Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Recensione di Ernest Jones a “La questione dell’analisi laica”

Ci promette delle analisi low-cost, brevi, anche su Skype. Parla da ortopedico della psicanalisi, l’ultimo presidente IPA, l’italiano Antonino Ferro. L’annuncio non è nuovo. Un suo predecessore, di cui leggiamo la recensione a Freud, si augurava una psicanalisi dove i medici prevalessero sui non medici. La profezia si è abbondantemente avverata: la psicanalisi popolar-populista, oggi anche informatizzata, è diventata a tutti gli effetti medica, rimanendo in mano ai medici.

Ernest Jones
Ernest Jones

Insomma, Freud perse la personale battaglia contro i medici, da lui ingaggiata a difesa degli psicanalisti non medici. Fece un buco nell’acqua, come lui stesso ammise. La responsabilità fu tutta sua – bisogna riconoscerlo – per essersi incaponito nell’adozione di una strategia autocontraddittoria e destinata sin dall’inizio a perdere: proclamare la psicanalisi una “scienza medica” e contemporaneamente contestare ai medici il diritto di esercitarla senza aver fatto gli “esercizi” previsti da Freud (esercizi diligentemente svolti dai non medici). La lettura del seguente documento fornisce una chiave di lettura di una pagina infelice del movimento psicanalitico, che segnò la definitiva medicalizzazione della psicanalisi, contro la volontà del suo creatore, il quale riservava ai suddetti medici l’appellativo poco carino di “selvaggi“.

Particolare storico curioso: i primi eretici della psicanalisi, gli Jung e gli Adler, dovettero uscire dall’associazione psicanalitica freudiana e fondare le proprie congregazioni. Oggi essere freudiani ortodossi significa essere eretici rispetto a Freud, ma non più “selvaggi“, anzi restando comodamente insediati nell’associazione freudiana ufficiale come “civilizzati”; (il termine tecnico è “formati”, cioè addestrati all’esercizio della psicanalisi). La storia – insegnava un grande filosofo tedesco – esercita le proprie astuzie. Wozu? Non c’è bisogno di essere né filosofi né tedeschi per rispondere. La medicina mira al ripristino dello stato anteriore alla malattia. La psicanalisi medica è essenzialmente orientata in senso conservatore. Al discorso dominante la psicanalisi può andare bene solo se è medica e in mano a medici. Per dirla con termini in uso fino a ieri: la psicanalisi medica, legalizzata come psicoterapia riconosciuta dallo Stato, è di destra, quindi …

 

Sigmund Freud, “Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit einem Unparteiischen”, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien 1926, 123 pagine.

 

Questo libro persegue uno scopo strettamente circoscritto, probabilmente in modo intenzionale. Si rivolge apparentemente a una cerchia di persone istruite, che si presume abbiano influenza sull’attività legislativa e al tempo stesso desiderino venire informate sulla posizione che il governo deve prendere sulla questione dell’analisi laica. La risposta data dal libro è affatto univoca; dopo di essa non possono sussistere dubbi sul personale punto di vista del prof. Freud in materia. Comunque, l’analista praticante, che abbia familiarità con tutte le complicazioni e difficoltà del problema, potrebbe dal proprio punto di vista deplorare che il prof. Freud non si sia più brevemente spiegato con le autorità di Vienna, per esempio in una trattazione della quarta parte del presente lavoro, e non si sia rivolto prima all’aspetto tecnico del problema, cui i nostri praticanti sarebbero così profondamente interessati. Infatti, non si può passare sotto silenzio che molti dei punti di vista corrispondenti siano stati sfiorati solo di sfuggita, semplificati o addirittura tralasciati, così che molti analisti restano sensibilmente insoddisfatti nel loro desiderio di un’esposizione più dettagliata.

Il libro è redatto in forma di dialogo socratico tra il prof. Freud e un’ideale (molto ideale!) controparte, presentata come istruita, che affronta il problema in modo del tutto imparziale. È la forma che, come sappiamo per esempio dalle Lezioni, corrisponde in modo meraviglioso alla capacità espositiva del maestro; infatti, gli dà la possibilità di occuparsi nel modo più immediato delle questioni e delle obiezioni che i suoi uditori possono sollevare. Per il successo di questo modo di procedere è assolutamente indispensabile di volta in volta prevenire, intuendoli con rigorosa e scrupolosa imparzialità, gli eventuali pensieri degli uditori; il prof. Freud sa soddisfare questo requisito meglio di chiunque altro. Già con le parole “Lei dirà” si può esser certi di venir presi in un complicato intrico e nella sua soluzione definitiva. Da questo punto di vista nel presente libro esistono alcuni passi dove il prof. Freud non raggiunge del tutto il proprio livello straordinariamente elevato. Non che metta in bocca al proprio contraddittore un’osservazione che suona inverosimile, ma di tanto in tanto sentiamo la mancanza di quella finezza con cui sa sempre scovare il nucleo esatto dell’obiezione cui rispondere.

Il libro si suddivide in tre sezioni; la prima è una presentazione generale che si mantiene sempre all’elevato livello cui l’autore ci ha abituato; la seconda è un procedimento dimostrativo che presenta alcune imperfezioni e la terza è uno sguardo al futuro, che costituisce la parte più interessante e degna di nota del libro.

Sulla prima parte, che comprende più dei due terzi del libro, non c’è molto da dire; anche questa volta non ci si può che stupire per la genialità con cui il prof. Freud tratta in modo sempre nuovo con freschezza e originalità un tema familiare; forse mai come in questo lavoro ha dato la migliore descrizione dell’essenza della psicanalisi, della sua teoria e della sua pratica; ogni analista la leggerà con profitto. Particolarmente vivace e brillante è il modo in cui in numerosi punti sparsi del lavoro illustra le difficoltà che la mera esistenza delle nevrosi fa emergere nella società. Le istituzioni sociali – la religione, l’amministrazione della giustizia e non ultima la stessa medicina – si sono formate nel presupposto che non si dia alcuna via di mezzo tra l’uomo pienamente razionale, compos sui, padrone di sé e autodeterminato, quindi pienamente responsabile, e l’uomo affetto da malattia mentale, quindi assolutamente irresponsabile. Da nessuna parte si riscontra la minima preoccupazione per i numerosi tipi intermedi cui, come abbiamo sempre più spesso imparato a riconoscere, appartiene la maggior parte dell’umanità; anche sostituire la vecchia e cara credenza nell’Io unitario con l’onnicomprensiva conoscenza dell’inconscio porta ovunque a confusione e difficoltà.

Val proprio la pena riportare due enunciati sulle analisi brevi. “Purtroppo devo constatare che tutti gli sforzi per accelerare sostanzialmente la cura analitica sono finora falliti. La via migliore per accorciare l’analisi sembra essere la sua corretta conduzione”.[1] Sentiamo anche per la prima volta il prof. Freud esprimersi apertamente a favore delle analisi precoci, comunque con la contestabile restrizione che debbano essere associate a misure educative.[2] Dico “contestabile” perché abbiamo imparato a non mescolare le analisi degli adulti con altre misure [terapeutiche] ed è del tutto possibile che le future esperienze ci insegnino ad adottare vantaggiosamente lo stesso comportamento anche con i bambini.

La parte restante del libro contiene esclusivamente la difesa degli analisti laici. Il prof. Freud ci lascia raramente in dubbio sulle sue opinioni, e qui non lo fa di certo. Il libro è espressamente scritto allo scopo di mettere in mano al legislatore che ha in mente il materiale in base al quale può decidere se l’analista laico sia da ammettere oppure no alla pratica. Il prof. Freud non desidera passare per giurista ma lascia facilmente intendere al lettore che lui stesso sarebbe contrario a che le istanze legislatrici adottino simili misure.[3] I suoi argomenti principali, che hanno pienamente convinto, sono: 1) l’essenza della psicanalisi[4] non esclude l’esercizio da parte dei laici. Se non sia auspicabile per diverse ragioni che l’analista sia medico pratico, è tutta un’altra questione che andrebbe discussa a parte. 2) Ogni divieto del genere inibirebbe il naturale sviluppo della psicanalisi come scienza. Basti pensare ai validi contributi già dati a questa scienza da collaboratori provenienti da campi non medici del sapere, nonché all’applicazione ad altri campi di lavoro come sociologia, antropologia, filologia, mitologia e pedagogia, tutte applicazioni che appartengono tout court alla scienza psicanalitica e la cui importanza sarà in futuro di poco inferiore a quella delle applicazioni mediche; non da ultimo va ricordato l’inestimabile guadagno ricavato dalla psicanalisi dalla frequentazione di questi altri campi – si pensi solo al simbolismo. Queste considerazioni rendono evidente che restringere la psicanalisi alla sfera medica avrebbe la conseguenza di un fatale impoverimento. 3) Tale modo di procedere equivarrebbe a un passo arbitrario e unilaterale in difesa del pubblico, tralasciando i passi realmente importanti che si potrebbero fare in questa direzione. È nel giusto il prof. Freud quando indica che le precondizioni irrinunciabili per esercitare la psicanalisi sono la formazione[5] metodologica e la precisa conoscenza dell’oggetto, tutte cose per cui coloro che si sono immischiati nella questione dell’analisi laica non hanno finora dimostrato alcun interesse. Se questa gente dovesse riuscire a imporre le proprie aspirazioni, assisteremmo alla strana commedia di non pochi terapeuti meglio qualificati per il trattamento psicanalitico, cui verrebbe vietato il trattamento, mentre chi non capisce nulla di metodo non andrebbe incontro ad alcuna restrizione di esercizio, purché sia medico; e vedremmo pure che non verrebbe fatto alcun tentativo di insegnare al pubblico a distinguere tra analista idoneo e inidoneo, un programma che le stesse istituzioni che garantiscono la necessaria preparazione dovrebbero promuovere.

