Se lo dice Kant…

…forse si può dirlo meglio.

Il singolo si dimostra sempre irrilevante,
ma la possibilità di ogni singolo ci dischiude
una prospettiva sull’essenza del mondo.
Ludwig Wittgenstein
Tractatus Logico-philosophicus, 3.3421

Affermando che la Critica della ragion pratica sia un trattato sul desiderio, non credo di trasgredire i canoni della storia della filosofia, che per l’idealismo formano l’essenza della filosofia stessa. Il punto, che può sfuggire, ma forse non del tutto, è che, alla vigilia della rivoluzione francese, la performance kantiana prenda spunto da due nozioni comuni apparentemente contrastanti, ma presupposte in modo assiomaticamente originario. La mia ipotesi di lavoro è che il desiderio nasca da un’apparente contraddizione kantiana. Mi spiego.

Il principio di tutta l’elucubrazione etica kantiana è la nozione di volontà libera, intesa come espressione autonoma di una causalità efficiente soggettiva che precede ogni determinazione empirica; essendo trascendentale determina l’empirico senza esserne determinata. “La libertà è anche l’unica fra tutte le idee della ragione speculativa di cui noi conosciamo a priori la possibilità senza tuttavia riconoscerla (einzusehen), perché essa è la condizione della legge morale che noi conosciamo”.[1] Il punto – la trascendenza empirica della moralità – sarà approfondito e sviluppato contro Hegel da Schopenhauer, che porrà la volontà come fattore determinante del mondo del soggetto, il suo noumeno.

La libertà è la causa efficiente del desiderio, cioè è un principio pratico. Il soggetto kantiano è razionale, cioè dotato di intelligenza pratica; in risposta alla domanda come sia possibile un imperativo categorico Kant afferma che “l’essere razionale, come intelligenza, si annovera nel mondo intellegibile e chiama volontà la propria causalità solo come causa efficiente appartenente a tale mondo.”[2]

Qui si inserisce il punto critico della sottile razionalità kantiana. Il primo teorema della Critica della ragion pratica recita: “Tutti i principi pratici materiali, che presuppongono un oggetto (materia) della facoltà di desiderare come fattore determinante della volontà, sono nel complesso empirici e non possono formulare leggi pratiche”.[3]

Insomma, in limine al proprio capolavoro Kant afferma che non esiste la legge empirica universale del desiderio. In termini freudiani, non esiste l’Edipo con la maiuscola, uguale per tutti e per ciascuno. Sembra che Kant sappia che in pratica l’analisi del desiderio proceda dal particolare al particolare, come insegnerà Lacan. Ciononostante, subito dopo Kant afferma che la razionalità soggettiva si esprime presupponendo che una legge universale possa in teoria esistere e regolamentare la pratica; è la famosa massima soggettiva che supplisce all’assenza di legge universale, intitolata proprio Legge fondamentale della ragion pura pratica: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa in ogni tempo valere come principio di una legislazione generale”.[4]

Una contraddizione tra teoria e pratica, tra universale e singolare? Forse non del tutto. Il punto notevole da ritenere è che l’universalità sia sempre e comunque stabilita dal singolo. Tra singolare e universale ci si accapiglia sin dal Medioevo. Corrobora il contrasto, reso da Kant fecondo, tra singolare e universale il quarto teorema kantiano: “L’autonomia della volontà è l’unico principio delle leggi morali e dei corrispondenti doveri”.[5] Per i duri d’orecchio: “La legge morale è invero una legge della causalità mediante la libertà e quindi della possibilità di una natura soprasensibile, come la legge metafisica degli eventi nel mondo dei sensi era una legge della causalità della natura sensibile”.[6] Tra causalità e libertà, tra necessità e contingenza – la vera contrapposizione logica secondo Lacan[7] – c’è un attrito che fa scintille.

