Dalla professione di psicanalista all’etica del delitto

Lettera di Freud a Ferenczi del 27 aprile 1929

27.4.1929

Prof. Dr. Freud

Vienna, IX. Berggasse 19.

Caro amico,c

moglie e figlia sono andate ieri a Berchtesgaden per cercare un appartamento. (Forse si ricorda di un Signor Gulyas, che ci ha fatto visita lì.) Considerando quanto sono complicati i nostri bisogni, quest’anno per noi la scelta non sarà facile.
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Custodi della Versagung

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

 

“Noi analisti non operiamo se non nel registro della Versagung.
“Noi entriamo a far parte del destino del soggetto, vi entriamo in qualche modo.”
J. Lacan, Il transfert

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
Letto per caso sui muri di Milano, in via Brera, il giorno del Convegno

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla
La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla

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Il falso Cartesio, la maschera della verità

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013

Presentazione del n. 359 di ”aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

Filosofi a Grado '13

Per affrontare l’argomento ho provato ad adottare un non metodo. Mi sono concentrato sul secolo (il XVII, il secolo Barocco), in cui Cartesio ha operato, ha vissuto la sua vita particolare, rocambolesca. Il XVII secolo fu l’epoca in cui si formò la sua figura di intellettuale assolutamente moderno. Cartesio non era un chierico, non era un servitore di potenti, non fu precettore di nobili imberbi (se si eccettua un allievo di eccezione come Caterina di Svezia, con la quale si confrontava alla pari). Era un nobile che poteva vivere di rendita, un rentier; non pietì mai (vedi Kant) una cattedra universitaria; quindi non fece alcuna carriera accademica; non insegnò mai in un’università. Insomma, fu un outsider, che si muoveva in un ambito che chiamerei protointernet. Per Cartesio e altri intellettuali affascinati dallo sviluppo della scienza moderna, internet era una persona, era Padre Mersenne: un frate che faceva da server, da collettore, smistatore di una intensa corrispondenza intellettuale. Mersenne era il server di una rete di protoemail, una rete aperta anche ai non accademici o ai chierici. Leggi tutto “Il falso Cartesio, la maschera della verità”

Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale.

Così si conclude la mia premessa minore; entro quindi in argomento.

*

La scuola trasmette la cultura, quindi stabilizza la società.

In termini darwiniani, la scuola è stata premiata dalla selezione di gruppo perché consente la conservazione e la trasmissione alle generazioni successive delle acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche, che spesso sono state faticosamente strappate alla natura e, a posteriori, hanno promosso e consolidato la civiltà. Civiltà senza scuola, se mai sono esistite, sono state spazzate via sul nascere, essendo perdenti nel confronto tra culture diverse. Non basta saper scheggiare un sasso per farne un’ascia; bisogna sapere trasmettere la tecnologia ai figli, altrimenti è inutile saperlo fare – inutile, intendo, dal punto di vista della sopravvivenza di Homo habilis e della sua abilità culturale, emersa qualche milione di anni fa.

Da quel dì l’operazione scolastica non è mai stata gratuita, ma ha sempre avuto un prezzo. È il prezzo che ogni civiltà deve pagare alla conservazione, alla “destra”, per automantenersi. Ho detto prima delle interazioni negative – avrei dovuto usare il termine psicanalitico “conflittuali” – tra le due selezioni, l’individuale e la gruppale. Ebbene, proprio nel caso della scuola la selezione di gruppo overrules, prende il sopravvento, sulla selezione individuale. Il prezzo che la selezione gruppale della struttura scolastica impone all’individuo è la perdita – più o meno completa – della propria originalità. Come il lupo che si sacrifica per il bene del branco perde il proprio patrimonio genetico a vantaggio della salvaguardia patrimonio genetico comune, così le api operaie rinunciano alla trasmissione delle proprie caratteristiche genetiche per favorire la trasmissione delle caratteristiche dell’ape regina e… potrei continuare con molti altri esempi.

Si badi bene: la perdita dell’originalità “potenziale” non è un prezzo da poco. Non è solo il singolo a perdere, ma tutta la collettività. Il singolo individuo, che perde la propria originalità per conformarsi al sapere consolidato, trasmesso dalla scuola, fa perdere a tutti potenzialità utili per la società stessa. Infatti, il singolo individuo che si conforma ai dettami scolastici, potrebbe – se si conformasse meno – inventare dispositivi ancora più utili di quelli che apprende a usare e che la società ancora non conosce. Ma tant’è: il prezzo è questo. I nuovi dispositivi possono attendere; prima o poi certamente qualcun altro introdurrà le innovazioni oggi perdute (censurate).

Sul breve periodo l’istituzione scolastica produce, oltre all’effetto positivo di conservare il deposito di sapere necessario alla sopravvivenza della società, due effetti chiaramente negativi, che vanno ben oltre le mancate innovazioni: l’inibizione a pensare e l’omogeneità dei legami sociali tra pensanti. L’inibizione a pensare è poco male: prima o poi il nuovo pensiero emerge sempre. C’è sempre un “matto” che la pensa diversamente dai “normali”, che non sono riusciti a internarlo, e addirittura riesce a fondare una nuova scuola di pensiero. A riprova che si tratta di vero pensiero, perché il vero pensiero non può restare individuale.

Più grave è l’omogeneità dei legami sociali. Qui gioca a tutto campo la variabilità darwiniana: nuove specie, come nuove società, possono emergere solo in un contesto di variabilità popolazionale. Nuove forme di convivenza civile – le cosiddette mutazioni antropologiche – possono avvenire e stabilirsi solo in condizioni di legami sociali variabili. Omogeneità significa morte, non solo in termodinamica; è morte anche civile, oltre che biologica. (Qui si aprirebbe un discorso, che non posso sviluppare, sulla decadenza delle civiltà come fenomeno parallelo all’estinzione delle specie, sempre in nome del postulato darwiniano della continuità natura-cultura.)

Di seguito illustro questa particolare miseria dell’effetto-scuola nel campo che per esperienza conosco meglio, praticandolo ormai da quarant’anni: il campo psicanalitico o campo freudiano, come amava dire il mio maestro, Jacques Lacan. Tale miseria è qui particolarmente evidente, avendo portato alla quasi totale estinzione dell’innovazione freudiana originale; si chiamava psicanalisi.

*

La scuola fondata da Lacan nel 1964, dopo la sua definitiva scomunica da parte dell’IPA nel 1963 con il pretesto delle sedute brevi, e da lui dissolta nel 1980, si chiamava Ecole freudienne de Paris o EFP.

Era freudiana di nome e di fatto.

