Dalla professione di psicanalista all’etica del delitto

Lettera di Freud a Ferenczi del 27 aprile 1929

27.4.1929

Prof. Dr. Freud

Vienna, IX. Berggasse 19.

Caro amico,

moglie e figlia sono andate ieri a Berchtesgaden per cercare un appartamento. (Forse si ricorda di un Signor Gulyas, che ci ha fatto visita lì.) Considerando quanto sono complicati i nostri bisogni, quest’anno per noi la scelta non sarà facile.

Brill dovrebbe (secondo la comunicazione di Lehrman) venire alla riunione, è pur sempre un fattore di conciliazione. Ad Eitingon la situazione pare ora più sfavorevole che subito dopo Parigi. Mi scrive che la mia proposta di una separazione amichevole – mantenendo una qualche affinità – gli pare inattuabile. Io temo che saremo contenti di quel tanto che riusciremo a spuntare.

Anche il gruppo parigino è legato a noi, per via della principessa. C’è però il pericolo che, in caso di votazione, le persone prenderanno posizione individualmente e non nella direzione del Suo gruppo. L’ultima maschera della resistenza verso l’analisi, quella medico-professionale, è la più pericolosa per il futuro.

Per quanto riguarda il corpo, anche io ho un buon periodo e vado più d’accordo con la mia protesi. Non c’è però alcuna alcuna prospettiva per la mia produzione.

Spero di poterle indicare presto qualche bella meta turistica per la sua visita in luglio. Ci facciamo spaventare da tutte le segnalazioni generali di Scirocco che giungono dalla Svizzera.

Saluto cordialmente Lei e Sua moglie

Suo
Freud

Traduzione di Davide Radice
Revisione di Antonello Sciacchitano

S. Ferenczi e S. Freud

1. La “professione di psicanalista”

Dalla lettera di Sigmund Freud a Sandor Ferenczi, datata 27 aprile 1929:

“Die letzte Maske des Widerstands gegen die Analyse, die ärztlich-professionelle, ist die für die Zukunft gefährlichste.”1

Traduciamo letteralmente, parola per parola:

Die letzte Maske, l’ultima maschera, des Widerstands gegen die Analyse, della resistenza contro (verso) la psicanalisi, die ärztlich-professionelle, quella medico-professionale, ist die für die Zukunft gefährlichste, è per il futuro (per l’avvenire) la più pericolosa (rischiosa).

Così traduce Davide Radice:

“L’ultima maschera della resistenza verso l’analisi, quella medico-professionale, è la più pericolosa per il futuro.”

Così traduce Cesare Musatti nell’Avvertenza editoriale a Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einen Unparteiischen (1926), titolo da lui stra-volto in “Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale”:

«Freud stesso fu molto turbato da quella che riteneva, come scrisse a Ferenczi il 27 aprile 1929, “ l’ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, e la più pericolosa di tutte”».2

Musatti tronca la frase, in modo da omettere che la “maschera” in questione è quella medico-professionale, die ärztlich-professionelle, così come omette die Zukunft, ossia che la maschera medico-professionale è quella con cui la psicanalisi verrà dissimulata, contraffatta nel futuro; infine nella sua traduzione la resistenza è “alla psicanalisi”, quando invece Freud precisa: gegen die Analyse, “contro l’analisi”, e non è esattamente la stessa cosa resistere alla psicanalisi e resistere contro l’analisi.

Si tratta di appena due righe, ma sufficienti a intravedere che il problema della resistenza contro l’analisi fa tutt’uno con quello della traduzione del testo freudiano. Ma procediamo più lentamente, ricominciando.

