Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro. Leggi tutto “Domande nell’ombra, profane costruzioni”

Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud

“Le malattie che le medicine non curano, le cura il ferro;
quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco;
quelle che il fuoco non cura, bisogna ritenerle incurabili.”
Ippocrate, Aforismi.

Premessa

15 anni fa, nel maggio 1998, feci a Berlino al iv Congresso della Fondation européenne pour la psychanalyse una comunicazione dal titolo: Das Unbehagen in der Psychoanalyse heisst Psychotherapie (“Il disagio in psicanalisi si chiama psicoterapia”). Sostenevo che la psicanalisi non è scienza ma l’etica della scienza. Aggiungevo che la psicanalisi soffre per essere ridotta a psicoterapia. Soffre perché la risposta terapeutica soffoca la domanda di etica.

15 anni dopo non ho cambiato idea. Grazie alla nuova traduzione della Frage der Laienanalyse di Freud, in collaborazione con Davide Radice (Mimesis, Milano 2012), posso precisare meglio la premessa. Oggi sostengo che, proprio nella versione teorica e pratica datale da Freud, la psicanalisi freudiana non è scienza, ma si presenta come variante della medicina. Oggi sono convinto che la psicanalisi sia scienza, ma la tesi sul disagio non cambia, anzi viene ribadita: la psicanalisi soffre per essere ingabbiata in una sovrastruttura medica: in teoria nella metapsicologia, in pratica nella  psicoterapia. La psicanalisi soffre nella gabbia medicale costruita da Freud intorno al nucleo scientifico della sua psicanalisi;[1] la costruzione medicale, per la precisione ippocratica,[2] di Freud impedisce alla cura psicanalitica, che originariamente non è medica, di diventare l’etica adatta all’epoca scientifica. Leggi tutto “Il disagio nella psicanalisi freudiana ovvero l’abbaglio medicale di Freud”

Cinque conferenze di Worcester e Questione dell’analisi laica

Propongo una nuova traduzione di due brani tratti dalla prima e dalla terza conferenza delle cinque tenute da Freud, nel settembre 1909, presso la Clark University di Worcester nel Massachusetts.

S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi
S. Freud, G. Stanley Hall, C. Jung; A.A. Brill, E. Jones, and S. Ferenczi

Considero questi brani come l’affacciarsi, per la prima volta, della questione dell’analisi laica. In essi è distintamente presente uno degli elementi fondamentali della “questione”, ovvero il tema dell’incompetenza dei medici e degli psichiatri di fronte alla malattia psichica, in questo caso l’isteria. Freud usa per la prima volta il termine Laien per significare che i medici e gli psichiatri sono allo stesso livello dei profani e non hanno alcuna presa sui nevrotici.

Questi brani sono importanti anche perché mettono in evidenza un tratto che contraddistingue il testo del 1926, ovvero l’ambivalenza nei confronti dei medici e della medicina. Da una parte, Freud è quasi ossessionato dai medici, non attribuisce loro alcun sapere in ambito psichico e li esclude in modo categorico dalla possibilità di dare un aiuto ai pazienti; d’altra parte, questa ossessione sembra coprire l’evidenza che il discorso medico struttura di fatto l’approccio freudiano alla malattia psichica; si pensi al concetto di “trauma” o a quello di “ristabilimento”.

 

SULLA PSICANALISI

CINQUE CONFERENZE,
TENUTE PER IL VENTENNALE DELLA FONDAZIONE
DELLA CLARK UNIVERSITY
DI WORCESTER, MASSACHUSETTS,
SETTEMBRE 1909

(1910)

I

[…]

[VIII 4] Ho appreso, non senza soddisfazione, che la maggioranza dei miei uditori non appartiene alla classe medica. Non dovete temere che sia necessaria una particolare preparazione medica per poter seguire quanto ho da dirvi. Tuttavia percorreremo un tratto in compagnia dei medici, ma presto ce ne separeremo e accompagneremo il Dott. Breuer su una via del tutto singolare.