Non era freudiana solo di nome, per via dello slogan del “ritorno a Freud”, lanciato da Lacan nel 1953 e più polemico che sostanziale; era freudiana di fatto perché, come molte associazioni psicanalitiche (freudiane e non!), era organizzata sul modello freudiano dell’orda primitiva o Urhorde.

Come si sa, Freud propose la propria mitologia dell’orda primitiva, come modello arcaico di organizzazione sociale, nel IV capitolo di Totem e Tabu (1912) e nel X capitolo di Psicologia delle masse (1921). In quanto mitologia, ritraduce in termini collettivi il mito individuale dell’edipo. Freud si riferisce pretestuosamente a Darwin, per collocare la propria fantasia paleoantropologica all’ombra dell’autorità di Darwin. L’uomo primitivo avrebbe vissuto in piccole comunità, orde appunto, secondo Freud, dominate da uno stallone che teneva tutte le donne per sé, obbligando i fratelli all’omosessualità. Stanchi dell’oppressione, i fratelli avrebbero stretto un patto per uccidere il padre e vivere sotto la legge simbolica, che avrebbe preso il posto del padre reale.

Mitologia prescientifica a parte, Freud fraintende il significato delle small communities di cui parla Darwin in Descent of Man (cap. xx); le interpreta come “orde primitive” (Urhorde); parla addirittura di “orde primitive darwiniane” (Darwinsche Urhorde). Ma c’è una bella differenza tra orda e comunità: l’orda è omogenea, la comunità è variabile; l’orda prevede la soggezione di tutti all’uno; nell’orda tutti sono uguali sotto l’uno cui sono asserviti; volendo fare un paragone biologico, l’orda è come l’alveare dove tutte le api operaie sono a servizio dell’ape regina. La comunità umana, invece, nasce dalla variabilità; prevede la collaborazione tra diversi e la divisione del lavoro tra le diverse componenti. Una bella confusione quella di Freud, che sicuramente Darwin non avrebbe apprezzato. (Ancor meno avrebbe apprezzato il tentativo maldestro di Freud di sfruttare la sua autorità per avallare le proprie ideologie personali). Ma tant’è, Freud mancava della nozione di variabilità e non poteva cogliere la differenza tra orda e comunità.

Dopo Freud, Lacan e tanti altri con lui. L’EFP era l’orda dominata dal maestro Lacan. Sotto di lui gli allievi analisti erano tutti uguali; solo alcuni erano un po’ meno uguali degli altri nel ruolo di luogotenenti o presbiteri che controllavano l’ortodossia. L’ortodossia era emanata ex cathedra dal maestro nel suo venticinquennale seminario. L’allievo si metteva alla prova dell’ortodossia nel rito di passaggio denominato passe, dove rendeva conto a due passeur, letteralmente “traghettatori”, di come nella sua analisi si era autorizzato a collocarsi nel posto di analista per altri. A loro volta i passeur riferivano a jury d’accueil, che decretava se il passant era degno di essere accolto come AE (analyste d’ecole) nella scuola. Ne parlo per esperienza diretta, essendo stato il primo (e forse unico) italiano a sottoporsi a quel rito che – purtroppo o per fortuna – non si concluse con un verdetto. Infatti, nel frattempo… l’EFP si sciolse – per fortuna.

È questo il nome della miseria scolastica: il ritualismo. La scuola produce riti di conferma della dottrina, fissata dogmaticamente dal maestro. La scuola non è scientifica proprio perché, per poter trasmettere fedelmente i dogmi, deve necessariamente metterli al riparo da ogni possibilità di confutazione. Dal rito della formazione, che è una vera e propria conformazione, è a priori esclusa ogni forma di critica. Chi critica diventa ipso facto eretico. È sempre stato così nelle scuole freudiane, dai tempi dei primi grandi eretici: Adler e Jung. Quei grandi eretici, come lo stesso piccolo eretico Lacan, testimoniano che la psicanalisi, contro le intenzioni del suo inventore era già diventata ai tempi di Freud una religione: una religione con tanti preti – gli psicanalisti – ma senza Dio, o meglio e in modo più pertinente, con un dio inconscio. Della psicanalisi come scienza, auspicata da Freud sin dai tempi del Progetto per una psicologia (1895) non è rimasta traccia.

In questo senso le miriadi di scuole psicanalitiche, alcune riconosciute dallo Stato italiano come scuole di psicoterapia, tradiscono di fatto la loro funzione che è, di principio, la trasmissione di un sapere, dunque la conservazione della società di coloro che tale sapere praticano, per esempio nel caso della psicanalisi come cura delle nevrosi. Il caso della trasmissione della psicanalisi è paradossale e meglio di altri casi di trasmissione scolastica mette in evidenza l’impossibile che sta alla base di ogni tentativo di educare e governare il prossimo (cfr. S. Freud, L’analisi finita e infinita, 1937, cap. VII).

Infatti, la psicanalisi, se è freudiana, si basa sul sapere inconscio, che è un sapere che non si sa ancora di sapere. Come si trasmette allora la pratica di ciò che non si sa? Come si insegna a lavorare con l’ignoranza? La modalità del maestro, che sa già cosa trasmettere, è per definizione inadeguata, per non dire contraddittoria. Anche Lacan era consapevole di questa aporia, tant’è vero che nel Seminario XVII del 1969 stabiliva che tra discorso del maestro e discorso dell’analista c’è un rapporto di capovolgimento: sono l’uno l’inverso dell’altro. In teoria l’inversione è chiara, ma in pratica? Come se ne esce?

Non la faccio lunga e mi fermo qui. In pratica, un abbozzo di risposta ce l’avrei; è l’inizio di una pars construens, che viene dopo la lunga pars destruens delineata sopra e ne sviluppa in modo coerente le premesse. Ma parlarne qui e ora mi porterebbe fuori tema. Ho parlato delle miserie della scuola. Dovrei ora parlare delle ricchezze della non-scuola.

Un tema per la prossima occasione di incontro e di confronto.

 

Lo smarrimento della domanda

Dal desiderio di formazione alla logica di mercato

A distanza di quasi 40 anni suonano di estrema attualità le parole pronunciate da Lacan in occasione del suo viaggio in Italia nel 19741: “Le cose sono arrivate al punto da aver bisogno di analisti. Senza dubbio è vero per l’Italia, come altrove, d’altronde. E non è una ragione sufficiente perché ve ne sia, voglio dire, perché qualcuno si consacri a questo.”

