Ferenczi e Rank sull’analisi laica

Propongo la traduzione di un frammento del testo Entwicklungsziele der Psychoanalyse: zur Wechselbeziehung von Theorie und Praxis che Sándor Ferenczi e Otto Rank hanno pubblicato insieme nel 1924.

Questo brano dedicato all’analisi praticata dai non medici anticipa di due anni il testo di Freud La questione dell’analisi laica e riprende molto acutamente un passaggio delle Conferenze di Worcester (1909) che contiene in nuce tutta l’argomentazione del testo freudiano del 1926. Va tenuto conto che “Laien”, il termine con cui sono indicati gli analisti non medici, aveva a quel tempo un’accezione analoga a “profani”, laddove lo status di non medici li qualificava immediatamente come non abili, estranei al campo. L’ambizione del testo di Freud è definire e proteggere l’autonomia della psicanalisi avendo come effetto quello di cambiare il senso della parola “Laien”: i non medici che abbiano fatto esperienza dell’analisi e si siano formati non sono profani e la parola con cui li si indica va intesa nel senso di “laici”.

Mete di sviluppo della psicanalisi

Sulla correlazione di teoria e pratica

[…]

VI. Sguardi sul futuro

[…]

Insieme al sapere psicanalitico come futuro bene comune di tutti i medici, per i quali esso dovrebbe essere tanto indispensabile quanto lo è l’attuale sapere sull’anatomia e sulla fisiologia, ci saranno però naturalmente anche terapeuti specificamente formati, i quali – come già oggi spesso accade – non devono per forza essere medici, poiché certo sia l’educazione che la cura delle anime[1] rappresentano dei compiti propriamente psicoterapici, ovvero di profilassi. Con ciò si risolve anche la questione, gonfiata da certi specialisti, se anche i “profani” – li si dovrebbe chiamare non medici – possano in generale analizzare. In realtà oggi la situazione è tale che i medici, prigionieri della loro formazione votata unilateralmente alle scienze della natura, sono propriamente dei profani nelle cose della psicologia.[2] Sì, si può tranquillamente dire che il loro modo di pensare puramente fisiologico limita, in una certa misura, la comprensione dello psichico. D’altra parte, nella sua concezione fondamentale, la psicanalisi è basata su presupposti generalmente umani, così che per comprenderla e maneggiarla – oltre ad un’accurata formazione analitica – basta una profonda cultura generale e la padronanza delle discipline mediche non è un requisito indispensabile, come si deduce dalle argomentazioni di Freud in proposito.[3] Ne è conseguito che fino ad oggi l’importanza della psicanalisi è stata riconosciuta e apprezzata più dai non medici che dai medici, a tal punto che di recente, nel corso di un congresso pubblico, un giovane rappresentante della psichiatria moderna ha potuto rimproverare ai suoi colleghi che, pur essendo essi propriamente destinati a gestire la questione psicanalitica, se l’erano fatta sfuggire. Il prossimo futuro potrebbe tuttavia porre rimedio e si ha l’impressione che in alcuni paesi la medicina ufficiale ci stia pensando un po’ meglio, di modo che con l’atteso ingresso della psicanalisi nel sapere generale dell’uomo svaniranno del tutto quelle controversie per i confini promosse dagli esperti di ciascuna materia.[4]

Quello che Freud aveva già potuto prevedere in “Prospettive future della terapia psicanalitica” (il suo contributo per il Congresso del 1910), cioè che i nostri successi terapeutici sarebbero assai maggiori se a noi fosse una volta per tutte concessa quell’autorevolezza generalmente attribuita ai medici specialisti, è in una certa misura già più prossimo a realizzarsi; ma questo fattore sociale, da non sottovalutare affatto, potrà dispiegare la sua piena efficacia quando le resistenze intellettuali e non intellettuali – forse anche insieme alla modificazione della tecnica che tenga conto di questo punto di vista – imploderanno.

Note

[1] [La cura animarum dei vescovi e dei preti.]

[2] Solo molto recentemente si è riflettuto sull’esigenza di introdurre l’insegnamento della psicologia, soprattutto per il corso di studi di medicina.

[3] “Il medico, che nel corso dei suoi studi ha imparato a conoscere molte cose che sono precluse al profano, […] di fronte ai fenomeni isterici è piantato in asso da tutto il suo sapere”. – “Non riesce a capire l’isteria, le sta di fronte come se lui stesso fosse un profano”. Cfr. S. Freud, Über Psychoanalyse (1910), trad. it. S. Freud, Cinque conferenze sulla psicoanalisi, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1981, p. 131. In merito Freud disse poi anche che camminare a fianco dei medici ha portato un vantaggio solo fino ad un certo punto, ovvero fino alla diagnosi, ma che da lì in poi ce ne possiamo separare (ibidem).