Fin qui il prof. Freud si muove su un terreno sicuro. Ma, venendo alla questione più difficile, se sia auspicabile che l’analista abbia oppure no formazione medica, equivalente alla questione se i nostri istituti debbano incoraggiare un candidato ad acquisire la formazione medica, una volta che si sia incamminato nell’esercizio della pratica analitica, troviamo che la forza di convinzione del prof. Freud diventa in certa misura meno stringente. A scoprirne la ragione basta una sola riflessione. Qualunque sia il partito che il singolo sia propenso a prendere, tutti sappiamo bene che possono essere addotte importanti ragioni dall’una e dall’altra parte; tuttavia, volendo arrivare a un punto di vista obbiettivo, sono tutte da prendere in considerazione. Ma su questo punto la presa di posizione del prof. Freud non è così risolutivamente giustificata come prima; di conseguenza ci presenta solo un quadro abbastanza unilaterale della situazione. Nella lunga serie di argomenti ne troviamo dozzine a favore dell’analisi laica, mentre il prof. Freud ne adduce solo uno a favore dell’altra parte, e cioè che la diagnosi iniziale andrebbe posta dal medico.[6] Ed è un peccato, perché avremmo tutte le ragioni per supporre che l’autore avrebbe potuto rispondere soddisfacentemente alla maggior parte, forse a tutte, le argomentazioni della controparte. Si spera che lo faccia in seguito, magari nel corso della prevista discussione di questa questione su questa rivista.

Questo atteggiamento unilaterale non può certo essere attribuito al desiderio di presentare al pubblico il problema in forma artificialmente semplificata. Le ragioni sembrano stare altrove.

Verosimilmente il prof. Freud giunse al punto di esporre in modo particolarmente efficace il proprio punto di vista sulla base della ferma convinzione che ogni alternativa avrebbe messo in serio pericolo l’ulteriore sviluppo della psicanalisi. Affronteremo più avanti le ragioni più importanti che Freud adduce per giustificare questa convinzione. Un secondo motivo, meno evidente, potrebbe forse essere una certa avversione nei confronti della professione medica.[7] Riteniamo auspicabile occuparci apertamente di questa possibilità, cui lo stesso prof. Freud allude chiaramente in diversi passi,[8] perché qualche lettore, scoprendo tale pregiudizio, potrebbe essere tentato di invalidare ingiustificatamente argomenti e conclusioni perfettamente validi. Comunque, dal punto di vista umano la situazione è perfettamente comprensibile e in ultima istanza contiene un elogio non da poco dello status del medico. Dai primi scritti del prof. Freud sappiamo quanto fosse sorpreso e disgustato dalla mancanza di obiettività manifestata dai colleghi le prime volte che comunicò le proprie scoperte davanti a un uditorio medico. A quel tempo riteneva che quel che aveva scoperto fosse essenzialmente un contributo al problema dell’eziologia delle nevrosi e non aveva la minima idea della vasta portata delle conseguenze. Solo molti anni dopo riuscì a riconoscere che la resistenza riscontrata nei propri pazienti era di natura generale, tanto che la reazione del suo uditorio medico era ciò che ci si doveva inesorabilmente aspettare, diventando perciò perfettamente comprensibile. Non sarebbe stato il caso di rimproverare né i colleghi medici né i pazienti per i loro conflitti. Di fatto ai medici Freud applicava e tuttora in qualche modo applica un criterio di misura più severo che alle altre classi professionali. Si aspettava di più dai medici e, nonostante il fatto che mostrassero di avvicinarsi [alla psicanalisi] più di tanti altri,[9] il loro comportamento fu tale da deluderlo.

Si aspettava un livello smisuratamente elevato e l’inevitabile conseguenza fu la reazione di delusione con tendenza alla sottovalutazione, venuta al posto della sopravvalutazione.[10] Proprio su questo punto ai seguaci di un pioniere risulta facile gloriarsi della propria mancanza di pregiudizi, persino se essi stessi hanno dovuto soffrire non poco a causa dei colleghi medici. E non possiamo nemmeno dimenticare che la maggior parte di noi si è avvicinata a queste difficoltà con un inestimabile vantaggio: quello di essere già preparati a reazioni sgradevoli, come quelle che abbiamo dovuto sperimentare da parte di tutta l’umanità, la classe medica inclusa, psicanalisti occasionalmente compresi. Certamente, grazie a questa conoscenza abbiamo potuto affrontare con una certa imperturbabilità tutte queste ingiustizie e calunnie, che altrimenti ci sarebbero sembrate insopportabili e incomprensibili. Infatti, essere preavvertiti significa essere premuniti.

Ora, supponendo che influenze affettive come quelle appena citate abbiano avuto un ruolo, si capiscono alcune peculiari locuzioni dell’argomentazione e tutta una serie di generalizzazioni senza eccezione a favore degli analisti laici, che tuttavia sono da considerare troppo estese.

Proprio il primo argomento addotto in merito alla questione suona: “I medici non hanno alcun diritto storico al possesso esclusivo dell’analisi. Al contrario, fino a poco tempo fa hanno cercato di nuocerle con ogni mezzo: dall’ironia a buon mercato alla diffamazione più pesante. Lei mi risponderà – e a ragio­ne – che è acqua passata, che non influenzerà il futuro”.[11] Ma questa non è la risposta che la controparte darebbe. Potrebbe piuttosto osservare che le resistenze dei medici alla psicanalisi non sono per lo meno superiori a quelle attese da qualunque altra classe professionale, una volta entrata in contatto così stretto con essa,[12] e che finché la schiera degli psicanalisti proviene dalla classe medica, la resistenza degli altri medici rispetto al problema in discussione sarà irrilevante.

Il prof. Freud insiste con energia sull’affermazione che nessun analista laico dovrebbe intraprendere un trattamento prima che il paziente sia stato visitato da un medico e posta la diagnosi; in altri termini, l’analista laico dovrebbe limitarsi al trattamento analitico, prescindendo dal consulto medico, una conclusione su cui converrebbero unanimemente tutti i medici, sia quelli che la pensano in modo analitico sia gli altri.[13] Ma è davvero un po’ arrischiato affermare senza ulteriori precisazioni: “Nelle nostre associazioni psicanalitiche si è sempre fatto così.”[14] Evidentemente il prof. Freud ha fatto in merito esperienze particolarmente favorevoli; la maggioranza degli analisti potrebbe riferire un numero sufficiente di casi che dimostrano il contrario; la mia personale impressione, basata su un’estesa esperienza, è piuttosto che questa regola sia tante volte trasgredita quante seguita, indipendentemente dal luogo di formazione dell’analista in questione.

Anche il quadro favorevole, abbozzato a proposito della qualifica accademica degli analisti laici, è un po’ troppo lusinghiero, anche pensando solo all’Europa.

D’altra parte il prof. Freud dice, sottolineandolo giustamente, che coloro i quali esercitano la psicanalisi senza aver acquisito l’adeguata conoscenza della cosa sono da qualificare come ciarlatani, essendo indifferente se siano medici o non medici: “Basandomi su questa definizione, oso affermare che i medici, non solo in Europa, fornisco­no alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.[15] Ci si chiede quale sia la base di questa affermazione, poiché la risposta alla questione ha chiaramente un peso fuori dal comune. L’unica cosa certa è che capita di sentir parlare molto più facilmente di ciarlatani medici che di altro genere, perché con i primi c’è tutta una serie di punti di contatto professionali. La citata enunciazione potrebbe valere per l’Austria, ma mi sembra dubbio che in questa forma possa valere per l’Inghilterra o l’America, dove forse corrisponde più a verità proprio il contrario.

Stupisce veder portata così in primo piano l’opinione che il trattamento analitico di uno psicotico possa equivalere a un superfluo spreco di energie, senza alcun danno per il paziente.[16] Si può invece dimostrare, per lo meno con una certa probabilità, che intervenire con l’analisi su un delirio di difesa può in certi casi produrre una puntata schizofrenica. In ogni caso, in questo campo il nostro sapere non è ancora consolidato.

Il prof. Freud sembra dell’avviso secondo cui i medici che rifiutano l’analisi laica lo fanno principalmente per un atteggiamento collettivo, un punto su cui si potrebbe concordare con lui; purtroppo non si sforza molto per confutare gli argomenti prodotti da questo partito.[17] Se per certi medici l’invidia della concorrenza fosse il fattore decisivo, dovrebbero essere di vedute molto corte; infatti, dovrebbe essere per loro indifferente stare in concorrenza con colleghi o con analisti laici e il prof. Freud ammette che sono sempre pronti a introdurre altri medici all’analisi. È un non nobile motivo che si congettura da un altro; ma noi analisti siamo abituati a scoprire motivi non nobili, che vanno trattati correttamente, quando ci si trova di fronte ad essi. Anche questa non è in alcun senso una faccenda indifferente se si pensa che molti analisti laici, la cui formazione richiede solo la quarta parte del tempo di apprendimento richiesto a un medico e ai quali non è richiesto uno standard di vita come ai medici,[18] ben presto il livello finanziario del lavoro analitico verrebbe spinto all’ingiù. L’esempio spiacevole solo per segnalare che anche in questo caso gli sviluppi del libro sono incompleti.

Il prof. Freud assume completamente il punto di vista secondo cui, purché l’analista si sia formato nel campo freudiano,[19] è “secondario” che sia medico oppure no.[20] Di conseguenza gli sembra uno “spreco di energie”,[21] “ingiusto” e “inutile”,[22] pretendere dal futuro analista la formazione medica.[23] In breve, non solo è contrario a vietare la pratica agli analisti laici, ma non si sente neppure disposto a consigliar loro la formazione medica. Certo, allude agli svantaggi che potrebbero derivare dallo studio della medicina (l’influenza materialistica, ecc.). Dal suo punto di vista, sarebbe per loro meglio dedicare il proprio tempo allo studio di alcune materie che non rientrano nel piano di studi di medicina, nella fattispecie la storia della civiltà, la mitologia, la psicologia delle religioni e la critica letteraria. In proposito, osserva espressamente: “Senza un buon orientamento in questi campi, l’analista si troverebbe di fronte a gran parte del proprio materiale senza poterlo comprendere”.[24] Ciò è esagerato, si spera; infatti, potrebbero non essere molti gli analisti, tra medici e laici, che raggiungano questo livello di formazione.