Lacan esordisce in quell’incontro con parole forti dicendo che si aspetta che qualcosa si produca in Italia, cioè che un certo numero di persone sia analizzato. E aggiunge: “Ma non dipende da me. Perché siate analisti – posizione assai difficile benché del tutto condizionata dal punto in cui siamo, – non posso assolutamente volerlo al vostro posto. Dovete volerlo voi. Occorre che ognuno si interroghi a riguardo e si decida a volerlo diventare.”

Non si può decidere al posto di un altro. Non c’è delega possibile in rapporto al desiderio. Ognuno in rapporto alla formazione si trova a sostenere e articolare la propria domanda. L’autorizzarsi in prima istanza è questo.

Invita poi a tener conto di quanto sia poco accattivante essere analista e persino a tratti disperante. L’analista è qualcuno che si fa consumare, si offre in pasto all’amore, un amore che, dice, “lo si deve al supposto sapere”. Un amore retto dalla supposizione di un sapere totalizzante che si attende di possedere. E poi un passaggio determinante:

“Insomma è supposto sapere e, senza l’analisi, non si saprebbe quanto l’amore sia debitore a questa supposizione. Grazie all’analisi lo si sa. E’ già un passo.”

Dunque l’analisi se non vuole rinnegare se stessa può saperne qualcosa della domanda che la sostiene, può saperne qualcosa soprattutto di ciò che la lavora in termini di non volerne sapere. Freud in Per la storia del movimento psicanalitico dice che la psicanalisi è più sincera anche in queste cose, cioè nel rivelare gli aspetti più scomodi dei legami che tesse.

E più tardi tutta l’esperienza della passe prende le mosse dal fatto che Lacan voleva che si interrogasse che cosa avveniva in fondo a un’analisi e perché si potesse desiderare di passare alla posizione dell’analista dopo averne visto gli effetti e dunque a cosa si riduceva l’analista alla fine del percorso analitico: cascame; Lacan che ha avuto l’onestà di riconoscere che anche lì, nella passe, aveva dovuto mettere qualcosa di promettente alla fine del percorso per indurli ad andare, un titolo, una promessa, con il rischio di tradire l’analisi stessa.

La formazione analitica si articola sul desiderio e ha come suo tratto determinante mantenere aperta una interrogazione su ciò che sostiene e alimenta la domanda di analisi che la fa didattica e i fantasmi di legittimazione che agitano il passaggio all’analista che in quanto atto analitico non può mai darsi in modo definitivo e non si può garantire una volta per tutte. L’analista deve dunque diventare il supporto di un’interrogazione che procede sull’attesa di un sapere che si sottrae e sul quale l’analista deve riconoscere la propria ignoranza per non bloccarne gli effetti.

Quanto siamo distanti da una formazione in cui si tratta di acquisire una professionalità decretata da un titolo che la certifichi una volta per tutte, ottenuto alla fine di un percorso determinato! Se il termine laico risuona in tedesco come dilettante, amatoriale2 la formazione in quanto atto analitico è non professionale ma piuttosto artistica e deve rispettare il tratto parziale, incompiuto, del sapere di cui si tratta. Non si è analisti, ma c’è dell’analista ogni volta che si dà un atto che si rivela analitico.

Di fatto dal momento in cui in Italia abbiamo cominciato ad interrogarci sulla Legge 56/89 che istituiva l’Ordine degli psicologi e la possibilità di svolgere attività psicoterapeutica ci siamo dimenticati di continuare a interrogare “l’atto analitico”. E’ stato già sottolineato altrove come ci siamo impegnati senza grandi risultati a garantire uno spazio di esistenza allo psicanalista senza preoccuparci se la psicanalisi gli sarebbe sopravvissuta. Non ci siamo dunque curati di garantire che l’atto analitico potesse sopravvivere e rimanere tale; di chiarire cioè cosa determinasse che un atto fosse davvero “analitico”.

Ci siamo preoccupati di salvare la figura dell’analista, ci siamo interrogati sulla professione, sul suo sapere, su come delimitarne il campo di competenza in rapporto ad altri campi di competenza, ma così facendo abbiamo perso di vista proprio l’analisi. Questa riguarda un sapere che non è confinabile né definibile nel modo in cui in genere riteniamo di dover definire il sapere, cioè in termini tali che se ne possa garantire consistenza e padronanza come riteniamo accada al sapere dello specialista. La parola dilettante richiama qualcosa che si fa perché si ama, in cui ci si diletta ma che non ci compete in senso pieno, e non comporta un conferimento di identità. Rimanda dunque a parziale, precario, dispropriante, tutti aggettivi che riguardano la posta in gioco dell’analisi.

Serge Leclaire
Serge Leclaire

Serge Leclaire ci dice che solo una cosa è certa: il giorno in cui l’analista sarà al suo posto non ci sarà più analisi.3 Il suo essere in ascolto di una verità che parla ma che non è lui a dover salvare fa della sua posizione qualcosa di irriducibile, non suturabile.

Il soggetto della psicanalisi è il soggetto tragico, è un soggetto fragile ma in grado di assumersi la responsabilità di ciò che è, senza averlo determinato. Freud attraverso la figura di Dimitrij Karamazov indica la possibilità di riconoscere la propria responsabilità, senza passaggio all’atto laddove l’uomo sia in grado di assumere e riconoscere il proprio desiderio.4 Nell’assunzione del proprio desiderio ci si riconosce responsabili di qualcosa che non ci appartiene completamente e di cui non abbiamo padronanza piena.

L’ idea di soggetto che oggi è dominante sembra coincidere invece con l’esigenza di una tenuta senza tregua mentre la psicanalisi ci invita a scoprirlo negli atti mancati, nelle lacune, nella parzialità. Il desiderio rimanda all’angoscia e rimanda ad una libertà ma non una libertà senza legami. Il desiderio vincola ma con legami fuori dalla dipendenza. L’Io tra l’altro è il tratto meno libero del soggetto, coacervo di identificazioni e totalmente dipendente dal riconoscimento dell’altro, è quindi contingente, fragile, anacronistico. E per questo è aberrante per Lacan puntare al suo rafforzamento come invece invita la cosiddetta ortopedia psicologica. Si tratta di consolidare solo la funzione immaginaria del soggetto.

Il desiderio è sempre fondamentalmente inadeguato al suo oggetto. L’uomo non è immaturo per una sfasatura della sua organizzazione, ma prematuro per vocazione, sempre incompiuto e in questa “apertura vitale” il suo desiderio si origina destinandolo a una storia lacunosa di sviluppo discontinuo e conflittuale. 5

Il desiderio può prendere forma solo da un’apertura vitale che si chiama incompiutezza perché nella compiutezza niente può prendere vita come desiderio.