La paziente del Dott. Breuer, una ragazza ventunenne di elevate doti intellettuali, ha sviluppato, in oltre due anni di malattia, una serie di disturbi somatici e psichici che certamente meritavano di essere presi sul serio. Aveva una paralisi da contrattura ad entrambe le estremità del lato destro con insensibilità delle stesse; periodicamente la stessa affezione alle membra della parte sinistra del corpo; disturbi dei movimenti oculari e varie carenze della capacità visiva; difficoltà nel portamento del capo; un’intensa tussis nervosa; senso di nausea prima dell’assunzione di cibo e una volta, per parecchie settimane, un’incapacità di bere nonostante una sete tormentosa; una riduzione della loquela, fino alla perdita della capacità di parlare o di comprendere la sua madrelingua; infine stati di assenza, di confusione, di delirio, di alterazione dell’intera personalità; tutti sintomi ai quali più tardi dovremo rivolgere la nostra attenzione.

Sentendo parlare di un quadro sintomatico di questo tipo, sareste inclini, pur non essendo medici, a supporre che si tratti di una malattia grave, probabilmente cerebrale, che offre scarse prospettive di guarigione e che potrebbe portare rapidamente alla morte del malato. I medici invece vi insegneranno che, per una serie di casi con manifestazioni così gravi, è giustificata un’interpretazione diversa [| VIII 5] e di gran lunga più favorevole. Se un quadro sintomatico di questo tipo si presenta in una giovane donna, i cui organi vitali interni (cuore, reni) risultano normali all’esame obiettivo, ma che ha provato intense turbe emotive, e se i singoli sintomi, per certe caratteristiche particolari, differiscono dalle aspettative, allora i medici non prendono troppo sul serio questo tipo di caso. Affermano che non si tratta di una malattia cerebrale organica, ma di quella condizione misteriosa che dai tempi della medicina greca è chiamata isteria e che riesce a simulare un gran numero di sintomi di malattie più gravi. Non ritengono quindi che la vita sia minacciata e, anzi, considerano probabile un completo ristabilimento della salute. Non è sempre molto facile distinguere un’isteria di questo tipo da una malattia organica più grave. Non abbiamo bisogno però di sapere in che modo viene fatto questo tipo di diagnosi differenziale; ci basti essere sicuri che il caso della paziente di Breuer è proprio uno di quei casi che nessun medico esperto può fare a meno di diagnosticare come isteria. A questo punto possiamo anche aggiungere, dal resoconto clinico, che la malattia è emersa mentre lei si prendeva cura del padre teneramente amato, il quale aveva una grave malattia che l’avrebbe portato alla morte e che lei, a causa della propria malattia, ha dovuto rinunciare a curarlo.

Finora ci è risultato vantaggioso procedere a fianco dei medici; ma fra poco ce ne separeremo. Infatti non dovete aspettarvi che, se la diagnosi di isteria prende il posto della diagnosi di una grave affezione cerebrale organica, la prospettiva del malato di poter ottenere un aiuto medico venga con ciò migliorata in modo sostanziale. Contro le gravi malattie del cervello l’arte medica è, nella maggior parte dei casi, impotente, ma anche contro le affezioni isteriche il medico non riesce a fare nulla. Deve lasciar decidere alla natura benigna, [| VIII 6] quando e come la sua promettente prognosi si realizzerà.

