W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito”

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi.

Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale.

Walter Benjamin e il compito infinito
Walter Benjamin

Certo, l’ermeneutica sostituisce forme a forme, ma senza uso di variabili è difficile ridurre la scienza dell’ermeneutica ad algebra. Correlativamente bisogna pensare a una scienza dell’infinito un po’ diversa da quella che si è affermata in matematica con l’opera di Cantor. L’infinito cantoriano è una struttura che non può essere unificata in qualche modello. Esistono diversi e infiniti modelli di infinito, che per questa ragione – come si dice in termini tecnici – è una struttura non categorica. Non molto distante da questo infinito e in un certo senso simmetrico rispetto ad esso, l’infinito dell’ermeneutica è un’unità che esiste ma non può essere data, scrive Benjamin, cioè non può essere catturata da qualche forma. L’infinito dell’ermeneutica, l’infinito formale, necessario alla scienza delle forme, è parente del reale lacaniano che non cessa di non scriversi; non rientra nelle forme che regola formalmente.

Non siamo lontani da Freud, dal Freud scientifico e non metapsicologico. Il quale in chiusura del saggio del 1923, L’Io e l’Es, scrive: “Es kann nicht sagen, was es will.”[1] L’Es non può dire ciò che vuole, perché non ha una volontà unitaria, lacerato com’è dal conflitto tra pulsioni erotiche e distruttive. Al di là della rappresentazione antropomorfa del piccolo uomo dentro l’uomo, si cela questa profonda verità dell’inconscio: la verità della rimozione originaria, che è attiva ben prima che la coscienza si attivi, censurando le rappresentazioni inconsce sgradite all’Io.

Nella prospettiva di rendere scientifica la metapsicologia freudiana in modo più rigoroso di quanto non sia riuscito a Freud, non dimentichiamo il contributo di Benjamin alla scienza dell’infinito, anche se è diverso da quello matematico. È un contributo che aiuta a concepire l’infinito in termini qualitativi e non in quelli quantitativi di una misura sempre più grande. L’infinito è il sempre diverso; è l’Altro – direbbe Lacan – che abita la nostra più profonda intimità.

L’infinito è l’extimo.

Il compito infinito

(Walter Benjamin – Frammento n. 30)

a) Come fondamento dell’autonomia. Il compito infinito non è dato (come domanda). Il numero infinito di tutte le possibili domande sul mondo e sull’essere non renderebbe necessaria la scienza. La scienza è un compito infinito secondo la sua forma (non secondo la sua materia). Cosa significa compito infinito secondo la forma? Non significa un compito la cui soluzione (per tempi e modi) è infinita. Infinito è quel compito che non può essere dato. Ma dove sta il compito infinito se non può essere dato? Sta nella scienza stessa, o piuttosto è questa scienza. L’unità della scienza poggia sul non essere la risposta a una domanda finita, non può essere interpellata. L’unità della scienza poggia sul fatto che la sua quintessenza è di potenza maggiore, come la quintessenza di tutte le domande che possono esigere di essere poste in numero infinitamente finito, cioè dato. Ciò significa che l’unità della scienza poggia sul fatto che è un compito infinito. In quanto tale, anche nella forma della domanda, non se ne può venire a capo da fuori, è autonoma. / La scienza stessa altro non è che compito infinito.
b) Come fondamento del metodo: L’unità della scienza consiste nell’infinitezza del suo compito. In altri termini, la scienza è la soluzione dominata dal proprio compito. Il compito per eccellenza della scienza è la risolvibilità. Alla scienza è assegnato quel compito la cui stessa soluzione si trova sempre in essa, ciò significa però che la sua soluzione è metodica. Il compito che è assegnato alla scienza è quello della risolvibilità.
Come si configura, secondo il concetto di compito infinito, il rapporto del compito con la soluzione?

L’unità della scienza stessa non è né finita né infinita, ma come compito essa è infinita.

Non ha senso dire che il compito della scienza è infinito!!

L’infinitezza del compito fa apparire tutte le qualità della scienza come formali[,] non materiali:

Autonomia (formale: nessun compito dato
materiale: indipendenza dagli altri valori)
Metodo (formale: ogni progresso, ogni soluzione della scienza è metodica
materiale: ogni soluzione pone un nuovo compito)

 

La scienza non corrisponde a un’analisi numericamente infinita, ma è una sintesi infinita assoluta (non relativa).

La scienza non è soluzione né consta di compiti: per cui “compito infinito”[.]

[fr. 30]

Note

[1] S. Freud, “Das Ich und das Es” (1923, L’Io e l’Es), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 289.

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Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.