Lettera di Freud ad Abraham sull’analisi laica

Propongo la traduzione di una lettera che Freud scrisse a Karl Abraham nel novembre 1924.

Karl Abraham
Karl Abraham

È di particolare interesse perché cita la questione dell’analisi laica come un argomento che non vuole ancora portare all’interno della Società Psicanalitica Viennese (cosa che farà all’inizio del ’26), ma vuole gestire cercando di influenzare le cosiddette “autorità”.

Cita poi il rapporto di Freud con Arnold Durig e ci fornisce da una parte un contesto all’importantissima lettera di poche settimane prima, dall’altra mette in discussione la tesi che Durig sia stato il modello sul quale Freud ha plasmato il suo interlocutore immaginario nel dialogo che ha luogo nella Frage del Laienanalyse: mentre per Durig Freud parla di “ampia convergenza”, nella Frage scrive “di non essere riuscito a convertire [l’imparziale] al suo punto di vista”.

È importante poi l’accenno al fatto che Freud appoggiasse il progetto di Helene Deutsch di strutturare a Vienna l’insegnamento psicanalitico sul modello dell’Istituto Psicanalitico di Berlino: in più di un’occasione Freud ha affermato infatti che l’analista si forma con l’autoanalisi.

 

Vienna IX, Bergasse 19

28. XI. 24

Caro amico,

Com’era nelle Sue intenzioni, ho dato lettura della sua lettera presidenziale all’interno della Società. Oggi voglio iniziare in modo informale il mio rapporto mensile in qualità di presidente. Mi dica però se una forma diversa le pare più adeguata.

C’è poco da comunicare. Nel corso dell’assemblea generale l’associazione, a seguito della mia lettera, mi ha rieletto. Federn è il vice, Bernfeld e Rank segretari, Reik responsabile della biblioteca. Con la revisione degli ospiti, al Dr. Urbantschitsch è stato tolto il diritto all’ospitalità. La maggioranza degli elementi più giovani ha deprecato la pubblicità poco rumorosa [sic] e di cattivo gusto che egli fa alla sua attività a Vienna. Alcuni dei più anziani sono dalla sua parte, Federn era profondamente risentito per il trattamento riservato al suo analizzando, sebbene egli non poté contraddire né il giudizio sulla sua scarsa attitudine intellettuale, né il giudizio sulla sua inaffidabilità e carente amor del vero.

Nell’ultima seduta, il 26. XI., la Deutsch ha tenuto una conferenza sulla menopausa nella donna, ricevendo un apprezzamento generale. La vedo oggi, mi deve presentare un piano per costituire un nuovo comitato didattico e organizzare l’insegnamento psicanalitico in stretto collegamento con il modello di Berlino. Sono d’accordo e spero che in questo modo riesca a farlo passare. È un tentativo di far fuori la cattiva amministrazione di Hirschmannsehe.

Non appartiene all’ambito della vita dell’associazione un avvenimento che mi riguarda e che può diventare importante. Il fisiologo Durig fa parte del Consiglio Superiore di Sanità e, come tale, è altamente “ufficiale”. Egli mi ha chiesto una perizia sull’analisi laica e io gliel’ho fornita per iscritto, poi ne ho discusso con lui a voce e fra di noi è risultata esserci un’ampia convergenza. Spero che adesso, per tutte le questioni di questo tipo, le autorità mi ascoltino.

Lei ha già letto la mia lettera a Eitingon con la descrizione del commiato di Rank. Spero che Ferenczi le abbia già inviato l’importante lettera di Brill che era indirizzata a lui. Ora posso aspettarmi che Berlino prenda posizione sull’insediamento del comitato, proposto in ultima istanza da Jones e Ferenczi.

Recentemente ho rivisto il mio recente contributo alla rivista, “La nota sul notes magico”. È da allora che non lavoro. La mia protesi mi tormenta ancora molto. Leggendo il suo accenno al divieto biblico di cucinare, ho avuto un déjà vu che non ho ancora chiarito, come se la connessione fosse stata già stata ribadita una volta o l’altra, sebbene io non riesca facilmente a stabilirla.

