Il compito della psicanalisi nella globalizzazione

Convegno “Salvaguardia del lavoro e formazione –
Il compito della psicanalisi nella globalizzazione”

Il sottotitolo di questa giornata reca: Il compito della psicanalisi nella globalizzazione. A me pare che quello dell’analista sia un lavoro di tipo artigianale e che quindi, almeno in apparenza, si pone un poco ai margini dalla cosiddetta globalizzazione, con i tempi e i metodi della quale appare poco compatibile.

La formazione dell’analista è di tipo artigianale in quanto non accademica, non costituita di riconoscimenti legali ma di pratica dell’inconscio e delle sue formazioni. Per uno psicanalista il titolo di questo convegno può avere dunque un solo senso: il lavoro da salvaguardare è quello dell’inconscio.

Non saprei cosa dirne di più e allora pongo due domande:
1) Quale è la cultura della globalizzazione?
2) A che prezzo la psicanalisi, tendenzialmente una controcultura, può avere realmente un posto nella cultura della quale essa contribuisce a modificare certi aspetti, ma la cui pressione tende costantemente a recuperarla per ricondurla al conformismo del pensare?

Lascio a chi lo ritenga opportuno di interrogarsi quanto alla prima domanda.

Per il resto, il lemma “globalizzazione” mi fa pensare alla realizzazione del sogno dell’impero universale. Questo sogno, almeno in occidente dove comunque la globalizzazione ha origine e riceve la sua impronta, ha preso spesso un andamento singolare proponendo un modello di uomo valido e desiderabile per tutti, ma con un doppio limite intrinseco.

Konstantinos Kavafis
Konstantinos Kavafis

Da un lato questa norma, questo modello, è sempre stato autocentrico, ripiegata sul “medesimo”, lasciando allo “altro” solo uno statuto paternalistico di esteriorità racchiuso in coppie antitetiche quali, Elleni/barbari, cristiani/infedeli, civilizzatori/colonizzati, mondo sviluppato/terzo mondo. Dall’altro riproponendo tali coppie anche al proprio interno, sostenendo che solo una minoranza si adeguasse a quell’ideale di umanità: cittadini/servi o schiavi o meteci, buoni cristiani/eretici e peccatori, circoli elitari/masse popolari.

 

Sembra che il diritto all’inclusione, contenuto nell’idea di impero universale, includa d’acchito il diritto all’esclusione.

Non posso riprendere qui la questione dell’interesse che tutto questo ha per la psicanalisi. Ma forse non ce n’è neppure bisogno: è un tema che si impone da solo.

La globalizzazione è crisi per noi occidentali. Crisi economica ma anche crisi esistenziale che ci ritorna da quei luoghi dove il pensiero occidentale, per primo, ha portato la crisi. Attraverso la riproposizione, direi l’iniezione di un pensiero altro, la globalizzazione riporta fragorosamente sulla scena temi da noi desueti da almeno due secoli (da Hobbes a Locke, da Hegel ai suoi adepti) e che attengono al fondamento e al senso dell’esistenza umana.

La società globale porta al nocciolo della nostra vita il problema di una comunità di esseri, noi, ampiamente amputati del loro eros (come testimonia il decadere di culture e attività antiche quali il contadino o l’artigiano appunto) e riuniti intorno a centri di potere immanente dal solo timore di quei mali materiali che sono il risultato della sete di dominio che li accomuna.

Si potrebbe anche dire: del loro essere subordinati a quello che il linguaggio psicanalitico lacaniano chiama “il discorso del padrone” il quale non è solo il “clima di opinione”, per dirla alla Whitehead, ma anche una tendenza interiore a cancellare quelle forze capaci di mettere in crisi ogni establishment copernicamente immobile, pur di non perderne il consenso e i benefici conseguenti. Establishment sia individuale sia collettivo, sociale, legame sociale di cui molti nella storia hanno sperimentato le potenzialità critiche nel continuo conflitto fra retorica e parresìa, o se si vuole, con linguaggio più attuale, fra propaganda mediatica e verità. Come sempre sincerità e verità sono percepite da molti come virtù scandalose le quali dovrebbero comparire in pubblico solo se coperte da un velo di decenza.

Per concludere: personalmente credo che la psicanalisi sia a rischio di estinzione ma anche, in parte contraddicendomi, che essa possa avere invece un suo spazio, molto limitato ma ben definito.

La psicanalisi è a rischio di estinzione se si fa psicoterapia, tecnica fra le tecniche di una tecnomedicina specialistica votata a trattare il male di vivere come se fosse una malattia.

Sia chiaro: ogni professione psicologica di qualunque tipo ha certamente una sua legittimità e una sua dignità, ma in quanto portatrice di risposte richieste dal legame sociale prevalente non può dire nulla circa la realtà e gli effetti dell’inconscio freudiano.

La psicanalisi resta estranea a tutto ciò che fornisce risposte e se ne separa. È arduo per me collocarla politicamente ma ripeto: come psicoterapia essa scomparirà.

Lo spazio nel quale invece essa potrà sussistere è quello della cultura, continuando a dischiudervi nuove prospettive come fece sin dal suo apparire quando aprì un dialogo culturale che pose le basi di un’integrazione della conoscenza la quale continua anche ai nostri giorni, pur se la psicanalisi psicoterapeutica pare essersi in gran parte sottratta a esso.

Uno dei tratti distintivi del novecento infatti è consistito nello sforzo di portare allo scoperto livelli della realtà psichica che qualcuno chiama profondi ma che preferirei chiamare estranei: ognuno come estraneo a se stesso. La genealogia del mondo che vediamo inizia attraverso l’apprendimento della nostra estraneità di fronte alla nostra stessa cultura.

Muovendosi in questo senso, combinando arte, scienza e intuizioni psicanalitiche si è potuto capire come la cultura nelle sue varie espressioni sia una creazione della mente, una risposta alla domanda di andare oltre alla quale la psicanalisi si sforza di conferire un senso.

Perciò la psicanalisi potrà sopravvivere solo se resterà un interrogativo e una provocazione.

Giorgio Landoni
Accademia per la Formazione – Convegno Psicanalisi e lavoro 2013. Padova, 2 Marzo 2013