Come è possibile che questa dimensione tragica dell’opera di Freud venga pensata come la base dell’umanesimo semplicistico e moralistico che adesso si vuole derivare dalla psicanalisi?

Il punto fondamentale di confusione originato dalla legge 56/89 in Italia punta proprio a creare un rapporto di continuità tra psicoterapia e psicoanalisi. La psicanalisi la si liquida come “la regina delle psicoterapie”. In un modo o nell’altro si finisce per sostenere che sono la stessa cosa o per lo meno che sono confrontabili su una stessa scala. Come si è giunti a questa confusione? Questa confusione è stata favorita dal fatto che si cominciasse a pensare di dover difendere un mercato che significa innanzitutto circolazione di denaro e possibilità di guadagno. La formazione perde di vista la domanda di sapere che dovrebbe esserne il motore in favore di una domanda più redditizia di sicurezza e salute. Domanda desoggettivata che si soddisfa con risposte e quindi con la produzione di professionisti e specialisti.

Questo ha portato inevitabilmente ad una complicità con il discorso culturale dominante, con il quale ci ritroviamo a fare costantemente i conti, sia come analisti che come esseri umani, cittadini di questo mondo; e cioè quello secondo cui l’universo attraverso il quale si interpreta la sofferenza, il disagio mentale e il sintomo è ormai quello della “tecnica”. Le tecniche ci mettono al riparo dalla domanda, ci possono garantire un potere, la trasmissibilità di un sapere in quanto potere e la possibilità di attivare forme di controllo sull’affidabilità di questa trasmissione.

Freud a proposito dell’affaire Reik affermava “la situazione analitica non sopporta terzi” e con ciò quindi si escludeva l’opportunità di far intervenire un’autorità di qualsiasi tipo esterna ad autenticare o validare la pratica analitica.

C’è ormai un mercato delle psicoterapie, non solo un mercato delle professioni ma una borsa valori psi. Le pratiche di scambio di parola devono essere inserite a pieno titolo nelle leggi del mercato e quindi regolamentate. In nome della sicurezza degli utenti nel quadro di una nuova legge di salute pubblica. Si afferma una nuova logica di mercato della sicurezza e della salute. Se ci poniamo da questa prospettiva come si pensa di poter sfuggire a questa logica, per quale motivo la psicanalisi dovrebbe essere esentata dalla logica del controllo? Le psicoterapie dal canto loro vi entrano a pieno titolo accordandosi su un punto decisivo della logica di consumo: promettendo la soddisfazione (attenuazione o soppressione del sintomo). Le psicoterapie promuovono la novità, le tecniche innovative entrando a pieno diritto nel discorso del consumo e della domanda. La psicanalisi dovrebbe invece caratterizzarsi come minaccia nei confronti di questa logica perché si interroga su ciò che opera in questa corsa cieca dominata dal discorso capitalista.

Il soggetto proposto dalla psicologia è luogo di unificazione delle facoltà degli affetti e delle competenze. La psicologia diventa il luogo di un soggetto sostenuto da un sapere normativo, performativo e prestante, in cui il sapere diventa promessa di unità. Costruiamo un personaggio al mercato delle proposte psi. Un personaggio giusto per ogni occasione.

Pensate alla quantità innumerevole di offerte nate sul piano della formazione in Italia dove si accalcano oltre 400 scuole con tagli differenti. Davvero ad ognuno la sua psicoterapia su misura. La risposta alla domanda si specializza, ad ogni domanda la sua risposta, e nessuna domanda riguarda più l’uomo nella sua complessità ma un uomo ridotto ogni volta al lato in cui si mostra, all’istantanea che scattiamo.

Il rischio della psicanalisi non è più quello di farsi escludere dalla medicina, ma di lasciarsi includere nell’impero della psicologia, delle sue pratiche e delle sue modalità di riconoscimento.

Dal rischio dell’esclusione e della marginalità al nuovo rischio di inclusione e reclutazione.6

Si diventa una delle modalità dell’offerta psi, che possiamo giocarci come posizione di elite: solo per pochi, anticommerciale, oppure battagliare sul marketing. Così offrendo l’ingresso nell’ordine siamo stati tutti reclutati e la domanda di formazione si è smarrita nei rivoli delle risposte preconfezionate.

Adesso siamo arrivati alla battaglia finale nei confronti della posizione di marginalità. Non devono esserci posizioni extraterritoriali: o medicina o psicologia. Tertium non datur.

C’è la necessità di rovesciare la questione e di interrogare in nome della psicanalisi la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. La psicanalisi infatti non può permanere come pratica senza prendere posizione, senza enunciare la propria posta in gioco. Tuttavia una posizione si può prendere anche restando nel campo del misconoscimento, una posizione presa a nostra insaputa. Il misconoscimento è una posizione che si assume e senza che a quel punto si abbia più nessuna possibilità di essere in gioco in quello che facciamo. Tagliando fuori il desiderio questi non è più articolabile e soprattutto non è più in gioco se non come l’assente.

Nella famosa lettera del 25 novembre del 1928 al pastore Pfister7, che molti prendono come l’atto che sancisce lo statuto laico della psicanalisi, Freud afferma di aver voluto difendere la psicanalisi (tramite due sue opere fondamentali come L’analisi laica e L’illusione) da medici e da preti e di sognare una categoria di pastori d’anime laici «che non hanno bisogno d’essere medici e non possono essere preti». Invitando quindi lo psicanalista a non confondersi con la figura del prete o del medico, ammoniva in questo modo la psicanalisi a non inseguire i miraggi del discorso salvifico che appartiene alla religione né a enfatizzare gli effetti terapeutici della psicanalisi che l’avrebbero appiattita sul discorso medico o psicoterapico.

Qui ci sono i due aspetti portanti della questione: da un lato il prendere le distanze da un discorso salvifico, cioè dal concepire l’analista come qualcuno che è lì a fare il Bene del paziente, che è lì per il Bene del paziente; dall’altro non enfatizzare gli aspetti terapeutici che la psicanalisi ha – e sarebbe assurdo negarlo! Ma appunto come diceva Lacan si danno de surcroît-, per non appiattirla su un discorso di tipo medico o psicoterapico, quindi su un tipo di ascolto e rilancio al soggetto che non è quello della psicanalisi.