Cordiali saluti a Lei ai Suoi,

il suo Freud

 

Lettera di Freud a Federn sull’analisi laica

Paul Federn
Paul Federn
Propongo una nuova traduzione della lettera che Freud scrisse a fine marzo 1926 a Paul Federn, a quel tempo sostanzialmente a capo della Società Psicanalitica Viennese.

Esprime una forte reazione di fronte all’atteggiamento conservativo degli analisti viennesi che respingono l’istanza dell’analisi laica. È allo stesso tempo una chiara manifestazione della risolutezza con la quale affronterà da quel momento in poi la questione, in particolare nel testo omonimo che scriverà pochi mesi dopo e che costituirà l’inizio simbolico di una discussione che ancora oggi non ha trovato soluzione.

Nell’ultimo capoverso si addensano elementi che ritroveremo nel successivo svilupparsi della questione laica: la metafora bellica e lo strutturarsi della discussione su basi conflittuali. Ne è espressione, ancora oggi, il concetto di “difesa della psicanalisi”. In entrambi i casi la dimensione scientifica passa in secondo piano.

Freud sembra già consapevole nel 1926 che dovrà occuparsi dell’autonomia della psicanalisi “fino a che vivrà”. È stato buon profeta: dal suo esilio londinese scriverà nel febbraio 1939, con ancora più durezza, le stesse cose.

L’espressione che vuole la psicanalisi “inghiottita” dalla medicina richiama un passaggio del settimo capitolo de “La questione dell’analisi laica”:

Noi, infatti, non ci teniamo affatto che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina, magari archiviata definitivamente in qualche manuale di psichiatria, al capitolo terapia, insieme a trattamenti come suggestione ipnotica, autosuggestione, persuasione che, generati dalla nostra ignoranza, devono la loro effimera efficacia all’inerzia e alla vigliaccheria delle masse umane.

Ma soprattutto un passaggio del “Poscritto” (1927):

In realtà ancora oggi diffido dei medici, perché non so se il loro corteggiare la psicanalisi sia da ricondurre al primo o al secondo sottostadio della teoria della libido secondo Abraham, cioè se vogliano impossessarsi dell’oggetto per distruggerlo o per conservarlo.

 

Vienna IX, Bergasse 19

27.III.1926

Caro Dottore!

La ringrazio per la Sua dettagliata relazione sulla discussione della questione laica che ha avuto luogo nella Società.

A mio parere, con essa non è cambiato nulla. Non pretendo che i membri abbraccino le mie opinioni, ma io le sosterrò, così come sono, in privato, in pubblico e in tribunale, anche se dovessi rimanere da solo. Per ora c’è sempre qualcuno di loro che sta dalla mia parte.

Fino a che si potrà evitarlo, non monterò un caso sulla divergenza rispetto agli altri. Se la faccenda diventasse più importante, sfrutterei l’occasione per rinunciare alla presidenza, ora solo nominale, senza rovinare i nostri soliti rapporti.

Una volta o l’altra la battaglia per l’analisi laica va combattuta fino in fondo. Meglio ora che in seguito. Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina. Non c’è naturalmente alcun motivo per tener nascoste ai membri della Società queste mie affermazioni.

Cordiali saluti,
il Suo Freud

 

