Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

Ho poco tempo. Do per scontati i ringraziamenti.

Il titolo manifesto del mio intervento è “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”; il titolo latente è: “Meno medicina in psicanalisi”. Non che io voglia fare un discorso contro la medicina; sarebbe per me per lo meno innaturale: io sono medico, mio padre era medico, mio zio materno era medico. Intendo, invece, fare un discorso contro l’inquinamento medicale della psicanalisi. Perché?

Cerco di dire qualche ragione. Leggi tutto “Meno diritto in psicanalisi, più diritto alla psicanalisi”

Perché parlare di falso in psicanalisi?

FILOSOFIaGRADO 8 settembre 2013 ore 15

Presentazione del n. 359 di “aut aut” sulla “Potenza del falso”, a cura di Damiano Cantone.

In prima battuta devo giustificare la presenza di psicanalisti tra i filosofi che si sono impegnati a dedicare un intero numero della loro rivista alla potenza del falso. Devo farlo perché sono ragionevolmente sicuro che la maggior parte dei presenti ignora quanto la pratica psicanalitica sia pervasa – direi addirittura invasa – dalla potenza del falso, secondo la bella espressione di Damiano Cantone. Devo addirittura precisare che il falso che abita la psicanalisi è sì una potenza, ma non è in potenza. Quello psicanalitico è un falso in atto e presente in numerose varianti nei fenomeni della cura psicanalitica; non esagero dicendo che il falso ne costituisce il nerbo.  Leggi tutto “Perché parlare di falso in psicanalisi?”

Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco. Leggi tutto “Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Le miserie dell’effetto-scuola

Inibizione del pensiero e omogeneizzazione del legame sociale

In generale, se esistono delle miserie, da qualche parte devono pur esistere delle ricchezze, come le luci non vanno senza le ombre. Tenterò allora di tratteggiare le luci e le ombre dell’“effetto scuola”, soffermandomi prevalentemente sulle seconde. Devo però premettere un’avvertenza, che mi sembra necessaria, affacciandomi io su un collettivo di pensiero foucaultiano. Gran parte della mia argomentazione, infatti, dall’inizio a buona metà del tragitto, si svolgerà nel contesto del pensiero darwiniano. Ciò mi obbliga in via preliminare a cautelarmi o, detto volgarmente – e chiedo venia – a “pararmi il culo”.

Come si sa, non corse buon sangue tra Foucault e Darwin; in genere, non corre buon sangue tra scuola di pensiero francese e inglese. Senza rivangare la stereotipata contrapposizione tra “analitici e continentali”, segnalo solo l’antipatia reciproca tra le due forme di pensiero che, ridotta all’osso, si riduce alla confusione tra evoluzione e storia. Per molti pensatori francesi, Darwin fu un evoluzionista. Gli mancava la “comprensione” della storia: dell’archeologia, direbbe Foucault. Questo errore va accuratamente evitato, perché è una fallacia che inibisce ulteriori sviluppi di pensiero, per esempio la correzione di certe idiosincrasie che inquinano lo stesso paradigma darwiniano. (I “cattivi” maestri vanno corretti, per non dire traditi, dai “buoni” allievi, direbbe Nietzsche). Darwin non è Spencer. Spencer fu evoluzionista e teleologico, Darwin no. Nel “lungo ragionamento” darwiniano c’è poco di evoluzionistico, tanto meno di finalistico. C’è, piuttosto, un gioco di contingenze – come le chiama Telmo Pievani – che si combinano in modo imprevedibile ma documentabile negli eventi di quella che giustamente si chiama “storia naturale”.

Questa è la mia premessa maggiore, che finisce qui. C’è poi una premessa minore, che è esclusivamente farina del mio sacco. Di Darwin faccio mia e sviluppo a modo mio un’intuizione particolare che Darwin formula in Descent of man del 1871 (da non tradurre, tra parentesi, L’origine dell’uomo, ma Discendenza dell’uomo, nel senso di storia delle antecedenze umane). Darwin, che aveva già messo a punto le nozioni di discendenza con (piccole) variazioni nell’Origine delle specie del 1859 e di variabilità biologica delle popolazioni di esseri viventi nelle Variazioni delle piante e degli animali allo stato domestico del 1868, in Descent of man, per spiegare l’emergenza dell’uomo ricorre a una doppia selezione: dell’individuo e dei gruppi di individui. L’assunto darwiniano di base è proprio ciò cui i pensatori francesi – da Merleau-Ponty a Derrida, via Foucault e Lacan – resistono ad ammettere: la continuità tra natura e cultura, tra genetica e sapere linguisticamente organizzato. La doppia selezione, spesso con interazioni reciprocamente negative, è ciò che consente lo sviluppo, a volte problematico, per non dire contraddittorio, delle due componenti: quella naturale e quella culturale. Leggi tutto “Le miserie dell’effetto-scuola”

Tra Freud e Ferenczi due lettere sull’analisi laica

1123 Fer[1]

Internationale Psychoanalytische Vereinigung
International Psycho-analytical Association

Budapest, 29 aprile 1928[2]

Caro Professore,

è stata per me una gioia trovare qui, di ritorno dall’Adriatico, la Sua gentile lettera. Mi ha particolarmente rallegrato veder riconosciuta la mia incrollabile convinzione della necessità dell’analisi laica. Ciò mi porta anche a riconoscere, al Suo cospetto, di avere a questo proposito insistito principalmente sulla presidenza, perché in questa circostanza ho trovato troppo tiepido il nostro amico Eitingon, nonostante tutti i meriti già da lui acquisiti. Indubbiamente la mia politica sarebbe stata meno compromissoria della sua; a tal fine si è raccolto attorno a me un gruppetto che, incurante di altri interessi, pratica la psicanalisi pura.

La settimana a Laurana[3] è stata opportuna come pausa spirituale; tuttavia ci siamo presi entrambi un pauroso raffreddore con tosse, da cui siamo tuttora tormentati; alla fine uno si consola ritrovando il solito temperato clima primaverile di Budapest.