Con il riconoscimento dell’isteria, le cose cambieranno poco per il malato; molto di più cambieranno per il medico. Possiamo osservare come egli si ponga in modo totalmente diverso nei confronti dell’isterico rispetto a come si pone di fronte al malato organico. Non vuole mostrare al primo la stessa partecipazione che mostra al secondo, visto che la sua malattia è molto meno grave e, ciò nonostante, sembra avanzare la pretesa di essere preso altrettanto sul serio. Ma c’è anche dell’altro. Il medico, che attraverso i suoi studi ha imparato a conoscere così tante cose che sono precluse al profano, si è potuto formare delle idee sulle cause della malattia e sulle alterazioni che essa determina, ad esempio, nel cervello dei pazienti che soffrono di apoplessia o di neoplasia, idee che devono essere in una certa misura adeguate, poiché gli permettono di comprendere le singolarità del quadro sintomatico. Però, di fronte alle particolarità dei fenomeni isterici, tutto il suo sapere, la sua formazione anatomo-fisiologica e patologica, lo pianta in asso. Non è in grado di comprendere l’isteria, egli stesso le sta di fronte così come un profano. Ora, questo non va bene a nessuno di coloro che, solitamente, hanno un’assai grande stima del proprio sapere. Gli isterici perdono quindi la sua simpatia; li considera persone che trasgrediscono le leggi della sua scienza, li guarda come gli ortodossi guardano gli eretici; li crede capaci di ogni male possibile; li accusa di esagerare, di ingannare consapevolmente e di simulare; e li punisce togliendo loro il proprio interesse.

[…]

III

[…]

L’elaborazione delle idee spontanee che si presentano al paziente quando si sottopone alla regola psicanalitica fondamentale non è l’unico nostro mezzo tecnico per dischiudere l’inconscio. Allo stesso scopo servono altri due metodi, l’interpretazione dei suoi sogni e la valorizzazione dei suoi atti mancati e casuali.

Vi confesso, miei cari uditori, di aver a lungo esitato sull’opportunità di offrirvi, invece di questa stringata panoramica sull’intero ambito della psicanalisi, [| VIII 32] un’esposizione dettagliata dell’interpretazione dei sogni. Mi ha trattenuto un motivo puramente soggettivo e in apparenza secondario. Mi sembrava quasi sconveniente, in questo paese rivolto a mete pratiche, presentarmi come »interprete di sogni« prima ancora che voi poteste sapere quale sia l’importanza che quest’arte antiquata e dileggiata può arrivare a reclamare. L’interpretazione dei sogni è in realtà la via regia verso la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicanalisi e il terreno sul quale ogni operatore deve acquisire la propria convinzione e deve perseguire la propria formazione. Quando mi si chiede come si possa diventare psicanalista, io rispondo: studiando i propri sogni. Finora tutti gli avversari della psicanalisi hanno evitato, con opportuna discrezione, di dare un apprezzamento sull’»Interpretazione dei sogni«, oppure si sono adoperati per averne ragione con le obiezioni più superficiali. Se voi, al contrario, riuscirete ad accettare le soluzioni ai problemi della vita onirica, le novità che la psicanalisi pretende dal vostro pensiero non vi causeranno più alcuna difficoltà.

Non dimenticate che le nostre produzioni oniriche notturne, da una parte, mostrano la più grande somiglianza esteriore e affinità interiore con le creazioni della malattia mentale, dall’altra, sono però compatibili con la piena salute della vita vigile. Non è un paradosso affermare che chi dimostra stupore invece che comprensione nei confronti di queste »normali« illusioni sensoriali, idee deliranti e alterazioni caratteriali, non ha la minima possibilità di comprendere le formazioni abnormi degli stati psichici patologici in modo diverso da quello del profano. Fra questi profani potete oggi tranquillamente annoverare quasi tutti gli psichiatri.

 

Bibliografia

S. Freud, Gesammelte Schriften, vol. IV, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig – Wien – Zürich 1924, pp. 349-406,.

S. Freud, The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XI, Hogarth Press, London 1957, pp. 1-57.

S. Freud, Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, pp. 125-173.

S. Freud, Gesammelte Werke, vol. VIII, Imago Publishing Co., Ltd., London 1996, pp. 3-60.

 

Prassi profana e analisi laica in una lettera di Freud del ’24

Arnold Durig
Arnold Durig

Propongo una nuova traduzione di una lettera che Freud, nel novembre 1924, inviò ad Arnold Durig, membro del Consiglio Superiore di Sanità.