Ein Schlag ins Wasser

Un buco nell’acqua

Max Eitingon
Max Eitingon

Nella raccolta di lettere di Freud, curata da Ernst L. Freud e pubblicata da Boringhieri nel lontano 1960, questa lettera a Max Eitingon, fondatore del Policlinico psicanalitico di Berlino, non figura. Perché? Perché tratta della psicanalisi laica, quella esercitata da non medici, secondo la nota equazione freudiana laici = non medici? Perché è un tema che non garba all’establishment della psicanalisi, ormai schierato dalla parte dei medici contro Freud? Ragionare in termini paranoici è troppo facile, addirittura spontaneo, quasi naturale, essendo naturalmente paranoico l’assetto dell’Io forte, che piace agli psicoterapeuti. Più pertinente e meno immaginaria è un’altra considerazione più formale, che giustifica la censura. Questa lettera è lo sfogo di un Freud “incazzato”, che registra il fallimento del proprio progetto scientifico, anche se pateticamente non si rende conto – da anima bella qual era – di quanto grande sia stata la propria parte di responsabilità nel provocarlo. “Tutto ciò non è per niente bello” – Es ist nicht schön, questa è la chiusa della lettera – deve aver pensato il curatore dell’antologia.

Certo è che un vero spirito imparziale non può non congetturare che, se Freud non avesse conferito alla psicanalisi un assetto teorico-pratico di stampo medico ­– medico in teoria, con una metapsicologia strutturata come l’eziopatogenesi delle malattie mediche, e medico in pratica come cura mirante alla restituzione dello stato di prerimozione infantile – l’esito dello scontro con lo spirito corporativo della classe medica sarebbe stato probabilmente diverso. Non sarebbe stato un buco nell’acqua – ein Schlag ins Wasser.

Abbiamo noi altre chance? Non è troppo tardi per rimettere in sesto la psicanalisi su basi laiche, veramente non mediche? Non è tutto perduto per la tuttora giovane scienza freudiana?

Chissà, forse no; magari facendo nostra un po’ della sana incazzatura di Freud, magari non rivolgendola solo ai medici ma estendendola a tutti coloro che vorrebbero ridurre la psicanalisi a bibita analcolica.

 

Vienna 3.4.1928[1]

Caro Max,

la lettera svizzera, che allego (io non l’ho ricevuta, ma non ne sono arrabbiato), mi dà l’occasione di scriverle di nuovo così presto. Mi sembra di vedere che l’affare sia veramente serio, anche se non proprio urgente. Siamo di fronte a uno sviluppo che non si riesce facilmente ad arrestare. Probabilmente la finalità ultima, già segnalata da Ferenczi, è che l’IPA riconoscerà, oltre ai misti, anche i gruppi puramente medici e puramente laici.

L’argomento degli svizzeri, secondo cui anche in America esistono due gruppi,[2] avrebbe valore solo se si trattasse della coesistenza di un gruppo di Ginevra o di Zurigo con un gruppo svizzero generale. Naturalmente i nuovi svizzeri[3] non parlano delle ben note aspirazioni particolaristiche che Oberholzer ha confessato ancora una volta nella sua lettera circolare e che giustificano la nostra diffidenza; ma la cosa non può contribuire a tranquillizzarci.

Indubbiamente il mio scritto sull’analisi laica è stato un buco nell’acqua. Mi sono sforzato di risvegliare uno spirito comunitario analitico che dovrebbe contrapporsi allo spirito corporativo medico, ma l’operazione non ha avuto successo. Non mancheranno conseguenze e non saranno favorevoli, ma probabilmente non mi turberanno più. Mi ha ostacolato anche il fatto di essere, per così dire, un generale senza armata. Dei troppo pochi laici che volevo guidare, Rank è decaduto a millantatore; Reik, benché continui a lavorare bene, si è reso personalmente odioso; invece Pfister, con tutto il suo calore e la sua bontà, sfiora il ridicolo. Rimangono solo i pedagoghi, dai quali può venir fuori qualcosa, se si organizzeranno.

Ne vien fuori che mi sono tirato addosso la disapprovazione generale anche attraverso Avvenire di un’illusione. Rimbombano intorno a me solo cupe allusioni di ogni genere. Qualche giorno fa ricevetti un libretto di Binswanger, Wandlungen in der Auffassung des Traumes: von den Griechen zur Gegenwart.[4] È molto buono, con tutte le caratteristiche dell’autore che conosciamo: la sua fredda correttezza, il suo inchinarsi alla psicologia e alla filosofia ufficiali, ecc. L’ultima parola del libro, anche letteralmente, è: Dio. Ladri e assassini che non siete altro! Non sono riuscito a trattenermi dallo scrivergli come io supponga che il suo Dio sia un distillato filosofico, e ancora come, benché personalmente molto misurato, quasi astinente, io abbia un grande rispetto per robusti bevitori quali, per esempio, G. Keller e Böcklin. Solo che mi sembrano un po’ strane le persone che riescono a ubriacarsi con bibite analcoliche. Ma non cambia nulla con queste piacevolezze. Tutto ciò non è per niente bello.

