Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

Ho poco tempo. Do per scontati i ringraziamenti.

Il titolo manifesto del mio intervento è “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”; il titolo latente è: “Meno medicina in psicanalisi”. Non che io voglia fare un discorso contro la medicina; sarebbe per me per lo meno innaturale: io sono medico, mio padre era medico, mio zio materno era medico. Intendo, invece, fare un discorso contro l’inquinamento medicale della psicanalisi. Perché?

Cerco di dire qualche ragione. Leggi tutto “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”

Perché parlare di falso in psicanalisi?

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013 ore 15

Presentazione del n. 359 di “aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

In prima battuta devo giustificare la presenza di psicanalisti tra i filosofi che si sono impegnati a dedicare un intero numero della loro rivista alla potenza del falso. Devo farlo perché sono ragionevolmente sicuro che la maggior parte dei presenti ignora quanto la pratica psicanalitica sia pervasa – direi addirittura invasa – dalla potenza del falso, secondo la bella espressione di Damiano Cantone. Devo addirittura precisare che il falso che abita la psicanalisi è sì una potenza, ma non è in potenza. Quello psicanalitico è un falso in atto e presente in numerose varianti nei fenomeni della cura psicanalitica; non esagero dicendo che il falso ne costituisce il nerbo.  Leggi tutto “Perché parlare di falso in psicanalisi?”

Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco. Leggi tutto “Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale. Leggi tutto “Le miserie dell’effetto-scuola”

Tra Freud e Ferenczi due lettere sull’analisi laica

1123 Fer[1]

Internationale Psychoanalytische Vereinigung
International Psycho-analytical Association

Budapest, 29 aprile 1928[2]

Caro Professore,

è stata per me una gioia trovare qui, di ritorno dall’Adriatico, la Sua gentile lettera. Mi ha particolarmente rallegrato veder riconosciuta la mia incrollabile convinzione della necessità dell’analisi laica. Ciò mi porta anche a riconoscere, al Suo cospetto, di avere a questo proposito insistito principalmente sulla presidenza, perché in questa circostanza ho trovato troppo tiepido il nostro amico Eitingon, nonostante tutti i meriti già da lui acquisiti. Indubbiamente la mia politica sarebbe stata meno compromissoria della sua; a tal fine si è raccolto attorno a me un gruppetto che, incurante di altri interessi, pratica la psicanalisi pura. Leggi tutto “Tra Freud e Ferenczi due lettere sull’analisi laica”

Boycott the DSM-5?

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria. Leggi tutto “Boycott the DSM-5?”

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione. Leggi tutto “Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica”

Freud e lo sguardo umano libero

Oskar Pfister
Oskar Pfister

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Sigmund Freud scrisse nel 1913 per il testo di Oskar Pfister Il metodo psicanalitico. Essa ci offre una bella panoramica sul rapporto della psicanalisi con il trattamento ipnotico e successivamente con la pedagogia. Leggi tutto “Freud e lo sguardo umano libero”

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia. Leggi tutto “Ein Schlag ins Wasser”

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto. Leggi tutto “Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik”

Storici pettegolezzi

Una storia non scritta, forse non scrivibile

Armando Verdiglione
Armando Verdiglione

C’è una storia non scritta nella psicanalisi italiana. In effetti, non è storia ma pettegolezzo. È difficile scrivere il pettegolezzo; tanto difficile quanto scrivere “tutta” la verità. Se qui provo dirne brevemente e parzialmente qualcosa è per un’impellenza teorica: dimostrare l’equivalenza tra sintomo individuale e sintomo collettivo, espressione entrambi della stessa volontà di ignoranza.

Il padre della psicanalisi italiana nutrì un odio viscerale per Armando Verdiglione, che epitetava come “il magliaro di Caulonia”. Si badi bene; non era odio per Lacan; all’epoca – metà anni Settanta – il lacanismo stava entrando nell’accademia; è del 1980 un fortunato numero di “aut aut” intitolato “A partire da Lacan”; i coinemi di Fornari traducevano i significanti di Lacan. Allora, perché Musatti odiava (avevo scritto “amava”) Verdiglione? Perché portava i capelli unti di brillantina Linetti? Forse, ma non lo sapremo mai bene. L’odio è un inganno tanto quanto l’amore, essendo fratelli gemelli di madre ignoranza. Ciò non gli impedisce di diffondersi a macchia d’olio nel collettivo come e forse più dell’amore. (Esiste l’antisemitismo che supera in estensione il filosemitismo). Leggi tutto “Storici pettegolezzi”

La psicanalisi e la cura

Il testo che segue è stato discusso, insieme ad altri, a Firenze il 27 ottobre 2012 in occasione della giornata di studio “La psicanalisi e la cura” organizzata da Fondation européenne pour la psychanalyse, Gruppo clinico “Inconscio a Firenze”, Giardino freudiano, Laboratorio di ricerca freudiana. Come sempre, il confronto collettivo permette di pensare meglio. Questa versione integra i “guadagni di pensiero” della trasferta fiorentina.

La psicanalisi e la cura

È opportuno che la definizione del rapporto fra psicanalisi e cura passi prima dall’approfondimento del significato di questi termini. Il mio contributo vuole mostrare come attorno a questi due significanti si addensino problematiche che anche nel periodo della maturità di Freud rimangono irrisolte.

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