Questa lettera presenta molteplici motivi di interesse: in primo luogo è un’anticipazione della Frage der Laienanalyse, tratta infatti precisamente dell’indipendenza della psicanalisi dalla medicina e più in generale del problema dell’autorizzazione all’esercizio dell’analisi. In secondo luogo, citando anche la pratica analitica da parte di “incompetenti”, si presta a testare la scelta di traduzione che abbiamo fatto per il testo del 1926: laddove Freud con Laien intende privi di sapere, incompetenti, non preparati all’analisi, traduciamo con “profani”, laddove invece intende il significato più ristretto di “non medici”, traduciamo con “laici”.

 

Stimato professore,

apprezzo davvero che voglia ascoltare il mio giudizio su due questioni che toccano la psicanalisi e cercherò di giustificare la sua fiducia con un’illimitata franchezza. Considerato questo proposito, la sua promessa di massima discrezione mi è di grande aiuto.

Alla prima delle sue domande, sulle qualità di medico e sulle qualità personali del Dr. N. Arb, mi è difficile rispondere, poiché in questa vicenda il fattore soggettivo e quello oggettivo si contrappongono. Al contrario, sulla faccenda della prassi profana1 ho una mia opinione che considero definitiva2 e che volentieri esprimo a personalità influenti.

I. Conosco il Dott. A. da diversi anni […]3

II. In riferimento all’esercizio della psicanalisi, penso che i profani debbano esserne tenuti alla larga. Il trattamento psicanalitico non è affatto un procedimento come altri, poiché nel caso in cui sia esercitato a regola d’arte è un intervento terapeutico molto efficace; va da sé che produce danni se viene impiegato in modo maldestro o irresponsabile. Non può esserci dubbio sul fatto che in Inghilterra e in America l’abuso della psicanalisi da parte di incompetenti4 sia stato assai nefasto e abbia danneggiato la reputazione della psicanalisi.

Ma chi può essere definito un profano o un incompetente nelle cose della psicanalisi? Io intendo chiunque non abbia acquisito una sufficiente formazione teorica e tecnica in psicanalisi; essendo precisamente5 indifferente se possieda o meno una laurea in medicina. I medici che non abbiano dedicato alla psicanalisi uno studio specifico, come ad esempio l’oftalmologo alla propria specialità, vanno pienamente equiparati ai profani6 e sono anzi più pericolosi di questi ultimi poiché si sentono non responsabili e protetti dal proprio titolo di dottore. L’attuale formazione del medico non fa nulla per prepararlo all’esercizio della psicanalisi, al contrario distoglie il suo interesse dal mondo dei fenomeni psichici e la stessa psichiatria omette di colmare questa lacuna della sua conoscenza del mondo e dell’uomo.

Posso certo pensare che non vi sia alcuna possibilità di interdire ai medici incapaci l’esercizio della psicanalisi, cosa che rimane riservata agli sforzi degli analisti stessi e alla cultura del pubblico.7

D’altra parte non si tratta di riservare l’addestramento psicanalitico e l’esercizio della psicanalisi esclusivamente alla classe medica. Non è così per diverse ragioni. Sebbene la psicanalisi sia cresciuta su un terreno medico, da tempo non è più una faccenda meramente medica. I suoi metodi, i suoi presupposti e i suoi risultati sono diventati significativi per una serie di scienze umane come la mitologia, la storia della letteratura, la storia della religione, la storia della civiltà e addirittura indispensabili per la pedagogia. A tutti coloro che sono interessati non si può bloccare l’accesso alla psicanalisi. In psicanalisi esperienza e convinzione vengono invece acquisite facendosi analizzare ed esercitando l’analisi su altri.

Lo stesso trattamento psicanalitico può essere descritto sia come un’influenza educativa, sia come un’influenza medica, essendo essenzialmente, anche per malati con già una diagnosi medica, una posteducazione dell’adulto attraverso l’azione sulla sua vita psichica inconscia. Ciò è intimamente connesso con la natura e l’eziologia delle nevrosi. Finora questi stati patologici non ci sono stati accessibili dal loro versante somatico, ma dal loro versante psichico.