La “profezia” formulata da Freud nella sua lettera a Ferenczi va senz’altro collocata sullo sfondo dell’opuscolo Die Frage der Laienanalyse, letteralmente: “La questione dell’analisi laica”, dove Freud definisce che cosa è la psicoanalisi e che cosa è lo psicoanalista. La traduzione di Musatti, al seguito di tutta l’impostazione practitioner della traduzione di Freud nella cultura anglosassone, è al limite della fraudolenza: “La questione dell’analisi laica” diventa infatti Il problema dell’analisi condotta da non medici ,3 là dove in tutto il testo di Freud, il “problema” è piuttosto quello dell’analisi condotta da non laici, poiché chiunque voglia praticare la psicoanalisi deve in ogni caso tagliare (con) le radici della professione da cui proviene, qualunque essa sia, e dunque praticarla non da medico (non da psichiatra, non da psicoterapeuta, ecc.)4 ma da psicoanalista.

L’opposizione fondamentale è pertanto quella tra il laico – il “non clero o non confessionale” − e il clerc, il membro del clero, il chierico (prima della riforma di Paolo VI, colui che è entrato nello stato ecclesiastico avendo ricevuto la tonsura), e, per estensione, la persona istruita, il professionalmente competente, l’esperto,5 il praticien o practitioner, che si riferisce genericamente al “medico”.

Tale opposizione, nel suo senso più generale e storico assume sempre uno stesso denominatore comune, secondo cui laikòs è “ciò che fa parte del laòs”, del popolo, “ciò che appartiene alla popolazione indigena”, distinta dall’amministrazione che la governa. Il linguaggio della psicanalisi, come era nelle intenzioni di Freud (che scrive in un linguaggio tuttora sconosciuto o conosciuto solo approssimativamente dal lettore italiano, che le traduzioni di Davide Radice e Antonello Sciacchitano cercano di restituirci) appartiene al linguaggio che parliamo comunemente tutti e non al linguaggio specialistico.

L’ultima e più pericolosa maschera della resistenza alla psicanalisi è proprio il mascheramento (contraffazione, travestimento, dissimulazione, mimetizzazione) del linguaggio della psicanalisi, del linguaggio di Freud, con un linguaggio di stampo scientista, simil o para-scientifico e medico.

Come osserva nitidamente Michele Ranchetti (che ha dovuto poi pagare cara questa denuncia):6

“Per tradurre Freud, per fare di Freud un autore di lingua inglese, si potrebbe dire, Strachey si è posto di fronte, ha avuto sempre in mente, un modello immaginario, quello degli scritti di un uomo di scienza inglese di vasta cultura nato verso la metà del XIX secolo, e aggiunge di voler emphasize la parola «inglese» non per spirito patriottico ma in uno spirito di spiegazione (in an explanatory and no patriotic spirit). È o vuole essere questa la lingua e la cultura in cui Strachey vuole tradurre Freud. Ma non è una lingua di sua sola invenzione. Negli esempi che seguono Strachey dichiara le sue fonti: la sua traduzione si basa sul New Psycho-analytical Vocabulary di Alix Strachey che, a sua volta, si basava sui suggerimenti di un Glossary Committee promosso da Ernest Jones negli anni venti. (…)

Nel primo volume (della Standard Edition) figura poi una breve lista di termini «tecnici» la cui traduzione richiede un commento. Varrà la pena di ricordarne alcuni, i principali e i più controversi: Abwehr-defence, Angstanxiety, Anlenungtypus-anaclitic (or attachment)-type, Besetzungcathexis (questo come si sa inventato da Strachey […]), Instanzagency e Psyche, psychisch, Seele; seelisch (…)-psyche, psychichal, mind, mental per Strachey, come lui ripete, sinonimi (…). Infine Trieb tradotto come Istinkt: istinct.” 7

Non a caso, nella prefazione scritta da Anna Freud nel luglio 1974 per il volume di Indici preparato da Strachey, si legge:

“È forse l’elogio più alto per l’opera compiuta da Strachey il fatto che per una gran parte dei lettori di tutto il mondo, la Standard Edition con i suoi lucidi commenti editoriali sia entrata in sorprendente competizione con il testo originale dell’autore”.

