W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito”

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi.

Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale.

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Domande nell’ombra, profane costruzioni

Sto dicendo la verità; non tutta, ovviamente…

Il saggio è stato scritto nel luglio del 1926 e il suo titolo è stato tradotto Il problema dell’analisi condotta da non medici. Non è proprio così. Si chiama Die Frage der Laienanalyse, La questione dell’analisi laica, e questa differenza ci intrattiene quanto occorre. Nel mio intimo lo chiamo La domanda dell’analisi profana, mi intriga ancor più ed è consentito dal fragen di cui dice.

Freud, La domanda dell’analisi profana. Il titolo suggerisce che l’analisi, in quanto profana, è in grado di domandare. La sua profanità ne sarebbe la condizione1.

Quale domanda? Quale profanità? E ambedue, di quale verità sono portatrici? Ancora, si può dare, da noi, nella nostra casa, una verità senza il desiderio di un’etica?

Der Wunsch. Un desiderio, un’invocazione, un augurio. Caro Freud, lavoriamo per un’etica. Da tanto, ci rivolgiamo al padre della psicanalisi e gli chiediamo di aiutarci a trovare un’etica. Non so se ne sarà contento, ma ho l’impressione di sì.

Un’etica non è una morale. Anzi. Lo vediamo a proposito di un particolare tipo di vita comune, quella di un analista con il suo analizzante, o di un analizzante con il suo analista, leggetelo come volete, dipende da quale dei due appartiene. Il fatto è che nessuno appartiene all’altro dei due ma ambedue appartengono a qualcosa d’altro.

Quindi parliamo del desiderio dell’analista. Della sua etica. Qual è l’etica dello psicanalista? Gli analisti sono esseri morali? Devono avere una morale? O più di una? Una morale che cambia secondo i gusti? I tempi, la politica o i ricordi?

Fino ad ora nessuno si è preso cura di chi eserciti la psicanalisi. Sì, si è presa troppo poco a cuore la questione [la domanda], ci si è uniti soltanto sul desiderio [in dem Wunsch] che nessuno dovesse esercitarla, con differenti motivazioni [Begründungen], che in fondo poggiano [zugrunde lag] sulla medesima avversione2.

Perché nella nostra vita è apparsa l’esperienza che si chiama psicanalisi? Dopo un primo momento di sbandamento della cultura occidentale, è stata sveltamente annessa. Con onori e glorie assortite. Per quale motivo, in questo anno, 1926, nel pieno dell’assorbimento della psicanalisi da parte del sistema ideazionale dominante in Occidente, quindi già al tempo della riduzione di quanto nel discorso di Freud poteva essere curioso (inquietante, domandante) a una o più forme di terapie socialmente accolte e condivise, perché Freud si prende la briga di scrivere questo saggio dove ripassa tutto il suo lavoro, perché lo comincia così? La frase che vi ho letto è alla quarta riga, e dice: in realtà tutta questa diatriba se un analista debba essere un idraulico, astronauta o cacciatore di funghi, no, signore e signori, non è questo il punto. La questione è che in realtà non importa a nessuno. Niemand. Si desidera, ci si augura solo che non esista.

Perché? Quale ferita Freud ha costruito per la vita comune? Per quale faglia è passata la sua etica, che oggi come allora continua a porre la stessa questione: che sia affare di nessuno?

In analisi non accade che determinate domande vengano risolte e si proceda poi alla soluzione di altre. Questa sarebbe una definizione al modo di quelle che ci giungono dalle psicoterapie e dalle psicanalisi, purtroppo la quasi totalità, che sono in realtà psicoterapie travestite. Luoghi dove si suppone che le analisi siano il posto ove accada che determinati problemi vengano risolti e si proceda successivamente alla soluzione di altri. One by one, uno alla volta.

«Nel caso particolare della pratica freudiana, i “fatti” sono fatti sui generis: sono le narrazioni dei pazienti […]»3. Racconti fatti di racconti.

Succede in analisi che le stesse domande ricompaiono sempre di nuovo, oppure che interi territori del domandare scompaiono dalla voce e non vengono più trattati. Continenti che improvvisamente si inabissano, si dirigono verso il senza fondo. Chi sa se là trovano pace.

In psicanalisi abbiamo, dovremmo avere, questa etica: che non possiamo parlare in nome dell’etica. Quindi la situazione è delicata. Non possiamo parlare in difesa di un’etica nel senso di una morale qualsivoglia; e allora, qual è l’etica dell’analista? Etica indicibile, ineffabile, che si scorge e lavora solo se resta, ogni volta in parte, ogni volta tutta, nel segreto?

