Freud e lo sguardo umano libero

Oskar Pfister
Oskar Pfister

Propongo una nuova traduzione della prefazione che Sigmund Freud scrisse nel 1913 per il testo di Oskar Pfister Il metodo psicanalitico. Essa ci offre una bella panoramica sul rapporto della psicanalisi con il trattamento ipnotico e successivamente con la pedagogia.

Prima della chiusura, anticipa brevemente il tema centrale della Questione dell’analisi laica quando spiega che l’esercizio della psicanalisi in realtà non implica tanto una formazione medica, quanto piuttosto una preparazione psicologica e uno “sguardo umano libero”.

La traduzione di Anna Maria Marietti per i tipi della Boringhieri diminuisce la forza di questa espressione con “libero discernimento umano”. Se “discernimento” per Blick sembra una scelta in una certa misura compatibile con alcuni dizionari di inizio ‘900, tuttavia la connotazione dell’aggettivo “umano” mi fa preferire l’interpretazione che Freud volesse proprio parlare di uno sguardo: nel caso di “discernimento”, l’aggettivo “umano” diventa pressoché superfluo. È molto difficile invece trovare nella prosa di Freud parole che non abbiano una più che ragionevole giustificazione.

Da una parte, lo “sguardo umano” ci porta in una forte dimensione relazionale, connotata in entrambi i poli dall’umanità: è uno sguardo su un essere umano, ma allo stesso tempo è uno sguardo che chiede all’analista di mettere in gioco tutta la sua umanità. Quanto al “libero”, propongo in prima istanza due possibilità.

Per un verso, questo aggettivo mi sembra aprire a una forte dimensione morale: uno sguardo libero è un punto di vista che si sottrae alla presa del discorso del padrone. In qualche misura, dietro il termine Schulung, che ho tradotto letteralmente con “istruzione”, ci potremmo leggere, un po’ polemicamente, “indottrinamento”. Per la psicologia – in questo caso, come spesso accade nella prosa di Freud, una sorta di sinonimo per psicanalisi – abbiamo invece Vorbildung, preparazione, laddove preparazione non presuppone per forza di cose un maestro.

Per un altro verso, il termine “libero” ha una dimensione epistemologica, nella misura in cui sembra adeguarsi all’oggetto della scienza analitica, ovvero l’inconscio. Uno sguardo libero è uno sguardo che può accettare di venire a sapere in un secondo tempo, che ha la “capacità negativa” di stare in una situazione di incertezza o più in generale è in grado di lavorare su qualcosa di nuovo, ovvero il nuovo discorso in cui l’analizzante articola la sua libera parola, un discorso che gli permette di gettare luce sulla sua verità di soggetto.

 

Prefazione al Metodo psicanalitico del Dott. Oskar Pfister

La psicanalisi è sorta sul terreno della medicina come un procedimento terapeutico per trattare certe malattie nervose che sono state chiamate “funzionali” e nelle quali si riconoscono, con sempre maggiore certezza, le conseguenze di disturbi della vita affettiva. Raggiunge il suo scopo – eliminare le manifestazioni di tali disturbi, i sintomi – presupponendo che essi non siano gli unici esiti possibili e gli esiti definitivi di certi processi psichici. Nel ricordo scopre quindi l’evoluzione di questi sintomi, rinfresca i processi a essi sottostanti e li conduce poi, sotto guida medica, a un esito più favorevole. La psicanalisi si è posta la stessa meta terapeutica del trattamento ipnotico che, introdotto da Liebault e Bernheim, si era guadagnato, dopo lunghe e difficili battaglie, un posto nella tecnica della neurologia medica. Ma essa va molto più in profondità riguardo la struttura del meccanismo psichico e cerca di ottenere, per i suoi oggetti, influenze che durino e cambiamenti che si conservino.

A suo tempo, il trattamento di suggestione ipnotica ha ben presto superato l’ambito dell’applicazione medica e si è messo al servizio dell’educazione dei giovani. Se ci fosse permesso prestar fede ai resoconti in merito, essa si è dimostrata un mezzo efficace per eliminare i difetti dei bambini, le loro abitudini corporali moleste e tratti caratteriali altrimenti irriducibili. Allora, nessuno si è scandalizzato o stupito per questo ampliamento delle sue possibilità di utilizzo, che tuttavia è divenuto per noi pienamente comprensibile solo attraverso la ricerca psicanalitica. Oggi sappiamo poi che i sintomi patologici spesso altro non sono che formazioni surrogatorie per le inclinazioni peggiori, ovvero quelle inutilizzabili, e che le condizioni di questi sintomi si creano durante gli anni dell’infanzia e della giovinezza – nello stesso periodo durante il quale l’essere umano è oggetto dell’educazione – sia che le malattie si manifestino nella giovinezza, sia che si manifestino solo in un periodo successivo della vita.