Tredici anni dopo Ranchetti conclude:

“L’edizione in inglese di Strachey ha di fatto sostituito in Inghilterra e in America, la lettura di Freud nella lingua originale. L’inglese di Strachey è diventata la lingua di Freud. Gli errori e i travisamenti e soprattutto l’intonazione, volutamente scientista e asettica, non dovuta esclusivamente alla lingua inglese, quel carattere scientifico della prosa, sono divenuti la forma espressiva della psicoanalisi”.8

Ma la sua conclusione è ancora più radicale riguardo alla

“Constatazione che in Italia non si è avuto alcun movimento psicoanalitico. È un dato di fatto e quindi credo incontrovertibile. Non si è avuto per varie ragioni che dovrebbero essere riconosciute e interrogate, ma qui vorrei solo evidenziare che l’assenza di qualsiasi forma anche esile di movimento psicoanalitico in Italia, a partire dalla fondazione della Società Psicoanalitica Italiana da parte di [Edoardo] Weiss, ha determinato una intelligenza molto parziale del carattere della psicoanalisi in generale, che si potrebbe dire è stata a priori ridotta a dottrina per poi essere, in un certo senso, degradata a metodo terapeutico. Così le diverse società psicoanalitiche sono state percepite soprattutto come scuole diverse per la formazione degli analisti. È secondo me anche questa una riduzione della loro ragione originaria, ad una funzione: quelli che avrebbero dovuto essere gli avamposti nazionali di una rivoluzione diventano così, nella prospettiva riduzionistica, scuole professionali ciascuna con i suoi caratteri nazionali o per usare un’analogia, i propri conventi con le diverse regole monastiche. [Invece, alle sue origini,] l’ordinamento psicoanalitico avrebbe voluto essere una strategia rivoluzionaria operativa”.9

Oggi la Società Psicoanalitica Italiana ha pienamente realizzato quell’obiettivo indicato dal libro precursore del 1991 di Maria Antonietta Trasforini, La professione di psicoanalista, dove nella quarta di copertina si può leggere: “Lo psicoanalista sembra oggi aver acquisito una legittimità sociale: è l’esperto del più immateriale degli ambiti, quello della soggettività e delle sofferenze”10. È così che sul sito ufficiale della S.P.I., il divano ha ceduto il posto al lettino del medico, che è diventato “il simbolo della psicoanalisi”. In effetti, la mostra “Il lettino come simbolo della psicoanalisi”, tenuta in occasione del XIV Congresso della S.P.I., “illustra come la psicoanalisi (…) si è diffusa, tramite il suo simbolo centrale: il lettino su cui si distende il paziente, con accanto l’analista che lo ascolta, con mente aperta e accogliente. (…) Si procede illustrando come Freud utilizzò il lettino e come lo usano gli analisti oggi”. 11

Chi crede si tratti di una mera sfumatura terminologica12 pecca a dir poco di ingenuità, come nel caso della trasformazione dell’analizzante, già paziente, in “utente della psicoanalisi”,13 ridotta all’erogazione di un servizio sociosanitario:

“L’analista può proporre al paziente, qualora le sue condizioni psichiche lo richiedano, una psicoterapia psicoanalitica invece dell’analisi. Essa si caratterizza per un numero ridotto di sedute settimanali e si può svolgere vis a vis [sic] , senza l’uso del lettino. Così come nell’analisi, l’analista lavora con i suoi strumenti mentali, frutto della sua formazione specifica. In questo senso lo psicoanalista è il professionista più preparato e idoneo a condurre anche le psicoterapie psicoanalitiche. La psicoterapia psicoanalitica, nell’ambito delle psicoterapie, costituisce il modello più rigoroso per l’investigazione della realtà psichica inconscia, e può ottenere dei cambiamenti profondi e duraturi”.14