Se volete, è la questione – la domanda – dell’inconscio. Domanda che appartiene all’inconscio, che significa: nessuno dei due, né analista né analizzante, ne é padrone.

A mio parere, la situazione della psicanalisi è che ancora non è profana. Non lo è perché non è domanda. Voglio dire che è ancora risposta, percepisce se stessa e si descrive, si tecnicizza e si pratica come se potesse provenire ancora dal mondo della coscienza, dal mondo che lei stessa ha fatto vedere sotto la luce di una padronanza finta, posticcia.

Gli psicanalisti parlano di psicanalisi come se non lo fosse. Ma essa, in rapporto all’uso dei saperi e del pensiero, è del tutto un’altra lingua.

Si pone dunque il compito, forse sarà sempre ancora necessario, di fare la fatica di giungervi, a questa psicanalisi.

I due piccoli lavori di Freud ora in questione, mi offrono la possibilità di illustrare brevemente uno spicchio di questo strange fruit, che sarebbe la psicanalisi per come la sento.

Ciò che accade per eliminare la psicanalisi riducendola a terapia deriva, oltre che dall’accanimento di poteri culturali, medici o psicoqualcosa, anche dal fatto che gli psicanalisti stessi, inavvertitamente o meno, ne sono complici: perché non la pensano ancora come semplicemente profana.

La profanità stessa e la domanda che le è propria poggiano per me su un frammento filosofico intorno all’essere. Tratto cui la filosofia si è avvicinata più volte. Heidegger è forse colui che più di tutti l’ha intravisto, ma la filosofia non è giunta a pensarlo. Tratto forse rischioso, forse indicibile, non saprei. Tratto che cerca di pensare l’essere (solo) come domanda. Non in quanto Frage nach dem Sein4, domanda intorno all’essere, dove è ancora il pensiero ad essere pensato come l’autore che pone la domanda, ma in quanto Seinsfrage, domanda dell’essere, domanda che appartiene all’essere, domanda che appartiene all’essere in quanto domanda. Ne viene, tra l’altro, che noi veniamo al mondo come una domanda, che l’inconscio è un domandare infinito e che l’Altro, nel senso di Lacan, è una domanda immane.

Mi scuso per il breve cenno a questa cosa, ma spero che tenerla sullo sfondo da parte vostra mi aiuti a farmi ascoltare da voi oggi.

Domande nell’ombra, profane costruzioni. Il nostro titolo incrocia due piccoli lavori di Freud, La domanda dell’analisi profana (1926) e Costruzioni nell’analisi (1937). “Domande” e “profane” appartengono al primo scritto, “ombra” e “costruzioni” vivono nel secondo.

Dunque, la profanità sarebbe la condizione della domanda. L’analisi è tale se è fatta della loro inseparabile coappartenenza. Riguardo a Laien, lo preferisco profano piuttosto che laico. Laico viene dal greco Laos, popolo. Laikos è colui che appartiene al popolo e vive tra il popolo secolare; opposto di “ecclesiastico”. Ha un’area semantica un po’ servile: “nei conventi dicesi così il padre converso che fa da servo e non ha gli ordini sacri”.

Maurice Blanchot
Maurice Blanchot

Profano viene dal latino profanus, da pro e fanum (tempio). Quod pro fano est, ciò che è davanti al tempio, fuori, in balia del pubblico, quindi non sacro. Non può entrare nel tempio: non iniziato alla religione, empio, scellerato. Profano dunque è ciò che resta fuori, frequenta il Fuori5.

La psicanalisi, forse il sapere più sovversivo apparso in Occidente, è tale – e può essere a venire6 – solo se non si esime da questa dimensione di domanda inesausta, profanazione incessante di qualsiasi volontà di padroneggiamento. Altrimenti, ed è ciò che continuamente avviene, è psicoterapia non confessata come tale. Proprio come Freud, all’inizio del Disagio nella civiltà, sostiene quanto sia per lui sconfortante constatare che gli umani non riescono a sottrarsi alla necessità dei sistemi di consolazione, allo stesso modo è del tutto avvilente assistere alle continue alleanze degli psicanalisti con le forme di salvezze terapeutiche comandate (terapie consolatorie, adattamento all’esistente, farmacologia), emblemi di quel modo di sapere e di pensare che la psicanalisi da un secolo avrebbe il compito di oltrepassare.

Non abbiamo ora il tempo di mostrare quanto e come tale non cedere sulla qualità del proprio desiderio dell’analista (Lacan), e dell’autorizzarsi quotidiano che gli compete, comportino un lavoro della Cura del tutto differente da quello cui gli psicanalisti stessi sono ormai fin troppo adattati e al quale tentano di adattare i loro analizzanti7.

