La dinamica del transfert secondo Freud

Propongo una nuova traduzione del testo che Freud dedicò nel 1912 al tema della dinamica del transfert. Da una parte ne traccia la genesi a partire dai moti libidici distolti dalla realtà e dalla coscienza e ne descrive il manifestarsi sotto forma di rappresentazioni d’attesa che si appuntano, come cliché, a ogni nuova persona incontrata e quindi anche alla persona dell’analista. D’altra parte Freud affronta il complesso intrecciarsi di transfert e di resistenza. Nella conclusione della sua argomentazione, il transfert viene descritto come una sorta di attrattore delle idee spontanee nella coscienza, ma allo stesso tempo il principale responsabile della loro deformazione. Capitale poi la chiusura, che propone il transfert come una dimensione nella quale, rendendo presente (in presenza e attuale) ciò che esiste fantasmaticamente e senza tempo nell’inconscio, è possibile mettere in relazione vita pulsionale e intelletto, moti di sentimento e pensiero.

Dinamica del transfert (1912)

Il tema del “transfert”, difficile da svolgere in modo esauriente, è stato recentemente affrontato in modo descrittivo in questo Zentralblatt da Wilhelm Stekel.[1] Qui vorrei ora aggiungere alcune annotazioni che dovrebbero consentire di comprendere come il transfert, durante la cura psicanalitica, si realizzi necessariamente e come esso, durante il trattamento, arrivi a ricoprire il ben noto ruolo.

Chiariamoci sul fatto che ogni uomo, per il concorso della disposizione di cui è portatore e di ciò che ha avuto effetto su di lui durante gli anni della sua infanzia, ha acquisito una determinata peculiarità in merito a come vive la vita amorosa, quindi in merito a quali condizioni egli pone all’amore, a quali pulsioni soddisfa in questo modo e a quali mete si prefigge.[2] Ne risulta, per così dire, un cliché (o anche più di uno)[3] che nel corso della vita viene ripetuto con regolarità, nuovamente stampato, per quanto lo consentono le circostanze esterne e la natura degli oggetti d’amore accessibili, e che peraltro, a fronte di impressioni recenti, non è del tutto inalterabile. Dalle nostre esperienze risulta però che di questi moti che determinano la vita amorosa solo una parte ha compiuto un pieno sviluppo psichico; questa parte è rivolta alla realtà, sta a disposizione della personalità cosciente e ne costituisce un pezzo. Un’altra parte di questi moti libidici è stata frenata nello sviluppo, è stata distolta dalla personalità cosciente così come dalla realtà, ha potuto dispiegarsi soltanto nella fantasia o è rimasta interamente nell’inconscio, così da essere ignota alla coscienza della personalità. Se però il bisogno d’amore di qualcuno non è stato pienamente soddisfatto dalla realtà, egli è costretto ad avvicinarsi con rappresentazioni d’attesa libidiche a ogni nuova persona che incontra ed è del tutto probabile che entrambe le porzioni della sua libido, sia quella che può diventare cosciente che quella inconscia, abbiamo parte in questo atteggiamento.

È dunque del tutto normale e comprensibile che l’investimento libidico, già approntato e trepidante, di chi è parzialmente insoddisfatto si rivolga anche alla persona del medico. Secondo la nostra premessa, questo investimento si atterrà a modelli, si annoderà a uno dei cliché che sono disponibili per la persona in questione; potremmo anche dire che inserirà il medico in una delle “serie” psichiche che chi soffre ha formato sino a quel momento. Corrisponde ai rapporti reali con il medico se per questo inserimento sarà decisiva la imago paterna (secondo la felice espressione di Jung).[4] Il transfert però non è legato a questo modello, esso può anche essere effettuato secondo l’imago materna o di un fratello, ecc. Le particolarità del transfert sul medico, grazie alle quali esso, per misura e modalità, va oltre ciò che si può giustificare obiettivamente e razionalmente, diventano comprensibili considerando appunto che non solo le rappresentazioni d’attesa coscienti, ma anche quelle trattenute o inconsce, hanno prodotto questo transfert.