Cordiali saluti a entrambi,
vostro Freud.

Traduzione di Antonello Sciacchitano
Revisione Davide Radice e Silvana Abbrescia Rath

 

Note

[1] Risposta all’ultima lettera di Eitingon.

[2] L’American Psychoanalytic Association e la New York Psychoanalytic Society, fondate entrambe nel 1911.

[3] Si tratta della nuova società di analisti medici svizzeri.

[4] Springer, Berlin 1928, trad. Elisabetta Basso, Ludwig Binswanger, Il sogno: mutamenti nella concezione e interpretazione dai Greci al presente, Quodlibet, Macerata 2009.

 

Una lettera di Freud alla Neue Freie Presse sul caso Reik

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud scrisse nel luglio 1926 al giornale viennese “Neue Freie Presse”.

Neue Freie Presse

In essa compare una difesa di due laici eccellenti, Theodor Reik e Anna Freud, rei di aver offuscato la fama degli analisti medici. Freud ne approfitta poi per annunciare l’imminente pubblicazione de “La questione dell’analisi laica” proponendone un brevissimo riassunto.

 

[Neue Freie Presse: Il Dott. Reik e la questione dei guaritori* (1926)
Una lettera del Professor Freud alla »Neue Freie Presse«]

 

Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato »Notizie dai circoli psicanalitici«, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

»… negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi rispetto ai medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili.«

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo.

Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Ad oggi l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo.

Annuncio di una pubblicazione »Sulla questione dell’analisi laica«

Approfitto di questa occasione per comunicare che ho appena dato alle stampe un libretto »Sulla questione dell’analisi laica«. In esso cerco di mostrare cosa sia una psicanalisi; cosa pretenda dagli analisti; dibatto sui non facili rapporti fra psicanalisi e medicina e da questa esposizione faccio derivare quali serie perplessità emergano contro l’applicazione meccanica del paragrafo sui guaritori al caso dell’analista istruito.

Poiché ho rinunciato al mio studio viennese e ho limitato la mia attività al trattamento di un piccolissimo numero di stranieri, spero che per questo annuncio io non venga accusato di essermi fatto una pubblicità contraria alle regole professionali.

Con la massima stima,

il Vostro Professor Freud.

______
* [Apparso per la prima volta sulla “Neue Freie Presse” del 18 luglio 1926, p. 12 (incluso ›Annuncio di una pubblicazione Sulla questione dell’analisi laica‹).]

 

Nel passaggio in cui Freud riassume il proprio lavoro sulla questione dell’analisi laica, non traduco con “mostrare cos’è la psicoanalisi”, come è riportato nell’edizione della Boringhieri, ma con “mostrare cosa sia una psicanalisi”. Non è solo una questione linguistica, Freud afferma chiaramente nel suo testo del 1926 di proporsi il compito di spiegare ad una persona che non si è mai stesa sul divano cosa accada durante un trattamento psicanalitico. Quindi, anche nel passaggio successivo, è la situazione analitica, non la psicanalisi in astratto, a “pretendere” dall’analista una serie di competenze, ad esempio saper lavorare con il transfert e con le resistenze.

 

Bibliografia

S. Freud, Dr. Reik und die Kurpfuschereifrage (1926), in Gesammelte Werke, Nachtragsband – Texte aus den Jahren 1885 bis 1938, Imago Publishing Co. Ltd., London 1996, pp. 715-717.

S. Freud, Il Dottor Reik e il problema dei guaritori empirici, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978, pp. 425-430.