Riassumiamo le nostre impressioni sulle principali argomentazioni. Sono sviluppate con l’abilità e l’acume abituali del prof. Freud, ma non contengono nulla di nuovo, tralasciano cose importanti e sono inconfondibilmente di parte. Ciò non di meno, nonostante queste carenze, il risultato finale è assolutamente giusto e si può giustificatamente sperare che la particolareggiata discussione porti alla decisione finale sulla loro giustezza.

Concludendo, veniamo alla parte più avvincente del libro,[25] le cui ultime pagine gettano uno sguardo sul futuro e pertanto sarebbe concesso di leggerle in certa misura tra le righe. Mosso dal timore che la medicina potesse “inghiottire”[26] la psicanalisi, incorporando la psicanalisi definitivamente nel capitolo “Terapia” dei manuali di psichiatria, senza tener alcun conto di tutte le altre possibilità di applicazione, il prof. Freud annuncia che si eviterebbe tale destino qualora la psicanalisi si affermasse come disciplina affatto indipendente e, corrispondentemente, come professione autonoma.[27] Schizza a grandi linee un piano di studi che gli sembra auspicabile per la formazione dell’analista sia a livello propedeutico sia a livello tecnico. Oltre a includere le materie citate, dovrebbe comprendere “un’introduzione alla biologia, la conoscenza della vita sessuale nella misura più ampia possibile e nozioni dei quadri clinici psichiatrici.”[28] Tale proposta è irta di difficoltà sia di ordine teorico sia pratico. Quanto si può apprendere, per esempio, della paralisi progressiva senza conoscenze di neurologia, patologia e clinica medica? Dove trovare specialisti che possano tenere lezioni sulla sessualità sia dell’uomo sia degli animali? Quale occasione si offre per studiare la mitologia, la psicologia delle religioni o perfino della storia delle civiltà? Queste domande, e ancora molte altre, ci si impongono. Tutto suona come “musica del futuro”. Ma in fondo la cosa principale è l’idea; se l’idea è vitale, allora con il tempo si possono superare tutte le difficoltà. E questa idea è sicuramente adatta a catturare la nostra immaginazione.

Soppesando rispettivamente il collettivo psicanalitico e quello medico, con quanti psicanalisti medici la psicanalisi vincerebbe? Io spero e credo con la stragrande maggioranza.[29] Ma si può altrettanto ben sperare di trovare un’altra soluzione che consenta l’armoniosa collaborazione.

Le questioni sollevate da questo libro riguardano ogni analista e, dato che sono collegate ai compiti della commissione didattica dell’ipa, tra breve si troverà la definitiva decisione in materia. Tutti noi dobbiamo essere grati al prof. Freud di aver attirato la nostra attenzione con un libro tanto provocante quanto stimolante.

Ernest Jones, London.

(traduzione di Antonello Sciacchitano. Revisione di Davide Radice).

 


Note

[1] S. Freud, La questione dell’analisi laica (1926-1927), trad. A. Sciacchitano e D. Radice, Mimesis, Milano 2012, p. 75.

[2] Ivi, p. 63.

[3] Ivi, v. in particolare, pp. 24 e 107.

[4] [“L’essenza della psicanalisi”! “Essenza” è un termine filosofico. Non si parla di “essenza” della fisica, della chimica, della biologia, in generale, di una scienza. Jones parla di essenza della psicanalisi perché non la ritiene una scienza? In effetti, sembra considerare la psicanalisi una pratica di cura medica, che comunemente è ritenuta più un’arte che una scienza. Ndt]

[5] [Il termine usato da Jones non è Bildung ma Schulung, che indica la formazione scolastica. A decenni di distanza constatiamo quanto le scuole di psicanalisi siano state deleterie per il movimento psicanalitico. Hanno irrigidito le dottrine psicanalitiche in formati immodificabili e favorito la collusione con la medicina, finché il potere legislativo non ha ritenuto opportuno, con solidi argomenti, di equiparare a tutti gli effetti la psicanalisi alla psicoterapia. Ndt]

[6] Ma anche qui Freud non commenta a sufficienza le complicazioni derivanti dalla circostanza che in molti casi la diagnosi può essere posta solo in corso d’analisi. [Jones, da medico qual era, non si rendeva (o non voleva rendersi) conto che la pretesa diagnostica è la mossa decisiva che colloca irreversibilmente l’analisi freudiana in campo medico. Infatti, la diagnosi è l’atto medico per eccellenza, rispetto al quale anche l’atto terapeutico è secondario e necessariamente si configura come atto medico. Freud poteva fin che voleva contestare i medici, affastellando argomenti a favore dei non medici, ma, continuando a concepire la pratica della psicanalisi soggetta al giudizio del medico, la sua argomentazione restava non conclusiva: la terapia analitica, in quanto atto condizionato dalla medicina, doveva essere eseguito da medici; Freud si era da sé condannato a fare un buco nell’acqua, come in seguito egli stesso riconobbe nella lettera a Eitingon dell’aprile 1928. Ndt.]

[7] [Ponendosi sul piano della professionalità, a Jones sfugge la distinzione tra avversione ai medici e avversione alla medicina. Freud non è avverso alla medicina ma ai medici. Ndt]

[8] Op. cit. v. pp. 24, 26 84. [Ma non si dovrebbe omettere di citare la seconda riga del saggio, dove compare la discutibile equazione laici = non medici, in cui Freud enuncia di non volerne sapere dei medici. Ndt]

[9][9] Il fatto che i quattro quinti dei suoi allievi siano medici non si giustifica unicamente in termini di associazione degli analisti su base medica.

[10] [Questa spiegazione di Jones non è sbagliata; è solo una razionalizzazione. Bisogna risalire all’esperienza transferale di Freud con il medico più importante della sua vita, l’otorino di Berlino, suo analista. Fu Fliess a deludere Freud e a innescare la sua paranoia contro i medici. Esattamente come molti (moltissimi) analizzanti, che concludono la propria analisi in paranoia contro “tutti” gli psicanalisti, perché “uno” non ci ha saputo fare con loro, così Freud concluse la propria. Tuttavia, la paranoia contra medicos non intaccò la sua concezione della medicina come scienza, alla cui altezza doveva stare la psicanalisi. Insomma, Freud odiava i medici e amava la medicina, che idealizzava. (Naturalmente nessun medico era all’altezza del suo ideale.) Questo è certamente un punto sintomatico che la sua autoanalisi non toccò e non sciolse. Risultato: i medici divennero per Freud il bersaglio polemico che gli impedì di riconoscere la fallacia di porre la medicina sullo stesso piano della scienza e la psicanalisi sullo stesso piano della medicina. Noi, suoi epigoni, abbiamo ereditato da Freud questo tratto: preferiamo contestare i colleghi, come se fossero dei selvaggi, piuttosto che lo statuto di “scienza medica” che Freud ha inconsapevolmente conferito alla psicanalisi. Ndt]

[11] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 84.

[12] In Inghilterra sentiamo levarsi grida di sdegno dal campo dei giuristi come se i problemi psicanalitici li riguardassero solo da lontano. [L’osservazione empirica di Jones ha in questo contesto una specifica rilevanza. Tra medicina e diritto, infatti, c’è non solo collusione di fatto, per esempio in tutto il campo della medicina legale e delle assicurazioni, ma affinità di principio, in quanto medicina e diritto sono le varianti principali – e violente! – del discorso dominante, che dice le cose come stanno, cioè secondo la volontà e l’interpretazione ontologica del padrone. Ndt]

[13] [Insomma, qui si dice chiaramente che l’autorizzazione a esercitare la psicanalisi lo deve dare comunque il medico. La soggezione della psicanalisi alla medicina è completa. Perché? Perché la psicanalisi è concepita da Freud e dai suoi primi allievi come atto di cura originariamente medico. Oggi per il senso comune e per gli specialisti la questione è passata in giudicato: la psicanalisi è incontrovertibilmente ritenuta una delle tante psicoterapie. La medicina ha inghiottito la psicanalisi, come temeva Freud. Il principio lacaniano che l’analista si autorizza da sé è caduto nel vuoto. La demedicalizzazione della psicanalisi attende da più di un secolo ed è ancora tutta da fare. Ndt]

[14] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 101.

[15] Ivi, p. 84.

[16] Ivi p. 88. [Per la verità, Freud sta sulle generali e non fa riferimento a casi gravi. Jones usa tendenziosamente l’argomento della difesa del soggetto debole, che è un cavallo di battaglia della pubblica accusa nei nostri tribunali. Ndt]

[17] [Come dimostra Davide Radice, l’argomentazione di Freud segue il modello medievale della quaestio disputata, dove il maestro espone la tesi ortodossa della propria dottrina e confuta le obiezioni dell’avversario. Jones aderisce completamente a questo modello di argomentazione che, se tuttora sopravvive nei tribunali come contraddittorio tra accusa e difesa, nell’attesa del giudizio dirimente – fortemente binario – del giudice, non ha più corso in ambito scientifico, dove le congetture in concorrenza spesso collaborano per arrivare a formulare congetture più ampie che comprendano i contributi di tutte quelle in esame. È questo un segno della scarsa scientificità di entrambi gli autori, il recensore e il recensito. Infatti, sono entrambi medici, di mentalità più vicina al giudice che all’uomo di scienza. La storia insegna che nella scienza il progresso non avviene per vittoria di una parte sull’altra in una controversia, ma per cooperazione di idee apparentemente contraddittorie, che arrivano a un compromesso. Le cosiddette controversie scientifiche, di cui non mancano esempi furibondi in ogni campo di ricerca, dalla fisica alla biologia, dalla psicanalisi alla matematica, sono quasi sempre più ideologiche che scientifiche, più espressione di resistenza alla scienza degli stessi scienziati che fattori di progresso culturale. Come nel caso in questione della polemica attizzata da Freud sull’analisi laica. Ndt.]