Ieri abbiamo avuto una seduta con il declamante conferenziere viennese Dott. Reich. Ci ha raccontato del suo schema tecnico; ho riconosciuto legittima la sua premura di chiamare in soccorso l’analisi del carattere, ma ho trovato da ridire sulla precipitosa e unilaterale enfatizzazione delle resistenze dell’Io. Ho l’impressione che abbia, almeno in parte, recepito i nostri argomenti.

Citando i due quaderni del giornale, Lei mi tocca un debito d’onore. Non rimanderò indietro i quaderni senza aver prima steso le mie critiche agli inglesi.

Con i più cordiali saluti e i migliori auguri,

il Suo devoto

Ferenczi.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

1124 F

13.5.1928

Prof. Dr. Freud
Wien, XI. Berggasse, 19

Caro amico,

vedo che sarebbe poco amichevole non ringraziare Lei e la Sua società per l’accoglienza al mio compleanno, sebbene abbia pregato di non tener conto della ricorrenza fino alla settantacinquesima. Ma sono così franco da estendere l’augurio fino all’ottantesima.

La mia principale reazione al festoso evento è stato lo stupore di essere diventato tanto vecchio. A 73 anni, non noto molta differenza rispetto ai precedenti. La protesi imperversa e mi tormenta esattamente come prima. E, per contro, tutto il resto sembra scemare, tanto miseramente possono avvizzire gli interessi.

Oggi Anna è andata a Berlino – in gita di fine settimana – a bisticciare con Bernfeld, il quale ha portato le cose al punto che a Berlino si vuole introdurre la formazione analitica dei pedagoghi. Da bravo nichilista, B[ernfeld] porta avanti la causa reazionaria, mentre Anna lotta onestamente per l’analisi dei laici e dei pedagoghi. Avrà letto con soddisfazione in qual modo liberale i nostri amici indiani si sono espressi sull’analisi laica.[4] Ha ragione Lei: Eitingon non è convinto; per riguardo a me e ad Anna è costretto ad assumere un atteggiamento amichevole. Come di solito, nei giorni scorsi era qui; ho sfruttato la sua presenza per dipingergli il futuro oscuro della psicanalisi, se non saprà trovarsi un posto fuori dalla medicina.

La casa editrice ha ora un bel locale nel palazzo della Borsa; sarà diretta alla grande da Storfer; ha solo bisogno di una cosa sola o di uno solo, proprio di un Anton von Freund, ma ci è stato portato via. Avremmo fatto molto volentieri a meno di tanti altri.[5] Non mi ci faccia troppo pensare!

Con un cordiale saluto a Lei e a Sua moglie

Suo Freud.

 

Traduzione di Antonello Sciacchitano; revisione di Davide Radice

 

Note


[1] A eccezione della firma “Ferenczi” la lettera è scritta a macchina.


[2] Vedi Lettera 1108 Fer.


[3] [Piccolo paese della costa croata, circondato da boschi di lauro. Ndt]


[4] Non chiaro. [Allusione ironica agli americani. Ndt]


[5] [Freud non brillava per spirito democratico. Ndt]

 

Boycott the DSM-5?

DSM
DSM

Per inaugurare un’azione politica, è consigliabile formulare prima una teoria, almeno parziale, di ciò che si sta per fare. Infatti, senza teoria c’è solo impolitica, come dimostra l’attuale disastrosa situazione italiana.

La considerazione preliminare, che qui propongo, è che la dimensione antipsichiatrica sia inerente a qualunque pratica di psichiatria, anche a quella più anodina. Non le viene aggiunta dall’esterno, ma sta al suo confine, come l’ombra sta al confine del corpo. Accettato il presupposto topologico, cerco di precisarne i contenuti.

L’antipsichiatria denuncia la filiazione medica della psichiatria, già iscritta nella sua stessa etimologia e, a tutti gli effetti, incancellabile. L’anti dell’antipsichiatria non cancella la connotazione medica della psichiatria, come la negazione freudiana non sempre nega. La psichiatria entra irreversibilmente in campo medico appena accetta di sottomettersi e conformarsi all’atto medico per eccellenza: la diagnosi, che è anche l’atto specifico della medicina. Diagnosi, prognosi e cura, è questa la trimurti medicale, dove l’ordinamento delle tre divinità è stretto: non c’è cura senza diagnosi; non c’è terapeuta, se non c’è stato prima il bravo diagnosta. Viceversa se c’è diagnosi, c’è medicina; in pratica in psichiatria c’è diagnosi, quindi la psichiatria è essenzialmente medicina, anche quando lo è suo malgrado, proponendosi come antipsichiatria.

Cosa diagnostica la psichiatria? Una cosa sola: la follia nel folle. C’è in proposito un’osservazione molto acuta di Foucault all’inizio della seconda parte della sua Storia della follia, nel capitolo intitolato Il folle nel giardino delle specie. Da Cartesio in poi la diagnosi di follia nel folle è semper certa, come la madre, anche se, paradossalmente, non si sa cosa sia la follia. Qualunque nosografia della follia non afferra il proprio argomento ed è destinata a chiudersi a vuoto su se stessa: dalla nosografia di Pinel a quella del DSM-5 si ripete sempre la stessa vacuità. Classificare la follia è come classificare l’essere. Con l’essere ci provò Aristotele con il metodo analogico, poi Porfirio con l’albero dei generi e delle specie, poi un filosofo che presumeva di distinguere l’essere dagli enti, invano. Con la follia idem. Follia ed essere restano inclassificabili, ontologicamente. L’atto medico non coglie né l’uno né l’altra, anche quando ci prova applicando i criteri eziopatogenetici classici, che nel caso psichiatrico diventano dei faux semblants. Però l’atto medico dello psichiatra riconosce il folle; lo giudica come tale in modo inappellabile e lo condanna alla reclusione o alla cura farmacologica, trattamenti che a loro volta producono patologia dove prima non c’era.