In psicanalisi critica l’impensabile, quel che si sottrae al pensiero, non è l’insuccesso. Ciò avviene in altri campi del sapere. Da noi, trattandosi di un sapere inconscio, è di un domandare che si sa. A partire da un domandare, per ritornarvi. Ma anche il nostro sapere è abituato alla volontà di sapere, e dunque di risposte e certezze. Gli è quindi difficile sostare nel paradosso, che ogni risposta sia solo un caso del domandare stesso, una sua offerta, un tratto del suo riposarsi in quanto domandare inesausto. Poiché ogni risposta è un dono del domandare, non dovrebbe essergli contro. Poi, il domandare si risveglia, ricomincia il suo lavoro e la risposta torna a essere quel che è sempre stata: un evento di un’interrogazione senza fine. Per noi è affascinante, ma per molti umani una sorta di persecuzione.

L’umano deriva da questo fondo che lo obbliga a domandare. Anche se passa quasi tutta la vita a fuggire da ciò, e non sa bene perché. Nel frattempo, la parola Grund ha il senso di “motivo” o “ragione”. Una “causa”. Abgrund è l’abisso. Un fondo che contiene in sé la possibilità di un senza fondo, il Grund sempre come ab-, il venir meno del fondo stesso. E questo abisso è per noi.

La scena umana, lo sconfinato farsi domanda, si sviluppa su un fondo – Ab-grund, una quinta sull’orlo dell’abisso – di altissima drammaticità. Nell’origine, se questo essere che noi siamo cacciando un urlo non trova il modo di avviare i motori, il gioco della vita non comincia neppure. Da avviare non è soltanto il respiro e i polmoni, ma il senso forse oscuro di essere un qualcosa, di avere qualche limite, qualche confine. Ma tale mappatura, questa geografia, è incerta, come le voci che arrivano e che la dicono, ma come? Per via di questo fondo di incertezza delle voci, delle parole da cui l’umano è costituito, il motore è l’angoscia. L’avviamento. Se non partisse, se l’incertezza non si incamminasse, non avremmo un umano.

Domandare significa, spesso con dolore, aprire un vuoto, tagliare un varco. Lì si apre lo spazio di gioco: si sospende il mondo, si sta, per un attimo, in attesa. L’inconscio è una pulsazione temporale (Lacan), la sua voce un battito. Per noi, un compito che non ha fine.

Ma le domande sono legate a un’ombra, non solo perché sono coperte dal mondo delle risposte oggettivanti. Anche per una ragione assai diversa. È per via della verità.

Andare nella verità è come finire in un baule, un barile, un calderone, antri notoriamente senza fondo, dove le cose si rimestano, ribollono e questa è la verità in cui in analisi andiamo a finire. Tralasciarlo, significa proibirsi un percorso che dà un certo piacere: che da noi la questione della verità non è quella dell’esattezza. Perché chiamiamo piacere il fatto che la verità si sottrae, e così i concetti che parlano, per come possono, questa mancanza? Altri, per la precarietà dell’esattezza, sarebbero in lutto.

«La verità non è un corso di addestramento»8. Profana considerazione umbratile.

C’è un certo rilievo nella considerazione che quel che muove l’umano alla vita stessa, la sua condizione di sorgenza in quanto domanda, a un tempo viaggia affiancata alla possibilità che di questo stesso domandare – il più proprio dell’umano – non si dia sufficiente tenuta.

Se non si desse un perenne resto della rappresentazione, basterebbe pensare una sola volta e si sarebbe pensato tutto il mondo. Tale mancanza costituisce, proprio come Freud sembra pensare che l’angoscia sia il vero motore dell’io, il movimento stesso del domandare, quel che tiene in vita. Questo paradosso sfugge a ogni ragione salvifica. Che la rappresentazione avanzi se stessa, il fatto che il domandare non abbia fine, è esiziale per l’umano: lo fa impazzire.

Costruzioni nell’analisi, è lì che Freud lo fa. Attraversa una verità che ha con sé anche la propria ombra. Non tutta, ovviamente. Non riducibile a un ordine di esattezza, pur partecipandovi.