[18] In alcune città il medico deve operare in quartieri cari o può rinunciare del tutto alla professione.

[19] [Letteralmente “nel suo campo”. La leggera forzatura della traduzione vuol dare spazio all’espressione con cui Lacan definiva trent’anni dopo il campo vettoriale del desiderio. Cfr. J. Lacan, “Remarque sur le rapport de Daniel Lagache: “Psychanalyse et structure de la personnalité” (1958), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 656. Ndt.]

[20] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 89.

[21] Ivi, pp. 88 e 98.

[22] Ivi, p. 104.

[23] [Spezziamo una lancia a favore di Freud. Se è vero che la psicanalisi è una scienza, allora si può tranquillamente affermare che la formazione medica non prepara il futuro analista all’attività psicanalitica in quanto il medico riceve una formazione esclusivamente tecnico-applicativa, che ha poco di scientifico. La preparazione medica può far conoscere allo psicanalista ciò che non fa scienza, per esempio l’abuso del principio eziologico di ragion sufficiente, secondo cui ogni fenomeno ha una causa diretta. Ma questo discorso ci porta lontano anche da Freud, che è un assertore del ferreo determinismo psichico. Ndt]

[24] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit. p. 104.

[25] [Sulla doppiezza di Jones nei confronti del “professor” Freud Lacan ebbe le idee chiare sin dal 1955, ai tempi del seminario sulle psicosi: cette querelle mériterait notre intérêt par les exploits dialectiques qu’elle a imposés au Dr Ernest Jones pour soutenir de l’affirmation de son entier accord avec Freud une position diamétralement contraire, à savoir celle qui le faisait, avec des nuances sans doute, le champion des féministes anglaises, férues du principe du «chacun son»: aux boys le phalle, aux girls le c… (J. Lacan, “D’une question préliminaire à tout traitement possible de la psychose” (1959), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 555. Vedi anche: Avec Jones, Freud était tranquille – il savait que sa biographie serait une hagiographie (J. Lacan, Joyce le symptome I, 16 giugno 1975, in “L’ane”, n. 6, 1982). Ndt]

[26] [Jones recensisce il libro del 1926. Non considera il poscritto del 1927, dove Freud usa un verbo ben più forte di verschlucken, inghiottire; usa erschlagen, ammazzare. Ndt]

[27] [Finalmente anche Jones, nonostante la propria formazione medica, arriva al significato autentico e positivo di “laico”, che tuttavia sfuggì a Freud; non solo il negativo “non medico”, come propose Freud, ma “autonomo”, (anche dalla medicina, s’intende). Ndt]

[28] S. Freud, La questione dell’analisi laica, cit., p. 103.

[29] [Jones si dimostra tanto “imparziale” quanto l’interlocutore imparziale di Freud. Non dimentichiamo che la medicina ha millenni di autorevolezza alle spalle, mentre la psicanalisi solo qualche decennio, come subaffittuaria del reparto di psichiatria. In così poco tempo non è riuscita neppure a formula un piano politico autonomo, essendo andata sempre a rimorchio della medicina. Ndt]

 

In “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse”, XV. Band 1927 Heft 1, pp. 101-107.

 

Il legame sociale metaanalitico tra chi si interessa di psicanalisi

Chè quelli è tra li stolti bene a basso
Che sanza distinzion afferma e nega
Così nell’un come nell’altro passo.
Dante, Paradiso xii, 115-117

 

Néanmoins le discours psychanalytique (c’est mon frayage) est justement celui qui peut fonder un lien social nettoyé d’aucune nécessité de groupe.
J. Lacan, L’étourdit

 

Di cosa parlerò stasera? Vorrei parlare di psicopolitica o di politica della psicologia.[1]

MetaanalisiPer la verità, parlerò più di psicologia che di politica e forse non molto neanche di quella. Perché? Forse perché sono freudiano; come Freud ha lasciato in sospeso la questione della politica della psicologia, trattando solo marginalmente di psicologia della politica nel suo scritto del 1921 sulla psicologia delle masse, così anch’io toccherò solo tangenzialmente il campo della politica. Per colmare la lacuna freudiana sono costretto a rimandare il discorso politico vero e proprio e a parlare di logica. Insomma, parto ab ovo.

Ho appena detto che sono freudiano. Per evitare possibili equivoci, devo in via preliminare chiarire che razza di freudiano sono. Questo mi obbliga a un’apparente deviazione dal tema. Ma non preoccupatevi: alla fine anche la deviazione apparirà pertinente alla questione psicopolitica.

Che freudiano sono, allora? Sono un freudiano come molti freudiani; ho fatto un’analisi classica nel setting freudiano; ho passato i controlli di qualità con analisti più esperti, come voleva Freud; ho partecipato alle attività di una scuola freudiana, ivi compreso il rito di passaggio da analizzante ad analista: la cosiddetta passe, escogitata da un famoso freudiano dei miei tempi, Jacques Lacan. Se mi chiedono che psicanalisi esercito, rispondo che lavoro nel setting freudiano di divano[2] e poltrona. Ma non è un paradosso se dico che sono freudiano sì, ma né ortodosso né eterodosso.

Cosa sono, allora? Sono freudiano e basta.

O forse no, o meglio non esattamente. Dovrei dire che sono freudiano intuizionista. Cosa voglio dire? Voglio dire che applico a Freud la logica intuizionista di Brouwer, il quale ha inventato – ma dovrei dire meglio ha costruito – una logica alternativa all’aristotelica; l’ha indebolita sospendendo tra l’altro il principio del terzo escluso.[3] Per l’intuizionismo, l’alternativa binaria “eterodosso” o “ortodosso” non vale in generale. Giustamente, non vale nel caso di chi, come me, è contemporaneamente non ortodosso e non eterodosso. Non sono freudiano ortodosso, perché non conservo tutto di Freud; per esempio, non applico né in teoria né in clinica la metapsicologia freudiana delle pulsioni; ma non sono neppure eterodosso, perché non butto via tutto di Freud; ammetto innanzitutto l’esistenza dell’inconscio freudiano, come luogo epistemico del sapere che non si sa di sapere, il quale funziona secondo gli assiomi della rimozione originaria e dell’azione differita del sapere o Nachträglichkeit.

Come freudiano sui generis ho scritto un breve saggio sull’inconscio freudiano, intitolato Il tempo di sapere, che forse in questi giorni è già arrivato o arriverà presto in libreria per i tipi di Mimesis. Lo cito qui perché tratta anche di metaanalisi, di cui parlerò in conclusione del mio discorso.

In quel libretto prendo le mosse dalla logica intuizionista per dedurre conseguenze teoriche e pratiche che riguardano il freudismo. Mi chiederete come si possano dedurre conseguenze pratiche, addirittura politiche, proprio dalla logica, che di tutte le scienze umane è la più astratta. Dedicherò buona parte del tempo che mi è concesso a spiegarlo. Le conseguenze, anche politiche, si deducono poi abbastanza rapidamente.

*

Consentitemi un pizzico di autobiografia. Sin da quando entrai in psicanalisi – parlo di quarant’anni fa ormai, cara Gabriella – il mio interesse si rivolse da subito al problema freudiano della negazione che non sempre nega e al problema lacaniano delle scienze congetturali. Aggiungo che la giustificazione freudiana del fatto clinicamente evidente della negazione che non sempre nega non mi ha mai convinto del tutto. La storiella dell’espulsione fuori dall’Io di contenuti psichici sgradevoli e il loro ritorno alla coscienza dell’Io grazie al simbolo della negazione mi è sempre sembrata, per non dire tautologica, pesantemente antropomorfa. Presuppone, infatti, un piccolo uomo dentro l’uomo, che dirige l’uomo. Ho lavorato a questo tema per quindici anni, senza ricavarci molto, anche perché ero inibito dalle dottrine delle scuole di psicanalisi che allora frequentavo. Le dottrine sono fatte per non pensare; addormentano la ragione. Così per quindici anni ho applicato le dottrine freudiane e lacaniane vigenti in certe scuole senza pensare e, quindi, senza risolvere il mio problema.

Poi la svolta. Risale alla fine degli anni Ottanta il mio incontro con l’intuizionismo di Brouwer. Fu un incontro casuale, anche perché l’intuizionismo non era allora e non è tuttora una corrente di pensiero alla moda. Molto probabilmente, solo una trascurabile percentuale dei presenti ha mai sentito parlare di intuizionismo. Ma fu un incontro per me fecondo. Mi auguro che lo sia anche per voi da stasera in poi.

Cosa propone l’intuizionismo? L’intuizionismo propone delle sospensioni di principio; propone una logica “a levare”, contrapposta alla logica “a porre”. La metafora del levare e del porre fu usata da Leonardo per distinguere tra scultura (che leva materia dal blocco di marmo) e pittura (che pone materia sulla tela del quadro); la distinzione piacque così tanto a Freud che la usò per differenziare la psicanalisi, una pratica “a levare” (pregiudizi e rimozioni), dall’ipnosi, una pratica “a porre” (comandi postipnotici).[4] Chissà se anche l’intuizionismo sarebbe piaciuto a Freud? Forse per via dell’attenzione ugualmente sospesa dell’analista, che sospende il suo sapere e i suoi sistemi di giudizio, Freud avrebbe avuto motivo di interessarsi alla logica intuizionista, perché questa “leva” (sospende, ma non nega!) tre principi dalla logica classica: una coppia di doppie negazioni e il principio del terzo escluso. Vediamolo più da vicino.