Su questo comportamento del transfert non ci sarebbe altro da dire o da almanaccare se due punti, che sono di particolare interesse per lo psicanalista, non rimanessero senza spiegazione. In primo luogo non comprendiamo il fatto che il transfert riesca tanto più intenso nelle persone nevrotiche in analisi che nelle altre, non analizzate; in secondo luogo rimane enigmatico il motivo per cui nell’analisi il transfert si opponga a noi come la più forte resistenza al trattamento, mentre in trattamenti al di fuori dell’analisi dobbiamo riconoscerlo come il portatore dell’effetto di guarigione, la condizione del suo buon esito. È infatti un’esperienza che si può confermare tanto spesso quanto si vuole quella per la quale, quando le libere associazioni di un paziente vengono meno,[5] ogni volta il ristagno può essere eliminato attraverso la rassicurazione che egli si trovi in quel momento sotto il dominio di un’idea spontanea che riguarda la persona del medico o qualcosa che gli appartiene. Appena si è dato questo chiarimento, o viene eliminato il ristagno o viene trasformata la situazione: dal venir meno delle idee spontanee al silenziarle.

A prima vista sembra un enorme svantaggio metodico della psicanalisi che in essa il transfert, che altrove è la leva più potente del successo, si trasformi nel mezzo più forte della resistenza. Esaminando però più da vicino, ci sbarazziamo almeno del primo dei due problemi. Non è corretto che il transfert compaia durante la psicanalisi in modo più intenso e sfrenato che non al di fuori di essa. Negli istituti nei quali i malati di nervi non sono trattati analiticamente, si osservano le intensità più elevate e le forme più indegne del transfert, che giunge fino alla soggezione, nonché la sua coloritura più inequivocabilmente erotica. In un tempo in cui non c’era nulla di simile alla psicanalisi, una fine osservatrice come Gabriele Reuter ha descritto il fenomeno in un libro notevole, che peraltro fa trasparire i migliori insight sull’essenza e sull’insorgenza delle nevrosi.[6] Questi caratteri del transfert non vanno dunque messi in conto alla psicanalisi, ma attribuiti alla nevrosi stessa. Il secondo problema rimane per ora intatto.

Dobbiamo ora approcciare questo secondo problema, la domanda cioè sul perché nella psicanalisi il transfert si opponga a noi come resistenza. Richiamiamo alla mente la situazione psicologica del trattamento: condizione preliminare, regolare e indispensabile, di ogni ammalarsi di psiconevrosi è il processo che Jung ha appropriatamente definito introversione della libido.[7] Vale a dire: la parte di libido che può diventare cosciente, rivolta alla realtà, viene ridotta; la parte distolta dalla realtà, inconscia, che tuttavia può ancora alimentare le fantasie della persona ma appartiene all’inconscio, viene aumentata nella stessa misura. La libido è entrata (totalmente o parzialmente) in regressione e ha ridato vita alle imago infantili.[8] In quella direzione la segue ora la cura analitica, la quale vuole rintracciare la libido, renderla nuovamente accessibile alla coscienza e infine metterla al servizio della realtà. Dove la ricerca analitica urta contro la libido ritiratasi nei suoi nascondigli, scoppierà certamente una battaglia; tutte le forze che hanno causato la regressione della libido si solleveranno come “resistenze” contro il lavoro allo scopo di conservare questo nuovo stato. Se infatti l’introversione o la regressione della libido non fosse stata giustificata da una determinata relazione con il mondo esterno (nei termini più generali: dalla rinuncia al soddisfacimento) e se essa non fosse stata addirittura opportuna in quel momento, non si sarebbe assolutamente potuta realizzare. Le resistenze di questa provenienza non sono però le uniche e neppure le più forti. La libido a disposizione della personalità era sempre stata sottoposta all’attrazione dei complessi inconsci (più correttamente delle parti di questi complessi appartenenti all’inconscio) ed era caduta nella regressione perché l’attrazione della realtà si era attenuata. Per liberarla, si deve ora superare quest’attrazione dell’inconscio, deve quindi essere levata la rimozione delle pulsioni inconsce, nel frattempo costituitasi nell’individuo, e le sue produzioni. Di qui risulta quella parte della resistenza, di gran lunga la più imponente, che tanto spesso consente alla malattia di perdurare, anche quando il distogliersi dalla realtà ha di nuovo perduto il suo temporaneo fondamento. L’analisi deve lottare con le resistenze che provengono da entrambe le fonti. La resistenza accompagna il trattamento a ogni passo; ogni singola idea spontanea, ogni atto di chi è in trattamento deve fare i conti con la resistenza, si mostra come un compromesso tra le forze che mirano al guarire e quelle menzionate, che vi si oppongono.