Nelle Konstruktionen del 1937 si mostra una strana verità. In analisi non è la verità storica, non è quella pazientemente ricostruita, non sono i ricordi che riaffiorano, non è la carta geografica dei fatti, degli oggetti, degli eventi, non è nulla di ciò; tutto questo, il testo lo dice chiaramente, non si riesce a ottenere. Sembra essere la morte dell’analisi, è in realtà la sua vita. Perché la persona, in vece di tutto quello, si affida a una costruzione che non ha alcuna pretesa di verità, nel senso della verità che si è abituati a pensare come tale, ma fa parte di un’altra verità. Questo piccolo articolo di Freud lo dimostra parola per parola. La costruzione che l’Altro ha proposto svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato; tradotto, si potrebbe dire che prende il posto di una verità, quella agognata, calcolata, quella promessa, che non verrà mai. È questo il bello, non solo il fatto che la verità – del trauma, della famiglia, la verità storica -, non busserà mai alla porta, ma che il fatto che non verrà mai non fa male, non fa più male, addirittura fa bene. È questo il mistero. La cosa si può riportare in forma di domanda: se quello che fa bene in analisi – si guarisce, si sta meglio – non è la verità storica, la verità dei fatti, non sono i ricordi ricostruiti, non è la mappa rifatta, per quale motivo le analisi fanno bene? Perché le analisi, per usare il verbo classico, riescono? Non è la verità che guarisce. È la verosimiglianza.

Allora non è mai realmente accaduto? Non importa. Ciò che conta è che, sotto l’interrogazione insistente del silenzio dello psicanalista, diventiamo poco a poco capaci di parlarne, di farne il racconto, di fare di questo racconto un linguaggio che si ricorda e di questo linguaggio la verità animata dell’inafferrabile evento, – inafferrabile perché sempre mancato, una mancanza in rapporto a se stesso. Parola liberatrice in cui si incarna appunto come mancanza e così finalmente si realizza9.

Le domande d’ombra vivono di profane costruzioni.

In una celebre lettera a Pfister, Freud, parlando anche della domanda dell’analisi profana, dichiara di voler mettere l’analisi al riparo dai medici e dai preti. «Vorrei consegnarla a un ceto che non esiste ancora. Un ceto di pastori d’anime mondani, che non hanno bisogno di essere medici e possono permettersi di non essere preti»10.

Der Stand, il ceto, o forse il tronco, la radice, il capostipite di qualcosa, che si presenta talvolta anche dopo una lunga strada. Nachträglich, com’è giusto.

Altrimenti, si continua a diventare medici o preti. Nulla contro le due categorie, anzi. I primi salvano uomini, donne e bambini, i secondi salvano le anime. Siamo a posto. Siamo sempre stati a posto. Siamo sempre stati salvati.

Alberto Zino
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 «La psicanalisi – come inequivocabilmente insegna Freud – non è e non vuole essere una Weltanschauung. Da qui la sua irriducibilità alla religione, all’ideologia, comunque entrambe vengano intese, riproposte o rinnovate. Ma ciò richiede un’interrogazione critica su quanto fa sì che l’una e (o) l’altra possano divenire dominanti, giacché riguarda il costituirsi del sintomo come tale: ossia la testimonianza dell’orrore (ma al tempo stesso del suo misconoscimento) nei confronti e della finitudine e dell’inconscio.» (Rescio, Formazione, analisi e finitudine, in Trieb n. 4, Edizioni ETS, Pisa 1989.

2 Freud, Die Frage der Laienanalyse [1926], in Gesammelte Werke, vol. XIV, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1948, p. 209; ed. it. in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 351. [La questione dell’analisi laica, Conversazioni con un imparziale, Mimesis, Milano 2012, p. 23].

3 La questione dell’analisi laica, cit., p. 33n.

4 Heidegger sfiora la cosa, non solo in Sein und Zeit, ma anche nei testi forse più ‘poetici’, penso ai Beiträge e al Besinnung.

5 Il riferimento a Blanchot, che qui non abbiamo il tempo di frequentare, già da sé mi fa preferire il profano.

6 Sulla «produzione di inconscio», cfr. Deleuze, “Cinque proposizioni sulla psicanalisi”, in Psicanalisi e politica, Feltrinelli, Milano 1973.

7 Per questo, rimando al mio La condizione psicanalitica, Edizioni ETS, Pisa 2012.

8 Adorno, Il concetto di filosofia, manifesto libri, Roma 1999, p. 32.

9 Blanchot, L’infinito intrattenimento [1969], Einaudi, Torino 1977, p. 315.

10 Psicoanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino 1970, Lettera del 25 novembre 1928.

Lo smarrimento della domanda

Dal desiderio di formazione alla logica di mercato

A distanza di quasi 40 anni suonano di estrema attualità le parole pronunciate da Lacan in occasione del suo viaggio in Italia nel 19741: “Le cose sono arrivate al punto da aver bisogno di analisti. Senza dubbio è vero per l’Italia, come altrove, d’altronde. E non è una ragione sufficiente perché ve ne sia, voglio dire, perché qualcuno si consacri a questo.”