Il principio di esistenza, che vale in logica classica, è una variante della legge di doppia negazione: posto che ciò che è contraddittorio non esiste, se una cosa non implica contraddizione, allora esiste.[5] Questo principio è sospeso dall’intuizionismo, che è una pratica matematica costruttiva. Per affermare l’esistenza di un oggetto matematico all’intuizionista non basta dimostrare che la sua esistenza non implica contraddizioni; richiede che chi afferma l’esistenza di un oggetto lo “sappia” effettivamente costruire o almeno dare la ricetta per costruirlo.

Volete un esempio non matematico di esistenza stabilita per via costruttiva, non solo non contraddittoria? Eccolo, famoso e a portata di mano: il cogito cartesiano è un esempio di costruzione dell’esistente e di esistenza costruita; il soggetto che pensa esiste dopo aver pensato che tutto il verosimile è falso; il soggetto cartesiano esiste senza scomodare il principio di non contraddizione, ma costruendo la propria esistenza con i materiali del dubbio. Se anche tu penserai che il verosimile sia falso, esisterai come pensante. Le congetture che lo scienziato pensa di falsificare nel proprio laboratorio o l’analizzante sul suo divano testimoniano l’esistenza del moderno soggetto della scienza. L’esistenza dell’inconscio freudiano è un altro bell’esempio di “costruzione in analisi”, che finora non ha prodotto contraddizioni ma molte resistenze, quasi come l’intuizionismo.

La seconda doppia negazione che l’intuizionismo sospende riguarda la possibilità di definire i quantificatori logici universale ed esistenziale l’uno attraverso l’altro. Per dimostrare che tutti gli x soddisfano il predicato f, l’intuizionista non si accontenta di dimostrare che non esiste un x che non soddisfa il predicato f.[6] In altri termini, per l’intuizionista i due quantificatori logici, l’esistenziale e l’universale, sono effettivamente diversi; non si può definire il per ogni attraverso l’esiste almeno uno; il quantificatore universale non risulta dalla semplice somma di esistenze particolari, ma dice qualcosa di più e di irriducibile alla sua estensione.[7]

La terza sospensione intuizionista ci porta ancora più vicino a Freud. Infatti, nell’intuizionismo non vale in generale il principio del terzo escluso, secondo cui è sempre vera l’alternativa: o è vero A o è vero non A, indipendentemente dalla verità di A.[8] Tale principio fortemente binario – lo chiamerei il principio “o la va o la spacca” – vale nel caso di universi finiti; decade nel caso di universi infiniti. Perché dico che sospendere il terzo escluso ci avvicina a Freud? Per almeno tre motivi.

Il primo motivo è di fatto e ci riporta al mio punto di partenza. Se A vel non A non vale sempre, vuol dire che la negazione non copre sempre tutto l’ambito che sta fuori da A, cioè la negazione non nega del tutto. Se il paziente dice che la madre non è, l’analista è autorizzato ad arguire che è la madre e, di fatto, in molti casi è molto probabile che ci azzecchi.

Il secondo motivo è di principio. La sospensione del terzo escluso sospende l’onniscienza implicita nella logica classica, per cui per ogni enunciato si sa dire qualcosa, precisamente che o vale A o vale non A, anche se non si conosce il valore di verità di A. Chiaramente, sospendere l’onniscienza è una condizione necessaria per pensare l’inconscio, se è vero che l’inconscio freudiano è un sapere che non si sa di sapere.

Il terzo motivo è scientifico. Il principio del terzo escluso si può riformulare in termini modali, affermando che è impossibile che A e non A siano entrambi falsi. Ebbene, il discorso scientifico sospende questa impossibilità ed estende il campo d’azione del falso. L’esempio che dà Brouwer è illuminante. Consideriamo la sequenza di dieci cifre 1234567890. Essa esiste nell’espansione decimale di π? Non lo sappiamo. È falso dire che esiste, perché a tutt’oggi, per quanto ne so, non è stata trovata, nonostante si conosca qualche miliardo di cifre di π; ma è anche falso dire che non esiste, perché non si conosce la dimostrazione del teorema che ne nega l’esistenza perché contraddittoria.

[Breve digressione epistemologica, aggiunta dopo la conferenza. Anticamente, nella cosiddetta quaestio disputata si mettevano a confronto due affermazioni: una ortodossa e l’altra eterodossa, A e non A, le quali non avrebbero potuto essere entrambe vere, in nome del principio di non contraddizione. Questo modo di procedere argomentativo, adatto alla teologia, al diritto e alla medicina, cioè alle materie di insegnamento delle università medievali, e finalizzato alla difesa dell’ortodossia, non ha più corso in epoca scientifica. Oggi in fisica si confrontano due teorie che sono, allo stato attuale, entrambe false, benché entrambe poderosamente e paradossalmente confermate da masse strepitose di risultati empirici: la teoria della relatività e la meccanica quantistica; non si sa per quanto tempo ancora la fisica permarrà in questo stato epistemologicamente incerto, che fa vacillare il principio aristotelico del terzo escluso, il quale esclude appunto la possibilità che A e non A siano entrambe false. Adottando nella Questione dell’analisi laica il formalismo della quaestio disputata, Freud si predispone a difendere la propria ortodossia. Oggi, in epoca scientifica, il modo di procedere argomentativo della disputatio si usa solo nei tribunali; non si usa in campo scientifico dove non esistono ortodossie e si procede per confutazioni più che per conferme.]

Il motivo scientifico è chiaramente epistemico e perciò avvicina l’intuizionismo al freudismo. Potrei dire ancora di più e affermare che all’interno della logica intuizionista si possono definire operatori epistemici che formalizzano il significato di affermazioni come “so che” o “desidero che”. Ne ho parlato nel saggio citato, dove uso tesi classiche non intuizioniste, come il terzo escluso e la doppia negazione, per definire operatori che trasformano l’enunciato generico X nell’enunciato epistemico del genere “so che X” o “desidero che X”; il risultato si comporta come il sapere o il desiderio inconsci. Hanno molti teoremi in comune.[9]

Non posso dire di più per non andare fuori tema. Qui mi limito a dire che sia l’intuizionismo sia il freudismo valorizzano il falso: l’intuizionismo attraverso la dimostrazione per assurdo, che falsifica la falsificazione per dimostrare la verità; il freudismo, perché tutte le formazioni dell’inconscio che si trattano in analisi sono “false”: il transfert è un falso amore, il sintomo è un falso godimento, il sogno è un falso – perché allucinatorio – soddisfacimento del desiderio, il lapsus è una falsa affermazione della verità. Direi che intuizionismo e freudismo sono scientifici in quanto trattano la transizione dal più falso al meno falso.

Concludo le premesse logiche affermando che la logica intuizionista, come il freudismo, è una forma di costruttivismo epistemico. Presuppone che tu abbia un sapere e che voglia esprimerlo attraverso una costruzione logica. In questo è affine alla psicanalisi freudiana, che presuppone che tu abbia un inconscio, cioè che tu sappia delle cose che non sai di sapere e che voglia venirne a sapere attraverso certe “costruzioni in analisi”. Per comprendere il seguito del mio discorso tenete presente questo parallelo tra intuizionismo e freudismo.

 

*

 

E la psicopolitica di cui volevi parlare – mi chiederete – dove è andata a finire?

La psicopolitica sta giusto dietro l’angolo. Ma prima di svoltare l’angolo mi preme fare una seconda precisazione sul genere di freudiano che io sono, questa volta positiva. Non sono ortodosso e non sono eterodosso, come ho detto; sono un freudiano che applica Freud a Freud. Dovrebbe essere evidente da quanto precede. Voi forse avete recepito poco delle mie precedenti elucubrazioni logiche, ma non potete non aver notato che sono partito da Freud – dalla sua negazione che non sempre nega – e dopo una lunga perifrasi intuizionista sono tornato a Freud con una teoria meno ortodossa, ma certamente più scientifica, quindi – dal mio punto di vista che considera la psicanalisi una scienza – più autenticamente freudiana.

Vi interessa la scienza, in particolare quella freudiana?

Se sì, allora preparatevi a fare un secondo giro sulla mia giostra.

Freud ha prodotto le sue tesi di psicologia sociale nell’arco dei cinque lustri che vanno da Totem e tabù fino a L’uomo Mosè e la religione monoteista. Si sa che Freud non voleva fare il medico ma lo scienziato sociale; maturati i 55 anni, ormai libero dagli impicci che gli imponeva la pratica professionale della psicoterapia, realizzò le proprie aspirazioni. Nel poco tempo che mi rimane, neppure volendo potrei dare un quadro sintetico delle posizioni sociologiche di Freud. Mi limito, allora, a segnalare un tratto comune a tutte loro: quello su cui ritengo necessario far leva per operare un piccolo ma fondamentale spostamento del freudismo; necessario, dico, per passare dalla vecchia politica della psicanalisi a una nuova. La mia segnalazione vuole anche correggere una potenziale non dico incoerenza, ma incongruenza della dottrina freudiana.

Possiamo dimenticare tutto di Freud, dicevo, ma una cosa almeno dobbiamo conservare, se vogliamo ancora dirci freudiani. Freud ha inventato l’inconscio. Ha fatto esistere l’inconscio non solo in teoria, come von Hartmann o come Nietzsche, ma anche in pratica, inventando il dispositivo tecnico per farlo parlare e raccogliere le sue testimonianze nel setting analitico. Allora parto da qui: l’inconscio è un’invenzione epistemica; presuppone nel soggetto un sapere che è inconscio, cioè che non si sa di sapere. Tutto il lavoro di analisi consiste nel levare parzialmente l’ignoranza del sapere che il soggetto non sa di sapere, per portarlo a sapere.