Se ora seguiamo un complesso patogeno a partire dalla sua rappresentanza nel conscio (o vistosa come sintomo o del tutto inavvertita) sino alla sua radice nell’inconscio,[9] giungiamo presto in una regione dove la resistenza si fa sentire così distintamente che l’idea spontanea successiva ne deve tenere conto e deve apparire come un compromesso tra le esigenze della resistenza e quelle del lavoro di ricerca. Qui, secondo la testimonianza dell’esperienza, subentra ora il transfert. Quando una qualunque cosa tratta dalla materia del complesso (dal suo contenuto del complesso) è adatta a essere trasferita sulla persona del medico, si produce questo transfert, dà come risultato l’idea spontanea successiva e si annuncia attraverso i segni di una resistenza, per esempio attraverso un ristagno. Da tale esperienza deduciamo che questa idea di transfert è penetrata nella coscienza prima di ogni altra possibile idea spontanea perché dà soddisfazione anche alla resistenza. Un tale processo si ripete innumerevoli volte nel corso di un’analisi. Ogni qualvolta ci si avvicina a un complesso patogeno, la parte del complesso idonea al transfert è la prima a essere spinta avanti nella coscienza e a venire difesa con la più grande ostinazione.[10]

Dopo il suo superamento, gli altri componenti del complesso creano ormai poche difficoltà. Quanto più dura una cura analitica e quanto più distintamente il malato si è reso conto che le deformazioni del materiale patogeno non offrono da sole alcuna protezione contro la sua scoperta, tanto più coerentemente egli si serve di un tipo di deformazione che evidentemente gli offre i più grandi vantaggi, la deformazione attraverso il transfert. Queste circostanze vanno nella direzione di una situazione nella quale in definitiva tutti i conflitti devono essere combattuti fino in fondo sul campo del transfert.

Il transfert nella cura analitica ci appare così in primo luogo sempre e soltanto come l’arma più forte della resistenza e ci è lecito trarre la conclusione che l’intensità e la perseveranza del transfert siano un effetto e un’espressione della resistenza. Il meccanismo del transfert è liquidato proprio riconducendolo alla disponibilità di libido che è rimasta in possesso di imago infantili; si riesce però a chiarire la sua funzione nella cura soltanto se ci si occupa dei suoi rapporti con la resistenza.

Donde deriva che il transfert si presta in modo così preminente ad essere mezzo della resistenza? Si potrebbe ritenere che non sia difficile dare una risposta. È infatti chiaro che la confessione di ogni moto di desiderio proscritto diventa particolarmente gravosa se dev’essere resa dinanzi alla persona alla quale il moto stesso è indirizzato. Questa costrizione genera situazioni che nella realtà appaiono insostenibili. Ma è proprio ciò che ora vuole raggiungere l’analizzato quando fa coincidere con il medico l’oggetto dei suoi moti di sentimento. Una riflessione più articolata dimostra però che questo guadagno apparente non può dare come risultato la soluzione del problema. Un rapporto di tenero e devoto attaccamento può per un altro verso aiutare a superare tutte le difficoltà della confessione. In analoghe circostanze reali si è infatti soliti dire: “davanti a te non mi vergogno, a te posso dire tutto”. Il transfert sul medico potrebbe dunque servire altrettanto bene ad agevolare la confessione e non si capisce perché esso dovrebbe provocare un aggravio.