Di quali cambiamenti si tratti, non è fatta parola. In ogni caso, anche quando gli “utenti della psicoanalisi” non possono permettersi che la terza classe, potranno comunque avvalersi della “psicoterapia supportiva (colloqui clinici prolungati)”: qualsiasi opzione scelgano, possono stare tranquilli perché si sono tuttavia messi nelle mani del “professionista più preparato e idoneo nell’ambito delle psicoterapia”, lo psicoanalista, S. P. I. dixit. 15

Ecco dunque a che cosa si riduce la professione di psicanalista:

“una pratica mitigata dall’irrompere di una psicoterapia associata ai bisogni dell’igiene sociale (…); pratica qui denunciata [che] si configura come imperialista: finalità conformista, imbarbarimento della dottrina, compiuta regressione al puro e semplice psicologismo, – il tutto mal compensato dalla promozione di un chiericato, facile da mettere in caricatura, ma che nella sua compunzione è appunto quel resto che testimonia della formazione mediante cui la psicoanalisi non si dissolve in ciò che propaga”.16

In effetti, se la psicanalisi non può certamente esistere in un regime totalitario, che non può ammettere l’inconscio, la nostra epoca ha rivelato che essa non è meno tollerata in una democrazia, salvo il pervertirsi in psicoterapia di stato finalizzata all’addomesticamento politico dei cittadini.17 “Non è meno tollerata” da chi? Dagli stessi psicanalisti, che hanno rinunciato… (a che cosa lo vedremo tra breve), in cambio della deontologia del professionismo psicoterapeutico e dei compensi e dei privilegi sociali e giuridici che se ne possono ottenere.

2. L’“etica del delitto”

Wladimir Granoff
Wladimir Granoff

Nella “conclusione” del 27 febbraio al suo intervento del 20 febbraio 1963 al seminario di Lacan su L’angoscia ,18 Wladimir Granoff osserva che alcuni analisti, tra cui M. Little, possono presentare “legittimamente” la situazione analitica come l’incontro di qualcuno che ha dei bisogni con qualcuno che ha something to spare, dice Little, “qualcosa di cui dispone” per soddisfare quei bisogni. Granoff osserva che bisogna completare la nozione di questo “qualcosa di cui l’analista dispone”, e che bisogna chiedersi innanzitutto di cosa si tratta. Si tratta, dice, di qualcosa che è dell’ordine dell’intercambiabile, del “pezzo di ricambio” (pièce de rechange) e fa il paragone con la spare wheel, la ruota di scorta. L’analista disporrebbe di questo pezzo di ricambio di cui il soggetto ha bisogno, qualcosa in più che può mettere a disposizione, che può offrire, per sostituire il “pezzo” che si guasta o viene a mancare al soggetto. Impossibile non rilevare, continua Granoff, gli effetti di politicizzazione, e forse ancor più gli effetti economici che sono implicati in questo something to spare, la possibilità di mettere a disposizione il pezzo di ricambio. Affermazione in cui cogliamo la preconizzazione della situazione del nostro tempo, quella delle migliaia di psicoterapie esistenti che costituiscono l’immenso “dispensario” di una società fondata sulla domanda, dove per tutto e per tutti è già prevista l’offerta dell’apposito pezzo di ricambio di cui si ha bisogno. Un servizio assistenziale spare whel per rimettere in marcia la macchina.

Il something to spare diviene così la metafora di ciò che fonda la nuova politica della psicoanalisi “americanizzata” degli anni ’50, il “nuovo civismo analitico”, che getta le basi dell’attuale imperialismo psicoterapico, ciò che la lettera di Freud profetizzava per die Zukunft, l’avvenire della psicanalisi19.

“Al tempo stesso, osserva Granoff, sorge evidentemente, se così posso dire, una nuova etica di questa città analitica, ma questa nuova etica si può dire che sia caratterizzata essenzialmente per il sorgere di una dimensione nuova della delinquenza.”