Ebbene, non è una contraddizione ma un paradosso. Quando lo psichiatra si appresta a diagnosticare la follia nel folle compie sì un atto medico, ma a vuoto, quando non è intrinsecamente dannoso e lesivo per la personalità del folle. Da qui la ribellione dell’antipsichiatra, anch’essa purtroppo vana. Boicottare il DSM-5 non serve a molto. Si resta con un pugno di mosche in mano.

Cosa potrebbe servire?

*

Da qualche anno, in collaborazione con Davide Radice, mi dedico alla ricostruzione della quaestio disputata intorno al concetto freudiano di Laienanalyse, l’analisi laica. La nostra posizione è espressa nella nuova traduzione commentata della Questione dell’analisi laica di Freud, pubblicata a Milano da Mimesis nel 2012.

Riassumo brevemente la posizione di Freud, che è giusto riconoscere come originariamente antipsichiatrica. Freud parte da una definizione apparentemente categorica. Dimenticando che nell’inconscio la negazione non sempre nega, afferma che i laici sono i non medici. L’analisi laica è l’analisi condotta da non medici, come traduce Cesare Musatti, sebbene non alla lettera.

Tutto filerebbe liscio, se non che… “innanzitutto c’è la questione della diagnosi”. È lo stesso Freud ad ammetterlo davanti al proprio interlocutore nel VII capitolo del pamphlet citato. Come si fa diagnosi di “nevrosi”? Come si distingue il sintomo nevrotico da quello organico? Come si può essere sicuri che si può applicare la terapia psicanalitica invece di una terapia organica?

A queste domande il “laico” non può in linea di principio rispondere, perché non ha la competenza medica, anche se di fatto saprebbe rispondere meglio del medico. Allora il laico deve chiamare a consulto il medico. A quel punto, nel momento esatto in cui il medico consultato formula la diagnosi e per il fatto stesso che una diagnosi è stata formulata, la psicanalisi laica diventa, suo malgrado, anche se esercitata da un non medico, un atto medico. In Italia, la psicanalisi laica è un’azione formalmente perseguibile come reato, del genere dell’esercizio indebito della professione medica.

Da qui la debolezza dell’argomentazione di Freud contro i medici che eserciterebbero la psicanalisi senza specifica preparazione. Se a monte c’è la diagnosi nosografica, anche l’atto psicanalitico diventa un atto medico; non c’è scampo; non c’è laicità possibile; non c’è autonomia dall’incombente perentorietà della medicina. Per essere convincente l’argomentazione di Freud avrebbe dovuto dissociare la psicanalisi dalla medicina, ponendo in secondo piano l’atto diagnostico. Ma Freud non rinunciò mai alla “scienza medica”, l’unico appiglio che secondo lui giustificava la psicanalisi come cura delle nevrosi. I suoi epigoni non furono meno freudiani di lui.

Analogamente, non rinunciano alla “scienza medica” sia i fautori sia i detrattori del DSM. I quali commettono tutti lo stesso errore di Freud: considerano la medicina una scienza. E la scienza sarebbe codificata nel manuale diagnostico.

Non sto facendo il processo a nessuno. Sto analizzando le posizioni teoriche correnti tra psichiatri e antipsichiatri. Ritenere che la medicina sia una scienza, e in quanto tale codificata nel libro, è una fallacia comune, che va incontro al bisogno popolare di certezze (di ipnosi?). Se la medicina è una scienza, la sua pratica non è ciarlataneria, anche se è psichiatrica. Il senso comune identifica nella scienza la garante e la certificatrice del vero, un po’ come la religione che ha le sue certezze nelle sacre scritture. I paramenti sacri della scienza medica sono il camice bianco dei suoi sacerdoti e, attualmente, le pesanti bardature tecnologiche che arredano le nostre strutture sanitarie. Questa fallace epistemologia ignora o vuole deliberatamnete ignorare che la scienza moderna è in gran parte congetturale; si basa, infatti, su assunti indimostrati, da cui l’uomo di scienza trae conseguenze probabili, anche quando sono talvolta altamente probabili. (L’unico criterio di scientificità di una congettura è che sia feconda di altre congetture). La medicina non è scientifica proprio perché non è congetturale. Parte da principi certi – codificati nelle direttive ministeriali – e li applica a finalità terapeutiche. La medicina è essenzialmente finalistica, come la scienza moderna a cessato di esserlo da Cartesio in poi.

Detto questo, all’obiettore dei vari DSM cosa resta da fare?

Una cosa molto semplice, in teoria, ma difficile, difficilissima, in pratica: tagliare i ponti con la medicina e con la sua falsa epistemologia basata sul principio di ragion sufficiente, che stabilisce che la causa determina l’effetto e ogni effetto ha una causa; nel caso, l’agente morboso produce l’effetto della malattia e la terapia, contrastando l’agente morboso, cura la malattia, ripristinando lo stato premorboso di salute. La follia non rientra in questo schematismo eziologico; la follia, come l’essere, ha la sua ragion d’essere che la ragione non intende. Dedicarsi a un altro “intendimento” della parola del folle, senza coartarla in qualche casella nosografica, ecco un nuovo compito che l’obiettore del DSM potrebbe darsi, lasciando il DSM nelle mani dei medici, perché ne facciano ciò che il discorso dominante – quello delle assicurazioni e delle case farmaceutiche – ritiene profittevole e conveniente.

Sì, è un’ingenuità, lo ammetto. Quanti medici o psichiatri sarebbero disposti a lasciarsi alle spalle il proprio titolo professionale, il reddito che ne ricavano e il decoro sociale che garantisce loro, magari per diventare dei semplici “ciarlatani” o “strizzacervelli”, addirittura perseguibili penalmente?

Ma, ripeto, non sto facendo il processo a nessuno; il mio discorso teorico è la premessa a un’azione politica collettiva; non si ferma a denunciare il tornaconto o le responsabilità individuali, che sono innegabili.