La risposta a questa domanda che qui ci siamo posti più di una volta non la si ricava da un’ulteriore riflessione, ma è data dall’esperienza che si ottiene esaminando le singole resistenze di transfert nella cura. Alla fine si nota che non si può capire l’impiego del transfert come resistenza finché si pensa semplicemente al “transfert”. Bisogna decidersi a distinguere un transfert “positivo” da un altro “negativo”, il transfert di sentimenti teneri da quello di sentimenti ostili, e a trattare separatamente i due tipi di transfert sul medico. Il transfert positivo si scompone poi a sua volta in sentimenti amichevoli o teneri, che possono diventare coscienti, e nelle loro prosecuzioni nell’inconscio. A proposito di questi ultimi l’analisi mostra che di regola risalgono a fonti erotiche, così da doverci portare a intuire che tutti i rapporti che hanno valore nella nostra vita, sentimentali, di simpatia, di amicizia, di fiducia e simili, per quanto puri e non sensuali possano mostrarsi alla nostra autopercezione conscia, sono geneticamente collegati con la sessualità e si sono sviluppati da brame puramente sessuali attraverso un’attenuazione della meta sessuale. Originariamente abbiamo conosciuto solo oggetti sessuali; la psicanalisi ci mostra che pure le persone della nostra realtà che anche solo stimiamo o ammiriamo possono continuare a essere oggetti sessuali per l’inconscio in noi.

La soluzione dell’enigma è dunque che il transfert sul medico è adatto alla resistenza nella cura solo se si tratta di transfert negativo o di transfert positivo di moti erotici rimossi. Se “annulliamo” il transfert rendendolo cosciente, distogliamo soltanto queste due componenti dell’atto emotivo dalla persona del medico; l’altra componente, che può essere cosciente ed è irreprensibile, continua a sussistere e in psicanalisi è portatrice del successo, esattamente come in altri metodi di trattamento. In questo senso ammettiamo di buon grado che i risultati della psicanalisi si basano sulla suggestione; ora, per suggestione bisogna intendere ciò che abbiamo potuto trovare con Ferenczi:[11] l’influenza su un uomo esercitata attraverso i fenomeni di transfert per lui possibili. Abbiamo cura dell’indipendenza definitiva del malato nella misura in cui utilizziamo la suggestione come mezzo che gli consenta di compiere un lavoro psichico che abbia come necessaria conseguenza un miglioramento durevole della sua situazione psichica.

Ci si può ancora chiedere perché i fenomeni di resistenza del transfert vengano alla luce soltanto nella psicanalisi e non anche in trattamenti condotti in modo indifferente, per esempio negli istituti. La risposta suona: essi si mostrano anche là, devono solo essere apprezzati come tali. Il prorompere del transfert negativo è anzi molto frequente negli istituti. Il malato, non appena passa sotto il dominio del transfert negativo, lascia l’istituto, senza essere cambiato oppure in fase di ricaduta. Negli istituti il transfert erotico non agisce in modo così inibitorio perché là, come nella vita, esso viene mascherato anziché portato alla luce; esso si manifesta invece in modo assolutamente chiaro come resistenza contro il guarire e precisamente non perché spinga il malato ad abbandonare l’istituto – al contrario lo trattiene nell’istituto – bensì perché lo tiene lontano dalla vita. Per il guarire è infatti del tutto indifferente che il malato superi nell’istituto questa o quell’angoscia, oppure un’inibizione; conta piuttosto che ne sia libero anche nella realtà della sua vita.