 

Due fra le ultime lettere di Freud sull’analisi laica

Propongo la traduzione di due brevissime lettere di Freud sull’analisi laica che si collocano fra l’estate del 1938 e l’inverno del 1939. La prima, del luglio 1938, è indirizzata a Jacques Schnier ed è citata nella biografia di Ernest Jones su Freud. La seconda è indirizzata invece a Smith Ely Jelliffe ed è databile a febbraio 1939.

S. Freud a Londra
S. Freud a Londra

Testimoniano il persistere del tema dell’analisi laica e l’estremo vigore con il quale Freud riprende l’argomento, ormai più di dieci anni dopo che la “questione” era stata sollevata dal caso Reik. Occupandosi della situazione americana, queste lettere sono come una lente di ingrandimento e mostrano che il problema dell’analisi laica non riguardava solo i requisiti di accesso alla formazione analitica, ma riguardava essenzialmente l’autonomia e la specificità stessa della psicanalisi. In queste missive non c’è nessuno scarto fra psicanalisi e psicanalisi laica.

 

5 Luglio 1938

Caro Schnier,

Non riesco a immaginarmi da dove possa venir fuori questa stupida diceria secondo la quale io avrei cambiato opinione sul problema dell’analisi laica. La verità è che non mi sono mai discostato da queste opinioni e addirittura insisto su di esse ancor più di prima di fronte all’evidente inclinazione degli americani di fare della psicanalisi solo una serva della psichiatria.

Sinceramente suo,
Sigmund Freud

 

Febbraio 1939

Caro Dott. Jelliffe:

Grazie per il suo articolo assai interessante. Da parte mia nessun commento. So che in tutti questi anni lei è stato uno dei miei seguaci più sinceri e fedeli. Sorrido spesso ricordando la pessima accoglienza che le riservai a Gastein incontrandola per la prima volta e vedendola in compagnia di Stekel.

La sua nota in cui dice che la psicanalisi si è diffusa negli Stati Uniti più in estensione che in profondità mi ha profondamente colpito in quanto particolarmente vera. Non sono affatto felice di vedere che in America l’analisi è diventata la serva della psichiatria e nulla più. Mi ha ricordato il parallelismo con il destino delle nostre signore di Vienna che, a causa dell’esilio, sono diventate domestiche che servono nelle famiglie inglesi.

Con i più cordiali saluti,
il suo Sigm. Freud

 

Bibliografia

Ernest Jones, The Life and Work of Sigmund Freud, vol. III, Hogarth Press, London 1957, pp. 300-301.

Franz Alexander, Samuel Eisenstein, Martin Grotjahn, Psychoanalytic pioneers, Transaction Publishers, New Brunswick / London 1995, p. 228.

 

Prassi profana e analisi laica in una lettera di Freud del ’24

Arnold Durig
Arnold Durig

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud, nel novembre 1924, inviò ad Arnold Durig, membro del Consiglio Superiore di Sanità.

Questa lettera presenta molteplici motivi di interesse: in primo luogo è un’anticipazione della Frage der Laienanalyse, tratta infatti precisamente dell’indipendenza della psicanalisi dalla medicina e più in generale del problema dell’autorizzazione all’esercizio dell’analisi. In secondo luogo, citando anche la pratica analitica da parte di “incompetenti”, si presta a testare la scelta di traduzione che abbiamo fatto per il testo del 1926: laddove Freud con Laien intende privi di sapere, incompetenti, non preparati all’analisi, traduciamo con “profani”, laddove invece intende il significato più ristretto di “non medici”, traduciamo con “laici”.

 

Stimato professore,

apprezzo davvero che voglia ascoltare il mio giudizio su due questioni che toccano la psicanalisi e cercherò di giustificare la sua fiducia con un’illimitata franchezza. Considerato questo proposito, la sua promessa di massima discrezione mi è di grande aiuto.