Freud dice in definitiva che la psicanalisi è semplicemente quello che accade in un’analisi, cosa che può sembrare una grossa banalità ma che in realtà riguarda proprio l’essenza della psicanalisi. Quello che accade in un’analisi è che due persone si incontrano tra loro e lo fanno con una certa regolarità; una persona parla (l’analizzante) e l’altra ascolta (l’analista) e poi, più raramente, viceversa. Richiamando Shakespeare che dice “parole, parole, parole”, sembra che l’analisi sia ben poca cosa. Solo parole, eppure in questo scambio di parole qualcosa di significativo può accadere ma senza quel “prodigioso” che ha la magia, poiché alla psicanalisi mancano quegli effetti di rapidità che per certi versi la magia porta con sé. La psicanalisi infatti è lenta, è faticosa ed è costosa, tutti aspetti questi che sembrano renderla assai poco seduttiva.8

La psicanalisi è un lavoro sul soggetto, è un percorso di formazione soggettiva che, da un lato, non pretende appunto di agire per il Bene della persona, e dall’altro non ne ricerca una “normalizzazione”, o meglio una “omologazione” a quelle che sono le esigenze sociali. Essa non ha una propria concezione del mondo e quindi non può essere consolatoria o rassicurante, ma interroga il soggetto a partire dal sapere delle sue determinazioni inconsce che lo attraversano a sua insaputa.

Il sapere con cui ha a che fare la psicanalisi, e quindi con cui ha a che fare qualsiasi interrogazione riguardi la formazione dell’analista, è un sapere che è del soggetto che soffre e non un sapere dello specialista sulla sofferenza del soggetto. E’ un sapere inoltre che il soggetto non possiede ma da cui non cessa di essere lavorato. Tutto ciò segna una spartizione radicale tra psicanalisi e discorso medico e tra psicanalisi e psicoterapia. Qui non c’è una frattura tra il sapere sulla sofferenza ed il soggetto che soffre e che non sa niente del suo soffrire e che per tale motivo si rivolge ad un’altra persona per esserne illuminato. Il soggetto della psicanalisi è un soggetto che “sa”, che è attraversato da questo sapere sulla propria sofferenza, ma che “non vuole saperne di sapere”, perché questo sapere non gli si concede in termini di padronanza, di potere su sé stesso e sulla propria sofferenza. Non gli si concede dunque come promessa salvifica, ma è prospettiva di un lavoro di cui è chiamato ad assumersi la responsabilità. Così il sapere dell’analisi raccoglie il sapere dell’altro e lo attraversa facendolo diventare qualcosa. Per questo motivo il percorso di formazione dell’analista, che esordisce con una domanda di analisi personale, non può essere “una volta per tutte”, bensì dev’essere “un lavoro continuo”, anzi un invito al lavoro, un “percorso di formazione permanente”.

Cosa può significare per noi tornare a prendersi cura della domanda? Prendersi cura della domanda è qualcosa che nella nostra società rimane un fatto inedito, di questo bisogna avere consapevolezza: sprecare questa risorsa della psicanalisi è autolesionismo. Prendersi cura della domanda significa anche non rinchiudersi nel sapere di specialista, nel sapere dell’esperto. Ci troviamo in un mondo di specialisti e iperspecialisti. Per qualunque domanda c’è qualcuno che ha la risposta in vece del soggetto, che finisce per esentarlo dal pensiero. Forse noi non abbiamo nessuna di queste risposte però abbiamo la possibilità di mantenere aperta la domanda che ci è rivolta fino a che l’altro riconosca un desiderio di aprirsi all’infinito del proprio sapere.

Lo smarrimento allora oltre a richiamare turbamento, sconcerto dovuto a timore, confusione, apre allo stupore, alla meraviglia del ritrovamento. La domanda è perdita che apre al piacere della scoperta, del ritrovare. Mi occupo con la ricerca, ritrovo qualcosa che amo ma non per conservare o tesaurizzare. La mia ricerca è scienza aperta allo stupore.

Simone Berti
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 I passi che qui riprendo fanno parte dell’incontro che Lacan ebbe il 30 marzo 1974 in una sala del Centre Cultural Francais di Milano con il gruppo costituitosi a Milano come Scuola Freudiana. Una trascrizione dell’incontro è riportata in Lacan in Italia 1953-1978, La Salamandra, Milano 1978, pp. 230-258.

2  Mi riferisco a un passaggio sul termine laico e i differenti riferimenti nella lingua italiana e tedesca di Claus Diether Rath nella giornata su “La questione dell’analisi laica in Italia” del 4 maggio 2013 alla Psychoanalytische Bibliothek di Berlino.

3  Serge Leclaire, Rompere gli incantesimi. Una raccolta per gli affascinati dalla psicanalisi, Spirali edizioni, Milano 1983, p. 129.

4  C’è quasi una forma di gratitudine verso l’assassino che lo ha fatto al posto nostro Cfr. Freud, Dostoevskij e il parricidio(1927) in Opere vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 534.

5  J.B. Pontalis, Dopo Freud, Rizzoli, Milano 1973, p. 50.

6  Cfr. AA.VV., Manifesto per la psicanalisi, Edizioni ETS, Pisa 2012. Rimando in questi passaggi a un confronto con tutto il cap. IV, La società civile nella psicanalisi, pp. 99-125.

7  Psicanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino, 1970.

8  Sigmund Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, in Opere, cit., vol. X, p. 355 [La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 27].

 

Modalità di pensiero (Denkweise), fantasma di legittimazione e psicanalisi

Resumé: Vorrei dire qualcosa sul nesso tra la “modalità di pensiero” (Denkweise) dominante, il fantasma di legittimazione che abita gli psicanalisti e gli effetti sulla psicanalisi in rapporto alla situazione italiana. Cioè come la modalità di pensiero efficientista e tecnoscientista di matrice americana, alleata con il linguaggio del management, opera nella società civile diffondendo una logica di “salute pubblica” e di controllo. Come questa ideologia (che si presenta spesso come neutra) incontra la complicità degli psicanalisti che sempre più difficilmente riescono a sostenere l’angoscia della loro posizione “impossibile”, il loro essere al margine, in una posizione critica radicale e di rottura con il discorso dominante. Come questo aiuti a capire perché la professionalizzazione e la regolamentazione si diffonda. Come infine poter interrogare – con altri- in nome della psicanalisi l’angoscia e il desiderio di legittimazione che ci abita: appoggiandoci sulla nostra mancanza–a-essere recuperare la possibilità di mantenere viva la verità della sovversione freudiana.

Modalità di pensiero

Denkweise, è il termine usato da Freud nel Poscritto de “Il problema dell’analisi condotta da non medici1. Tradotto da R. Colorni con “atteggiamento intellettuale”, recentemente da Lucia Taddeo con “attitudine mentale”, nel testo francese Manifeste pour la psychanalyse2 è tradotto con “mode de pensée” che abbiamo scelto di tradurre in italiano con modalità di pensiero. Sciacchitano e Radice3 hanno scelto il termine: forma mentis.