Il transfert negativo meriterebbe una valutazione accurata, che nell’ambito di queste considerazioni non possiamo concedergli. Nelle forme guaribili di psiconevrosi lo si trova a fianco del transfert tenero, spesso rivolto contemporaneamente alla stessa persona; per questo stato di cose Bleuler ha coniato la felice espressione “ambivalenza”.[12] Una tale ambivalenza dei sentimenti sembra essere, entro una certa misura, normale, ma un alto grado di ambivalenza è di certo un particolare segno distintivo delle persone nevrotiche. Nella nevrosi di coazione una precoce “separazione delle coppie di contrari” sembra essere caratteristica della vita pulsionale e sembra rappresentare una delle sue condizioni costituzionali. L’ambivalenza degli orientamenti sentimentali dei nevrotici ci spiega nel modo migliore la loro capacità di mettere i loro transfert al servizio della resistenza. Là dove la capacità di transfert è diventata essenzialmente negativa, come nei paranoidi, cessa la possibilità dell’influenza e della guarigione.
Con tutte queste considerazioni abbiamo però valutato sinora soltanto un versante del fenomeno del transfert; ci è richiesto di rivolgere la nostra attenzione a un altro aspetto della medesima cosa. Chi abbia ricavato un’impressione esatta del modo in cui l’analizzato viene estromesso dai suoi rapporti reali con il medico non appena cada sotto il dominio di un’abbondante resistenza di transfert, di come egli si prende poi la libertà di trascurare la regola psicanalitica fondamentale, secondo la quale si deve comunicare tutto ciò che viene in mente senza sottoporlo a critica, di come dimentica i propositi con i quali aveva fatto ingresso nel trattamento e di come gli diventano indifferenti connessioni e conclusioni logiche che poco prima gli avevano fatto una grande impressione, chi abbia osservato tutto questo sentirà il bisogno di spiegarsi questa impressione anche in base ad altri fattori oltre a quelli citati finora; nella realtà dei fatti non sono da cercare lontano: si ricavano ancora una volta dalla situazione psicologica in cui la cura ha trasposto l’analizzato.
Rintracciando la libido andata perduta per la coscienza si è entrati nell’ambito dell’inconscio. Le reazioni che si ottengono portano ora alla luce anche alcuni dei caratteri dei processi inconsci, come abbiamo imparato a conoscerli attraverso lo studio dei sogni. I moti inconsci non vogliono essere ricordati, come la cura auspica, e tendono invece a riprodursi in modo corrispondente all’atemporalità e alla capacità allucinatoria dell’inconscio. Come nel sogno, analogamente il malato attribuisce presenza e realtà agli esiti del ridestarsi dei suoi moti inconsci; vuole agire le sue passioni senza tener conto della situazione reale. Il medico vuole costringerlo a inserire questi moti di sentimento nel contesto del trattamento e in quello della storia della sua vita, vuole costringerlo a sottoporli alla considerazione del pensiero e a riconoscerli secondo il loro valore psichico. Questa lotta tra medico e paziente, tra intelletto e vita pulsionale, tra conoscere e voler agire si svolge quasi esclusivamente nei fenomeni di transfert. È su questo campo che si deve ottenere la vittoria, e la sua espressione è il durevole guarire della nevrosi. È innegabile che il soggiogare i fenomeni del transfert crea allo psicanalista le difficoltà più grandi, ma non bisogna dimenticare che proprio essi ci rendono il servizio inestimabile di rendere attuali e manifesti i moti d’amore, occulti e dimenticati, dei malati, perché in fin dei conti nessuno può essere abbattuto in absentia o in effigie.

