Freud, Ferenczi e la posizione dell’analista

Devo a Moreno Manghi la segnalazione di questo brano di Sándor Ferenczi tratto dal testo del 1927 Das Problem der Beendigung der Analysen, conosciuto in Italia come Il problema del termine dell’analisi. Manghi ha avuto due ottime intuizioni: che questo brano fosse molto più incisivo e fecondo di quanto non traspaia dalla traduzione italiana; che questo brano potesse portare luce sulla differente posizione che Sigmund Freud e Sándor Ferenczi attribuiscono all’analista nella cosiddetta “situazione analitica”. Leggi tutto “Freud, Ferenczi e la posizione dell’analista”

Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro.

Quindi parliamo del desiderio dell’analista. Della sua etica. Qual è l’etica dello psicanalista? Gli analisti sono esseri morali? Devono avere una morale? O più di una? Una morale che cambia secondo i gusti? I tempi, la politica o i ricordi?

Fino ad ora nessuno si è preso cura di chi eserciti la psicanalisi. Sì, si è presa troppo poco a cuore la questione [la domanda], ci si è uniti soltanto sul desiderio [in dem Wunsch] che nessuno dovesse esercitarla, con differenti motivazioni [Begründungen], che in fondo poggiano [zugrunde lag] sulla medesima avversione2.

Perché nella nostra vita è apparsa l’esperienza che si chiama psicanalisi? Dopo un primo momento di sbandamento della cultura occidentale, è stata sveltamente annessa. Con onori e glorie assortite. Per quale motivo, in questo anno, 1926, nel pieno dell’assorbimento della psicanalisi da parte del sistema ideazionale dominante in Occidente, quindi già al tempo della riduzione di quanto nel discorso di Freud poteva essere curioso (inquietante, domandante) a una o più forme di terapie socialmente accolte e condivise, perché Freud si prende la briga di scrivere questo saggio dove ripassa tutto il suo lavoro, perché lo comincia così? La frase che vi ho letto è alla quarta riga, e dice: in realtà tutta questa diatriba se un analista debba essere un idraulico, astronauta o cacciatore di funghi, no, signore e signori, non è questo il punto. La questione è che in realtà non importa a nessuno. Niemand. Si desidera, ci si augura solo che non esista.

Perché? Quale ferita Freud ha costruito per la vita comune? Per quale faglia è passata la sua etica, che oggi come allora continua a porre la stessa questione: che sia affare di nessuno?

In analisi non accade che determinate domande vengano risolte e si proceda poi alla soluzione di altre. Questa sarebbe una definizione al modo di quelle che ci giungono dalle psicoterapie e dalle psicanalisi, purtroppo la quasi totalità, che sono in realtà psicoterapie travestite. Luoghi dove si suppone che le analisi siano il posto ove accada che determinati problemi vengano risolti e si proceda successivamente alla soluzione di altri. One by one, uno alla volta.

«Nel caso particolare della pratica freudiana, i “fatti” sono fatti sui generis: sono le narrazioni dei pazienti […]»3. Racconti fatti di racconti.

Succede in analisi che le stesse domande ricompaiono sempre di nuovo, oppure che interi territori del domandare scompaiono dalla voce e non vengono più trattati. Continenti che improvvisamente si inabissano, si dirigono verso il senza fondo. Chi sa se là trovano pace.

In psicanalisi abbiamo, dovremmo avere, questa etica: che non possiamo parlare in nome dell’etica. Quindi la situazione è delicata. Non possiamo parlare in difesa di un’etica nel senso di una morale qualsivoglia; e allora, qual è l’etica dell’analista? Etica indicibile, ineffabile, che si scorge e lavora solo se resta, ogni volta in parte, ogni volta tutta, nel segreto?

Se volete, è la questione – la domanda – dell’inconscio. Domanda che appartiene all’inconscio, che significa: nessuno dei due, né analista né analizzante, ne é padrone.

A mio parere, la situazione della psicanalisi è che ancora non è profana. Non lo è perché non è domanda. Voglio dire che è ancora risposta, percepisce se stessa e si descrive, si tecnicizza e si pratica come se potesse provenire ancora dal mondo della coscienza, dal mondo che lei stessa ha fatto vedere sotto la luce di una padronanza finta, posticcia.

