Formazione medica e psicanalisi: una difficoltà

Propongo una nuova traduzione di un brano tratto dalla Prefazione [Einleitung] alle Lezioni d’introduzione alla psicanalisi [Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse] di Freud e collocabile nell’autunno del 1915.

Ho scelto di tradurre questo brano per due motivi: il primo è che rappresenta l’emergere di un tema che sarà fondamentale nella Frage der Laienanalyse, ovvero il rapporto fra formazione medica e psicanalisi. Il secondo motivo è che in questo brano compare per due volte il termine Laie [profano / laico].

L'Università di Vienna a inizio '900
L’Università di Vienna a inizio ‘900

Credo si possa tranquillamente affermare che nel testo del 1926, a partire dall’introduzione e fino al quinto capitolo, Freud cerca di attuare un vero e proprio spostamento del significato di questa parola, da “profano” a “laico”. Si tratta di due significati già presenti nella lingua, ma che nel contesto della discussione sulla formazione analitica vedono, all’inizio, il prevalere del solo significato di “profano”, di “dilettante”. Nella lezione del 1915 possiamo riconoscere questa prima accezione del termine tedesco. Va compresa bene, perché undici anni dopo, nel dialogo con l’imparziale, lo sparring partner immaginario di Freud usa ancora il termine Laie in questo senso.

Beffardamente, il significante “profano” è arrivato per due volte a essere usato nel titolo di traduzioni italiane della Frage der Laienanalyse. La beffa sta nel fatto che Freud, per scansare gli equivoci, afferma nella prima riga della sua opera che con il termine Laien intende “non medici”, volendo quindi indicare solo che non hanno una laurea in Medicina e non dando affatto un giudizio di merito sulla loro competenza ad analizzare, elemento invece implicito nella traduzione con “profani”.

Spero con queste traduzioni, ma anche con le note che abbiamo inserito nella nostra traduzione “La questione dell’analisi laica”, di contribuire ad un’acquisizione stabile del termine “laico” per il Laie freudiano nel testo del 1926.

Lezioni d’introduzione alla psicanalisi

1. Prefazione

[…]

Per una seconda difficoltà nel vostro rapporto con la psicanalisi non posso più ritenere responsabile quest’ultima, ma voi stessi, miei uditori, quantomeno nella misura in cui finora avete intrapreso studi di medicina. La vostra preparazione ha dato alla vostra attività di pensiero una determinata direzione che porta lontano dalla psicanalisi. Siete stati istruiti a dare un fondamento anatomico alle funzioni dell’organismo e ai suoi disturbi, a spiegarli in termini chimici e fisici, a comprenderli in termini biologici. Ma non una porzione del vostro interesse è stata indirizzata verso la vita psichica; eppure è in essa che culmina l’attività di questo organismo meravigliosamente complicato. Perciò è rimasto a voi estraneo un modo di pensare psicologico e vi siete abituati a considerarlo con diffidenza, a disconoscergli il carattere di scientificità e a lasciarlo ai profani, ai poeti, ai filosofi della natura e ai mistici. Questa limitazione è certamente un danno per la vostra attività medica, giacché il malato all’inizio vi mostrerà, come è regola in tutte le relazioni umane, la sua facciata psichica e io temo che voi sarete costretti, per punizione, a lasciare una porzione del tanto agognato influsso terapeutico a coloro che tanto disprezzate: ai medici dilettanti, ai naturopati e ai mistici.

Non ignoro la scusante che si può far valere per questa carenza della vostra preparazione. Manca la scienza filosofica ausiliaria che possa essere messa al servizio dei vostri intenti medici. Né la filosofia speculativa, né la psicologia descrittiva oppure la cosiddetta psicologia sperimentale collegata alla fisiologia sensoriale, così come vengono insegnate nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione fra il somatico e lo psichico e di darvi la chiave per comprendere un eventuale disturbo delle funzioni psichiche. È vero che all’interno della medicina la psichiatria si occupa di descrivere i disturbi psichici osservati e di raggrupparli in quadri clinici, ma nei loro momenti migliori gli stessi psichiatri dubitano che i loro enunciati puramente descrittivi meritino il nome di scienza. I sintomi che vengono raggruppati in questi quadri clinici sono sconosciuti per quello che riguarda la loro provenienza, il loro meccanismo e la loro connessione reciproca; ad essi corrispondono o cambiamenti non documentabili dell’organo anatomico dell’anima, oppure cambiamenti a partire dai quali non si può trovare alcun chiarimento. Questi disturbi psichici sono quindi accessibili a un influsso terapeutico solo quando li si può riconoscere come effetti collaterali di un’affezione organica di altro genere.