Revisione di Antonello Sciacchitano

Note

1 W. Stekel, Die verschiedenen Formen der Übertragung, in Zentralblatt für Psychoanalyse, vol. 2, n. 2, (1911), pp. 27-30.
2 Premuniamoci a questo punto contro l’ambiguo rimprovero di aver negato l’importanza dei fattori congeniti (costituzionali) per il fatto di aver sottolineato l’importanza delle impressioni infantili. Un simile rimprovero deriva dalla ristrettezza del bisogno di causalità dell’uomo che, in contrasto con l’abituale configurazione della realtà, si ritiene soddisfatta con un unico fattore causale. La psicanalisi ha molto insistito sui fattori accidentali dell’eziologia e poco su quelli costituzionali soltanto perché in relazione ai primi era in grado di portare qualcosa di nuovo, mentre degli ultimi non sapeva pressoché niente di più di quanto già si sa. Ci rifiutiamo di stabilire un’opposizione di principio tra le due serie di fattori eziologici; ammettiamo piuttosto una regolare collaborazione di entrambi nel produrre l’effetto osservato. Daimôn kai tychê determinano il destino di un uomo; di rado, forse mai, una sola di queste potenze. La ripartizione dell’efficacia eziologica di ciascuna di esse potrà essere effettuata solo individualmente e per singoli aspetti. La serie, nella quale si compongono le grandezze variabili dei due fattori, avrà certamente anche i suoi casi estremi. In base allo stato della nostra conoscenza, nel singolo caso valuteremo diversamente la partecipazione della costituzione o quella dell’esperienza e ci riserveremo il diritto di modificare il nostro giudizio col mutare dei nostri insight. Del resto si potrebbe azzardare di concepire la costituzione stessa come sedimento degli effetti accidentali sulla serie infinitamente grande degli antenati.
3 [Anche nel testo sull’analisi laica Freud parlerà del transfert usando la metafora del cliché: “Cedere alle pretese del transfert, soddisfare i desideri di tenerezza e sensualità del paziente, è interdetto in modo ampiamente giustificato, non solo per motivi di moralità, ma anche perché come espediente tecnico è del tutto inadeguato a realizzare gli scopi dell’analisi. Finché gli si consente di ripetere senza correzioni un cliché inconscio in lui già preparato, il nevrotico non può guarire”. Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. id., La questione dell’analisi laica, Mimesis, Milano 2012, p. 79.]
4 C. G. Jung, Wandlungen und Symbole der Libido (1911-1912), trad. it. id., Simboli della trasformazione, in Opere, 19 voll., vol. 5, Boringhieri, Torino 1970, p. 55.
5 Intendo dire, quando mancano realmente, e non quando vengono sottaciute, per esempio a causa di un comune sentimento di dispiacere.
6 G. Reuter, Aus guter Familie, Fischer, Berlino 1895.
7 Sebbene alcune espressioni di Jung diano l’impressione ch’egli veda in questa introversione qualcosa di caratteristico della dementia praecox, qualcosa che non verrebbe considerato allo stesso modo in altre nevrosi.
8 Sarebbe comodo dire che la libido ha investito di nuovo i “complessi” infantili. Ma sarebbe scorretto; l’unica affermazione giustificata sarebbe: le parti inconsce di questi complessi. La straordinaria complessità dell’argomento trattato in questo lavoro induce alla tentazione di approfondire un gran numero di problemi contigui, che propriamente sarebbe necessario chiarire prima di poter parlare in termini inequivocabili dei processi psichici che qui dobbiamo descrivere. Tali problemi sono: la delimitazione reciproca dell’introversione e della regressione, l’inserimento della dottrina dei complessi nella teoria della libido, le relazioni del fantasticare con il conscio e l’inconscio, nonché con la realtà, ecc. Non ho bisogno di giustificarmi se in questa sede ho resistito a queste tentazioni.
9 [Credo che tutto questo paragrafo renda ragione dell’accenno che nel testo sull’avvio del trattamento Freud fa a proposito dell’impercettibile mescolanza di transfert e idee spontanee del paziente e che l’uso del divano dovrebbe contribuire a evitare.]
10 Dal che non è però lecito dedurre in linea generale una particolare importanza patogena dell’elemento scelto per la resistenza di transfert. Quando in una battaglia si combatte con particolare accanimento per il possesso di una certa chiesetta o di una singola fattoria, non è necessario supporre che la chiesa sia un santuario nazionale o che la casa custodisca i tesori dell’armata. Il valore degli oggetti può essere meramente tattico e forse può acquistare significato soltanto in quella battaglia.
11 S. Ferenczi, Introjektion und Übertragung (1909), trad. it. id., Introiezione e transfert, in Opere, 4 voll. vol. I, Cortina, Milano 1989.
12 E. Bleuler, Dementia praecox, oder Gruppe der Schizophrenien (1911), trad. it. id., Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, Polimnia Digital Editions, Sacile 2017. Conferenza sull’ambivalenza tenuta da E. Bleuler a Berna nel 1910 e riportata in F. Riklin, Vortrag von Prof. Bleuler-Zürich über Ambivalenz, in Zentralblatt für Psychoanalyse, n. 1, vol. 1 (1911), pp. 266-268. Per gli stessi fenomeni Stekel aveva proposto in precedenza il termine “bipolarità”. [Secondo Stekel, questa nota Freud l’ha aggiunta solo dopo la sua insistenza nel riconoscergli quanto gli era dovuto. Cfr. W. Stekel, On the history of the analytical movement (1926), in J. Bos, L. Groenendijk, The Self-Marginalization of Wilhelm Stekel: Freudian Circles Inside and Out, Springer, New York 2007, p. 148.]

 

Cliché (uomo con cappello)
Cliché (uomo con cappello)

Di seguito la versione originale in tedesco:

Zur Dynamik der Übertragung (1912)

[364] Das schwer zu erschöpfende Thema der »Übertragung« ist kürzlich in diesem Zentralblatt von W. Stekel in deskriptiver Weise behandelt worden.[1] Ich möchte nun hier einige Bemerkungen anfügen, die verstehen lassen sollen, wie die Übertragung während einer psychoanalytischen Kur notwendig zustande kommt, und wie sie zu der bekannten Rolle während der Behandlung gelangt.