L’operazione di demedicalizzazione che sto qui proponendo è un’impresa formidabile, fuori dalla portata del singolo individuo, isolatamente considerato, ammesso che riesca a concepirla. Abbozzata la teoria occorre passare alla politica. Teoria e politica insieme stanno e insieme cadono. Nel caso, occorre un’azione politica che crei un collettivo di pensiero dove coloro che teorizzano la natura non medica, veramente laica, della cura psichica si ritrovino, si sostengano reciprocamente e propongano alla collettività più ampia un modo laico di affrontare e trattare la follia. La follia non è un morbo sacro e non abbiamo bisogno di un Ippocrate che ce lo dimostri. La follia è l’essere che sfugge alla presa del sapere. Per affrontare la follia non basta il sapere codificato nei manuali, che ne parlano pudicamente come psicosi variamente classificabili. Non basta che Freud promuova una psicanalisi esercitata da psicanalisti non medici; non basta promuovere una psichiatria senza iatròs. Volendo sfruttare l’occasione psicanalitica offertaci da Freud, occorre inventare una pratica di cura originariamente non medica, cioè non basata sulla diagnosi nosografica; occorre proporre alla società civile una “cura psichica” non sottoposta ai controlli professionali d’uso nella cura medica, a cui partecipino tutti i soggetti politici con tutto il loro sapere. Purtroppo nulla di tutto ciò si profila oggi all’orizzonte. Gli psicanalisti hanno persino proposto un loro Manuale Diagnostico Psicodinamico, ricalcato sul DSM, come se avessero paura di abbandonare il corrimano della medicina.

Altro che boicottare il DSM! Sarebbe come boicottare la Bibbia.

 

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Freud e lo sguardo umano libero

Oskar Pfister
Oskar Pfister

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Sigmund Freud scrisse nel 1913 per il testo di Oskar Pfister Il metodo psicanalitico. Essa ci offre una bella panoramica sul rapporto della psicanalisi con il trattamento ipnotico e successivamente con la pedagogia.

Prima della chiusura, anticipa brevemente il tema centrale della Questione dell’analisi laica quando spiega che l’esercizio della psicanalisi in realtà non implica tanto una formazione medica, quanto piuttosto una preparazione psicologica e uno “sguardo umano libero”.

La traduzione di Anna Maria Marietti per i tipi della Boringhieri diminuisce la forza di questa espressione con “libero discernimento umano”. Se “discernimento” per Blick sembra una scelta in una certa misura compatibile con alcuni dizionari di inizio ‘900, tuttavia la connotazione dell’aggettivo “umano” mi fa preferire l’interpretazione che Freud volesse proprio parlare di uno sguardo: nel caso di “discernimento”, l’aggettivo “umano” diventa pressoché superfluo. È molto difficile invece trovare nella prosa di Freud parole che non abbiano una più che ragionevole giustificazione.

Da una parte, lo “sguardo umano” ci porta in una forte dimensione relazionale, connotata in entrambi i poli dall’umanità: è uno sguardo su un essere umano, ma allo stesso tempo è uno sguardo che chiede all’analista di mettere in gioco tutta la sua umanità. Quanto al “libero”, propongo in prima istanza due possibilità.

Per un verso, questo aggettivo mi sembra aprire a una forte dimensione morale: uno sguardo libero è un punto di vista che si sottrae alla presa del discorso del padrone. In qualche misura, dietro il termine Schulung, che ho tradotto letteralmente con “istruzione”, ci potremmo leggere, un po’ polemicamente, “indottrinamento”. Per la psicologia – in questo caso, come spesso accade nella prosa di Freud, una sorta di sinonimo per psicanalisi – abbiamo invece Vorbildung, preparazione, laddove preparazione non presuppone per forza di cose un maestro.

Per un altro verso, il termine “libero” ha una dimensione epistemologica, nella misura in cui sembra adeguarsi all’oggetto della scienza analitica, ovvero l’inconscio. Uno sguardo libero è uno sguardo che può accettare di venire a sapere in un secondo tempo, che ha la “capacità negativa” di stare in una situazione di incertezza o più in generale è in grado di lavorare su qualcosa di nuovo, ovvero il nuovo discorso in cui l’analizzante articola la sua libera parola, un discorso che gli permette di gettare luce sulla sua verità di soggetto.

 

Prefazione al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister

La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico per trattare certe malattie nervose che sono state chiamate “funzionali” e nelle quali si riconoscono, con sempre maggiore certezza, le conseguenze di disturbi della vita affettiva. Raggiunge il suo scopo – eliminare le manifestazioni di tali disturbi, i sintomi – presupponendo che essi non siano gli unici esiti possibili e gli esiti definitivi di certi processi psichici. Nel ricordo scopre quindi l’evoluzione di questi sintomi, rinfresca i processi a essi sottostanti e li conduce poi, sotto guida medica, a un esito più favorevole. La psicanalisi si è posta la stessa meta terapeutica del trattamento ipnotico che, introdotto da Liebault e Bernheim, si era guadagnato, dopo lunghe e difficili battaglie, un posto nella tecnica della neurologia medica. Ma essa va molto più in profondità riguardo la struttura del meccanismo psichico e cerca di ottenere, per i suoi oggetti, influenze che durino e cambiamenti che si conservino.

A suo tempo, il trattamento di suggestione ipnotica ha ben presto superato l’ambito dell’applicazione medica e si è messo al servizio dell’educazione dei giovani. Se ci fosse permesso prestar fede ai resoconti in merito, essa si è dimostrata un mezzo efficace per eliminare i difetti dei bambini, le loro abitudini corporali moleste e tratti caratteriali altrimenti irriducibili. Allora, nessuno si è scandalizzato o stupito per questo ampliamento delle sue possibilità di utilizzo, che tuttavia è divenuto per noi pienamente comprensibile solo attraverso la ricerca psicanalitica. Oggi sappiamo poi che i sintomi patologici spesso altro non sono che formazioni surrogatorie per le inclinazioni peggiori, ovvero quelle inutilizzabili, e che le condizioni di questi sintomi si creano durante gli anni dell’infanzia e della giovinezza – nello stesso periodo durante il quale l’essere umano è oggetto dell’educazione – sia che le malattie si manifestino nella giovinezza, sia che si manifestino solo in un periodo successivo della vita.