Ecco qui la lacuna che la psicanalisi si sforza di colmare. Essa vuole dare alla psichiatria il fondamento psicologico che le manca, spera di scoprire quel terreno comune a partire dal quale comprendere il coincidere di disturbo somatico e disturbo psichico. A questo scopo deve mantenersi libera da ogni presupposto, ad essa estraneo, di natura anatomica, chimica o fisiologica; deve a ogni costo lavorare con concetti ausiliari puramente psicologici e proprio per questo, io temo, da principio vi risulterà strana.

 

La prima occorrenza del termine Laie ci introduce a misurare la distanza fra la formazione medica e l’approccio psicologico: si finisce per lasciare quest’ultimo ai profani, a coloro che non sanno, che non sono preparati a livello teorico in campo psicologico. Freud usa il termine Laie con lo stesso significato dell’apertura del breve saggio Der Dichter und das Phantasieren del 1907, laddove con uns Laien [noi profani] esprime la propria ignoranza verso il fenomeno dell’ispirazione poetica, il suo esserne totalmente escluso.

La seconda occorrenza del termine Laie è nella parola composta Laienärzten che ho tradotto con “medici dilettanti”. L’altra traduzione possibile è quella di “medici empirici”, da interpretare come contrapposto ai medici che invece hanno una formazione teorica acquisita all’università. Tuttavia questi medici “profani” hanno paradossalmente delle competenze psicologiche superiori a quelle dei medici normali, riescono a maneggiare il transfert in un modo più proficuo avendo quindi un influsso terapeutico sui pazienti. Al di là di questo aspetto, il punto centrale è che i “medici dilettanti” non hanno alcuna formazione specifica e vengono pertando biasimati come incompetenti se non addirittura come ciarlatani.

Ora, come già detto, è in questo senso che si esprime per quasi tutto il dialogo della Frage l’interlocutore imparziale di Freud quando usa il termine Laie. Il termine Laienanalytiker, che spesso utilizza, è un calco del termine Laienarzt. Mentre Freud parla di analisti non medici, ovvero non laureati in medicina, l’imparziale intende analisti dilettanti, analisti senza preparazione, visto che per lui la preparazione “vera” alla psicanalisi è solo quella medica. È allora solo con l’enunciazione di un abbozzo di programma formativo che Freud potrà affermare che i Laien (i non medici), se sono preparati, se sono formati, non sono più Laien (profani) nelle cose dell’analisi.

Un altro motivo d’interesse di questo testo è dato dall’utilizzo di due espressioni piuttosto particolari: “scienza filosofica ausiliaria” e “concetti ausiliari puramente psicologici”. Richiamano un passaggio della Frage der Laienenalyse che ci permette di comprendere cosa intende Freud: parlando dell’apparato psichico, Freud dice di “immaginarlo” come sviluppato spazialmente con un “davanti” e un “dietro”, un “superfiale” e un “profondo”. Alle rimostranze dell’imparziale, Freud ribatte che si tratta solo di una “rappresentazione ausiliaria”, ovvero non empirica ma scientifica e si allaccia al “come se” di Hans Vaihinger. Il valore di queste rappresentazioni si misura “con quello che da esse si può ottenere”. Questo è l’ennesimo riferimento ad una scienza “costruttiva” che si basa sul principio di fecondità. Peraltro il riferimento ai “concetti ausiliari puramente psicologici” e alle “rappresentazioni ausiliarie” ci porta direttamente al concetto di “costruzione” in analisi, che troverà uno sviluppo esaustivo solo nell’omonima opera del 1937: se nella teoria della psicanalisi si parla di “concetti ausiliari”, nella pratica analitica, allo stesso livello, avremo “costruzioni”.