Un non medico8 che abbia una buona disposizione individuale e una buona preparazione generale può, attraverso un corso di circa 2 anni, essere messo in grado di intraprendere, con prospettive di successo, il trattamento psicanalitico delle nevrosi e, acquisendo sempre più esperienza in questo campo della terapia, potrà fare tutto quello che è consentito al metodo psicanalitico. Va solo richiesto che questo analista non medico rimanga in stretto contatto con un medico per ottenere da lui la diagnosi e l’indicazione per il trattamento e per rimettere alla sua decisione tutte le eventuali complicanze. Naturalmente è incontestabile che l’analista medico, considerata la sua indipendenza e la sua visione più approfondita, sarà decisamente in vantaggio rispetto all’analista non medico, ma finora solo pochi medici si sono decisi a intraprendere in modo serio e coscienzioso la terapia psicanalitica. Viene sollevata la questione di cosa possa essere considerata una formazione sufficiente per l’esercizio pratico della psicanalisi e quale istanza debba giudicarla. Oggi esistono in molte grandi città come Vienna, Berlino, Budapest e Londra dei gruppi locali dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale che sono guidati dai miei allievi più eminenti. Dal 1920 esiste a Berlino un istituto psicanalitico collegato a un policlinico. Ivi è stato istituito un corso didattico di 2 anni che comprende: 1) l’autoanalisi9 del discente (l’esperienza dell’analisi in quanto oggetto della stessa); 2) l’insegnamento teorico e 3) il trattamento di casi selezionati di nevrosi sotto la sorveglianza degli istruttori. A Vienna si sta sviluppando un istituto simile. Se un giorno si dovesse trattare della regolamentazione legale dell’autorizzazione a praticare la psicanalisi, si potrebbe affidare l’esame dei candidati alle sopracitate associazioni psicanalitiche. Le società richiederebbero la prova di una formazione come quella che si può ottenere seguendo il corso del Policlinico di Berlino.

Nel sottoporre queste mie considerazioni al suo benevolo giudizio e attestandole la mia massima stima, rimango

il suo devoto,

Freud

 

Note

1 [Laienpraxis.]

2 [entschiedene. Non è solo un’opinione ferma, ma ha un carattere definitivo, infatti Freud non cambierà idea fino alla fine. Già nel 1924 Freud aveva quindi compreso che la questione dei Laien e dei ciarlatani dell’analisi andava affrontata in modo radicale affermando che per l’esercizio dell’analisi il titolo di medico è praticamente ininfluente, essendo la psicanalisi una scienza nuova.]

3 [Tralascio di tradurre questa parte perché si riferisce ad un parere di Freud su una persona che non ha nulla a che vedere con la questione dell’analisi profana / laica.]

4 [Unberufene. Non è il caso di fermarsi al letterale “non chiamati”. Dietro questo termine c’è un pezzo di cultura protestante che può essere dipanato fino in fondo. Gli Unberufene sono quelle persone che non sono state “chiamate”, non hanno una vocazione [Beruf] e quindi non si sono scelte un mestiere, una professione [Beruf]. In questo senso fanno delle attività senza essere competenti, proprio come i ciarlatani, che Freud definisce nel 1926 come “chi intraprende un trattamento senza possedere le conoscenze e le capacità necessarie”. Detto diversamente: non sono dei professionisti, ma dei dilettanti. Siamo così arrivati a una delle altre possibili traduzioni di Laie nel senso di profano, che mi era sembrata corretta per tradurre i Laienärzte nella Prefazione alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi del 1915 e che mi conferma nel tradurre qui Laie con “profano” e non con “laico”.]

5 [zwar. Non può essere tralasciato, soprattutto in questa frase che è il nucleo della lettera e che si riallaccia a una frase di analoga importanza della Frage. Si tratta di una parola che spiega il carattere definitivo della posizione di Freud. Poiché è riuscito a “vedere” nei termini essenziali il problema, poiché – come direbbe lui – è riuscito a portare un chiarimento [Aufklärung] sulla questione, la sua opinione può essere definitiva.]

6 [Qui si misura la portata del rovesciamento dei termini del problema. Un’analoga posizione Freud esprimerà nella Frage: “oso affermare che i medici, non solo in Europa, forniscono alla psicanalisi il maggiore contingente di ciarlatani”.]