Educazione e terapia vengono ora a trovarsi in un rapporto reciproco facilmente individuabile. L’educazione si preoccupa che da certe predisposizioni e inclinazioni del bambino non derivi un danno né per il singolo né per la società. La terapia entra in azione quando queste stesse predisposizioni hanno già fornito il risultato indesiderato del sintomo patologico. Infatti l’altro esito – ovvero che le disposizioni inutilizzabili del bambino non abbiano condotto alle formazioni sostitutive del sintomo, ma a perversioni dirette del carattere – è quasi inaccessibile alla terapia ed è quasi inaccessibile all’influenza dell’educatore. L’educazione è una profilassi che dovrebbe prevenire entrambi gli esiti, quello della nevrosi e quello della perversione; la psicoterapia vuole annullare il più labile dei due esiti e istituire una sorta di post-educazione.

Considerato questo stato di cose, si impone la questione se non si debba utilizzare la psicanalisi per gli scopi educativi, come a suo tempo si fece con la suggestione ipnotica. I vantaggi sarebbero evidenti. Da una parte, l’educatore è preparato, attraverso la propria conoscenza delle disposizioni generali dell’infanzia, a indovinare quale predisposizione infantile minaccia un esito indesiderato e, se la psicanalisi ha influenza su queste linee di sviluppo, egli può applicarla prima che subentrino i segni di uno sviluppo sfavorevole. Con l’aiuto dell’analisi egli può quindi agire, a livello di profilassi, su bambini ancora sani. D’altra parte può accorgersi delle prime avvisaglie di uno sviluppo nella direzione della nevrosi o della perversione e proteggere il bambino dalla loro ulteriore evoluzione in un periodo nel quale, per una serie di ragioni, non verrebbe mai portato dal medico. Si potrebbe pensare che una tale attività psicanalitica dell’educatore – e del suo corrispondente nei paesi protestanti, il curatore d’anime – debba avere un’efficacia inestimabile e possa spesso rendere superflua l’attività del medico.

Ci si chiede solo se l’esercizio della psicanalisi non presupponga una istruzione medica, dalla quale gli educatori e i curatori d’anime devono rimanere esclusi, oppure se altre circostanze non si oppongano all’intenzione di affidare a mani non mediche la tecnica psicanalitica. Riconosco di non vedere nessuno di questi impedimenti. L’esercizio della psicanalisi richiede assai meno istruzione medica che non preparazione psicologica e sguardo umano libero; la maggioranza dei medici non è però equipaggiata per l’esercizio della psicanalisi e ha completamente fallito nell’apprezzare questo procedimento terapeutico. L’educatore e il curatore d’anime sono vincolati, dalle esigenze delle rispettive professioni, agli stessi riguardi, attenzioni e astensioni che il medico è abituato a rispettare e la loro usuale attività con i giovani li rendono forse più idonei a immedesimarsi nella loro vita psichica. La garanzia contro un’applicazione dannosa del trattamento analitico può però essere in entrambi i casi fornita solo dalla personalità di colui che analizza.

L’avvicinamento al campo dello psichicamente abnorme costringerà l’educatore che analizza a fidarsi delle più inderogabili conoscenze psichiatriche e inoltre a consultare il medico laddove la valutazione e l’esito del disturbo possano apparire dubbi. In una serie di casi, soltanto la cooperazione dell’educatore con il medico potrà portare al successo.

Forse in un solo punto la responsabilità dell’educatore supera ancora quella del medico. Il medico, di regola, ha a che fare con formazioni psichiche già consolidate e troverà nell’individualità fatta e finita del malato un limite alla propria attività, ma anche una garanzia per l’autonomia del paziente. L’educatore invece lavora su materiale plastico, aperto ad ogni impressione, e dovrà essersi imposto l’obbligo di formare la giovane vita psichica non secondo i suo ideali personali, ma piuttosto aderendo alle disposizioni e alle possibilità dell’oggetto.

Che l’impiego della psicanalisi al servizio dell’educazione possa presto soddisfare le aspettative che gli educatori e i medici in esso possono porre! Un libro come quello di Pfister, che vuole divulgare l’analisi agli educatori, potrà allora contare sulla riconoscenza delle future generazioni.

 

Revisione di Antonello Sciacchitano

 

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia.

Certo è che un vero spirito imparziale non può non congetturare che, se Freud non avesse conferito alla psicanalisi un assetto teorico-pratico di stampo medico ­– medico in teoria, con una metapsicologia strutturata come l’eziopatogenesi delle malattie mediche, e medico in pratica come cura mirante alla restituzione dello stato di prerimozione infantile – l’esito dello scontro con lo spirito corporativo della classe medica sarebbe stato probabilmente diverso. Non sarebbe stato un buco nell’acqua – ein Schlag ins Wasser.

Abbiamo noi altre chance? Non è troppo tardi per rimettere in sesto la psicanalisi su basi laiche, veramente non mediche? Non è tutto perduto per la tuttora giovane scienza freudiana?

Chissà, forse no; magari facendo nostra un po’ della sana incazzatura di Freud, magari non rivolgendola solo ai medici ma estendendola a tutti coloro che vorrebbero ridurre la psicanalisi a bibita analcolica.

 

Vienna 3.4.1928[1]

Caro Max,

la lettera svizzera, che allego (io non l’ho ricevuta, ma non ne sono arrabbiato), mi dà l’occasione di scriverle di nuovo così presto. Mi sembra di vedere che l’affare sia veramente serio, anche se non proprio urgente. Siamo di fronte a uno sviluppo che non si riesce facilmente ad arrestare. Probabilmente la finalità ultima, già segnalata da Ferenczi, è che l’IPA riconoscerà, oltre ai misti, anche i gruppi puramente medici e puramente laici.

