen, das Material ist sehr gleichartig, jedem Beobachter, auch dem Nichtanalytiker, zugänglich. Hat man aber Gelegenheit Fälle zu studieren, in denen die masochistischen Phantasien eine besonders reiche Verarbeitung erfahren haben, so macht man leicht die Entdeckung, daß sie die Person in eine für die Weiblichkeit charakteristische Situation versetzen, also Kastriertwerden, Koitiertwerden oder Gebären bedeuten. Ich habe darum diese Erscheinungsform des Masochismus den femininen, gleichsam a potiori, genannt, obwohl so viele seiner Elemente auf das Infantilleben hinweisen. Diese Übereinanderschichtung [375] des Infantilen und des Femininen wird später ihre einfache Aufklärung finden. Die Kastration oder die sie vertretende Blendung hat oft in den Phantasien ihre negative Spur in der Bedingung hinterlassen, daß gerade den Genitalien oder den Augen kein Schaden geschehen darf. (Die masochistischen Quälereien machen übrigens selten einen so ernsthaften Eindruck wie die – phantasierten oder inszenierten – Grausamkeiten des Sadismus.) Im manifesten Inhalt der masochistischen Phantasien kommt auch ein Schuldgefühl zum Ausdruck, indem angenommen wird, daß die betreffende Person etwas verbrochen habe (was unbestimmt gelassen wird), was durch alle die schmerzhaften und quälerischen Prozeduren gesühnt werden soll. Das sieht wie eine oberflächliche Rationalisierung der masochistischen Inhalte aus, es steckt aber die Beziehung zur infantilen Masturbation dahinter. Anderseits leitet dieses Schuldmoment zur dritten, moralischen, Form des Masochismus über.

Der beschriebene feminine Masochismus ruht ganz auf dem primären, erogenen, der Schmerzlust, deren Erklärung nicht ohne weit rückgreifende Erwägungen gelingt.

Ich habe in den »Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie« im Abschnitt über die Quellen der infantilen Sexualität die Behauptung aufgestellt, daß die Sexualerregung als Nebenwirkung bei einer großen Reihe innerer Vorgänge entsteht, sobald die Intensität dieser Vorgänge nur gewisse quantitative Grenzen überstiegen hat. Ja, daß vielleicht nichts Bedeutsameres im Organismus vorfällt, was nicht seine Komponente zur Erregung des Sexualtriebs abzugeben hätte. Demnach müßte auch die Schmerz- und Unlusterregung diese Folge haben. Diese libidinöse Miterregung bei Schmerz- und Unlustspannung wäre ein infantiler physiologischer Mechanismus, der späterhin versiegt. Sie würde in den verschiedenen Sexualkonstitutionen eine verschieden große Ausbildung erfahren, jedenfalls die physiologische Grundlage abgeben, die dann als erogener Masochismus psychisch überbaut wird.

[376] Die Unzulänglichkeit dieser Erklärung zeigt sich aber darin, daß in ihr kein Licht auf die regelmäßigen und intimen Beziehungen des Masochismus zu seinem Widerpart im Triebleben, dem Sadismus, geworfen wird. Geht man ein Stück weiter zurück bis zur Annahme der zwei Triebarten, die wir uns im Lebewesen wirksam denken, so kommt man zu einer anderen, aber der obigen nicht widersprechenden Ableitung. Die Libido trifft in (vielzelligen) Lebewesen auf den dort herrschenden Todes- oder Destruktionstrieb, welcher dies Zellenwesen zersetzen und jeden einzelnen Elementarorganismus in den Zustand der anorganischen Stabilität (wenn diese auch nur relativ sein mag) überführen möchte. Sie hat die Aufgabe, diesen destruierenden Trieb unschädlich zu machen, und entledigt sich ihrer, indem sie ihn zum großen Teil und bald mit Hilfe eines besonderen Organsystems, der Muskulatur, nach außen ableitet, gegen die Objekte der Außenwelt richtet. Er heiße dann Destruktionstrieb, Bemächtigungstrieb, Wille zur Macht. Ein Anteil dieses Triebes wird direkt in den Dienst der Sexualfunktion gestellt, wo er Wichtiges zu leisten hat. Dies ist der eigentliche Sadismus. Ein anderer Anteil macht diese Verlegung nach außen nicht mit, er verbleibt im Organismus und wird dort mit Hilfe der erwähnten sexuellen Miterregung libidinös gebunden; in ihm haben wir den ursprünglichen, erogenen Masochismus zu erkennen.