Machen wir uns klar, daß jeder Mensch durch das Zusammenwirken von mitgebrachter Anlage und von Einwirkungen auf ihn während seiner Kinderjahre eine bestimmte Eigenart erworben hat, wie er das Liebesleben ausübt, also welche Liebesbedingungen er stellt, welche Triebe er dabei befriedigt, und welche Ziele er sich setzt.[2] Das ergibt sozusagen ein Klischee (oder auch [365] mehrere), welches im Laufe des Lebens regelmäßig wiederholt, neu abgedruckt wird, insoweit die äußeren Umstände und die Natur der zugänglichen Liebesobjekte es gestatten, welches gewiß auch gegen rezente Eindrücke nicht völlig unveränderlich ist. Unsere Erfahrungen haben nun ergeben, daß von diesen das Liebesleben bestimmenden Regungen nur ein Anteil die volle psychische Entwicklung durchgemacht hat; dieser Anteil ist der Realität zugewendet, steht der bewußten Persönlichkeit zur Verfügung und macht ein Stück von ihr aus. Ein anderer Teil dieser libidinösen Regungen ist in der Entwicklung aufgehalten worden, er ist von der bewußten Persönlichkeit wie von der Realität abgehalten, durfte sich entweder nur in der Phantasie ausbreiten oder ist gänzlich im Unbewußten verblieben, so daß er dem Bewußtsein der Persönlichkeit unbekannt ist. Wessen Liebesbedürftigkeit nun von der Realität nicht restlos befriedigt wird, der muß sich mit libidinösen Erwartungsvorstellungen jeder neu auftretenden Person zuwenden, und es ist durchaus wahrscheinlich, daß beide Portionen seiner Libido, die bewußtseinsfähige wie die unbewußte, an dieser Einstellung Anteil haben.

Es ist also völlig normal und verständlich, wenn die erwartungsvoll bereitgehaltene Libidobesetzung des teilweise Unbefriedigten sich auch der Person des Arztes zuwendet. Unserer Voraussetzung gemäß, wird sich diese Besetzung an Vorbilder halten, an eines der Klischees anknüpfen, die bei der betreffenden Person vorhanden sind oder, wie wir auch sagen können, sie wird den Arzt in eine der psychischen »Reihen« einfügen, die der Leidende bisher gebildet hat. Es entspricht den realen Beziehungen zum [366] Arzte, wenn für diese Einreihung die Vater-Imago (nach Jungs glücklichem Ausdruck)[3] maßgebend wird. Aber die Übertragung ist an dieses Vorbild nicht gebunden, sie kann auch nach der Mutter- oder Bruder-Imago usw. erfolgen. Die Besonderheiten der Übertragung auf den Arzt, durch welche sie über Maß und Art dessen hinausgeht, was sich nüchtern und rationell rechtfertigen läßt, werden durch die Erwägung verständlich, daß eben nicht nur die bewußten Erwartungsvorstellungen, sondern auch die zurückgehaltenen oder unbewußten diese Übertragung hergestellt haben.

Über dieses Verhalten der Übertragung wäre weiter nichts zu sagen oder zu grübeln, wenn nicht dabei zwei Punkte unerklärt blieben, die für den Psychoanalytiker von besonderem Interesse sind. Erstens verstehen wir nicht, daß die Übertragung bei neurotischen Personen in der Analyse soviel intensiver ausfällt als bei anderen, nicht analysierten, und zweitens bleibt es rätselhaft, weshalb uns bei der Analyse die Übertragung als der stärkste Widerstand gegen die Behandlung entgegentritt, während wir sie außerhalb der Analyse als Trägerin der Heilwirkung, als Bedingung des guten Erfolges anerkennen müssen. Es ist doch eine beliebig oft zu bestätigende Erfahrung, daß, wenn die freien Assoziationen eines Patienten versagen,[4] jedesmal die Stockung beseitigt werden kann durch die Versicherung, er stehe jetzt unter der Herrschaft eines Einfalles, der sich mit der Person des Arztes oder mit etwas zu ihm Gehörigen beschäftigt. Sobald man diese Aufklärung gegeben hat, ist die Stockung beseitigt, oder man hat die Situation des Versagens in die des Verschweigens der Einfälle verwandelt.