Gli psicanalisti parlano di psicanalisi come se non lo fosse. Ma essa, in rapporto all’uso dei saperi e del pensiero, è del tutto un’altra lingua.

Si pone dunque il compito, forse sarà sempre ancora necessario, di fare la fatica di giungervi, a questa psicanalisi.

I due piccoli lavori di Freud ora in questione, mi offrono la possibilità di illustrare brevemente uno spicchio di questo strange fruit, che sarebbe la psicanalisi per come la sento.

Ciò che accade per eliminare la psicanalisi riducendola a terapia deriva, oltre che dall’accanimento di poteri culturali, medici o psicoqualcosa, anche dal fatto che gli psicanalisti stessi, inavvertitamente o meno, ne sono complici: perché non la pensano ancora come semplicemente profana.

La profanità stessa e la domanda che le è propria poggiano per me su un frammento filosofico intorno all’essere. Tratto cui la filosofia si è avvicinata più volte. Heidegger è forse colui che più di tutti l’ha intravisto, ma la filosofia non è giunta a pensarlo. Tratto forse rischioso, forse indicibile, non saprei. Tratto che cerca di pensare l’essere (solo) come domanda. Non in quanto Frage nach dem Sein4, domanda intorno all’essere, dove è ancora il pensiero ad essere pensato come l’autore che pone la domanda, ma in quanto Seinsfrage, domanda dell’essere, domanda che appartiene all’essere, domanda che appartiene all’essere in quanto domanda. Ne viene, tra l’altro, che noi veniamo al mondo come una domanda, che l’inconscio è un domandare infinito e che l’Altro, nel senso di Lacan, è una domanda immane.

Mi scuso per il breve cenno a questa cosa, ma spero che tenerla sullo sfondo da parte vostra mi aiuti a farmi ascoltare da voi oggi.

Domande nell’ombra, profane costruzioni. Il nostro titolo incrocia due piccoli lavori di Freud, La domanda dell’analisi profana (1926) e Costruzioni nell’analisi (1937). “Domande” e “profane” appartengono al primo scritto, “ombra” e “costruzioni” vivono nel secondo.

Dunque, la profanità sarebbe la condizione della domanda. L’analisi è tale se è fatta della loro inseparabile coappartenenza. Riguardo a Laien, lo preferisco profano piuttosto che laico. Laico viene dal greco Laos, popolo. Laikos è colui che appartiene al popolo e vive tra il popolo secolare; opposto di “ecclesiastico”. Ha un’area semantica un po’ servile: “nei conventi dicesi così il padre converso che fa da servo e non ha gli ordini sacri”.

Maurice Blanchot
Maurice Blanchot

Profano viene dal latino profanus, da pro e fanum (tempio). Quod pro fano est, ciò che è davanti al tempio, fuori, in balia del pubblico, quindi non sacro. Non può entrare nel tempio: non iniziato alla religione, empio, scellerato. Profano dunque è ciò che resta fuori, frequenta il Fuori5.

La psicanalisi, forse il sapere più sovversivo apparso in Occidente, è tale – e può essere a venire6 – solo se non si esime da questa dimensione di domanda inesausta, profanazione incessante di qualsiasi volontà di padroneggiamento. Altrimenti, ed è ciò che continuamente avviene, è psicoterapia non confessata come tale. Proprio come Freud, all’inizio del Disagio nella civiltà, sostiene quanto sia per lui sconfortante constatare che gli umani non riescono a sottrarsi alla necessità dei sistemi di consolazione, allo stesso modo è del tutto avvilente assistere alle continue alleanze degli psicanalisti con le forme di salvezze terapeutiche comandate (terapie consolatorie, adattamento all’esistente, farmacologia), emblemi di quel modo di sapere e di pensare che la psicanalisi da un secolo avrebbe il compito di oltrepassare.

Non abbiamo ora il tempo di mostrare quanto e come tale non cedere sulla qualità del proprio desiderio dell’analista (Lacan), e dell’autorizzarsi quotidiano che gli compete, comportino un lavoro della Cura del tutto differente da quello cui gli psicanalisti stessi sono ormai fin troppo adattati e al quale tentano di adattare i loro analizzanti7.