Osservo che, battendo questa strada Kant non arriva – correttamente – a formulare nella Seconda Critica nessun imperativo categorico specifico, che pure fu il concetto centrale della Fondazione della metafisica dei costumi, opera preparatoria alla seconda critica. Il punto è importante perché estromette dal campo etico il Super-Io. Istituisce al tempo stesso la dimensione collettiva dell’etica, anche se non è immediato.

L’assenza di una legge universale del desiderio, con la connessa necessità di supplirvi con la massima individuale, produce due conseguenze opposte, in prima istanza problematiche, una a livello individuale, l’altra a livello collettivo. Per comprendere quanto segue conviene mettersi in ottica cartesiana.

Se il punto di partenza della meditazione morale è l’esistenza del dubbio che tutto il verosimile sia falso, ossia che tutto il contingente possa essere e possa non essere, allora anche alla morale viene meno ogni fondamento categorico a priori. Cartesianamente parlando, la morale è definitivamente par provision. Sussiste solo in forza della volontà soggettiva che vuole farla essere. Kant è autenticamente cartesiano. Adotta la lezione di Cartesio, anche se di traverso.

Con due punti deboli, dicevo, uno individuale, l’altro collettivo. Se manca il fondamento categorico, qualunque despota può occupare il posto vuoto della legge universale, sottoponendo il corpo del soggetto alla legge inoppugnabile del proprio (di lui) godimento. È quanto sostiene Lacan nel saggio del 1963, intitolato Kant con Sade, dove afferma che la Filosofia nel boudoir restituisce la verità della seconda critica. Allora la perversione istituisce l’istanza super-egoica, quella magistrale non esclusa. Precisamente, “c’est donc bien l’Autre en tant que libre, c’est la liberté de l’Autre, que le discours du droit à la jouissance pose en sujet de son énonciation, et pas d’une façon qui diffère du Tu es qui s’évoque du fonds tuant de tout impératif”.[8] È doveroso aggiungere alla serie delle figure della perversione, oltre a quelle sessuali (regolarmente maschili e potenzialmente femminicide), quella del maestro, che imperversa, talvolta in modo mortifero, sulla mente degli allievi. Il discorso attiene anche al movimento psicanalitico. La psicanalisi ha conosciuto tanti capiscuola, maestri insindacabili di assoggettamento intellettuale, quasi che le associazioni psicanalitiche siano state terreni di cultura pura della perversione. La perversione, come si sa, sostituisce al rapporto sessuale “normale” un rapporto alternativo, non necessariamente fallico ma mortifero come nuova norma. E ciò vale anche a livello intellettuale.

Fiammifero acceso davanti a fiammiferi spenti
Hai da accendere?

Tanto andava detto per il punto debole a livello individuale. Non meno grave anche se meno sensazionale è quello a livello collettivo. Lì la fallacia da combattere energicamente con tutte le forze è che, se in un campo non esiste la legge universale unificatrice, tale campo non possa essere oggetto di ricerca scientifica collettiva. Esistono obiezioni teoriche e pratiche contro tale fallacia, alimentata dalla diffusa pigrizia del pensiero. “Io non penso, godo”, sembra essere il motto di certa psicanalisi.

Facciamo un giro di poco più largo. Nell’insiemistica matematica esistono le cosiddette classi proprie. Si definiscono proprio in base all’assenza di una legge generale che renda la collezione unitaria, cioè elemento di un’altra classe. In psicanalisi esempi di classi proprie sono il femminile e il paterno, per cui non si dà la proprietà caratteristica necessaria a definirle (e a contestarle). In proposito Lacan intuisce vagamente qualcosa e parla di pas tous (“non tutto”). A mio parere è preferibile parlare di logica della contingenza, caratteristica comune ai campi darwiniano e freudiano.

In campo sperimentale la biologia evoluzionistica è l’esempio paradigmatico di scienza della contingenza, cioè di fenomeni né necessari né impossibili, in assenza di leggi universali che unifichino il suo campo in modo elementare. Non è escluso che l’opposizione al darwinismo, in nome di qualche disegno intelligente, derivi proprio da tale essenziale carenza di leggi universali e di stretto determinismo, che sulla scorta di Newton lo stesso Kant presuppone a livello naturale. Oggi dopo Poincaré (1890) si sa dell’esistenza di fenomeni caotici che lo stesso determinismo potrebbe generare in forme difficilmente distinguibili da quelle probabilistiche. (Si parla di “probabilità selvagge” con varianza infinita come nella distribuzione di probabilità di Cauchy).