Ebbene, affermo che l’incongruenza freudiana consiste in questo: l’inconscio freudiano è di natura epistemica, ma la sociologia di Freud non è epistemica: è ontologica. Freud presuppone un originario stato di natura, da cui il nostro stato attuale deriverebbe. “Stato” è il participio passato del verbo “essere”, non del verbo “sapere”. Detto nei termini della filosofia antica, Freud presuppone una phusis, una natura, di cui inizialmente parla in termini mitologici e successivamente offre versioni filosoficamente meglio argomentate, ma sempre in termini ontologici. Si può correggere la sociologia ontologica di Freud, riportandola nell’alveo dell’intuizione epistemica dell’inconscio? Si può correggere Freud rimanendo freudiani?

Non è facilissimo. Bisogna prima comprendere la difficoltà di fronte alla quale si trovava Freud. Freud non voleva fondare una sociologia qualsiasi; aveva in mente la sociologia della funzione paterna. Allora si trovò di fronte a un bivio: o battere la strada epistemica o quella ontologica. Il padre è incerto. Secondo la mitologia prescientifica l’incertezza sul padre si risolve uccidendolo per farlo esistere e poter prendere il suo posto; in epoca scientifica l’incertezza sul padre inaugura la pratica del dubbio cartesiano, che evolve nel progresso scientifico e nel legame sociale corrispondente. Durante la sua analisi con Fliess, Freud aveva imboccato a livello individuale la strada mitologica, precisamente edipica, e una volta passato sul piano collettivo continuò in quella direzione. Dieci anni dopo la sua analisi individuale, per descrivere il collettivo Freud tradusse il mito individuale di Edipo nel mito collettivo dell’orda primitiva.

Si trova nel quarto capitolo di Totem e tabù, intitolato Il ritorno infantile del totemismo; è una vera e propria teoria infantile, che Freud falsamente attribuì a Darwin. Sapete di cosa si tratta; l’Urvater, il padre primitivo, era uno stallone, ein Männchen;[10] teneva per sé tutte le donne, costringendo i fratelli all’omosessualità, finché i fratelli non lo uccisero, si ripresero le donne e stabilirono il patto sociale di non aggressione reciproca, ponendosi ciascuno potenzialmente nella posizione del padre.

Dall’approccio mitologico o ontologico deriva la teoria dell’identificazione e del legame sociale che ne consegue. Il popolo si identifica al superuomo che – sostiene Freud – viene dal passato e non dal futuro, come vorrebbe Nietzsche; in nome della comune identificazione al Führer, i membri del popolo stanno insieme. Rileggo la chiusa dell’ottavo capitolo della Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “La massa primaria è formata da un certo numero di individui che hanno messo un unico e medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati l’uno con l’altro nel loro Io”.[11] Poco più avanti, nel capitolo decimo, Freud sancisce la riduzione definitiva della psicologia collettiva all’individuale affermando: “La massa ci appare una reviviscenza dell’orda primitiva”.[12] Il collettivo freudiano è tristemente omogeneo: tutti dipendono dall’Uno senza interagire tra loro in qualche forma di mercato o di scambio reciproco, come monadi senza finestre, alla Leibniz, o come anime belle, alla Hegel.[13] Ognuna di loro vive rinchiusa nell’ideale del padre morto e si consuma in esso, senza produrre un vero legame sociale.[14] Il vero legame è del singolo con il Führer, non dei singoli tra di loro. Il disegno proposto da Freud per rappresentare il proprio pensiero si interpreta senza ambiguità: delle linee piene uniscono l’oggetto psichico all’ideale dell’Io, all’interno dell’apparato psichico del singolo; delle linee tratteggiate uniscono, ma in realtà separano, i singoli tra di loro.

Freud - Identificazione nell'uno

Sul web si presenta così:

Führer

La storia è raccontata in modo solo un po’ più complicato nell’Uomo Mosè, dove il padre originario non propone se stesso come padre vero ma annuncia l’Unico vero Dio Padre. Anche lui viene ucciso; l’uccisione dell’ambasciatore di Dio convalida la legge come legge di Dio. Il “Dio è morto” di Nietzsche, racconta in sintesi la storia del parricidio. Dio è tanto più efficace quanto più è morto, racconta Freud. Se Dio non morisse non ci sarebbe alcun superuomo, tanto meno uomini.

Tra le due narrazioni edipiche, l’individuale e la collettiva, si situa logicamente l’elaborazione freudiana della pulsione di morte, che presuppone lo stato di natura della lotta di tutti contro tutti, l’homo homini lupus, secondo Hobbes.[15] Non potendo reggere a lungo questo stato universalmente e perennemente conflittuale, la civiltà richiede all’individuo di rivolgere l’aggressività verso gli altri contro se stesso, generando il disagio tipico dell’essere civile. Freud trasferisce così la mitologia dal padre al figlio; passa dal parricidio a una sorta di malattia autoimmune del soggetto contro il soggetto, che può arrivare al suicidio.[16] Questa è mitologia.

La mitologia non si discute, perché la mitologia è verità in assenza di sapere. Ma interroghiamoci su questa assenza di sapere: cosa c’entra la mitologia freudiana con il sapere che non si sa di sapere, cioè con l’inconscio? Stringiamo la domanda a un contesto più vicino a noi: cosa c’entra la mitologia dell’orda con la costituzione del legame sociale tra analisti e analizzanti? Purtroppo c’entra di fatto; sappiamo bene come sono andate le cose nel movimento psicanalitico e perciò non ho bisogno di entrare nei dettagli: le scuole di psicanalisi sono costruite come orde primitive. Incarnano la sociologia ideale di Freud. I vecchi come me che hanno vissuto nell’Ecole freudienne de Paris lo sanno bene. Del resto è un’esperienza comune nella storia del movimento psicanalitico, animato da sempre da orde che si combattono spasmodicamente tra di loro. La politica della psicanalisi è nata vecchia, anzi primitiva.[17] Ma cosa c’entra, in linea di principio, il modello di legame sociale identificatorio e autoaggressivo con l’inconscio? Cosa c’entra la mitologia dell’orda primitiva con il generico interesse per il sapere inconscio che chiunque può coltivare?

La mia risposta è semplice e categorica: poco o nulla. E per fortuna; chi abbia interesse un minimo interesse intellettuale per la psicanalisi, e non è necessariamente analizzante di qualche analista o membro di qualche scuola di psicanalisi, non è obbligato a calarsi nello schematismo dell’orda per recepire alcunché della proposta freudiana.

Ecco allora la mia proposta: abbandoniamo la mitologia freudiana e la connessa ontologia, anche a costo di passare per antifreudiani, e passiamo all’epistemologia. Più concretamente: abbandoniamo un certo freudismo e la sua mitopsicologia e rifacciamoci all’esperienza dell’analisi freudiana.

 

*

Quella che sto per dire è un’ovvietà.

Chi ha fatto esperienza d’analisi ha fatto esperienza del transfert. Il transfert non è un’esperienza esclusiva dell’analisi. Praticamente ogni amore ha una componente di transfert. Ma solo in analisi il transfert si analizza, rivelando la sua verità di falso amore.

Sto tornando a parlare di vero e di falso, quindi di logica, quindi di sapere. Non è un mio sintomo, ma una necessità che, sfruttata a dovere, ci consente di fare un passo avanti.

Chi più di altri teorici ha messo in evidenza la natura epistemica del transfert è stato Lacan. Secondo questo autore il transfert esordisce come supposizione di sapere. Il soggetto trasferisce sull’analista la propria libido, il proprio Affekt,[18] si dice in tedesco, cioè la propria eccitazione psichica, se suppone che l’analista conosca il suo desiderio. Lacan propone la figura del soggetto supposto sapere, che è in linea con la concezione epistemica dell’inconscio.[19]

Preferisco seguire questa concezione epistemica del transfert, piuttosto che quella freudiana di ripetizione di vissuti infantili, perché più in linea con la concezione epistemica di inconscio come sapere non saputo. Certo, anche nella concezione epistemica del transfert si ripete un vissuto infantile: il soggetto suppone che l’analista sappia il suo desiderio come da piccolo supponeva che i genitori leggessero i suoi pensieri. Ma la supposizione epistemica è per me preferibile all’ontologica, perché permette la rielaborazione; la si può modificare, mentre la concezione ontologica non lascia scampo a nulla che non sia l’eterna ripetizione dell’identico. Non si vede come si possa evitare la ripetizione dei traumi infantili, rimanendo a livello di quel che è stato. Quel che è stato è stato e non si modifica; lo si può solo dimenticare. Invece il pensiero e le supposizioni si possono modificare. La stessa pratica psicoterapica dell’analisi non può indugiare nell’ontologia; poco o tanto deve diventare epistemica, se vuole curare qualcuno.

La mia proposta, che occuperà le ultime battute della mia conferenza, ci avvicina finalmente alla politica della psicanalisi. A mio parere, grazie alla supposizione di sapere nell’altro si possono non solo praticare delle cure per le nevrosi, ma anche creare tra analisti, tra analizzanti e tra analisti e analizzanti dei legami sociali più consoni all’esperienza del transfert fatta in analisi, quindi in ultima analisi legami intersoggettivi più analitici, cioè più consoni alla teoria epistemica dell’inconscio.

Per essi ho inventato un neologismo. Parlo, infatti, di legami metaanalitici.

Cosa intendo?

Intendo l’applicazione dell’analisi all’analisi per promuovere l’analisi; intendo l’elaborazione del sapere analitico per far progredire il sapere analitico. Le cose potrebbero andare così.