Es fehlt uns jedes physiologische Verständnis dafür, auf welchen Wegen und mit welchen Mitteln sich diese Bändigung des Todestriebes durch die Libido vollziehen mag. Im psychoanalytischen Gedankenkreis können wir nur annehmen, daß eine sehr ausgiebige, in ihren Verhältnissen | variable Vermischung und Verquickung der beiden Triebarten zustande kommt, so daß wir überhaupt nicht mit reinen Todes- und Lebenstrieben, sondern nur mit verschiedenwertigen Vermengungen derselben rechnen sollten. Der Triebvermischung mag unter gewissen Einwirkungen eine Entmischung derselben entsprechen. Wie groß die Anteile [377] der Todestriebe sind, welche sich solcher Bändigung durch die Bindung an libidinöse Zusätze entziehen, läßt sich derzeit nicht erraten.

Wenn man sich über einige Ungenauigkeit hinaussetzen will, kann man sagen, der im Organismus wirkende Todestrieb – der Ursadismus – sei mit dem Masochismus identisch. Nachdem sein Hauptanteil nach außen auf die Objekte verlegt worden ist, verbleibt als sein Residuum im Inneren der eigentliche erogene Masochismus, der einerseits eine Komponente der Libido geworden ist, anderseits noch immer das eigene Wesen zum Objekt hat. So wäre dieser Masochismus ein Zeuge und Überrest jener Bildungsphase, in der die für das Leben so wichtige Legierung von Todestrieb und Eros geschah. Wir werden nicht erstaunt sein zu hören, daß unter bestimmten Verhältnissen der nach außen gewendete, projizierte, Sadismus oder Destruktionstrieb wieder introjiziert, nach innen gewendet werden kann, solcherart in seine frühere Situation regrediert. Er ergibt dann den sekundären Masochismus, der sich zum ursprünglichen hinzuaddiert.

Der erogene Masochismus macht alle Entwicklungsphasen der Libido mit und entnimmt ihnen seine wechselnden psychischen Umkleidungen. Die Angst, vom Totemtier (Vater) gefressen zu werden, stammt aus der primitiven oralen Organisation, der Wunsch, vom Vater geschlagen zu werden, aus der darauffolgenden sadistisch-analen Phase; als Niederschlag der phallischen Organisationsstufe2 tritt die Kastration, obwohl später verleugnet, in den Inhalt der masochistischen Phantasien ein, von der endgültigen Genitalorganisation leiten sich natürlich die für die Weiblichkeit charakteristischen Situationen des Koitiertwerdens und des Gebärens ab. Auch die Rolle der Nates im Masochismus ist, abgesehen von der offenkundigen Realbegründung, leicht zu verstehen. Die | Nates sind die erogen bevorzugte Körperpartie der sadistisch-analen Phase wie die Mamma der oralen, der Penis der genitalen.

[378] Die dritte Form des Masochismus, der moralische Masochismus, ist vor allem dadurch bemerkenswert, daß sie ihre Beziehung zu dem, was wir als Sexualität erkennen, gelockert hat. An allen masochistischen Leiden haftet sonst die Bedingung, daß sie von der geliebten Person ausgehen, auf ihr Geheiß erduldet werden; diese Einschränkung ist beim moralischen Masochismus fallen gelassen. Das Leiden selbst ist das, worauf es ankommt; ob es von einer geliebten oder gleichgültigen Person verhängt wird, spielt keine Rolle; es mag auch von unpersönlichen Mächten oder Verhältnissen verursacht sein, der richtige Masochist hält immer seine Wange hin, wo er Aussicht hat, einen Schlag zu bekommen. Es liegt sehr nahe, in der Erklärung dieses Verhaltens die Libido bei Seite zu lassen und sich auf die Annahme zu beschränken, daß hier der Destruktionstrieb wieder nach innen gewendet wurde und nun gegen das eigene Selbst wütet, aber es sollte doch einen Sinn haben, daß der Sprachgebrauch die Beziehung dieser Norm des Lebensverhaltens zur Erotik nicht aufgegeben hat und auch solche Selbstbeschädiger Masochisten heißt.