Alla prima delle sue domande, sulle qualità di medico e sulle qualità personali del Dr. N. Arb, mi è difficile rispondere, poiché in questa vicenda il fattore soggettivo e quello oggettivo si contrappongono. Al contrario, sulla faccenda della prassi profana1 ho una mia opinione che considero definitiva2 e che volentieri esprimo a personalità influenti.

I. Conosco il Dott. A. da diversi anni […]3

II. In riferimento all’esercizio della psicanalisi, penso che i profani debbano esserne tenuti alla larga. Il trattamento psicanalitico non è affatto un procedimento come altri, poiché nel caso in cui sia esercitato a regola d’arte è un intervento terapeutico molto efficace; va da sé che produce danni se viene impiegato in modo maldestro o irresponsabile. Non può esserci dubbio sul fatto che in Inghilterra e in America l’abuso della psicanalisi da parte di incompetenti4 sia stato assai nefasto e abbia danneggiato la reputazione della psicanalisi.

Ma chi può essere definito un profano o un incompetente nelle cose della psicanalisi? Io intendo chiunque non abbia acquisito una sufficiente formazione teorica e tecnica in psicanalisi; essendo precisamente5 indifferente se possieda o meno una laurea in medicina. I medici che non abbiano dedicato alla psicanalisi uno studio specifico, come ad esempio l’oftalmologo alla propria specialità, vanno pienamente equiparati ai profani6 e sono anzi più pericolosi di questi ultimi poiché si sentono non responsabili e protetti dal proprio titolo di dottore. L’attuale formazione del medico non fa nulla per prepararlo all’esercizio della psicanalisi, al contrario distoglie il suo interesse dal mondo dei fenomeni psichici e la stessa psichiatria omette di colmare questa lacuna della sua conoscenza del mondo e dell’uomo.

Posso certo pensare che non vi sia alcuna possibilità di interdire ai medici incapaci l’esercizio della psicanalisi, cosa che rimane riservata agli sforzi degli analisti stessi e alla cultura del pubblico.7

D’altra parte non si tratta di riservare l’addestramento psicanalitico e l’esercizio della psicanalisi esclusivamente alla classe medica. Non è così per diverse ragioni. Sebbene la psicanalisi sia cresciuta su un terreno medico, da tempo non è più una faccenda meramente medica. I suoi metodi, i suoi presupposti e i suoi risultati sono diventati significativi per una serie di scienze umane come la mitologia, la storia della letteratura, la storia della religione, la storia della civiltà e addirittura indispensabili per la pedagogia. A tutti coloro che sono interessati non si può bloccare l’accesso alla psicanalisi. In psicanalisi esperienza e convinzione vengono invece acquisite facendosi analizzare ed esercitando l’analisi su altri.

Lo stesso trattamento psicanalitico può essere descritto sia come un’influenza educativa, sia come un’influenza medica, essendo essenzialmente, anche per malati con già una diagnosi medica, una posteducazione dell’adulto attraverso l’azione sulla sua vita psichica inconscia. Ciò è intimamente connesso con la natura e l’eziologia delle nevrosi. Finora questi stati patologici non ci sono stati accessibili dal loro versante somatico, ma dal loro versante psichico.