L’argomento degli svizzeri, secondo cui anche in America esistono due gruppi,[2] avrebbe valore solo se si trattasse della coesistenza di un gruppo di Ginevra o di Zurigo con un gruppo svizzero generale. Naturalmente i nuovi svizzeri[3] non parlano delle ben note aspirazioni particolaristiche che Oberholzer ha confessato ancora una volta nella sua lettera circolare e che giustificano la nostra diffidenza; ma la cosa non può contribuire a tranquillizzarci.

Indubbiamente il mio scritto sull’analisi laica è stato un buco nell’acqua. Mi sono sforzato di risvegliare uno spirito comunitario analitico che dovrebbe contrapporsi allo spirito corporativo medico, ma l’operazione non ha avuto successo. Non mancheranno conseguenze e non saranno favorevoli, ma probabilmente non mi turberanno più. Mi ha ostacolato anche il fatto di essere, per così dire, un generale senza armata. Dei troppo pochi laici che volevo guidare, Rank è decaduto a millantatore; Reik, benché continui a lavorare bene, si è reso personalmente odioso; invece Pfister, con tutto il suo calore e la sua bontà, sfiora il ridicolo. Rimangono solo i pedagoghi, dai quali può venir fuori qualcosa, se si organizzeranno.

Ne vien fuori che mi sono tirato addosso la disapprovazione generale anche attraverso Avvenire di un’illusione. Rimbombano intorno a me solo cupe allusioni di ogni genere. Qualche giorno fa ricevetti un libretto di Binswanger, Wandlungen in der Auffassung des Traumes: von den Griechen zur Gegenwart.[4] È molto buono, con tutte le caratteristiche dell’autore che conosciamo: la sua fredda correttezza, il suo inchinarsi alla psicologia e alla filosofia ufficiali, ecc. L’ultima parola del libro, anche letteralmente, è: Dio. Ladri e assassini che non siete altro! Non sono riuscito a trattenermi dallo scrivergli come io supponga che il suo Dio sia un distillato filosofico, e ancora come, benché personalmente molto misurato, quasi astinente, io abbia un grande rispetto per robusti bevitori quali, per esempio, G. Keller e Böcklin. Solo che mi sembrano un po’ strane le persone che riescono a ubriacarsi con bibite analcoliche. Ma non cambia nulla con queste piacevolezze. Tutto ciò non è per niente bello.

Cordiali saluti a entrambi,
vostro Freud.

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione Davide Radice e Silvana Abbrescia Rath

 

Note

[1] Risposta all’ultima lettera di Eitingon.

[2] L’American Psychoanalytic Association e la New York Psychoanalytic Society, fondate entrambe nel 1911.

[3] Si tratta della nuova società di analisti medici svizzeri.

[4] Springer, Berlin 1928, trad. Elisabetta Basso, Ludwig Binswanger, Il sogno: mutamenti nella concezione e interpretazione dai Greci al presente, Quodlibet, Macerata 2009.

 

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto.

 

[Neue Freie Presse: Il Dott. Reik e la questione dei guaritori* (1926)
Una lettera del Professor Freud alla »Neue Freie Presse«]

 

Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato »Notizie dai circoli psicanalitici«, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

»… negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi rispetto ai medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili.«

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo.

Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Ad oggi l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo.

Annuncio di una pubblicazione »Sulla questione dell’analisi laica«

Approfitto di questa occasione per comunicare che ho appena dato alle stampe un libretto »Sulla questione dell’analisi laica«. In esso cerco di mostrare cosa sia una psicanalisi; cosa pretenda dagli analisti; dibatto sui non facili rapporti fra psicanalisi e medicina e da questa esposizione faccio derivare quali serie perplessità emergano contro l’applicazione meccanica del paragrafo sui guaritori al caso dell’analista istruito.

Poiché ho rinunciato al mio studio viennese e ho limitato la mia attività al trattamento di un piccolissimo numero di stranieri, spero che per questo annuncio io non venga accusato di essermi fatto una pubblicità contraria alle regole professionali.

Con la massima stima,

il Vostro Professor Freud.

______
* [Apparso per la prima volta sulla “Neue Freie Presse” del 18 luglio 1926, p. 12 (incluso ›Annuncio di una pubblicazione Sulla questione dell’analisi laica‹).]

 

Nel passaggio in cui Freud riassume il proprio lavoro sulla questione dell’analisi laica, non traduco con “mostrare cos’è la psicoanalisi”, come è riportato nell’edizione della Boringhieri, ma con “mostrare cosa sia una psicanalisi”. Non è solo una questione linguistica, Freud afferma chiaramente nel suo testo del 1926 di proporsi il compito di spiegare ad una persona che non si è mai stesa sul divano cosa accada durante un trattamento psicanalitico. Quindi, anche nel passaggio successivo, è la situazione analitica, non la psicanalisi in astratto, a “pretendere” dall’analista una serie di competenze, ad esempio saper lavorare con il transfert e con le resistenze.

 

Bibliografia

S. Freud, Dr. Reik und die Kurpfuschereifrage (1926), in Gesammelte Werke, Nachtragsband – Texte aus den Jahren 1885 bis 1938, Imago Publishing Co. Ltd., London 1996, pp. 715-717.

S. Freud, Il Dottor Reik e il problema dei guaritori empirici, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978, pp. 425-430.

 

Storici pettegolezzi

Una storia non scritta, forse non scrivibile

Armando Verdiglione
Armando Verdiglione

C’è una storia non scritta nella psicanalisi italiana. In effetti, non è storia ma pettegolezzo. È difficile scrivere il pettegolezzo; tanto difficile quanto scrivere “tutta” la verità. Se qui provo dirne brevemente e parzialmente qualcosa è per un’impellenza teorica: dimostrare l’equivalenza tra sintomo individuale e sintomo collettivo, espressione entrambi della stessa volontà di ignoranza.