In psicanalisi critica l’impensabile, quel che si sottrae al pensiero, non è l’insuccesso. Ciò avviene in altri campi del sapere. Da noi, trattandosi di un sapere inconscio, è di un domandare che si sa. A partire da un domandare, per ritornarvi. Ma anche il nostro sapere è abituato alla volontà di sapere, e dunque di risposte e certezze. Gli è quindi difficile sostare nel paradosso, che ogni risposta sia solo un caso del domandare stesso, una sua offerta, un tratto del suo riposarsi in quanto domandare inesausto. Poiché ogni risposta è un dono del domandare, non dovrebbe essergli contro. Poi, il domandare si risveglia, ricomincia il suo lavoro e la risposta torna a essere quel che è sempre stata: un evento di un’interrogazione senza fine. Per noi è affascinante, ma per molti umani una sorta di persecuzione.

L’umano deriva da questo fondo che lo obbliga a domandare. Anche se passa quasi tutta la vita a fuggire da ciò, e non sa bene perché. Nel frattempo, la parola Grund ha il senso di “motivo” o “ragione”. Una “causa”. Abgrund è l’abisso. Un fondo che contiene in sé la possibilità di un senza fondo, il Grund sempre come ab-, il venir meno del fondo stesso. E questo abisso è per noi.

La scena umana, lo sconfinato farsi domanda, si sviluppa su un fondo – Ab-grund, una quinta sull’orlo dell’abisso – di altissima drammaticità. Nell’origine, se questo essere che noi siamo cacciando un urlo non trova il modo di avviare i motori, il gioco della vita non comincia neppure. Da avviare non è soltanto il respiro e i polmoni, ma il senso forse oscuro di essere un qualcosa, di avere qualche limite, qualche confine. Ma tale mappatura, questa geografia, è incerta, come le voci che arrivano e che la dicono, ma come? Per via di questo fondo di incertezza delle voci, delle parole da cui l’umano è costituito, il motore è l’angoscia. L’avviamento. Se non partisse, se l’incertezza non si incamminasse, non avremmo un umano.

Domandare significa, spesso con dolore, aprire un vuoto, tagliare un varco. Lì si apre lo spazio di gioco: si sospende il mondo, si sta, per un attimo, in attesa. L’inconscio è una pulsazione temporale (Lacan), la sua voce un battito. Per noi, un compito che non ha fine.

Ma le domande sono legate a un’ombra, non solo perché sono coperte dal mondo delle risposte oggettivanti. Anche per una ragione assai diversa. È per via della verità.

Andare nella verità è come finire in un baule, un barile, un calderone, antri notoriamente senza fondo, dove le cose si rimestano, ribollono e questa è la verità in cui in analisi andiamo a finire. Tralasciarlo, significa proibirsi un percorso che dà un certo piacere: che da noi la questione della verità non è quella dell’esattezza. Perché chiamiamo piacere il fatto che la verità si sottrae, e così i concetti che parlano, per come possono, questa mancanza? Altri, per la precarietà dell’esattezza, sarebbero in lutto.

«La verità non è un corso di addestramento»8. Profana considerazione umbratile.

C’è un certo rilievo nella considerazione che quel che muove l’umano alla vita stessa, la sua condizione di sorgenza in quanto domanda, a un tempo viaggia affiancata alla possibilità che di questo stesso domandare – il più proprio dell’umano – non si dia sufficiente tenuta.

Se non si desse un perenne resto della rappresentazione, basterebbe pensare una sola volta e si sarebbe pensato tutto il mondo. Tale mancanza costituisce, proprio come Freud sembra pensare che l’angoscia sia il vero motore dell’io, il movimento stesso del domandare, quel che tiene in vita. Questo paradosso sfugge a ogni ragione salvifica. Che la rappresentazione avanzi se stessa, il fatto che il domandare non abbia fine, è esiziale per l’umano: lo fa impazzire.

Costruzioni nell’analisi, è lì che Freud lo fa. Attraversa una verità che ha con sé anche la propria ombra. Non tutta, ovviamente. Non riducibile a un ordine di esattezza, pur partecipandovi.