Io suppongo un certo sapere nel collega che ha fatto un’esperienza – credo – simile alla mia; suppongo cioè che io e lui abbiamo elaborato delle forme di sapere in parte uguali, in parte diverse; addirittura, se siamo freudiani, supponiamo di avere ciascuno un inconscio, cioè un sapere che non sappiamo di sapere: io il mio, lui il suo, non essendo escluso il caso che io sappia meglio di lui ciò che lui non sa di sapere e lui meglio di me ciò che io non so di sapere. Si tratta, come propone John Rawls, di operare sotto la copertura di un “velo di ignoranza”.[20] Insieme facciamo delle congetture reciproche sui nostri saperi, che sono teoremi non ancora dimostrati di potenziali teorie. Da essi tentiamo di dedurre conseguenze, che li confutino. Finché dura questo lavorio sul sapere comune, dura tra me e il collega un legame epistemico. Quando il lavorio epistemico cessa, cessa il legame sociale. Poco male, perché il legame si riallaccia con qualche altro collega a partire da altre e rinnovate supposizioni.

Il legame metaanalitico è questo legame basato su congetture epistemiche.

Certo, è un legame più labile di quello ontologico; in particolare, è più instabile del legame identificatorio al capo dell’orda, che ha fondato la scuola di appartenenza, ma è più fecondo non solo di teoria ma anche di intuizioni da applicare nel lavoro clinico, nella pratica della cura, essendo omogeneo rispetto alla cura. Sul legame metaanalitico non si potranno fondare riti di convivenza stabili, perché è come una forma di libero amore, contingente; ma non è meno appassionato e non meno appassionante, perché si basa sull’amore del nuovo, che in epoca scientifica ha preso il posto della verità.

Per finire mi chiedo: sono veramente poco freudiane queste considerazioni metaanalitiche? Freud avrebbe potuto formularle?

In teoria, sì, in pratica, no.

In teoria, sì; essendo considerazioni epistemiche, cioè della stessa natura dell’ipotesi dell’inconscio, Freud avrebbe potuto arrivare a concepire un legame metaanalitico nei termini, per esempio, in cui ha parlato di psicanalisi come posteducazione, nel Compendio di psicanalisi.[21] In pratica, però, Freud non poteva concepire qualcosa di simile alla metaanalisi per tre ordini di ragioni.

La prima ragione è di ordine politico. Il legame metaanalitico è par provision, avrebbe detto Cartesio. Ha la vita breve delle congetture scientifiche, che durano finché non vengono falsificate. Freud, invece, voleva affidare la sua giovane scienza a una struttura sociale stabile, per non dire perenne. Neppure l’università gli andava bene. E l’affidò, allora, a una struttura arcaica, che dura dalla preistoria ed è la nostra eredità arcaica[22] o traccia mnestica filogenetica:[23] precisamente all’orda primitiva o Urhorde. Il ragionamento inconscio di Freud sarebbe stato: l’orda primitiva nacque 10.000 anni fa, ai tempi dell’ultima glaciazione; affidando la psicanalisi a una struttura arcaica, le garantisco una sopravvivenza di almeno altri 10.000. Così Freud fondò la prima società di psicanalisi di cui era il monarca assoluto, fondata su precisi riti di formazione dell’analista che durano tuttora. Peccato che il mito dell’orda primitiva non abbia molto credito tra i paleontologi. Il trucco di riferirlo all’autorità di Darwin non ha funzionato né in teoria né in pratica. Oggi la psicanalisi è mummificata nelle scuole di psicoterapia, che dell’orda primitiva freudiana non hanno più nulla, ma sono semplici agenzie formative protette dallo Stato.

La seconda ragione è di ordine scientifico. Freud non poteva fondare una psicanalisi scientifica, quindi non poteva concepire un legame di convivenza scientifica tra i praticanti della psicanalisi, perché non era scientificamente aggiornato sulla scienza dei suoi tempi.[24] Quando scriveva i Tre saggi sulla teoria sessuale, vennero riscoperti i saggi di Mendel sulla genetica. Della genetica mendeliana non c’è traccia nelle 7000 pagine delle Gesammelte Werke. Quando scriveva L’avvenire di un’illusione, Heisenberg formulava il principio di indeterminazione della meccanica quantistica. La “scienza” freudiana, invece, è completamente deterministica, addirittura sovradeterministica. La sua metapsicologia è organizzata come un libro di patologia medica, con tanto di eziologia e patogenesi in testa. Infatti, Freud condivideva il pregiudizio, che è giunto fino a noi, che la medicina fosse una scienza. Organizzare la teoria psicanalitica in nome del principio di ragion sufficiente, che vige in modo ferreo in medicina, significa estromettere la psicanalisi dal campo della scientificità. Purtroppo è quel che ha fatto Freud, di cui noi oggi paghiamo le conseguenze. Oggi esiste una legge che norma la psicoterapia, quella psicanalitica compresa, mentre non esiste ancora una legge che norma la fisica nucleare o la biologia darwiniana.

La terza ragione è di ordine specificamente psicanalitico. Freud non ha formulato una teoria specificamente psicanalitica del legame sociale. Se ricordate il disegno che Freud presenta alla fine dell’viii capitolo della sua Psicologia delle masse vedete che gli individui sono rappresentati da tratti pieni, che vanno dall’oggetto all’ideale dell’Io, mentre i legami intersoggettivi sono linee tratteggiate. Vuol dire che i legami sociali interindividuali non esistono? Vuol dire che esistono poco; non sono diretti, frutto dell’interazione tra soggetti, ma indiretti, mediati dalla comune identificazione con l’oggetto esterno comune, il capo dell’orda. Ma senza teoria analitica del legame sociale non ci può essere un legame sociale analitico.

Passando da Freud a noi, c’è da sfatare un altro luogo comune, che ci riguarda. Siamo soliti affermare che la scienza pretende di affermare verità categoriche, certezze assolute da applicare per sempre uguali a se stesse. Il comune senso filosofico ama dire che la scienza è un sapere che garantisce la propria verità. Questo è falso; la scienza non nutre di queste pretese, che lascia volentieri alla religione. Neppure la psicanalisi nutre pretese di verità. La psicanalisi è, come propone Lacan, una scienza congetturale[25] tanto quanto la fisica, la biologia e tutte le scienze umane. La psicanalisi, come ogni altra scienza, non è una religione, perché “non può se non avanzarsi” diceva Galilei,[26] e avanza mutando pelle, non conservando nei secoli la stessa dottrina, depositata in qualche catechismo. La conservazione è un problema di chi ha il potere; la scienza non ha potere, almeno finché non viene corrotta dal potere e, allora, cessa di essere scienza autonoma.

La metaanalisi – allora, e concludo – sarebbe una forma di pratica scientifica che mi sembra consona con le premesse freudiane; nel mio immaginario potrebbe estendere i riti freudiani dal piano individuale della cura psicanalitica al piano collettivo dell’analisi in quanto tale; anche nell’immaginario di Lacan, il conseguente legame sociale potrebbe risultare “ripulito da ogni necessità di gruppo”.[27]

Uso il condizionale, perché conosco bene le resistenze che si interpongono alla realizzazione di questa mia fantasia politica sulla psicanalisi. Undici anni fa feci a Milano una proposta analoga, che rimase lettera morta.[28] Perché? Credo di saperne alcune ragioni.

Perché i colleghi si sentono giudicati negativamente da una proposta che svaluta come non psicanalitica la loro formazione, che è avvenuta in termini di identificazione al loro maestro e alla dottrina della loro scuola? Questo è verissimo; purtroppo non so proprio come evitare questo scoglio, se non ricordando che la mia proposta non ha nulla di personalistico; mira a riformare la teoria politica della psicanalisi; non è una religione che richiede la conversione personale.

Perché i vecchi analisti, che possiedono le chiavi della dottrina, vogliono mantenere il potere di formare i giovani? Sì, c’è anche questo.

Perché a un certo punto ci si fissa su alcune acquisizioni che si considerano incontrovertibili e si vuole vivere tranquilli? Come negarlo?

Perché è finito il tempo della ricerca e ora dobbiamo guadagnarci da vivere? Certo. Tutto vero, ma il problema è più serio. Permettetemi di dirlo.

All’analisi, quindi a maggior ragione alla metaanalisi, si resiste a priori. La scoperta delle resistenze all’analisi è stata la grande scoperta pratica di Freud, una scoperta della stessa portata di quella dell’inconscio. All’analisi si resiste come si resiste alla scienza. Ma ecco l’inatteso paradosso! Alla scienza resistono non solo i suoi detrattori, ma gli stessi scienziati. Darwin resisteva alla propria teoria della selezione naturale, invocando il gradualismo nella formazione delle specie, rischiando di compromettere il suo “lungo ragionamento”, come lo chiamava lui. Einstein resisteva alla meccanica quantistica, che pure contribuì a far progredire. Freud resistette all’analisi da lui inventata, codificandola come dottrina eziologica di stampo medico,[29] chiamata metapsicologia, e rischiando di vanificare l’invenzione dell’inconscio.

E noi? E noi, che non resistiamo meno di quei grandi alla scienza, cosa possiamo fare?

Qualcosa, non poco e non da poco, lo possiamo fare; possiamo elaborare le nostre resistenze, magari inflettendole di quel poco o di quel tanto che basta a far emergere del nuovo. Non da soli, ovviamente, ma con chi ci sta.

Questo chiamo metaanalisi, se mai esiste. E siccome siamo intuizionisti, la metaanalisi esisterà, se la costruiremo. Ma attenzione, il lavoro da fare è molto.

Auguri di buon lavoro.

 


[1] Conferenza tenuta a Roma alla Libreria Mondadori di via Piave 18 il 24 gennaio 2013 su invito della d.ssa Gabriella Ripa di Meana.

[2]  Il termine freudiano non è né il goethiano Diwan né l’attuale Couch, ma è Ruhebett, “letto da riposo” (probabilmente contrapposto a “letto dove dormire”). Cfr. S. Freud, “Die Freudsche psychoanalytische Methode” (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 5 e S. Freud, “Zur Einleitung der Behandlung” (1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. viii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 467. Oggi la parola “divano” ricorre raramente nella letteratura psicanalitica. Si preferisce “lettino”; è un termine più medico (si pensi al lettino ginecologico).