Ci sono per Freud due modalità di pensiero antagoniste e inconciliabili: una sottende l’approccio medico , trasmettitore di una concezione scientista, l’altra riguarda propriamente l’approccio dei fenomeni dell’inconscio. Non rispettare questa differenza può derivare in una prospettiva terapeutica o in una accademica. Il pericolo maggiore sembra provenire dalla terapia e afferma “Voglio solo sentirmi al sicuro dall’eventualità che la terapia non uccida la scienza.”4 Il tono di Freud nel Poscritto è molto tagliente e nomina deliberatamente gli avversari della psicanalisi: sono, scrive, “i nostri colleghi americani” che, rifiutando l’analisi laica rifiutano nei fatti una forma di pensiero che è costitutiva della psicanalisi, una modalità di pensiero che la formazione medica impedisce di svilupparsi. Soprattutto nelle famose tre pagine nel manoscritto, quelle “censurate” da Freud stesso per l’insistenza di Ernest Jones e di Max Eitingon – censurate ma non cancellate nel manoscritto, come precisa Ilse Grubich-Simitis5 -, nelle quali Freud dice che questa resistenza è dovuta principalmente ai “colleghi americani”. Freud ne individua le ragioni nel gusto dell’eclettismo, il primato accordato ai “bisogni pratici” e alla ricerca della loro soddisfazione più veloce, esigenza che riunisce alcune dimensioni come l’efficacia, il rendimento e la rapidità, tutti “bisogni” che, sottolinea, fanno appello a un’ideologia che loro corrisponda.

Così, Freud indica questa ideologia che comprende e sottintende la medicina, che si può qualificare di tecnoscientista e che si chiamerà in seguito l’American way of life, come costituente la roccia contro cui la psicanalisi non può che venire a infrangersi, la modalità di pensiero con la quale nessun compromesso è pensabile salvo cedere su ciò che costituisce l’essenziale, l’inconscio e il sistema pulsionale. Freud non cesserà mai di criticare l’atteggiamento americano, di vituperare contro questo dominio del denaro – con cattiveria parlerà in una lettera a Pfister, di Dollaria per designare gli Stati Uniti6 –indicando costantemente nello stato attuale della cultura in America uno dei pericoli più perniciosi per la psicanalisi7.

“Sicuramente, l’Americano e la psicanalisi, si accordano così poco che ricorda il paragone di Grabbe: è come se un corvo <mettesse una camicia bianca>8.”

La psicanalisi per Freud non è, non sarà mai una concezione del mondo. Essa non è neanche una religione o una filosofia. Essa non può adattarsi ad alcuna strumentalizzazione ne sottomettersi a un qualunque utilitarismo. E’ terapeutica, Freud e Lacan vi hanno ampiamente insistito, solo accessoriamente, de surcroît dirà Lacan. Esterna a tutte queste prospettive, la psicanalisi è un’ etica di vita: chiunque vi si sottometta come analizzante poi eventualmente come analista si iscrive in un rapporto con gli altri e col mondo che non è riducibile a nessun altro.

La psicanalisi non è una psicoterapia. Lo abbiamo visto: rifiutando l’ipnosi, Freud, nell’atto costitutivo della psicanalisi, si è distolto dalla psicoterapia. La psicanalisi, al contrario, è l’esperienza di una perseveranza grazie alla quale il soggetto si tira fuori dall’ipnosi inconsapevole che lo paralizzava nella sua felicità così come nella sua sofferenza. E’ questo sollievo che si chiamerà, se vogliamo, “effetto terapeutico” (che non deve niente né alla suggestione). Guarire è un termine molto ambiguo, poiché il suo significato è che le cose ritornino o si mettano in ordine. Ritorno dunque alla normalizzazione. Si può guarire [però anche] regolando la propria condotta su quella di un gruppo, all’inverso dunque della finalità di una psicanalisi che è, a questo proposito, di permettere “un legame sociale sbarazzato dalle oscenità di gruppo” (Lacan 1972). Ciò implica che il soggetto abbia cessato, al termine della sua analisi, di godere del poteredi quello che esercita ma anche di quello al quale si sottomette, perché lo confonde con una causa. Non sottovalutiamo che: è sicuro che gli psicanalisti non sono sempre e ovunque chiari su questo punto. Possiamo certamente fantasmatizzare su una psicanalisi corta e ben oleata. Non è mai il caso. La psicanalisi esiste solo a condizione di non dimenticare che fa rottura civilizzatrice nel modo di aggregazione umano. Se essa vi riesce, può allora permettere al soggetto che vi è impegnato di separarsi dalla sua automaticità all’obbedienza, ma anche dalla propensione a fare della sua verità soggettiva l’alibi per i brutti tiri che fa agli altri… in totale innocenza.9

La concezione stessa del sintomo è in causa nell’opposizione psicanalisi/psicoterapia. In quest’ultima, il sintomo è colto nella sua incidenza patologica, come qualcosa da eliminare al più presto per ripristinare l’efficienza.

In psicanalisi il sintomo, al contrario, è qualcosa innanzitutto da ascoltare, da interrogare, un’occasione che può segnare un nuovo passo per il soggetto.

C’è una incompatibilità fondamentale della psicanalisi con gli ideali dell’ American way of life, conseguentemente non è possibile che una regolamentazione possa valutare o autentificare la situazione analitica.

L’intervento statale che riguarda la situazione italiana ma anche – in modo diverso – quella francese rappresenta un grande sconvolgimento – che è una caratteristica del neoliberismo perché introduce la sfera privata nello spazio pubblico regolamentando le pratiche di parola fino a quel momento liberamente contrattate. Questo viene fatto in nome della sicurezza e del bene degli utenti”, nel quadro di una legge di salute pubblica che impone l’introduzione di protocolli terapeutici, misure, rapporti, controlli standardizzati importati dal management allo scopo di insegnare agli individui quali sia il loro bene.

Purtroppo, per gli autori del Manifesto per la psicanalisi, la preoccupazione di preservare uno statuto giuridico della psicanalisi è prevalsa sulla necessità di rovesciare la questione e di interrogare, in nome della psicanalisi, la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. 10

Fantasma di legittimazione

Anni fa, nella scuola di cui facevo parte, durante un incontro di “teoria della clinica”, si aprì una discussione sulla Legge Ossicini, la Legge 56/89 che istituiva l’Albo degli psicologi e regolamentava l’esercizio della psicoterapia. Intervenni dicendo che si capiva perché a volte si fosse presi dalla nostalgia dell’ortodossia: è molto più comodo.