[4] Si veda l’autorecensione di Prinzhorn in Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, VIII, 1922. p. 386.

 

Edvard Munch - Separation (1896)
Edvard Munch – Separation (1896)

Di seguito il testo originale:

Entwicklungsziele der Psychoanalyse

Zur Wechselbeziehung von Theorie und Praxis

[…]

VI. Ausblicke

[…]

Neben dem psychoanalytischen Wissen als einem zukünftigen Gemeingut aller Ärzte, welches ihnen ebenso unentbehrlich sein wird wie z. B. unser heutiges Wissen um Anatomie und Physiologie, wird es aber natürlich doch auch speziell geschulte Therapeuten geben, welche – wie bereits heute vielfach – nicht unbedingt Ärzte sein müssen, da ja auch Erziehung ebenso wie Seelsorge eigentlich psychotherapeutische, bezw. prophylaktische Aufgaben darstellen. Damit erledigt sich auch die von gewissen Spezialisten etwas aufgebauschte Frage, ob auch „Laien“, das soll heißen Nichtärzte, überhaupt analysieren sollen. Heute steht die Sache eigentlich so, daß die Ärzte, befangen in ihrer einseitig naturwissenschaftlichen Schulung, in psychologischen Dingen eigentlich Laien sind.[1] Ja, man kann ruhig sagen, daß ihre rein physiologische Denkweise das Verständnis für das Psychische gewissermaßen einschränkt. Andererseits ist die Psychoanalyse in ihrer Grundkonzeption auf wenige allgemein menschliche Voraussetzungen aufgebaut, so daß zu ihrem Verständnis und ihrer Handhabung – außer der gründlichen analytischen Schulung – eine gründliche Allgemeinbildung genügt und die Beherrschung der medizinischen Disziplinen nicht unbedingt erforderlich ist, wie dies auch aus Freuds diesbezüglichen Ausführungen folgt.[2] So kam es, daß die Bedeutung der Psychoanalyse bisher viel mehr von Nichtärzten als von den Ärzten erkannt und gewürdigt wurde, ja, daß erst kürzlich ein jüngerer Vertreter der modernen Psychiatrie seinen Kollegen in öffentlicher Kongreßversammlung den Vorwurf machen konnte, daß ihnen, die eigentlich dazu berufen gewesen wären, die Führung in der psychoanalytischen Frage entglitten sei.[3] Die nächste Zukunft dürfte dem allerdings abhelfen und es hat bereits den Anschein, als ob sich in einzelnen Ländern die offizielle Medizin eines Besseren zu besinnen begänne, so daß bei dem zu erwartenden Eindringen der Psychoanalyse in das Allgemeinwissen der Menschen überhaupt derlei Grenzstreitigkeiten mit den Fachwissenschaftlern gänzlich verschwinden werden.

Was Freud bereits in den „Zukünftigen Chancen der psychoanalytischen Therapie“ (Kongreßvortrag 1910) voraussehen konnte, daß nämlich unsere therapeutischen Erfolge viel größer sein werden, wenn uns erst einmal die den Fachärzten allgemein zugestandene Autorität zugesprochen sein wird, ist der Verwirklichung seitdem einigermaßen näher gerückt; aber seine volle Wirksamkeit wird dieser keineswegs zu unterschätzende soziale Faktor erst entfalten können, wenn die intellektuellen und sonstigen Widerstände – vielleicht auch unter Mitwirkung der diesem Gesichtspunkt bereits Rechnung tragenden Änderungen der Technik – in sich zusammengefallen sein werden.

[1] Erst in allerletzter Zeit hat man sich besonnen, die Einführung eines psychologischen Unterrichtes in das medizinische Studium überhaupt zu fordern.

[2] Über Psychoanalyse, 1910. „Den Arzt, der durch sein Studium so vieles kennen gelernt hat, was dem Laien verschlossen ist, läßt vor den Details der hysterischen Phänomene all sein Wissen im Stiche“. – „Er kann die Hysterie nicht verstehen, er steht ihr selbst wie ein Laie gegenüber“. (S. 4.). Darum sagt denn Freud auch, daß es uns nur soweit, d. h. bis zur Diagnose, Vorteil gebracht hat, mit den Ärzten zu gehen, wir uns aber dann bald von ihnen trennen können (ibid S. 3).

[3] Siehe Prinzhorns Autoreferat in Intern. Zeitschrift f. PsA. VIII. 1922. s. 386