Lacan esordisce in quell’incontro con parole forti dicendo che si aspetta che qualcosa si produca in Italia, cioè che un certo numero di persone sia analizzato. E aggiunge: “Ma non dipende da me. Perché siate analisti – posizione assai difficile benché del tutto condizionata dal punto in cui siamo, – non posso assolutamente volerlo al vostro posto. Dovete volerlo voi. Occorre che ognuno si interroghi a riguardo e si decida a volerlo diventare.”

Non si può decidere al posto di un altro. Non c’è delega possibile in rapporto al desiderio. Ognuno in rapporto alla formazione si trova a sostenere e articolare la propria domanda. L’autorizzarsi in prima istanza è questo.

Invita poi a tener conto di quanto sia poco accattivante essere analista e persino a tratti disperante. L’analista è qualcuno che si fa consumare, si offre in pasto all’amore, un amore che, dice, “lo si deve al supposto sapere”. Un amore retto dalla supposizione di un sapere totalizzante che si attende di possedere. E poi un passaggio determinante:

“Insomma è supposto sapere e, senza l’analisi, non si saprebbe quanto l’amore sia debitore a questa supposizione. Grazie all’analisi lo si sa. E’ già un passo.”

Dunque l’analisi se non vuole rinnegare se stessa può saperne qualcosa della domanda che la sostiene, può saperne qualcosa soprattutto di ciò che la lavora in termini di non volerne sapere. Freud in Per la storia del movimento psicanalitico dice che la psicanalisi è più sincera anche in queste cose, cioè nel rivelare gli aspetti più scomodi dei legami che tesse.

E più tardi tutta l’esperienza della passe prende le mosse dal fatto che Lacan voleva che si interrogasse che cosa avveniva in fondo a un’analisi e perché si potesse desiderare di passare alla posizione dell’analista dopo averne visto gli effetti e dunque a cosa si riduceva l’analista alla fine del percorso analitico: cascame; Lacan che ha avuto l’onestà di riconoscere che anche lì, nella passe, aveva dovuto mettere qualcosa di promettente alla fine del percorso per indurli ad andare, un titolo, una promessa, con il rischio di tradire l’analisi stessa.

La formazione analitica si articola sul desiderio e ha come suo tratto determinante mantenere aperta una interrogazione su ciò che sostiene e alimenta la domanda di analisi che la fa didattica e i fantasmi di legittimazione che agitano il passaggio all’analista che in quanto atto analitico non può mai darsi in modo definitivo e non si può garantire una volta per tutte. L’analista deve dunque diventare il supporto di un’interrogazione che procede sull’attesa di un sapere che si sottrae e sul quale l’analista deve riconoscere la propria ignoranza per non bloccarne gli effetti.

Quanto siamo distanti da una formazione in cui si tratta di acquisire una professionalità decretata da un titolo che la certifichi una volta per tutte, ottenuto alla fine di un percorso determinato! Se il termine laico risuona in tedesco come dilettante, amatoriale2 la formazione in quanto atto analitico è non professionale ma piuttosto artistica e deve rispettare il tratto parziale, incompiuto, del sapere di cui si tratta. Non si è analisti, ma c’è dell’analista ogni volta che si dà un atto che si rivela analitico.

Di fatto dal momento in cui in Italia abbiamo cominciato ad interrogarci sulla Legge 56/89 che istituiva l’Ordine degli psicologi e la possibilità di svolgere attività psicoterapeutica ci siamo dimenticati di continuare a interrogare “l’atto analitico”. E’ stato già sottolineato altrove come ci siamo impegnati senza grandi risultati a garantire uno spazio di esistenza allo psicanalista senza preoccuparci se la psicanalisi gli sarebbe sopravvissuta. Non ci siamo dunque curati di garantire che l’atto analitico potesse sopravvivere e rimanere tale; di chiarire cioè cosa determinasse che un atto fosse davvero “analitico”.

Ci siamo preoccupati di salvare la figura dell’analista, ci siamo interrogati sulla professione, sul suo sapere, su come delimitarne il campo di competenza in rapporto ad altri campi di competenza, ma così facendo abbiamo perso di vista proprio l’analisi. Questa riguarda un sapere che non è confinabile né definibile nel modo in cui in genere riteniamo di dover definire il sapere, cioè in termini tali che se ne possa garantire consistenza e padronanza come riteniamo accada al sapere dello specialista. La parola dilettante richiama qualcosa che si fa perché si ama, in cui ci si diletta ma che non ci compete in senso pieno, e non comporta un conferimento di identità. Rimanda dunque a parziale, precario, dispropriante, tutti aggettivi che riguardano la posta in gioco dell’analisi.