Nelle Konstruktionen del 1937 si mostra una strana verità. In analisi non è la verità storica, non è quella pazientemente ricostruita, non sono i ricordi che riaffiorano, non è la carta geografica dei fatti, degli oggetti, degli eventi, non è nulla di ciò; tutto questo, il testo lo dice chiaramente, non si riesce a ottenere. Sembra essere la morte dell’analisi, è in realtà la sua vita. Perché la persona, in vece di tutto quello, si affida a una costruzione che non ha alcuna pretesa di verità, nel senso della verità che si è abituati a pensare come tale, ma fa parte di un’altra verità. Questo piccolo articolo di Freud lo dimostra parola per parola. La costruzione che l’Altro ha proposto svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato; tradotto, si potrebbe dire che prende il posto di una verità, quella agognata, calcolata, quella promessa, che non verrà mai. È questo il bello, non solo il fatto che la verità – del trauma, della famiglia, la verità storica -, non busserà mai alla porta, ma che il fatto che non verrà mai non fa male, non fa più male, addirittura fa bene. È questo il mistero. La cosa si può riportare in forma di domanda: se quello che fa bene in analisi – si guarisce, si sta meglio – non è la verità storica, la verità dei fatti, non sono i ricordi ricostruiti, non è la mappa rifatta, per quale motivo le analisi fanno bene? Perché le analisi, per usare il verbo classico, riescono? Non è la verità che guarisce. È la verosimiglianza.

Allora non è mai realmente accaduto? Non importa. Ciò che conta è che, sotto l’interrogazione insistente del silenzio dello psicanalista, diventiamo poco a poco capaci di parlarne, di farne il racconto, di fare di questo racconto un linguaggio che si ricorda e di questo linguaggio la verità animata dell’inafferrabile evento, – inafferrabile perché sempre mancato, una mancanza in rapporto a se stesso. Parola liberatrice in cui si incarna appunto come mancanza e così finalmente si realizza9.

Le domande d’ombra vivono di profane costruzioni.

In una celebre lettera a Pfister, Freud, parlando anche della domanda dell’analisi profana, dichiara di voler mettere l’analisi al riparo dai medici e dai preti. «Vorrei consegnarla a un ceto che non esiste ancora. Un ceto di pastori d’anime mondani, che non hanno bisogno di essere medici e possono permettersi di non essere preti»10.

Der Stand, il ceto, o forse il tronco, la radice, il capostipite di qualcosa, che si presenta talvolta anche dopo una lunga strada. Nachträglich, com’è giusto.

Altrimenti, si continua a diventare medici o preti. Nulla contro le due categorie, anzi. I primi salvano uomini, donne e bambini, i secondi salvano le anime. Siamo a posto. Siamo sempre stati a posto. Siamo sempre stati salvati.

Alberto Zino
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 «La psicanalisi – come inequivocabilmente insegna Freud – non è e non vuole essere una Weltanschauung. Da qui la sua irriducibilità alla religione, all’ideologia, comunque entrambe vengano intese, riproposte o rinnovate. Ma ciò richiede un’interrogazione critica su quanto fa sì che l’una e (o) l’altra possano divenire dominanti, giacché riguarda il costituirsi del sintomo come tale: ossia la testimonianza dell’orrore (ma al tempo stesso del suo misconoscimento) nei confronti e della finitudine e dell’inconscio.» (Rescio, Formazione, analisi e finitudine, in Trieb n. 4, Edizioni ETS, Pisa 1989.

2 Freud, Die Frage der Laienanalyse [1926], in Gesammelte Werke, vol. XIV, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1948, p. 209; ed. it. in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 351. [La questione dell’analisi laica, Conversazioni con un imparziale, Mimesis, Milano 2012, p. 23].

3 La questione dell’analisi laica, cit., p. 33n.

4 Heidegger sfiora la cosa, non solo in Sein und Zeit, ma anche nei testi forse più ‘poetici’, penso ai Beiträge e al Besinnung.

5 Il riferimento a Blanchot, che qui non abbiamo il tempo di frequentare, già da sé mi fa preferire il profano.

6 Sulla «produzione di inconscio», cfr. Deleuze, “Cinque proposizioni sulla psicanalisi”, in Psicanalisi e politica, Feltrinelli, Milano 1973.

7 Per questo, rimando al mio La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012.

8 Adorno, Il concetto di filosofia, manifesto libri, Roma 1999, p. 32.

9 Blanchot, L’infinito intrattenimento [1969], Einaudi, Torino 1977, p. 315.

10 Psicoanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino 1970, Lettera del 25 novembre 1928.