Un non medico8 che abbia una buona disposizione individuale e una buona preparazione generale può, attraverso un corso di circa 2 anni, essere messo in grado di intraprendere, con prospettive di successo, il trattamento psicanalitico delle nevrosi e, acquisendo sempre più esperienza in questo campo della terapia, potrà fare tutto quello che è consentito al metodo psicanalitico. Va solo richiesto che questo analista non medico rimanga in stretto contatto con un medico per ottenere da lui la diagnosi e l’indicazione per il trattamento e per rimettere alla sua decisione tutte le eventuali complicanze. Naturalmente è incontestabile che l’analista medico, considerata la sua indipendenza e la sua visione più approfondita, sarà decisamente in vantaggio rispetto all’analista non medico, ma finora solo pochi medici si sono decisi a intraprendere in modo serio e coscienzioso la terapia psicanalitica. Viene sollevata la questione di cosa possa essere considerata una formazione sufficiente per l’esercizio pratico della psicanalisi e quale istanza debba giudicarla. Oggi esistono in molte grandi città come Vienna, Berlino, Budapest e Londra dei gruppi locali dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale che sono guidati dai miei allievi più eminenti. Dal 1920 esiste a Berlino un istituto psicanalitico collegato a un policlinico. Ivi è stato istituito un corso didattico di 2 anni che comprende: 1) l’autoanalisi9 del discente (l’esperienza dell’analisi in quanto oggetto della stessa); 2) l’insegnamento teorico e 3) il trattamento di casi selezionati di nevrosi sotto la sorveglianza degli istruttori. A Vienna si sta sviluppando un istituto simile. Se un giorno si dovesse trattare della regolamentazione legale dell’autorizzazione a praticare la psicanalisi, si potrebbe affidare l’esame dei candidati alle sopracitate associazioni psicanalitiche. Le società richiederebbero la prova di una formazione come quella che si può ottenere seguendo il corso del Policlinico di Berlino.

Nel sottoporre queste mie considerazioni al suo benevolo giudizio e attestandole la mia massima stima, rimango

il suo devoto,

Freud

 

Note

1 [Laienpraxis.]

2 [entschiedene. Non è solo un’opinione ferma, ma ha un carattere definitivo, infatti Freud non cambierà idea fino alla fine. Già nel 1924 Freud aveva quindi compreso che la questione dei Laien e dei ciarlatani dell’analisi andava affrontata in modo radicale affermando che per l’esercizio dell’analisi il titolo di medico è praticamente ininfluente, essendo la psicanalisi una scienza nuova.]

3 [Tralascio di tradurre questa parte perché si riferisce ad un parere di Freud su una persona che non ha nulla a che vedere con la questione dell’analisi profana / laica.]

4 [Unberufene. Non è il caso di fermarsi al letterale “non chiamati”. Dietro questo termine c’è un pezzo di cultura protestante che può essere dipanato fino in fondo. Gli Unberufene sono quelle persone che non sono state “chiamate”, non hanno una vocazione [Beruf] e quindi non si sono scelte un mestiere, una professione [Beruf]. In questo senso fanno delle attività senza essere competenti, proprio come i ciarlatani, che Freud definisce nel 1926 come “chi intraprende un trattamento senza possedere le conoscenze e le capacità necessarie”. Detto diversamente: non sono dei professionisti, ma dei dilettanti. Siamo così arrivati a una delle altre possibili traduzioni di Laie nel senso di profano, che mi era sembrata corretta per tradurre i Laienärzte nella Prefazione alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi del 1915 e che mi conferma nel tradurre qui Laie con “profano” e non con “laico”.]

5 [zwar. Non può essere tralasciato, soprattutto in questa frase che è il nucleo della lettera e che si riallaccia a una frase di analoga importanza della Frage. Si tratta di una parola che spiega il carattere definitivo della posizione di Freud. Poiché è riuscito a “vedere” nei termini essenziali il problema, poiché – come direbbe lui – è riuscito a portare un chiarimento [Aufklärung] sulla questione, la sua opinione può essere definitiva.]

6 [Qui si misura la portata del rovesciamento dei termini del problema. Un’analoga posizione Freud esprimerà nella Frage: “oso affermare che i medici, non solo in Europa, forniscono alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.]

7 [Aufklärung des Publikums. È il passaggio più difficile della lettera. Quasi sempre nella Frage abbiamo tradotto il termine Aufklärung con “spiegazione” o con “chiarimento”, a seconda dei contesti. In questo caso però non basta. Va recuperato tutto il potenziale di senso che questo termine si porta dietro. L’Auf davanti a klärung riporta a una dimensione di apertura, come un aprirsi su una nuova dimensione di comprensione, come l’acquisire un nuovo punto di vista che permette di uscire dall’ignoranza. Non per nulla è il termine che indica il movimento di pensiero che traduciamo in italiano con Illuminismo. Nel passaggio di questa lettera è come se ricomprendesse l’essenza del lavoro analitico, quel lavoro di civiltà [Kulturarbeit] di cui Claus-Dieter Rath ha parlato estesamente nel suo intervento sul blog e che ho creduto di poter condensare qui con la parola cultura. Rappresenta infatti l’approdo, il risultato acquisito con quel lavoro.]