Serge Leclaire
Serge Leclaire

Serge Leclaire ci dice che solo una cosa è certa: il giorno in cui l’analista sarà al suo posto non ci sarà più analisi.3 Il suo essere in ascolto di una verità che parla ma che non è lui a dover salvare fa della sua posizione qualcosa di irriducibile, non suturabile.

Il soggetto della psicanalisi è il soggetto tragico, è un soggetto fragile ma in grado di assumersi la responsabilità di ciò che è, senza averlo determinato. Freud attraverso la figura di Dimitrij Karamazov indica la possibilità di riconoscere la propria responsabilità, senza passaggio all’atto laddove l’uomo sia in grado di assumere e riconoscere il proprio desiderio.4 Nell’assunzione del proprio desiderio ci si riconosce responsabili di qualcosa che non ci appartiene completamente e di cui non abbiamo padronanza piena.

L’ idea di soggetto che oggi è dominante sembra coincidere invece con l’esigenza di una tenuta senza tregua mentre la psicanalisi ci invita a scoprirlo negli atti mancati, nelle lacune, nella parzialità. Il desiderio rimanda all’angoscia e rimanda ad una libertà ma non una libertà senza legami. Il desiderio vincola ma con legami fuori dalla dipendenza. L’Io tra l’altro è il tratto meno libero del soggetto, coacervo di identificazioni e totalmente dipendente dal riconoscimento dell’altro, è quindi contingente, fragile, anacronistico. E per questo è aberrante per Lacan puntare al suo rafforzamento come invece invita la cosiddetta ortopedia psicologica. Si tratta di consolidare solo la funzione immaginaria del soggetto.

Il desiderio è sempre fondamentalmente inadeguato al suo oggetto. L’uomo non è immaturo per una sfasatura della sua organizzazione, ma prematuro per vocazione, sempre incompiuto e in questa “apertura vitale” il suo desiderio si origina destinandolo a una storia lacunosa di sviluppo discontinuo e conflittuale. 5

Il desiderio può prendere forma solo da un’apertura vitale che si chiama incompiutezza perché nella compiutezza niente può prendere vita come desiderio.

Come è possibile che questa dimensione tragica dell’opera di Freud venga pensata come la base dell’umanesimo semplicistico e moralistico che adesso si vuole derivare dalla psicanalisi?

Il punto fondamentale di confusione originato dalla legge 56/89 in Italia punta proprio a creare un rapporto di continuità tra psicoterapia e psicoanalisi. La psicanalisi la si liquida come “la regina delle psicoterapie”. In un modo o nell’altro si finisce per sostenere che sono la stessa cosa o per lo meno che sono confrontabili su una stessa scala. Come si è giunti a questa confusione? Questa confusione è stata favorita dal fatto che si cominciasse a pensare di dover difendere un mercato che significa innanzitutto circolazione di denaro e possibilità di guadagno. La formazione perde di vista la domanda di sapere che dovrebbe esserne il motore in favore di una domanda più redditizia di sicurezza e salute. Domanda desoggettivata che si soddisfa con risposte e quindi con la produzione di professionisti e specialisti.

Questo ha portato inevitabilmente ad una complicità con il discorso culturale dominante, con il quale ci ritroviamo a fare costantemente i conti, sia come analisti che come esseri umani, cittadini di questo mondo; e cioè quello secondo cui l’universo attraverso il quale si interpreta la sofferenza, il disagio mentale e il sintomo è ormai quello della “tecnica”. Le tecniche ci mettono al riparo dalla domanda, ci possono garantire un potere, la trasmissibilità di un sapere in quanto potere e la possibilità di attivare forme di controllo sull’affidabilità di questa trasmissione.

Freud a proposito dell’affaire Reik affermava “la situazione analitica non sopporta terzi” e con ciò quindi si escludeva l’opportunità di far intervenire un’autorità di qualsiasi tipo esterna ad autenticare o validare la pratica analitica.

C’è ormai un mercato delle psicoterapie, non solo un mercato delle professioni ma una borsa valori psi. Le pratiche di scambio di parola devono essere inserite a pieno titolo nelle leggi del mercato e quindi regolamentate. In nome della sicurezza degli utenti nel quadro di una nuova legge di salute pubblica. Si afferma una nuova logica di mercato della sicurezza e della salute. Se ci poniamo da questa prospettiva come si pensa di poter sfuggire a questa logica, per quale motivo la psicanalisi dovrebbe essere esentata dalla logica del controllo? Le psicoterapie dal canto loro vi entrano a pieno titolo accordandosi su un punto decisivo della logica di consumo: promettendo la soddisfazione (attenuazione o soppressione del sintomo). Le psicoterapie promuovono la novità, le tecniche innovative entrando a pieno diritto nel discorso del consumo e della domanda. La psicanalisi dovrebbe invece caratterizzarsi come minaccia nei confronti di questa logica perché si interroga su ciò che opera in questa corsa cieca dominata dal discorso capitalista.