Il padre della psicanalisi italiana nutrì un odio viscerale per Armando Verdiglione, che epitetava come “il magliaro di Caulonia”. Si badi bene; non era odio per Lacan; all’epoca – metà anni Settanta – il lacanismo stava entrando nell’accademia; è del 1980 un fortunato numero di “aut aut” intitolato “A partire da Lacan”; i coinemi di Fornari traducevano i significanti di Lacan. Allora, perché Musatti odiava (avevo scritto “amava”) Verdiglione? Perché portava i capelli unti di brillantina Linetti? Forse, ma non lo sapremo mai bene. L’odio è un inganno tanto quanto l’amore, essendo fratelli gemelli di madre ignoranza. Ciò non gli impedisce di diffondersi a macchia d’olio nel collettivo come e forse più dell’amore. (Esiste l’antisemitismo che supera in estensione il filosemitismo).

Ingannato da un odio sintomatico, Musatti plagiò il proprio allievo Ossicini, parlamentare della Prima Repubblica, affinché promuovesse una legge che regolamentasse la psicanalisi come psicoterapia di Stato. Il plagio fu evidente a tutti ma contestato da nessuno, a differenza dell’accusa di plagio nei confronti di un innocente dentista, che fu mossa a Verdiglione e per cui il magliaro di Caulonia fu al conseguente processo condannato insieme a certi suoi allievi magliarini. Il ragionamento fallace di Musatti era semplice, anzi semplicistico. “Se regolamento la psicoterapia, l’Armando, che non è regolamentato, va fuori legge ed entra in prigione; a quel punto avrò mano libera in psicanalisi.”

Cesare Musatti
Cesare Musatti

Tutto giusto, tranne un piccolo particolare, dovuto a un minimo spostamento, che del resto era già avvenuto e addirittura precedeva la mossa musattiana: la riduzione della psicanalisi a psicoterapia. La legge Ossicini non faceva che ratificare in Italia sul piano giuridico la posizione ufficiale dell’IPA, secondo cui la psicanalisi è e resta per sempre una pratica medica e come tale deve essere regolamentata dallo Stato. La traduzione musattiana della freudiana Die Frage der Laienanalyse fu, infatti, “La questione dell’analisi condotta da non medici”. Il padre della psicanalisi italiana non aveva assimilato bene la lezione freudiana sulla negazione che non nega, ma porta alla coscienza il rimosso. In effetti, Musatti aveva in mente una sola cosa: “La questione dell’analisi condotta dai medici”. Sciocco e anacronistico errore, in parte suggerito da certe ambiguità di Freud, concernenti la concezione della medicina come scienza, perché nulla interessa di meno al medico che la psicanalisi, e giustamente, perché molto meglio dello psicanalista il medico sa che la psicanalisi non è di natura medica.

Fu così che quella italiana divenne una psicanalisi made in Medicaulonia.

La psicanalisi e la cura

Il testo che segue è stato discusso, insieme ad altri, a Firenze il 27 ottobre 2012 in occasione della giornata di studio “La psicanalisi e la cura” organizzata da Fondation européenne pour la psychanalyse, Gruppo clinico “Inconscio a Firenze”, Giardino freudiano, Laboratorio di ricerca freudiana. Come sempre, il confronto collettivo permette di pensare meglio. Questa versione integra i “guadagni di pensiero” della trasferta fiorentina.

 

La psicanalisi e la cura

È opportuno che la definizione del rapporto fra psicanalisi e cura passi prima dall’approfondimento del significato di questi termini. Il mio contributo vuole mostrare come attorno a questi due significanti si addensino problematiche che anche nel periodo della maturità di Freud rimangono irrisolte.

Pur in un testo che muove verso l’autonomia della psicanalisi come La questione dell’analisi laica, il termine “cura” (Sorge) si affianca spesso al termine “anima” (Seele). Freud infatti connota la psicanalisi come una “cura d’anime mondana”,1 in contrapposizione alla “cura d’anime” vera e propria che rimane appannaggio dei preti. Si potrebbe pensare che questa definizione sia solo ironica e che la presenza di questo significante sia innocua. Questo termine ci porta invece sulle tracce del dualismo anima (psiche) – corpo che porta Freud a citare nelle sue opere quasi con la stessa frequenza il “corpo inanimato” (Körper) e il “corpo vivente” (Leib). Anche laddove Freud osa di più, ovvero con la teorizzazione metapsicologica del corpo pulsionale, propone comunque corpo filosofico, al limite tra psichico e somatico. La mancata tematizzazione del corpo nella teoria analitica sarà fatale: la discussione in seno alle riviste internazionali di psicanalisi, che farà seguito alla pubblicazione de La questione dell’analisi laica, vedrà come centrale l’obiezione che l’analista non-medico non ne sa del corpo e rischia di non riconoscere un sintomo somatico, ovvero che non ha nello psichico la propria genesi.

Queste due figure della cura, i preti e i medici, Freud le cita esplicitamente in una lettera a Oskar Pfister: “Non so se lei ha indovinato il legame segreto che unisce L’analisi laica e L’illusione. Nel primo voglio difendere la psicanalisi dai medici, nel secondo dai preti. Vorrei consegnarla a una classe che ancora non esiste, una classe di curatori d’anime mondani, che non abbiano bisogno di essere medici e che non debbano essere preti.”2 Ma cosa rappresentano queste figure se non delle proiezioni dei punti deboli della sua proposta teorica, appoggiata ancora saldamente su questo dualismo?

D’altra parte va sottolineato che è proprio la declinazione della psicanalisi come cura, la sua “applicazione” terapeutica, a coinvolgere queste figure. È tempo di mettere al centro della nostra attenzione il termine “psicanalisi”.

Una definizione di psicanalisi Freud la propone nel 1922, con l’omonima voce per l’Enciclopedia Britannica: “un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe impossibile accedere; un metodo terapeutico per il trattamento dei disturbi nevrotici; una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.”3 La definizione che Freud utilizza più spesso semplifica questa tripartizione considerando la psicanalisi una scienza che ha come oggetto l’inconscio psichico o i “processi psichici inconsci”,4 ma che ha diverse applicazioni, convenzionalmente riassunte in quella terapeutica e in quella che riguarda le scienze umane.