7 [Aufklärung des Publikums. È il passaggio più difficile della lettera. Quasi sempre nella Frage abbiamo tradotto il termine Aufklärung con “spiegazione” o con “chiarimento”, a seconda dei contesti. In questo caso però non basta. Va recuperato tutto il potenziale di senso che questo termine si porta dietro. L’Auf davanti a klärung riporta a una dimensione di apertura, come un aprirsi su una nuova dimensione di comprensione, come l’acquisire un nuovo punto di vista che permette di uscire dall’ignoranza. Non per nulla è il termine che indica il movimento di pensiero che traduciamo in italiano con Illuminismo. Nel passaggio di questa lettera è come se ricomprendesse l’essenza del lavoro analitico, quel lavoro di civiltà [Kulturarbeit] di cui Claus-Dieter Rath ha parlato estesamente nel suo intervento sul blog e che ho creduto di poter condensare qui con la parola cultura. Rappresenta infatti l’approdo, il risultato acquisito con quel lavoro.]

8 [Eine nicht ärztliche Person. Il non medico è la definizione di Laie che Freud dà in apertura della Frage der Laienanalyse e che spiega il titolo di quel testo. Non è l’analisi dei profani, ma l’analisi dei laici: il fatto di non essere medico non dice nulla sul possesso di competenze e conoscenze necessarie a praticare l’analisi. Constatiamo quindi che in questa lettera sono presenti entrambi i significati del termine Laie: il primo, “profano”, l’abbiamo già visto nella Prefazione alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi e ancora nella prima parte di questa missiva. Il secondo, “laico”, si presenta qui direttamente con il senso specificato perentoriamente da Freud. Mi sembra una sostanziale conferma della bontà della scelta di tradurli in modo diverso. È chiaro infatti che il termine Laie si presta a contenere entrambi i significati, mentre ciascuna delle parole italiane tende a privilegiare uno solo dei due: nel caso del profano, l’incompetenza; nel caso del laico, la mancanza del titolo. Tradurre sempre con “profano” nella Frage significa negare il senso stesso dello scritto, appiattendo la posizione di Freud su quella dell’imparziale. Tradurre invece sempre con “laico” nella Frage fa perdere comunque forza al movimento semantico che attraversa tutti i primi 5 capitoli e che alla fine del V risolve l’enigma iniziale “i laici non sono propriamente laici”. L’estensione poi di questa scelta a questa lettera e agli altri testi dove compare Laie sarebbe fuorviante e impedirebbe di comprendere il senso del discorso di Freud.]

9 [Selbstanalyse. Freud intende qui l’analisi didattica, con un analista didatta, ma scrive autoanalisi. È una sua prerogativa linguistica, che non trova conferma nei testi teorici e nei regolamenti o nei resoconti degli istituti che cita; una sua prerogativa come quella di essere un “caso eccezionale” e di analizzare ma non essere analizzato.]

 

Bibliografia

Deux lettres inédites de Freud concernant l’exercice de la psychanalyse par les non-médecins, in “Revue internationale d’histoire de la psychanalyse”, 3, Presses Universitaires de France, Paris 1990, pp. 14-19.

Due lettere di Freud concernenti l’esercizio della psicanalisi da parte dei laici in AA.VV. Cortesie per gli ospiti – Il problema dell’analisi condotta da non laici, Il Laboratorio, Torino 1997, pp. 177-191.

Due lettere di Sigmund Freud sulla genesi della ‘Questione dell’analisi laica’ in S. Freud, Sulla storia della psicoanalisi (Per la storia del movimento psicoanalitico. La questione dell’analisi laica), Boringhieri, Torino 2005 (non più in commercio), pp. 193-197.

 

Formazione medica e psicanalisi: una difficoltà

Propongo una nuova traduzione di un brano tratto dalla Prefazione [Einleitung] alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi [Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse] di Freud e collocabile nell’autunno del 1915.