La nostalgia dell’ortodossia ha sullo sfondo il tema del desiderio di riconoscimento che riguarda ciascuno di noi, come condizione per poterci costituire in quanto esseri umani. Il bisogno di riconoscimento riguarda tutta la nostra vita; ne abbiamo bisogno per sentirci essere. A questo proposito propongo due passaggi:

Nel 1983 Maud Mannoni pubblica un libro, Le symptome et le savoir, che riguarda la discussione della sua tesi di dottorato avvenuta l’anno precedente. In occasione della presentazione si interroga.

Perché, dopo trent’anni di vita fuori dell’Università, sento il bisogno di tornarvi e di fare riconoscere il mio lavoro? Questo è sicuramente un sintomo. Nel mio desiderio di far riconoscere i miei lavori mi sento incoraggiata dall’esempio di Freud. Anche lui, che si era talmente allontanato dall’opinione ufficiale, sperava di essere riconosciuto da essa.11

Mi chiedo se si trattasse di opportunismo o di una questione di onestà. Nel secondo caso, dichiarare il proprio desiderio di legittimazione, facendosi riconoscere dall’università potrebbe essere un modo per riconoscere che il desiderio/bisogno di riconoscimento è inaggirabile, riguarda chiunque. Esporsi pubblicamente su questo che chiama al confronto con altri può aprire alla possibilità che si possa fare altrimenti?

Françoise Dolto
Françoise Dolto

Infine un aneddoto a proposito della passe. Françoise Dolto chiede a Lacan:

“Ma perché alla fine di tutta questa procedura hai voluto mettere per forza il riconoscimento di ae, analista della scuola”.

Lacan risponde:

“Così come l’ho combinata, la cosa è già abbastanza complicata. Se non avessi messo un’esca, un premio, alla fine del percorso, nessuno l’avrebbe fatto”.

Quasi volesse indicare la pasta di cui siamo fatti in quanto esseri umani: bisognosi e desiderosi di riconoscimento e di legittimazione. Come se, per affacciarci alla condizione umana, alla voragine aperta dall’inconscio freudiano, avessimo bisogno di illuderci di guadagnare qualcosa, magari un titolo?

Se oggi in Italia esiste una legge sugli psicoterapeuti, è anche perché noi analisti abbiamo fatto poco o nulla perché ce ne fosse un’altra o perché non ci fosse. Il primo pericolo per l’analisi è l’analista stesso. Si tratta, allora, di sapere perché. Per quanto mi riguarda, ritengo che i bisogni di riconoscimento, di fondamento, di ortodossia, di delega, probabilmente hanno a che fare con l’orrore di sapere che contraddistingue l’essere umano e dunque l’analista. Si pone allora in modo perentorio l’esigenza di elaborare questo “non voler sapere” con altri poiché è impossibile farlo da soli. L’alternativa è cadere nella passione dell’ortodossia, che significa pensare di dire il vero, schiacciando l’altro. Penso ad un’intervista in cui Clavreul inventa un neologismo: ortonoia, ortonoico12. Se non vogliamo cadere nell’ortonoia, parente della paranoia, dobbiamo fare i conti con la nostalgia dell’ortodossia, non rimuoverla, ma, al contrario, assumerla.

Sappiamo bene che le affermazioni intellettuali non spostano la rimozione. L’osserviamo tutti i giorni. È la condizione per vivere, probabilmente. L’orrore di sapere ha a che fare con il cogliere qualcosa dell’ inconsistenza del nostro essere, fatto di miraggi e identificazioni. Per sostenere la mancanza-a-essere abbiamo bisogno del “concorso di molti”.

La questione della psicanalisi a mio avviso non può essere separata dall’idea di essere umano, da quella di società e dal problema della formazione dell’analista. E per la formazione occorre porre al centro della riflessione la questione umana e il desiderio di legittimazione.

Desiderio di legittimazione come perfetto derivato dell’orrore nei confronti della finitudine, dell’angoscia che ci connota, del bisogno di rassicurazione, che spinge ad affidarci e a delegare all’Altro, di volta in volta in questione: padre, genealogia, ortodossia, società analitiche, stato, Dio, la responsabilità della nostra esistenza in primo luogo e di, conseguenza, la nostra responsabilità in quanto analisti.

Ma la psicanalisi e la formazione non devono, come compito etico, mettere a torsione il desiderio di legittimazione chiamato in causa a esorcizzare l’angoscia del doversi autorizzare ai propri atti?

Analisi, impresa folle: mentre indica il potente tornaconto, la posta in gioco essenziale dell’identificazione e del narcisismo – senza questa passione l’essere umano non potrebbe letteralmente sentirsi essere – scommette sull’accoglimento dell’inconscio, della mancanza-a-essere.

L’analisi non deve al suo termine – si chiede Lacan – mettere colui che la subisce di fronte alla realtà della condizione umana fino la limite della destituzione soggettiva?13 Lacan ci parla dunque di destituzione soggettiva, nella Proposta del ’67 dice: Non finiremo per scoraggiare i dilettanti, se lo annunciassimo? La destituzione soggettiva scritta sul biglietto d’ingresso […], non è un provocare l’orrore, l’indignazione, il panico, se non l’attentato, in ogni caso un dare un pretesto all’obiezione di principio?14

E continua: Abbiamo solo questa scelta: o affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere.15

Se ci sta a cuore l’insegnamento freudiano, si tratta di scegliere, di prendere posizione, di esporci: o sosteniamo (nel senso di reggere) che la psicanalisi abbia ancora a che fare con la peste o ne facciamo una questione di carriera, di rispettabilità, di professionalità.

Ne abbiamo il coraggio?

Altrimenti anche il dibattito sulla Legge 56/89 o sulle diverse leggi di regolamentazione, continuerebbe a iscriversi soltanto nella logica del lamento, uno dei tanti modi di confermare l’esistente.

Freud apre il testo Il problema dell’analisi condotta da non medici del 1926 con questa considerazione:

Fino ad ora nessuno si è curato di sapere chi esercita la psicoanalisi; il pubblico non se n’è affatto preoccupato, solo s’è trovato d’accordo – anche se in base alle più svariate argomentazioni – in un punto: nell’augurarsi cioè che nessuno dovesse esercitarla. La richiesta che soltanto i medici possano analizzare corrisponde dunque a un atteggiamento nuovo e apparentemente più benevolo, tanto che non sempre ci si rende conto che esso deriva invece direttamente, con un piccolo travestimento, dall’atteggiamento anteriore16.

Adesso, in Italia, non soltanto i medici ma anche gli psicologi possono esercitare: che cosa? L’esercizio legale riguarda – per la Legge 56/89 – la psicoterapia.