L’uscita da “questa atmosfera di civismo analitico”, tutta protesa alla ricerca della “rispettabilità borghese” − sete di legittimità sociale, professionale, economica, intellettuale, scientifica, famigliare, religiosa perfino − comporta, dice Granoff, “letteralmente l’accettazione del delitto”.

Negli scritti di M. Little e soprattutto di L. Tower sul controtransfert

“la dimensione del delitto è particolarmente sensibile. Così essa ci dice […] che è da questa accettazione del delitto così assunta, che verrà il rinnovamento dell’etica che è prevalente nel civismo analitico nel momento in cui essa scrive.”20

Lacan ha definito l’analista un rebut de la société, uno scarto, un rifiuto della società. Questa definizione vale più che mai per lo psicoanalista oggi, in particolare per lo psicoanalista italiano, dopo che è stato affrancato, addirittura per legge, da quella che Ferenczi chiamava la sua ipocrisia professionale. Egli è dunque finalmente e interamente nel posto che gli compete, quello da cui non deve aspettarsi più nessun riconoscimento, e tanto meno i crismi della rispettabilità borghese. Al contrario, tutto ciò che può aspettarsi, se è rimasto fedele alla psicoanalisi, è di essere un fuorilegge, passibile di essere trascinato in tribunale per abuso della professione di psicoterapeuta. Questa contingenza storica non deve essere denegata, sprecata, mediante qualche appello alla “difesa della psicoanalisi”, poiché rivela che il desiderio dell’analista ha più che mai a che fare con l’ “assumersi il delitto”.

Ciascun analista, a cominciare da Freud, sa bene che i veri punti di svolta di un’analisi non hanno niente ha che fare con la promozione di “benefici terapeutici”, ma sono legati a questa dimensione criminale, dove per un momento l’analista, in conseguenza del suo atto, oltrepassa i limiti del principio di piacere, quello (de)cantato da tutte le voci del coro, per divenire realmente un delinquente; e niente e nessuno può venire in suo aiuto per affrancarlo da una colpa con cui deve sbrigarsela da solo. Non viene forse da qui quell’angoscia, quella necessità di discolparsi facendo disperatamente appello all’insieme della comunità scientifica, che troviamo in tutti i sogni personali di Freud, che temeva che la morte di una delle sue figlie potesse essere il prezzo pagato per essersi spinto al di là dell’Acheronte. E quale altra ragione può spingere un analista a cercare riparo nella legge dello Stato se non per tutelarsi dall’assunzione del delitto?

Di qui l’avvertimento di Granoff di non confondere questa posizione criminale dell’analista con l’analisi selvaggia che non è altro, diciamolo infine, che l’analisi condotta dal posto del professionista, dell’esperto, dello specialista, del medico. Questa assunzione del delitto, conclude Granoff, consiste nel non rifiutarsi di “scendere nella degradazione (descente au ruisseau) con un paziente”.

Note

1 Sigmund Freud – Sándor Ferenczi. Briefwechsel. Band III/2 1925 bis 1933. Herausgegeben von Erst Falzeder ud Eva Brabant. Unter Mitarbeit von Patrizia Giampieri-Deutsch. Unter der wissenschaftlichen Leitung von André Haynal. Transkription von Ingeborg Meyer-Palmedo, Böhlau Verlag, Wien 2005. Il testo integrale della lettera in tedesco è pubblicato sul presente sito in pdf.

 

2 C. Musatti, Avvertenza editoriale in S. Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale, in Opere di Sigmund Freud, vol. X, Boringhieri, Torino 1980, p. 348.

 

3 S. Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale, op. cit. Musatti è per una volta “più papista del papa”; infatti la Standard Edition traduce: The question of lay analysis.

 

4 Dal dizionario Babylon-Pro: “Layman one who is not a member of the clergy; one who does not belong to a particular profession”. “Laico è chi non è un membro del clero; uno che non appartiene ad una particolare professione”.