Einer technischen Gewöhnung getreu wollen wir uns zuerst mit der extremen, unzweifelhaft pathologischen Form dieses Masochismus beschäftigen. Ich habe an anderer Stelle3 ausgeführt, daß wir in der analytischen Behandlung auf Patienten stoßen, deren Benehmen gegen die Einflüsse der Kur uns nötigt, ihnen ein »unbewußtes« Schuldgefühl zuzuschreiben. Ich habe dort angegeben, woran man diese Personen erkennt (»die negative therapeutische Reaktion«), und auch nicht verhehlt, daß die Stärke einer solchen Regung einen der schwersten Widerstände und die größte Gefahr für den Erfolg unserer ärztlichen oder erzieherischen Absichten bedeutet. Die Befriedigung dieses unbewußten Schuldgefühls ist der vielleicht mächtigste Posten des in der Regel zusammengesetzten Krankheitsgewinnes, der Kräftesumme, welche sich gegen die Genesung sträubt und das Kranksein nicht aufgeben [379] will; das Leiden, das die Neurose mit sich bringt, ist gerade das Moment, durch das sie der masochistischen Tendenz wertvoll wird. Es ist auch lehrreich | zu erfahren, daß gegen alle Theorie und Erwartung eine Neurose, die allen therapeutischen Bemühungen getrotzt hat, verschwinden kann, wenn die Person in das Elend einer unglücklichen Ehe geraten ist, ihr Vermögen verloren oder eine bedrohliche organische Erkrankung erworben hat. Eine Form des Leidens ist dann durch eine andere abgelöst worden und wir sehen, es kam nur darauf an, ein gewisses Maß von Leiden festhalten zu können.

Das unbewußte Schuldgefühl wird uns von den Patienten nicht leicht geglaubt. Sie wissen zu gut, in welchen Qualen (Gewissensbissen) sich ein bewußtes Schuldgefühl, Schuldbewußtsein, äußert, und können darum nicht zugeben, daß sie ganz analoge Regungen in sich beherbergen sollten, von denen sie so gar nichts verspüren. Ich meine, wir tragen ihrem Einspruch in gewissem Maße Rechnung, wenn wir auf die ohnehin psychologisch inkorrekte Benennung »unbewußtes Schuldgefühl« verzichten und dafür »Strafbedürfnis« sagen, womit wir den beobachteten Sachverhalt ebenso treffend decken. Wir können uns aber nicht abhalten lassen, dies unbewußte Schuldgefühl nach dem Muster des bewußten zu beurteilen und zu lokalisieren.

Wir haben dem Über-Ich die Funktion des Gewissens zugeschrieben und im Schuldbewußtsein den Ausdruck einer Spannung zwischen Ich und Über-Ich erkannt. Das Ich reagiert mit Angstgefühlen (Gewissensangst) auf die Wahrnehmung, daß es hinter den von seinem Ideal, dem Über-Ich, gestellten Anforderungen zurückgeblieben ist. Nun verlangen wir zu wissen, wie das Über-Ich zu dieser anspruchsvollen Rolle gekommen ist, und warum das Ich im Falle einer Differenz mit seinem Ideal sich fürchten muß.

Wenn wir gesagt haben, das Ich finde seine Funktion darin, die Ansprüche der drei Instanzen, denen es dient, miteinander [380] zu vereinbaren, sie zu versöhnen, so können wir hinzufügen, es hat auch dabei sein Vorbild, dem es nachstreben kann, im Über-Ich. Dies Über-Ich ist nämlich ebensosehr der Vertreter des Es wie der Außenwelt. Es ist dadurch entstanden, daß die ersten Objekte der libidinösen Regungen des Es, das Elternpaar, ins Ich introjiziert wurden, wobei die Beziehung zu ihnen desexualisiert wurde, eine Ablenkung von den direkten Sexualzielen erfuhr. Auf diese Art wurde erst die Überwindung des Ödipuskomplexes ermöglicht. Das Über-Ich behielt nun wesentliche Charaktere der introjizierten Personen bei, ihre Macht, Strenge, Neigung zur Beaufsichtigung und Bestrafung. Wie an anderer Stelle ausgeführt,4 ist es leicht denkbar, daß durch die Triebentmischung, welche mit einer solchen Einführung ins Ich einhergeht, die Strenge eine Steigerung erfuhr. Das Über-Ich, das in ihm wirksame Gewissen, kann nun hart, grausam, unerbittlich gegen das von ihm behütete Ich werden. Der kategorische Imperativ Kants ist so der direkte Erbe des Ödipuskomplexes.