Educazione e terapia vengono ora a trovarsi in un rapporto reciproco facilmente individuabile. L’educazione si preoccupa che da certe predisposizioni e inclinazioni del bambino non derivi un danno né per il singolo né per la società. La terapia entra in azione quando queste stesse predisposizioni hanno già fornito il risultato indesiderato del sintomo patologico. Infatti l’altro esito – ovvero che le disposizioni inutilizzabili del bambino non abbiano condotto alle formazioni sostitutive del sintomo, ma a perversioni dirette del carattere – è quasi inaccessibile alla terapia ed è quasi inaccessibile all’influenza dell’educatore. L’educazione è una profilassi che dovrebbe prevenire entrambi gli esiti, quello della nevrosi e quello della perversione; la psicoterapia vuole annullare il più labile dei due esiti e istituire una sorta di post-educazione.

Considerato questo stato di cose, si impone la questione se non si debba utilizzare la psicanalisi per gli scopi educativi, come a suo tempo si fece con la suggestione ipnotica. I vantaggi sarebbero evidenti. Da una parte, l’educatore è preparato, attraverso la propria conoscenza delle disposizioni generali dell’infanzia, a indovinare quale predisposizione infantile minaccia un esito indesiderato e, se la psicanalisi ha influenza su queste linee di sviluppo, egli può applicarla prima che subentrino i segni di uno sviluppo sfavorevole. Con l’aiuto dell’analisi egli può quindi agire, a livello di profilassi, su bambini ancora sani. D’altra parte può accorgersi delle prime avvisaglie di uno sviluppo nella direzione della nevrosi o della perversione e proteggere il bambino dalla loro ulteriore evoluzione in un periodo nel quale, per una serie di ragioni, non verrebbe mai portato dal medico. Si potrebbe pensare che una tale attività psicanalitica dell’educatore – e del suo corrispondente nei paesi protestanti, il curatore d’anime – debba avere un’efficacia inestimabile e possa spesso rendere superflua l’attività del medico.

Ci si chiede solo se l’esercizio della psicanalisi non presupponga una istruzione medica, dalla quale gli educatori e i curatori d’anime devono rimanere esclusi, oppure se altre circostanze non si oppongano all’intenzione di affidare a mani non mediche la tecnica psicanalitica. Riconosco di non vedere nessuno di questi impedimenti. L’esercizio della psicanalisi richiede assai meno istruzione medica che non preparazione psicologica e sguardo umano libero; la maggioranza dei medici non è però equipaggiata per l’esercizio della psicanalisi e ha completamente fallito nell’apprezzare questo procedimento terapeutico. L’educatore e il curatore d’anime sono vincolati, dalle esigenze delle rispettive professioni, agli stessi riguardi, attenzioni e astensioni che il medico è abituato a rispettare e la loro usuale attività con i giovani li rendono forse più idonei a immedesimarsi nella loro vita psichica. La garanzia contro un’applicazione dannosa del trattamento analitico può però essere in entrambi i casi fornita solo dalla personalità di colui che analizza.

L’avvicinamento al campo dello psichicamente abnorme costringerà l’educatore che analizza a fidarsi delle più inderogabili conoscenze psichiatriche e inoltre a consultare il medico laddove la valutazione e l’esito del disturbo possano apparire dubbi. In una serie di casi, soltanto la cooperazione dell’educatore con il medico potrà portare al successo.

Forse in un solo punto la responsabilità dell’educatore supera ancora quella del medico. Il medico, di regola, ha a che fare con formazioni psichiche già consolidate e troverà nell’individualità fatta e finita del malato un limite alla propria attività, ma anche una garanzia per l’autonomia del paziente. L’educatore invece lavora su materiale plastico, aperto ad ogni impressione, e dovrà essersi imposto l’obbligo di formare la giovane vita psichica non secondo i suo ideali personali, ma piuttosto aderendo alle disposizioni e alle possibilità dell’oggetto.

Che l’impiego della psicanalisi al servizio dell’educazione possa presto soddisfare le aspettative che gli educatori e i medici in esso possono porre! Un libro come quello di Pfister, che vuole divulgare l’analisi agli educatori, potrà allora contare sulla riconoscenza delle future generazioni.

 

Revisione di Antonello Sciacchitano