Freud sapeva bene quale abisso avesse aperto con la scoperta/invenzione dell’inconscio; non esita infatti a parlare di discesa agli inferi, di umiliazione, di mortificazione. E sa che in questo modo aveva attirato su di sé l’odio della comunità, compresa quella analitica. L’io non è padrone in casa propria: come tollerarlo?

Dialogando con l’interlocutore imparziale dell’analisi laica Freud dichiara, a proposito della formazione degli allievi: l’inefficacia dell’insegnamento teorico e la necessità di sottoporsi ad un’analisi approfondita. Fa riferimento agli strumenti di lavoro: personalità dell’analista, sensibilità, finezza d’orecchio, tatto. Come misurarli?

Da qui possiamo cogliere qualcosa della ricerca del consenso sociale, del bisogno di giustificarsi di fronte alla scienza medica fino a mimarne la logica ed il linguaggio, il bisogno di appartenenza, l’esigenza di legittimazione che riguarda gli psicanalisti..

Nel testo di Maud Mannoni troviamo:

Maud Mannoni
Maud Mannoni

In un numero de L’ordinaire du psychanalyste, una analista Radmila Zygouris, ha raccontato una volta la storia di una donna di servizio che si fece analizzare con successo. Ritornando dall’analista che l’aveva guarita disse: “Non so che cosa mi succede, ma adesso i miei padroni mi chiedono consiglio, la gente mi racconta la sua vita. Non sarò mica diventata psicanalista, per caso?”

E si chiede: Il mio itinerario non avrà qualche similitudine con ciò che è capitato alla femme de ménage? E’ una questione che non si può evitare.

La femme de ménage non si è trovata nella posizione di trasmettere un sapere ad un ignorante desideroso di appropriarsi delle conoscenze. Ma è divenuta, in un momento della sua storia, il supporto di un’interrogazione producendo, nell’altro, un sapere inconscio. Questa trasmissione si è fatta per il verso di una esperienza comune: quella di essere affetti dalla verità di un dramma17. (p.22)

Psicanalisi in Italia

La trasmissione della psicanalisi e la formazione degli analisti oggi in Italia si pone ben altrimenti.

Sono cambiati i soggetti, sulla poltrona e sul divano (quando viene usato). I giovani psicanalisti hanno una formazione molto diversa da quelli più anziani: la legge Ossicini è entrata in vigore nel 1989 ha ormai 24 anni ciò significa che soltanto chi ha più di 50 anni può aver beneficiato di una formazione psicanalitica “laica”. Chi ha meno di 50 anni per lo più ha fatto studi di psicologia, poi una scuola di psicoterapia e, se ha avuto ancora desiderio di fare una formazione psicanalitica ha dovuto disimparare – come diceva Freud per gli studi di medicina – tutto quello che ha assorbito in lunghi anni di studi.

Attualmente abbiamo almeno quattro problemi con cui confrontarci:

  • Il tentativo dei medici di riaffermare la loro supremazia: è recente l’accorpamento all’università delle facoltà di Medicina e psicologia;
  • Il rischio di denunce di psicanalisti per esercizio abusivo della professione psicoterapeutica a seguito di sentenze della Cassazione (nel 2008, nel 2011 e nel 2012) che sostengono che la psicanalisi è una psicoterapia18; a volte “la regina delle psicoterapie”.
  • Il problema della formazione degli analisti. In particolare come far sì che gli studenti conoscano qualcosa della psicanalisi e possano incontrare gli psicanalisti se la clinica legale è quella psicoterapeutica la cui formazione in Italia passa attraverso le Scuole di psicoterapia?;
  • L’avvenire e la sopravvivenza stessa della psicanalisi.

Occorre trovare il modo di sconfiggere il pericolo di scomparsa che riguarda la psicanalisi, occorre riaprire la questione della formazione, della trasmissione, occorre ritrovare il coraggio della mobilitazione, un po’ di orgoglio per il pensiero critico che la psicanalisi riesce ancora a esercitare contro il conformismo, i protocolli e le formazioni fatte con lo stampino. Occorre soprattutto non arretrare di fronte alla fatica incessante del fare insieme, del costruire quel “concorso di molti” senza il quale non c’è psicanalisi possibile.

Trovare insieme il modo per far sì – come scrivono gli autori del Manifesto per la psicanalisi – che questa esperienza che «sta alle innumerevoli terapie come il viaggio nel tempo sta all’acquisto di un orologio», possa continuare a vivere.

Altrimenti assisteremo a quanto previsto nel 1998 da J.B. Pontalis: “Presto la psicanalisi interesserà soltanto una frangia sempre più ristretta della popolazione. Sul divano degli psicanalisti resteranno solo gli psicanalisti19”.

E’ questo il nostro desiderio?

Giuliana Bertelloni
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 Traduzione italiana di Die Frage der laienanalyse, nelle Opere di Freud, vol. X.
2 Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Lérès, Michel Plon & Erik Porge, La fabrique éditions, Paris 2010; trad. It. Giuliana Bertelloni (revisione di Paolo Lollo), Manifesto per la psicanalisi, Ets Edizioni, Pisa 2011.
3 Antonello Sciacchitano, Davide Radice, La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2012.
4 Ibidem, p. 112.
5 Ilse Grubich-Simitis, Freud. Retour aux manuscrits(1993), Paris, PUF, 1997. Pagine che possiamo leggere ora anche in italiano nella traduzione di Sciacchitano-Radice.
6 Correspondance de Sigmund Freud avec le pasteur Pfister 1909-1939, lettera del 20 agosto 1930, Paris, Gallimard, 1966, p. 194; ed. it., Corrispondenza di Sigmund Freud con il pastore Pfister
7 Cfr. Manifesto per la psicanalisi, pp,28-30.
8 Ibidem, p.32.
9 Cfr., ibidem, pp.78-79
10 Cfr. Ibidem, p.107.
11 Cfr. M. Mannoni, Le symptome et le savoir. Soutenence, Seuil, Paris 1983, p.11.
12 Cfr. AA.VV.,Quartier Lacan, Denoel, Paris 2001, p.25
13 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, Einaudi, Torino 1994, p. 381.
14 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicanalista della Scuola, in Scilicet 1/4, Feltrinelli, Milano 1977, p. 27.
15 Ibidem. (Corsivi miei).
16 S.Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, p. 351.
17 Maud Mannoni, op.cit, p.22.
18 Cassazione 24 aprile 2008, n. 22268; Per quanto concerne il delitto previsto dall’art. 348 c.p., si rileva che l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed allo inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti); la psicanalisi è una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali.
19 J.B.Pontalis, Cent ans après, AAVV Gallimard, Paris 1998.