8 [Eine nicht ärztliche Person. Il non medico è la definizione di Laie che Freud dà in apertura della Frage der Laienanalyse e che spiega il titolo di quel testo. Non è l’analisi dei profani, ma l’analisi dei laici: il fatto di non essere medico non dice nulla sul possesso di competenze e conoscenze necessarie a praticare l’analisi. Constatiamo quindi che in questa lettera sono presenti entrambi i significati del termine Laie: il primo, “profano”, l’abbiamo già visto nella Prefazione alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi e ancora nella prima parte di questa missiva. Il secondo, “laico”, si presenta qui direttamente con il senso specificato perentoriamente da Freud. Mi sembra una sostanziale conferma della bontà della scelta di tradurli in modo diverso. È chiaro infatti che il termine Laie si presta a contenere entrambi i significati, mentre ciascuna delle parole italiane tende a privilegiare uno solo dei due: nel caso del profano, l’incompetenza; nel caso del laico, la mancanza del titolo. Tradurre sempre con “profano” nella Frage significa negare il senso stesso dello scritto, appiattendo la posizione di Freud su quella dell’imparziale. Tradurre invece sempre con “laico” nella Frage fa perdere comunque forza al movimento semantico che attraversa tutti i primi 5 capitoli e che alla fine del V risolve l’enigma iniziale “i laici non sono propriamente laici”. L’estensione poi di questa scelta a questa lettera e agli altri testi dove compare Laie sarebbe fuorviante e impedirebbe di comprendere il senso del discorso di Freud.]

9 [Selbstanalyse. Freud intende qui l’analisi didattica, con un analista didatta, ma scrive autoanalisi. È una sua prerogativa linguistica, che non trova conferma nei testi teorici e nei regolamenti o nei resoconti degli istituti che cita; una sua prerogativa come quella di essere un “caso eccezionale” e di analizzare ma non essere analizzato.]

 

Bibliografia

Deux lettres inédites de Freud concernant l’exercice de la psychanalyse par les non-médecins, in “Revue internationale d’histoire de la psychanalyse”, 3, Presses Universitaires de France, Paris 1990, pp. 14-19.

Due lettere di Freud concernenti l’esercizio della psicanalisi da parte dei laici in AA.VV. Cortesie per gli ospiti – Il problema dell’analisi condotta da non laici, Il Laboratorio, Torino 1997, pp. 177-191.

Due lettere di Sigmund Freud sulla genesi della ‘Questione dell’analisi laica’ in S. Freud, Sulla storia della psicoanalisi (Per la storia del movimento psicoanalitico. La questione dell’analisi laica), Boringhieri, Torino 2005 (non più in commercio), pp. 193-197.

 

Una lettera di Freud su psicanalisi, psicologia e università

Propongo una nuova traduzione della lettera di Freud a Judah Leon Magnes datata 5 dicembre 1933.

Judah Leon Magnes
Judah Leon Magnes

I motivi di interesse di questo testo sono diversi. Provo a indicarne alcuni:

  • Una definizione scientifica di psicanalisi (“scienza dei processi psichici inconsci“) che scansa il sostantivo “inconscio”, facile preda di reificazioni.
  • Il riferimento al principio di fecondità come principale parametro di valutazione di una scienza. Nella valutazione della psicologia accademica come “sterile”, troviamo precisamente il contrario di quanto Freud aveva affermato nel 1919, in un intervento pubblico sull’università, a proposito del “pensiero analitico che feconda i campi del sapere”.
  • Una posizione molto equilibrata sul rapporto fra psicanalisi e psicologia. Non c’è contrapposizione: la psicanalisi è “anche” psicologia, può essere considerata il fondamento della psicologia.

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