 

L'Università di Vienna a inizio '900
L’Università di Vienna a inizio ‘900

 

Ho scelto di tradurre questo brano per due motivi: il primo è che rappresenta l’emergere di un tema che sarà fondamentale nella Frage der Laienanalyse, ovvero il rapporto fra formazione medica e psicanalisi. Il secondo motivo è che in questo brano compare per due volte il termine Laie [profano / laico].

Credo si possa tranquillamente affermare che nel testo del 1926, a partire dall’introduzione e fino al quinto capitolo, Freud cerca di attuare un vero e proprio spostamento del significato di questa parola, da “profano” a “laico”. Si tratta di due significati già presenti nella lingua, ma che nel contesto della discussione sulla formazione analitica vedono, all’inizio, il prevalere del solo significato di “profano”, di “dilettante”. Nella lezione del 1915 possiamo riconoscere questa prima accezione del termine tedesco. Va compresa bene, perché undici anni dopo, nel dialogo con l’imparziale, lo sparring partner immaginario di Freud usa ancora il termine Laie in questo senso.

Beffardamente, il significante “profano” è arrivato per due volte a essere usato nel titolo di traduzioni italiane della Frage der Laienanalyse. La beffa sta nel fatto che Freud, per scansare gli equivoci, afferma nella prima riga della sua opera che con il termine Laien intende “non medici”, volendo quindi indicare solo che non hanno una laurea in Medicina e non dando affatto un giudizio di merito sulla loro competenza ad analizzare, elemento invece implicito nella traduzione con “profani”.

Spero con queste traduzioni, ma anche con le note che abbiamo inserito nella nostra traduzione “La questione dell’analisi laica”, di contribuire ad un’acquisizione stabile del termine “laico” per il Laie freudiano nel testo del 1926.

 

Lezioni d’introduzione alla psicanalisi

1. Prefazione

[…]

Per una seconda difficoltà nel vostro rapporto con la psicanalisi non posso più ritenere responsabile quest’ultima, ma voi stessi, miei uditori, quantomeno nella misura in cui finora avete intrapreso studi di medicina. La vostra preparazione ha dato alla vostra attività di pensiero una determinata direzione che porta lontano dalla psicanalisi. Siete stati istruiti a dare un fondamento anatomico alle funzioni dell’organismo e ai suoi disturbi, a spiegarli in termini chimici e fisici, a comprenderli in termini biologici. Ma non una porzione del vostro interesse è stata indirizzata verso la vita psichica; eppure è in essa che culmina l’attività di questo organismo meravigliosamente complicato. Perciò è rimasto a voi estraneo un modo di pensare psicologico e vi siete abituati a considerarlo con diffidenza, a disconoscergli il carattere di scientificità e a lasciarlo ai profani, ai poeti, ai filosofi della natura e ai mistici. Questa limitazione è certamente un danno per la vostra attività medica, giacché il malato all’inizio vi mostrerà, come è regola in tutte le relazioni umane, la sua facciata psichica e io temo che voi sarete costretti, per punizione, a lasciare una porzione del tanto agognato influsso terapeutico a coloro che tanto disprezzate: ai medici dilettanti, ai naturopati e ai mistici.

Non ignoro la scusante che si può far valere per questa carenza della vostra preparazione. Manca la scienza filosofica ausiliaria che possa essere messa al servizio dei vostri intenti medici. Né la filosofia speculativa, né la psicologia descrittiva oppure la cosiddetta psicologia sperimentale collegata alla fisiologia sensoriale, così come vengono insegnate nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione fra il somatico e lo psichico e di darvi la chiave per comprendere un eventuale disturbo delle funzioni psichiche. È vero che all’interno della medicina la psichiatria si occupa di descrivere i disturbi psichici osservati e di raggrupparli in quadri clinici, ma nei loro momenti migliori gli stessi psichiatri dubitano che i loro enunciati puramente descrittivi meritino il nome di scienza. I sintomi che vengono raggruppati in questi quadri clinici sono sconosciuti per quello che riguarda la loro provenienza, il loro meccanismo e la loro connessione reciproca; ad essi corrispondono o cambiamenti non documentabili dell’organo anatomico dell’anima, oppure cambiamenti a partire dai quali non si può trovare alcun chiarimento. Questi disturbi psichici sono quindi accessibili a un influsso terapeutico solo quando li si può riconoscere come effetti collaterali di un’affezione organica di altro genere.