 

5 In francese, “il est grand clerc en la matière” si traduce: “è un grande esperto in materia”.

 

6 Se qui ci appoggiamo su Ranchetti, avremmo benissimo potuto fare lo stesso con Elvio Fachinelli, soprattutto dopo la lettura dell’appassionato e lucido omaggio resogli da A. Sciacchitano in La psicanalisi chiede asilo.

 

7 M. Ranchetti, Le Opere di Sigmund Freud, relazione pronunziata (in parte) al convegno internazionale “L’opera di Freud a cinquanta anni dalla morte”, svoltosi a Bologna dal 12 al 14 maggio 1989, apparso in Psicoterapia e scienze umane, n. 4, 1989, pp. 5-7).

 

8 M. Ranchetti, Cattivi pensieri sulla storia della psicoanalisi, in “Rivista sperimentale di freniatria”, vol. 126, 2002, pp. 4-5.

 

9 Ivi, pp. 6-7, (corsivi miei).

 

10 Maria Antonietta Trasforini, La professione di psicoanalista, Boringhieri, Torino 1991.

 

11 La cura psicoanalitica, Spiweb.it (corsivi miei).

 

12 “Una delle più esatte definizioni della tecnica psicoanalitica è: Freud + il divano. Chiunque tocca con mano che se si toglie la parte del divano si toglie il tutto della psicoanalisi.” Si veda Giacomo B. Contri, Freud più il divano e id., Freud + il divano.

 

13 “E così l’esperienza individuale, come utente della psicoanalisi, è diventata progressivamente un modo di osservare l’oggetto del mio stesso lavoro filosofico, il rapporto fra biologia e cultura nell’Homo sapiens” afferma Felice Cimatti nel suo discorso di accettazione del premio Cesare Musatti.

 

 

15 Armando Verdiglione non mancava di arguzia quando chiamava la psicanalisi made in S.P.I. spicanalisi; benché sia stato superato dall’attuale presidente della S.P.I., che si propone “come punto centrale del suo programma”, di “sprovincializzare i ragionamenti localistici della S.P.I. introducendo, per avere maggiore credibilità scientifica, lo studio dell’inglese (che) andrà inserito obbligatoriamente negli anni della formazione dei nostri analisti”. Egli traccia così l’irresistibile parabola della S.P.I. story: dalla sorpassata psicanalisi, passando per la spicanalisi, alla moderna, rinnovata e scientificizzata speakanalysis.

 

 

17 Mi limito qui a considerare un unico punto: la totale riduzione del sintomo all’ambito medico. Nella misura in cui il sintomo non è qualcosa da curare, ma da ascoltare, la sua riduzione a “disturbo” da guarire tappa per sempre la bocca a ciò che il soggetto, attraverso il sintomo, aveva da dire.

 

18 Questo intervento, insieme a quelli di F. Perrier e P. Aulagnier-Spairani, non compaiono nell’edizione del Séminaire di Lacan stabilita da J.-A. Miller per Seuil (e pertanto neanche nella traduzione italiana). Il lettore giudicherà, dal nostro riassunto, la portata di questa “espunzione”. L’intervento di Granoff è disponibile nell’edizione “non ufficiale” Staferla.

 

19 Nella pagina citata del sito della S.P.I., La cura psicoanaalitica, i “benefici terapeutici dell’analisi” − la traduzione moderna del something to spare − vengono così descritti: “Nuove possibilità si apriranno nella vita interiore del paziente e ciò permetterà un funzionamento psichico più libero e uno sviluppo di potenzialità autenticamente creative fino a quel momento non disponibili.”

 

20 Granoff, op. cit. Questo rinnovamento dell’etica analitica attraverso l’assunzione del delitto, è oggi paradossalmente scongiurato proprio dalla promozione dell’etica psicoanalitica, dalla “etificazione della psicanalisi”, secondo l’indovinato titolo di un libro di J. Allouch.