Il soggetto proposto dalla psicologia è luogo di unificazione delle facoltà degli affetti e delle competenze. La psicologia diventa il luogo di un soggetto sostenuto da un sapere normativo, performativo e prestante, in cui il sapere diventa promessa di unità. Costruiamo un personaggio al mercato delle proposte psi. Un personaggio giusto per ogni occasione.

Pensate alla quantità innumerevole di offerte nate sul piano della formazione in Italia dove si accalcano oltre 400 scuole con tagli differenti. Davvero ad ognuno la sua psicoterapia su misura. La risposta alla domanda si specializza, ad ogni domanda la sua risposta, e nessuna domanda riguarda più l’uomo nella sua complessità ma un uomo ridotto ogni volta al lato in cui si mostra, all’istantanea che scattiamo.

Il rischio della psicanalisi non è più quello di farsi escludere dalla medicina, ma di lasciarsi includere nell’impero della psicologia, delle sue pratiche e delle sue modalità di riconoscimento.

Dal rischio dell’esclusione e della marginalità al nuovo rischio di inclusione e reclutazione.6

Si diventa una delle modalità dell’offerta psi, che possiamo giocarci come posizione di elite: solo per pochi, anticommerciale, oppure battagliare sul marketing. Così offrendo l’ingresso nell’ordine siamo stati tutti reclutati e la domanda di formazione si è smarrita nei rivoli delle risposte preconfezionate.

Adesso siamo arrivati alla battaglia finale nei confronti della posizione di marginalità. Non devono esserci posizioni extraterritoriali: o medicina o psicologia. Tertium non datur.

C’è la necessità di rovesciare la questione e di interrogare in nome della psicanalisi la domanda di sicurezza e di controllo che si rivolgeva a tutti. La psicanalisi infatti non può permanere come pratica senza prendere posizione, senza enunciare la propria posta in gioco. Tuttavia una posizione si può prendere anche restando nel campo del misconoscimento, una posizione presa a nostra insaputa. Il misconoscimento è una posizione che si assume e senza che a quel punto si abbia più nessuna possibilità di essere in gioco in quello che facciamo. Tagliando fuori il desiderio questi non è più articolabile e soprattutto non è più in gioco se non come l’assente.

Nella famosa lettera del 25 novembre del 1928 al pastore Pfister7, che molti prendono come l’atto che sancisce lo statuto laico della psicanalisi, Freud afferma di aver voluto difendere la psicanalisi (tramite due sue opere fondamentali come L’analisi laica e L’illusione) da medici e da preti e di sognare una categoria di pastori d’anime laici «che non hanno bisogno d’essere medici e non possono essere preti». Invitando quindi lo psicanalista a non confondersi con la figura del prete o del medico, ammoniva in questo modo la psicanalisi a non inseguire i miraggi del discorso salvifico che appartiene alla religione né a enfatizzare gli effetti terapeutici della psicanalisi che l’avrebbero appiattita sul discorso medico o psicoterapico.

Qui ci sono i due aspetti portanti della questione: da un lato il prendere le distanze da un discorso salvifico, cioè dal concepire l’analista come qualcuno che è lì a fare il Bene del paziente, che è lì per il Bene del paziente; dall’altro non enfatizzare gli aspetti terapeutici che la psicanalisi ha – e sarebbe assurdo negarlo! Ma appunto come diceva Lacan si danno de surcroît-, per non appiattirla su un discorso di tipo medico o psicoterapico, quindi su un tipo di ascolto e rilancio al soggetto che non è quello della psicanalisi.

Freud dice in definitiva che la psicanalisi è semplicemente quello che accade in un’analisi, cosa che può sembrare una grossa banalità ma che in realtà riguarda proprio l’essenza della psicanalisi. Quello che accade in un’analisi è che due persone si incontrano tra loro e lo fanno con una certa regolarità; una persona parla (l’analizzante) e l’altra ascolta (l’analista) e poi, più raramente, viceversa. Richiamando Shakespeare che dice “parole, parole, parole”, sembra che l’analisi sia ben poca cosa. Solo parole, eppure in questo scambio di parole qualcosa di significativo può accadere ma senza quel “prodigioso” che ha la magia, poiché alla psicanalisi mancano quegli effetti di rapidità che per certi versi la magia porta con sé. La psicanalisi infatti è lenta, è faticosa ed è costosa, tutti aspetti questi che sembrano renderla assai poco seduttiva.8

La psicanalisi è un lavoro sul soggetto, è un percorso di formazione soggettiva che, da un lato, non pretende appunto di agire per il Bene della persona, e dall’altro non ne ricerca una “normalizzazione”, o meglio una “omologazione” a quelle che sono le esigenze sociali. Essa non ha una propria concezione del mondo e quindi non può essere consolatoria o rassicurante, ma interroga il soggetto a partire dal sapere delle sue determinazioni inconsce che lo attraversano a sua insaputa.