Die nämlichen Personen aber, welche im Über-Ich als Gewissensinstanz weiterwirken, nachdem sie aufgehört haben, Objekte der libidinösen Regungen des Es zu sein, gehören aber auch der realen Außenwelt an. Dieser sind sie entnommen worden; ihre Macht, hinter der sich alle Einflüsse der Vergangenheit und Überlieferung verbergen, war eine der fühlbarsten Äußerungen der Realität. Dank diesem Zusammenfallen wird das Über-Ich, der Ersatz des Ödipuskomplexes, auch zum Repräsentanten der realen Außenwelt und so zum Vorbild für das Streben des Ichs.

Der Ödipuskomplex erweist sich so, wie bereits historisch gemutmaßt wurde,5 als die Quelle unserer individuellen Sittlichkeit (Moral). Im Laufe der Kindheitsentwicklung, welche zur fortschreitenden Loslösung von den Eltern führt, tritt deren persönliche Bedeutung für das Über-Ich zurück. An die von ihnen [381] erübrigten Imagines schließen dann die Einflüsse von Lehrern, Autoritäten, selbstgewählten Vorbildern und sozial anerkannten Helden an, deren Personen von dem resistenter gewordenen Ich nicht mehr introjiziert zu werden brauchen. Die letzte Gestalt dieser mit den Eltern beginnenden Reihe ist die dunkle Macht des Schicksals, welches erst die wenigsten von uns unpersönlich zu erfassen vermögen. Wenn der holländische Dichter Multatuli6 die Moira der Griechen durch das Götterpaar Logos kai ‘Anankê ersetzt, so ist dagegen wenig einzuwenden; aber alle, die die Leitung des Weltgeschehens der Vorsehung, Gott oder Gott und der Natur übertragen, erwecken den Verdacht, daß sie diese äußersten und fernsten Gewalten immer noch wie ein Elternpaar – mythologisch – empfinden und sich mit ihnen durch libidinöse Bindungen verknüpft glauben. Ich habe im »Ich und Es« den Versuch gemacht, auch die reale Todesangst der Menschen von einer solchen elterlichen Auffassung des Schicksals abzuleiten. Es scheint sehr schwer, sich von ihr frei zu machen.

Nach diesen Vorbereitungen können wir zur Würdigung des moralischen Masochismus zurückkehren. Wir sagten, die betreffenden Personen erwecken durch ihr Benehmen – in der Kur und im Leben – den Eindruck, als seien sie übermäßig moralisch gehemmt, ständen unter der Herrschaft eines besonders empfindlichen Gewissens, obwohl ihnen von solcher Übermoral nichts bewußt ist. Bei näherem Eingehen bemerken wir wohl den Unterschied, der eine solche unbewußte Fortsetzung der Moral vom moralischen Masochismus trennt. Bei der ersteren fällt der Akzent auf den gesteigerten Sadismus des Über-Ichs, dem das Ich sich unterwirft, beim letzteren hingegen auf den eigenen Masochismus des Ichs, der nach Strafe, sei es vom Über-Ich, sei es von den Elternmächten draußen, verlangt. Unsere anfängliche Verwechslung darf entschuldigt werden, denn beide Male handelt [382] es sich um eine Relation zwischen dem Ich und dem Über-Ich oder ihm gleichstehenden Mächten; in beiden Fällen kommt es auf ein Bedürfnis hinaus, das durch Strafe und Leiden befriedigt wird. Es ist dann ein kaum gleichgültiger Nebenumstand, daß der Sadismus des Über-Ichs meist grell bewußt wird, während das masochistische Streben des Ichs in der Regel der Person verborgen bleibt und aus ihrem Verhalten erschlossen werden muß.