Ecco qui la lacuna che la psicanalisi si sforza di colmare. Essa vuole dare alla psichiatria il fondamento psicologico che le manca, spera di scoprire quel terreno comune a partire dal quale comprendere il coincidere di disturbo somatico e disturbo psichico. A questo scopo deve mantenersi libera da ogni presupposto, ad essa estraneo, di natura anatomica, chimica o fisiologica; deve a ogni costo lavorare con concetti ausiliari puramente psicologici e proprio per questo, io temo, da principio vi risulterà strana.

 

La prima occorrenza del termine Laie ci introduce a misurare la distanza fra la formazione medica e l’approccio psicologico: si finisce per lasciare quest’ultimo ai profani, a coloro che non sanno, che non sono preparati a livello teorico in campo psicologico. Freud usa il termine Laie con lo stesso significato dell’apertura del breve saggio Der Dichter und das Phantasieren del 1907, laddove con uns Laien [noi profani] esprime la propria ignoranza verso il fenomeno dell’ispirazione poetica, il suo esserne totalmente escluso.

La seconda occorrenza del termine Laie è nella parola composta Laienärzten che ho tradotto con “medici dilettanti”. L’altra traduzione possibile è quella di “medici empirici”, da interpretare come contrapposto ai medici che invece hanno una formazione teorica acquisita all’università. Tuttavia questi medici “profani” hanno paradossalmente delle competenze psicologiche superiori a quelle dei medici normali, riescono a maneggiare il transfert in un modo più proficuo avendo quindi un influsso terapeutico sui pazienti. Al di là di questo aspetto, il punto centrale è che i “medici dilettanti” non hanno alcuna formazione specifica e vengono pertando biasimati come incompetenti se non addirittura come ciarlatani.

Ora, come già detto, è in questo senso che si esprime per quasi tutto il dialogo della Frage l’interlocutore imparziale di Freud quando usa il termine Laie. Il termine Laienanalytiker, che spesso utilizza, è un calco del termine Laienarzt. Mentre Freud parla di analisti non medici, ovvero non laureati in medicina, l’imparziale intende analisti dilettanti, analisti senza preparazione, visto che per lui la preparazione “vera” alla psicanalisi è solo quella medica. È allora solo con l’enunciazione di un abbozzo di programma formativo che Freud potrà affermare che i Laien (i non medici), se sono preparati, se sono formati, non sono più Laien (profani) nelle cose dell’analisi.

Un altro motivo d’interesse di questo testo è dato dall’utilizzo di due espressioni piuttosto particolari: “scienza filosofica ausiliaria” e “concetti ausiliari puramente psicologici”. Richiamano un passaggio della Frage der Laienenalyse che ci permette di comprendere cosa intende Freud: parlando dell’apparato psichico, Freud dice di “immaginarlo” come sviluppato spazialmente con un “davanti” e un “dietro”, un “superfiale” e un “profondo”. Alle rimostranze dell’imparziale, Freud ribatte che si tratta solo di una “rappresentazione ausiliaria”, ovvero non empirica ma scientifica e si allaccia al “come se” di Hans Vaihinger. Il valore di queste rappresentazioni si misura “con quello che da esse si può ottenere”. Questo è l’ennesimo riferimento ad una scienza “costruttiva” che si basa sul principio di fecondità. Peraltro il riferimento ai “concetti ausiliari puramente psicologici” e alle “rappresentazioni ausiliarie” ci porta direttamente al concetto di “costruzione” in analisi, che troverà uno sviluppo esaustivo solo nell’omonima opera del 1937: se nella teoria della psicanalisi si parla di “concetti ausiliari”, nella pratica analitica, allo stesso livello, avremo “costruzioni”.