Il sapere con cui ha a che fare la psicanalisi, e quindi con cui ha a che fare qualsiasi interrogazione riguardi la formazione dell’analista, è un sapere che è del soggetto che soffre e non un sapere dello specialista sulla sofferenza del soggetto. E’ un sapere inoltre che il soggetto non possiede ma da cui non cessa di essere lavorato. Tutto ciò segna una spartizione radicale tra psicanalisi e discorso medico e tra psicanalisi e psicoterapia. Qui non c’è una frattura tra il sapere sulla sofferenza ed il soggetto che soffre e che non sa niente del suo soffrire e che per tale motivo si rivolge ad un’altra persona per esserne illuminato. Il soggetto della psicanalisi è un soggetto che “sa”, che è attraversato da questo sapere sulla propria sofferenza, ma che “non vuole saperne di sapere”, perché questo sapere non gli si concede in termini di padronanza, di potere su sé stesso e sulla propria sofferenza. Non gli si concede dunque come promessa salvifica, ma è prospettiva di un lavoro di cui è chiamato ad assumersi la responsabilità. Così il sapere dell’analisi raccoglie il sapere dell’altro e lo attraversa facendolo diventare qualcosa. Per questo motivo il percorso di formazione dell’analista, che esordisce con una domanda di analisi personale, non può essere “una volta per tutte”, bensì dev’essere “un lavoro continuo”, anzi un invito al lavoro, un “percorso di formazione permanente”.

Cosa può significare per noi tornare a prendersi cura della domanda? Prendersi cura della domanda è qualcosa che nella nostra società rimane un fatto inedito, di questo bisogna avere consapevolezza: sprecare questa risorsa della psicanalisi è autolesionismo. Prendersi cura della domanda significa anche non rinchiudersi nel sapere di specialista, nel sapere dell’esperto. Ci troviamo in un mondo di specialisti e iperspecialisti. Per qualunque domanda c’è qualcuno che ha la risposta in vece del soggetto, che finisce per esentarlo dal pensiero. Forse noi non abbiamo nessuna di queste risposte però abbiamo la possibilità di mantenere aperta la domanda che ci è rivolta fino a che l’altro riconosca un desiderio di aprirsi all’infinito del proprio sapere.

Lo smarrimento allora oltre a richiamare turbamento, sconcerto dovuto a timore, confusione, apre allo stupore, alla meraviglia del ritrovamento. La domanda è perdita che apre al piacere della scoperta, del ritrovare. Mi occupo con la ricerca, ritrovo qualcosa che amo ma non per conservare o tesaurizzare. La mia ricerca è scienza aperta allo stupore.

Simone Berti
Berlino, 4 maggio 2013

Note

1 I passi che qui riprendo fanno parte dell’incontro che Lacan ebbe il 30 marzo 1974 in una sala del Centre Cultural Francais di Milano con il gruppo costituitosi a Milano come Scuola Freudiana. Una trascrizione dell’incontro è riportata in Lacan in Italia 1953-1978, La Salamandra, Milano 1978, pp. 230-258.

2  Mi riferisco a un passaggio sul termine laico e i differenti riferimenti nella lingua italiana e tedesca di Claus Diether Rath nella giornata su “La questione dell’analisi laica in Italia” del 4 maggio 2013 alla Psychoanalytische Bibliothek di Berlino.

3  Serge Leclaire, Rompere gli incantesimi. Una raccolta per gli affascinati dalla psicanalisi, Spirali edizioni, Milano 1983, p. 129.

4  C’è quasi una forma di gratitudine verso l’assassino che lo ha fatto al posto nostro Cfr. Freud, Dostoevskij e il parricidio(1927) in Opere vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 534.

5  J.B. Pontalis, Dopo Freud, Rizzoli, Milano 1973, p. 50.

6  Cfr. AA.VV., Manifesto per la psicanalisi, Edizioni ETS, Pisa 2012. Rimando in questi passaggi a un confronto con tutto il cap. IV, La società civile nella psicanalisi, pp. 99-125.

7  Psicanalisi e fede: carteggio con il pastore Pfister, Boringhieri, Torino, 1970.

8  Sigmund Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici, in Opere, cit., vol. X, p. 355 [La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 27].