Die Unbewußtheit des moralischen Masochismus leitet uns auf eine naheliegende Spur. Wir konnten den Ausdruck »unbewußtes Schuldgefühl« übersetzen als Strafbedürfnis von seiten einer elterlichen Macht. | Nun wissen wir, daß der in Phantasien so häufige Wunsch, vom Vater geschlagen zu werden, dem anderen sehr nahe steht, in passive (feminine) sexuelle Beziehung zu ihm zu treten, und nur eine regressive Entstellung desselben ist. Setzen wir diese Aufklärung in den Inhalt des moralischen Masochismus ein, so wird dessen geheimer Sinn uns offenbar. Gewissen und Moral sind durch die Überwindung, Desexualisierung, des Ödipuskomplexes entstanden; durch den moralischen Masochismus wird die Moral wieder sexualisiert, der Ödipuskomplex neu belebt, eine Regression von der Moral zum Ödipuskomplex angebahnt. Dies geschieht weder zum Vorteil der Moral noch des Individuums. Der Einzelne kann zwar neben seinem Masochismus sein volles oder ein gewisses Maß von Sittlichkeit bewahrt haben, es kann aber auch ein gutes Stück seines Gewissens an den Masochismus verloren gegangen sein. Andererseits schafft der Masochismus die Versuchung zum »sündhaften« Tun, welches dann durch die Vorwürfe des sadistischen Gewissens (wie bei so vielen russischen Charaktertypen) oder durch die Züchtigung der großen Elternmacht des Schicksals gesühnt werden muß. Um die Bestrafung durch diese letzte Elternvertretung zu provozieren, muß der Masochist das Unzweckmäßige tun, gegen seinen eigenen Vorteil arbeiten, die Aussichten zerstören, die sich ihm in der realen Welt eröffnen, und eventuell seine eigene reale Existenz vernichten.

[383] Die Rückwendung des Sadismus gegen die eigene Person ereignet sich regelmäßig bei der kulturellen Triebunterdrückung, welche einen großen Teil der destruktiven Triebkomponenten der Person von der Verwendung im Leben abhält. Man kann sich vorstellen, daß dieser zurückgetretene Anteil des Destruktionstriebes als eine Steigerung des Masochismus im Ich zum Vorschein kommt. Die Phänomene des Gewissens lassen aber erraten, daß die von der Außenwelt wiederkehrende Destruktion auch ohne solche Verwandlung vom Über-Ich aufgenommen wird und dessen Sadismus gegen das Ich erhöht. Der Sadismus des Über-Ichs und der Masochismus des Ichs ergänzen einander und vereinigen sich zur Hervorrufung derselben Folgen. Ich meine, nur so kann man verstehen, daß aus der Triebunterdrückung – häufig oder ganz allgemein – ein Schuldgefühl resultiert, und daß das Gewissen um so strenger und empfindlicher wird, je mehr sich die Person der Aggression gegen andere enthält. Man könnte erwarten, daß ein Individuum, welches von sich weiß, daß es kulturell unerwünschte Ag|gressionen zu vermeiden pflegt, darum ein gutes Gewissen hat und sein Ich minder mißtrauisch überwacht. Man stellt es gewöhnlich so dar, als sei die sittliche Anforderung das Primäre und der Triebverzicht ihre Folge. Dabei bleibt die Herkunft der Sittlichkeit unerklärt. In Wirklichkeit scheint es umgekehrt zuzugehen; der erste Triebverzicht ist ein durch äußere Mächte erzwungener und er schafft erst die Sittlichkeit, die sich im Gewissen ausdrückt und weiteren Triebverzicht fordert.

So wird der moralische Masochismus zum klassischen Zeugen für die Existenz der Triebvermischung. Seine Gefährlichkeit rührt daher, daß er vom Todestrieb abstammt, jenem Anteil desselben entspricht, welcher der Auswärtswendung als Destruktionstrieb entging. Aber da er anderseits die Bedeutung einer erotischen Komponente hat, kann auch die Selbstzerstörung der Person nicht ohne libidinöse Befriedigung erfolgen.

Noten

1 Jenseits des Lustprinzips, I [G. W., Bd. XIII, S. 3-7].

2 S. Die infantile Genitalorganisation [G. W., Bd. XIII, S. 291-298].

3 Das Ich und das Es [G. W., Bd. XIII, insbes. S. 278f.].

4 Das Ich und das Es [G. W., Bd. XIII, insbes. S. 284f.].

5 Totem und Tabu, Abschnitt IV [G. W., Bd. IX, S. 122-194].

6 Ed. Douwes Dekker (1820-1887).

 

Bibliografia

S. Freud, Totem und tabu (1912-13), trad. it. id., Totem e tabù, in Opere di Sigmund Freud, vol. , Bollati Boringhieri, Torino 19, pp. 1-164.

Id., Jenseits des Lustsprinzip (1920), trad. it. id., Al di là del principio del piacere, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, pp. 187-249.

Id., Das Ich und das Es (1923), trad. it. id., L’Io e l’Es, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino 1977, pp. 469-520.

Id., Die infantile Genitalorganisation (1923), trad. it. id., L’organizzazione genitale infantile, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino 1977, pp. 559-567.

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.

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