[3]  La tecnica della sospensione è tipicamente moderna; fu inaugurata con l’invenzione delle geometrie non euclidee, che sospendono il postulato euclideo dell’unicità della parallela. La fisica quantistica si costruisce sospendendo la commutatività delle variabili dinamiche, valida in fisica classica. Le citate sospensioni non sono tra loro indipendenti, ma non posso entrare dell’analisi di questo punto interessante ma tecnicamente delicato.

[4]  Cfr. S. Freud, Über Psychotherapie (1904), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. v, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 17; trad. in osf, vol. iv, p. 432. Sono “a porre” quasi tutte le teorie psicanalitiche postfreudiane, che pongono nuovi significanti al centro delle loro speculazioni: Jung gli archetipi, Lacan i significanti, Bion la griglia. Personalmente preferisco teorizzare per via di “levare”, sospendendo per esempio il principio di ragion sufficiente.

[5]  In formule, Ø($x.f(x) ® Æ) ® $x.f(x), dove Ø è il simbolo della negazione, $ il quantificatore esistenziale applicato alla variabile x, ® il simbolo dell’implicazione e Æ è usato come simbolo della contraddizione. Poiché ($x.f(x) ® Æ) equivale a Ø$x.f(x), il principio classico di esistenza si può scrivere: ØØ$x.f(x) ® $x.f(x). In logica classica il principio di non contraddizione, essendo non contraddittorio, esiste onticamente. Ciò rende la logica classica una logica “interna” all’ontologia.

[6]  In formule, Ø$x.Øf(x) ® “x.f(x), dove ” è il quantificatore universale.

[7]  I logici medievali, che si affaticarono intorno al problema degli universali, non conoscevano, forse oscuramente intuivano, la funzione della logica intuizionista. Oggi la sospensione di questo assioma è rilevante in sociologia computazionale, che studia l’emergenza nelle folle di proprietà “nuove”, non riconducibili alla somma dei comportamenti dei singoli.

[8]  In formule, A Ú ØA, dove Ú indica l’operatore dell’alternativa vel.

[9] Nel citato Il tempo di sapere ne passo in rassegna alcuni.

[10] S. Freud, “Totem und Tabu” (1912-1913), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. ix, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 152; trad. osf, vol. vii, p. 130. Pudicamente le osf traducono “Männchen” con “maschio”. Freud riprende il suo mito, qualificandolo come just so story nel decimo capitolo della Psicologia delle masse. Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 136; trad. osf, vol. ix, p. 310.

[11] S. Freud, “Massenpsychologie und Ich-Analyse” (1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xiii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 128; trad. osf, vol. ix, p. 304. Questo modello è troppo semplicistico in quanto trascura le interazioni tra individui, che sottomette a un unico principio gerarchico.

[12] Ivi, p. 137, trad. osf, vol. ix, p. 311. Concorda con la riduzione freudiana del collettivo all’individuale Hans Kelsen in H. Kelsen, Il concetto di Stato e la psicologia sociale con particolare riguardo alla teoria delle masse di Freud (1922), in Id., La democrazia, trad. G. Contri, Il Mulino, Bologna 1984, p. 403. Va detto che la riduzione freudiana del collettivo all’individuale, sulla base dell’unicità della libido nelle rispettive psicologie è un artefatto. Freud non suppone alcuna interazione tra gli individui della massa, ciascuno dei quali è identificato con il proprio Führer e non istituisce alcuna collaborazione con il prossimo. In senso stretto, Freud non ha un’autentica concezione di massa e di legame sociale.

[13] G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807). VI.
Der Geist. C.
Der seiner selbst gewisse Geist.
Die Moralität. c.
Das Gewissen,
die schöne Seele,
das Böse und seine Verzeihung, trad. V. Cicero, Bompiani, Milano 2000, pp. 873-875 e p. 887.

[14] Nel modello freudiano, dominato com’è dall’alto, non esistono interazioni orizzontali.

[15] Si tratta di una mitologia ontologica che dall’Asinaria di Plauto arriva fino ai nostri tempi con la lotta servo-padrone di Hegel e la lotta di classe di Engels e Marx.

[16] Darwin non ha insegnato nulla a Freud, ivi compresa la lezione di biologia sul lupo, che è l’animale meno lupo che ci sia per i lupi; si sa che il lupo arriva a sacrificare se stesso per la sopravvivenza del branco.

[17] Non che la politica ordinaria, almeno in Italia, sia esercitata da soggetti meno primitivi.

[18] Affekt è un falso amico, non si traduce “affetto”!

[19] Infatti, già per dire “si suppone” Euclide dice upokéitai. Il soggetto è per definizione upokéimenos, supposto, participio passato di upokéisthai. Non c’è soggetto senza correlata supposizione epistemica già dal iii secolo a.C.

[20] J. Rawls, Una teoria della giustizia (1971), trad. U. Santini, Feltrinelli, Milano 1991, cap. i, § 3, p. 28. La proposta estesa della posizione originaria e del velo di ignoranza è ivi, cap. iii, § 24, p. 125.

[21] Nacherziehung. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 101; trad. osf, vol. xi, p. 602.

[22] Archaische Erbschaft. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 89; trad. osf, vol. xi, p. 594. Vedi anche S. Freud, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (1937-1938), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvi, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 204-205; trad. osf, vol. xi, p. 594.

[23] Phylogenetische Erinnerungsspur. Cfr. S. Freud, “Abriss der Psychoanalyse” (1940, postumo), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. xvii, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 117n; trad. osf, vol. xi, p. 421.

[24] Freud sapeva bene di non essere un uomo di scienza. Si definiva un conquistador e un avventuriero del pensiero, non uno scienziato e neppure un pensatore. Cfr. Lettera a Fliess del 1 febbraio 1900.

[25] Il tema della congettura e delle scienze congetturali occupa Lacan per almeno un ventennio. Cfr. J. Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage en psychanalyse” (1953), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, pp. 284-286; J. Lacan, “Variantes de la cure-type” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 361; J. Lacan, “La chose freudienne ou Sens du retour à Freud en psychanalyse” (1955), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 435; J. Lacan, “Situation de la psychanalyse et formation du psychanalyste en 1956” (1956), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 472; J. Lacan, “Subversion du sujet et dialectique du désir dans l’inconscient freudien” (1960), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 806; J. Lacan, “La science et la vérité” (1965), in Id., Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 863; “Lacan in Italia”, La Salamandra, Milano 1978, p. 112-113 (“Je considère que cette façon de manipuler la vérité comme valeur c’est le propre même de la conjecture, c’est transposer la vérité sur le plan de la conjecture. […] Le rapport entre la conjecture et le savoir implique évidemment la fonction du réel; comunicazione personale, 31 marzo 1974).

[26] G. Galilei, “Dialogo dei massimi sistemi (Prima giornata)” (1624-1630), in Galileo Galilei Opere, a c. F. Flora, Ricciardi, Milano Napoli 1953, p. 391.

[27] J. Lacan, “L’étourdit” (1972), in Scilicet, 1973, n° 4, p. 31; ristampato in Id., Autre écrits, Seuil, Paris 2001, p. 474.

[28] A. Sciacchitano, “‘Pensiamo, dunque sono’. Note sul legame sociale epistemico”, in Il legame sociale tra psicanalisti, a cura di M.V. Lodovichi e A. Sciacchitano, Milano Palazzo delle Stelline, 2 febbraio 2002, ets, Pisa 2003, pp. 199-225. Si trova all’url: http://www.sciacchitano.it/Alle%20soglie%20del%20sito/Pensiamo%20dunque%20sono.pdf .

[29] La medicina non è una scienza, anche se ai medici vengono assegnati i premi Nobel. La medicina è una tecnica di cura organica, che applica risultati acquisiti altrove: in chimica, fisica, biologia. Ne parlo alla pagina http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Perch%C3%A9%20la%20medicina%20non%20%C3%A8%20scienza.html

 

Associazioni liberamente fluttuanti

Né comunità né associazione

Da uno degli ultimi libri del filosofo John Rawls (1921-2002), Liberalismo politico,1 riprendo il titolo del cap. I.7, che suona proprio così: “né comunità né associazione”. Il riferimento a questo autore mi sembra “naturale” in psicanalisi, dato il suo approccio epistemico al contratto sociale attraverso il “velo di ignoranza”. Secondo questo autore, infatti, il contratto sociale si può immaginare che non avvenga sul piano ontologico della lotta di tutti contro tutti, ma sul piano dell’ignoranza di tutti nei confronti delle potenzialità sociali di tutti. In questa posizione, che Rawls definisce “posizione originaria”, l’azione politica diventa un vero e proprio “saperci fare con l’ignoranza”.2 Insomma, siamo liberi e potenzialmente democratici, perché siamo ignoranti. Questa tesi vale in modo particolare per lo psicanalista che opera sul piano epistemico del sapere che non si sa di sapere; per questa peculiarità l’analista occupa una posizione originariamente collettiva molto simile alla “posizione originaria”, come la definiva Rawls, intendendo socialmente indifferenziata; detto in termini freudiani, gli psicanalisti sono originariamente predisposti alle “associazioni libere” o, forse detto ancora meglio, alle “associazioni liberamente fluttuanti”, che ovviamente non sono associazioni in senso giuridico.

Fatta questa breve premessa, scendo dalle considerazioni filosofiche generali di Rawls al “piccolo mondo antico” della psicanalisi e affermo che il modo di associarsi degli analisti non può essere né quello dell’associazione né quello della comunità (o della scuola). Dimostro che le ragioni sono inerenti allo statuto della psicanalisi in quanto moderna pratica scientifica.

John Rawls
John Rawls
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