Dalla professione di psicanalista all’etica del delitto

Lettera di Freud a Ferenczi del 27 aprile 1929

27.4.1929

Prof. Dr. Freud

Vienna, IX. Berggasse 19.

Caro amico,

moglie e figlia sono andate ieri a Berchtesgaden per cercare un appartamento. (Forse si ricorda di un Signor Gulyas, che ci ha fatto visita lì.) Considerando quanto sono complicati i nostri bisogni, quest’anno per noi la scelta non sarà facile.
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Custodi della Versagung

Intervento al Convegno “Il disagio della cultura nella nostra modernità”, organizzato dal movimento psicanalitico Nodi freudiani, nella tavola rotonda dal titolo “Norma e legalità. Riflessi sulla formazione”, moderata da Franco Quesito (psicanalista, Torino) con la partecipazione di: Simone Berti (psicanalista, Firenze), Piergiorgio Curti (psicanalista, Livorno), Giovanni Callegari (psicanalista, Torino), Moreno Manghi (psicanalista, Pordenone), Antonello Sciacchitano (psicanalista, Milano).

12 ottobre 2013, Palazzo Cusani, Milano

“Noi analisti non operiamo se non nel registro della Versagung.
“Noi entriamo a far parte del destino del soggetto, vi entriamo in qualche modo.”
J. Lacan, Il transfert

La catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla.
Letto per caso sui muri di Milano, in via Brera, il giorno del Convegno

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Non mi frega un tappo!

Il giovedì sera ho offerto un aperitivo a degli ospiti nella stanza adibita comunemente a sala d’aspetto del mio studio; per l’occasione del brindisi, ho stappato una bottiglia di brut. Il venerdì mattina, introducendo una analizzante per la terza seduta, mi vedo recapitare, con un’aria trionfante, e un sorriso a dir poco equivoco, il tappo della bottiglia, che era finito in non so quale anfratto della libreria, ma da lei immediatamente e infallibilmente ritrovato dopo non più di tre o quattro minuti di sala d’attesa. Anche se a molti potrebbe sembrare  esagerato, basterebbe un simile gesto – che vale più di mille test −  per formulare con esattezza una diagnosi di isteria (per lo psicoanalista esiste ancora, è diffusa universalmente e non smetterà mai di esistere), ancor prima di aprire bocca per dire una parola. Poiché non ho preso il tappo che mi veniva messo in mano, esso è stato collocato in bella mostra sul mio scrittoio. Dopo circa un quarto d’ora dall’inizio della seduta, priva di qualsiasi commento sull’episodio e piena di quelle che si possono definire le lamentele di routine, comincio a domandarmi, a causa di questo silenzio, se per caso non si sia trattato di un acting-out e mi decido a chiedere lumi alla cliente, ben sapendo dell’inevitabile rischio a cui stavo andando incontro. Difatti, ne è seguito il prorompere di un torrente di fantasie sull’ “orgia” che si sarebbe svolta quella notte in sala d’aspetto con le mie “pazienti”. Nel crescendo di un turpiloquio sempre più eccitato, mi viene fatta notare, non senza la civetteria di un en passant, la forma del tappo che, come è noto, per gli champenoises non è la stessa di quella dei vini fermi. Questo gioco o “scena” fatto di civetterie con l’analista tanto quanto con la psicoanalisi (simbolismi, allusioni, motti di spirito, ironia, furbizia, finta ingenuità, rossori, scalmane, risatine, sospiri, carezze sui seni e sul sesso, ecc.) completa il quadro isterico: sono io che l’ho visto, sono io che l’ho preso, sono io che te l’ho portato! Potrei proseguire: che tu lo voglia o no, questo non mi impedirà certo di fartelo prendere…

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