Quanto questa impostazione “applicativa” sia stata cogente è possibile riscontrarlo nelle pubblicazioni psicanalitiche, che seguivano questa divisione, prevedendo dei premi per i migliori testi dedicati alle due “applicazioni” della psicanalisi.5 Ma chiediamoci: perché non c’erano premi per i contributi alla psicanalisi in quanto scienza?

Fa riflettere che ne La questione dell’analisi laica il termine “scienza” compaia solo nei capitoli iniziali (I e II) e finali (VI e VII), denotando la psicanalisi sorta dal metodo catartico e sostanziatasi nell’interpretazione dei sogni. Nei capitoli centrali, doveviene esposta in modo divulgativo la psicanalisi, Freud tocca gli argomenti di un ipotetico piano di studi per psicanalisti.6 In questo contesto la psicanalisi diventa Lehre, una dottrina, un insegnamento che gli aspiranti analisti devono apprendere per poter analizzare, non una scienza a cui devono al più presto contribuire intrecciando legami epistemici in un corpo collettivo. In questo scarto fra la dimensione personale della nuova scienza freudiana e la sua dimensione collettiva e formativa, per la quale Freud propone solo una “costruzione dottrinaria compiuta”,7 possiamo vedere uno dei tratti che caratterizzeranno purtroppo gli sviluppi successivi della psicanalisi.

Il significante “scienza” ritorna invece nei capitoli finali e nel Poscritto, dove afferma che le due dimensioni di scienza e cura dovrebbero coincidere realizzando un equilibrio: “Sin dall’inizio in psicanalisi è esistito un legame inscindibile [Junktim] tra cura e ricerca. La conoscenza portava al successo. Non si potevano fare trattamenti senza imparare qualcosa di nuovo. Non si otteneva alcun chiarimento senza sperimentarne l’effetto benefico. Il nostro procedimento analitico è l’unico che conserva questa preziosa coincidenza”.8 Junktim è un termine giuridico: indica due condizioni che il diritto considera strettamente accoppiate, ad es. la titolarità di una proprietà privata e la corrispondente servitù di passaggio: tolta la prima, viene meno automaticamente la seconda.

Lo Junktim fra cura e ricerca può essere espresso come movimento continuo fra sapere e cambiamento. Il lavoro che l’analizzante porta avanti nel setting permette di acquisire un sapere che non si sapeva di sapere. Il primo momento del rapporto sapere – cambiamento consiste nel fatto che non c’è acquisizione di sapere che non si traduca in un cambiamento. Ma non si tratta di un cambiamento che va nella direzione dell’adeguamento: in senso etico non ci sono finalità terze, non c’è un dover-essere da raggiungere; in senso epistemologico il modello di conoscenza non è fondato sull’adeguamento alla realtà, ma su un approccio costruttivista che lavora con il principio di fecondità;9 per quanto la pratica analitica sia cura, non va comunque nella direzione di un ripristino di uno stato precedente il disagio e nemmeno verso il “puntellare da fuori” della psicoterapia o verso la mera soppressione del sintomo. Il modello di cura che ha in mente Freud è il “riformare da dentro”, il portare un cambiamento foriero di nuove acquisizioni di sapere e che può realizzare quindi il secondo momento del rapporto sapere – cambiamento.

In questa ricognizione fra cura e psicanalisi, sembrano esiziali due carenze: la carenza del corpo individuale nella pratica analitica e la carenza di un corpo collettivo di sapere nella ricerca scientifica. Tuttavia lo Junktim di ricerca e cura apre altri scenari: la psicanalisi, riconosciuta come scienza e non sussunta nella terapia analitica, si pone in un rapporto dialettico con la cura, il cui significato consiste nel cambiamento.

Note

1 S. Freud, Nachwort zur ‘Frage der Laienenalyse’ (1927), trad it. Poscritto alla Questione dell’analisi laica in La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, p. 114.

2 S. Freud, Lettera a Oskar Pfister, 25 novembre 1928.

3 S. Freud,»Psychoanalyse« und »Libidotheorie« (1922), trad. it. Due voci di enciclopedia: “Psicoanalisi” e “Teoria della libido” in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 439.

4 S. Freud, Lettera a Judah Leon Magnes, 5 dicembre 1933.

5 “Per ragioni pratiche, anche nelle nostre pubblicazioni, abbiamo preso l’abitudine di distinguere l’analisi medica dalle applicazioni dell’analisi. Questo non è corretto. In realtà la linea di demarcazione fra la psicanalisi scientifica e le sue applicazioni attraversa sia il campo medico sia quello non medico”. Cfr. S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 116. Questo passo di Freud ci dà indicazioni ancora più precise: riconosce di aver messo l’applicazione terapeutica al posto della scienza. Pressato dall’urgenza di garantire alla psicanalisi un ambito di autonomia, ha dovuto tracciare un confine fra la psicanalisi in quanto scienza e la sua applicazione medica.

6 “Chi ha appreso la psicologia dell’inconscio, per quanto se ne sa oggi [cap. II e III]; chi ha acquisito nozioni di scienza della vita sessuale [cap. IV]; chi ha imparato la tecnica delicata della psicanalisi e l’arte di interpretare; chi sa come lottare contro le resistenze e maneggiare il transfert [cap. V] – costui non è più un profano nel campo della psicanalisi.” Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienenalyse (1926), trad it. La questione dell’analisi laica, Mimesis Edizioni, Milano 2012, pp. 80-81.

7 S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 33.

8 S. Freud, Poscritto alla Questione dell’analisi laica, op. cit., p. 115.

9 “È solo una rappresentazione ausiliaria, una delle tante nella scienza. […] Il valore di tale “finzione” […] dipende da quanto con essa si può conseguire.” in S. Freud, La questione dell’analisi laica, op. cit., p. 37.