In psicanalisi la suddetta fallacia – assenza di legge universale / assenza di scienza – giustifica la generale proscrizione della scientificità galileiana, di cui Freud non aveva cognizioni di prima mano, e favorisce la permanenza degli antichi schematismi narrativi dello scire per causas.[9] Così nella psicanalisi freudiana trionfa l’approccio narratologico basato sui romanzi individuali dell’edipo e della castrazione, che sostituiscono una necessità fittizia alla contingenza dell’evoluzione soggettiva. Date tutte le aporie, segnalate da Freud in Analisi finita e infinita, non se ne esce, anzi, ci si avvoltola sempre più nell’ineffabile. La recente parola d’ordine, che la Fondation européenne pour la Psychanalyse ci invia da Parigi, è À l’écoute du sujet toujours singulier; la psicanalisi deve arrivare a scrivere l’assoluta singolarità soggettiva, nel romanzo che pure “non cessa di non scriversi.[10] Ovviamente di soggetto collettivo non se ne parla né in teoria né in pratica. I lavori di Ludwik Fleck sui collettivi di pensiero (Denkkollectiv) sono del tutto ignorati. Una certa miseria cognitiva continua a rimasticare le posizioni espresse da Freud nella sua Massenpsychologie, ridotta a semplice estensione della psicologia individuale. La dialettica kantiana tra singolare e universale perde tutto il suo vigore.

Cui prodest? Senza controllo scientifico collettivo, il governo dell’ortodossia psicanalitica, specifica di ciascuna scuola, passa interamente in mano ai geronti, i cosiddetti didatti, successori dei maestri. Prospettive di cambiamento? Nessuna. Non ci sono possibilità di innovazione. La sterilità intellettuale regna sovrana in psicanalisi. Di ricerca, né filosofica né scientifica, nessuno parla. La ricerca è tabù. Anche il collettivo, come sede di ricerca, è tabuizzato. Nelle scuole di psicanalisi esiste solo l’insegnamento magistrale (perverso), che non ha bisogno di collettivi di ricerca che eventualmente lo confutino. Si gabella per formazione la conformazione scolastica.

Kant approverebbe?

Note

[1] I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft (1788), trad. it. I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Bari 1974, p. 4, trad. modificata.

[2] I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten (1785), trad. it. I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Rusconi, Milano 1994, p. 203, trad. modificata.

[3] I. Kant, Critica della ragion pratica, op. cit., p. 26, trad. modificata.

[4] Ivi, p. 29, trad. modificata.

[5] Ivi, p. 42.

[6] Ivi, p. 59.

[7] Vd. J. Lacan, Seminaire 20/Encore (1972-1973), seduta del 13 febbraio 1973.

[8] J. Lacan, Kant avec Sade (1963), trad. it. J. Lacan, Kant con Sade, in J. Lacan, Scritti, vol. II, p. 770.

[9] Causarum cognitio, si legge nella volta della stanza della segnatura nelle Stanze vaticane.

[10] Come tutti sanno è la definizione di impossibile che Lacan diede di impossibile nel seminario Encore, seduta del 13 febbraio 1973 in riferimento al rapporto sessuale.

Bibliografia

I. Kant, Kritik der praktischen Vernunft (1788), trad. it. I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Bari 1974.

I Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten (1785), trad. it. I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Rusconi, Milano 1994.

J. Lacan, Kant avec Sade (1963), trad. it. J. Lacan, Kant con Sade, in J. Lacan, Scritti, vol. II, pp. 764-791.

J. Lacan, Seminaire 20/Encore (1972-1973), trad. it. J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, Einaudi, Torino 2011.

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.