Es scheint auf den ersten Blick ein riesiger methodischer Nachteil der Psychoanalyse zu sein, daß sich in ihr die Übertragung, [367] sonst der mächtigste Hebel des Erfolgs, in das stärkste Mittel des Widerstandes verwandelt. Bei näherem Zusehen wird aber wenigstens das erste der beiden Probleme weggeräumt. Es ist nicht richtig, daß die Übertragung während der Psychoanalyse intensiver und ungezügelter auftritt als außerhalb derselben. Man beobachtet in Anstalten, in denen Nervöse nicht analytisch behandelt werden, die höchsten Intensitäten und die unwürdigsten Formen einer bis zur Hörigkeit gehenden Übertragung, auch die unzweideutigste erotische Färbung derselben. Eine feinsinnige Beobachterin wie die Gabriele Reuter hat dies zur Zeit, als es noch kaum eine Psychoanalyse gab, in einem merkwürdigen Buche geschildert, welches überhaupt die besten Einsichten in das Wesen und die Entstehung der Neurosen verrät.[5] Diese Charaktere der Übertragung sind also nicht auf Rechnung der Psychoanalyse zu setzen, sondern der Neurose selbst zuzuschreiben. Das zweite Problem bleibt vorläufig unangetastet.

Diesem Problem, der Frage, warum die Übertragung uns in der Psychoanalyse als Widerstand entgegentritt, müssen wir nun näherrücken. Vergegenwärtigen wir uns die psychologische Situation der Behandlung: Eine regelmäßige und unentbehrliche Vorbedingung jeder Erkrankung an einer Psychoneurose ist der Vorgang, den Jung treffend als Introversion der Libido bezeichnet hat.[6] Das heißt: Der Anteil der bewußtseinsfähigen, der Realität zugewendeten Libido wird verringert, der Anteil der von der Realität abgewendeten, unbewußten, welche etwa noch die Phantasien der Person speisen darf, aber dem Unbewußten angehört, um so viel vermehrt. Die Libido hat sich (ganz oder teilweise) in die Regression begeben und die infantilen Imagines wiederbelebt.[7] Dorthin folgt ihr nun die analytische Kur nach, [368] welche die Libido aufsuchen, wieder dem Bewußtsein zugänglich und endlich der Realität dienstbar machen will. Wo die analytische Forschung auf die in ihre Verstecke zurückgezogene Libido stößt, muß ein Kampf ausbrechen; alle die Kräfte, welche die Regression der Libido verursacht haben, werden sich als »Widerstände« gegen die Arbeit erheben, um diesen neuen Zustand zu konservieren. Wenn nämlich die Introversion oder Regression der Libido nicht durch eine bestimmte Relation zur Außenwelt (im allgemeinsten: durch die Versagung der Befriedigung) berechtigt und selbst für den Augenblick zweckmäßig gewesen wäre, hätte sie überhaupt nicht zustande kommen können. Die Widerstände dieser Herkunft sind aber nicht die einzigen, nicht einmal die stärksten. Die der Persönlichkeit verfügbare Libido hatte immer unter der Anziehung der unbewußten Komplexe (richtiger der dem Unbewußten angehörenden Anteile dieser Komplexe) gestanden und war in die Regression geraten, weil die Anziehung der Realität nachgelassen hatte. Um sie frei zu machen, muß nun diese Anziehung des Unbewußten überwunden, also die seither in dem Individuum konstituierte Verdrängung der unbewußten Triebe und ihrer Produktionen aufgehoben werden. Dies ergibt den bei weitem großartigeren Anteil des Widerstandes, der ja so häufig die Krankheit fortbestehen läßt, auch wenn die Abwendung von der Realität die zeitweilige Begründung wieder verloren hat. Mit den Widerständen aus beiden Quellen hat die Analyse zu kämpfen. Der Widerstand begleitet die Behandlung auf jedem Schritt; jeder einzelne Einfall, jeder Akt des Behandelten muß dem Widerstande Rechnung tragen, stellt sich als ein Kompromiß aus den [369] zur Genesung zielenden Kräften und den angeführten, ihr widerstrebenden, dar.

Verfolgt man nun einen pathogenen Komplex von seiner (entweder als Symptom auffälligen oder auch ganz unscheinbaren) Vertretung im Bewußten gegen seine Wurzel im Unbewußten hin, so wird man bald in eine Region kommen, wo der Widerstand sich so deutlich geltend macht, daß der nächste Einfall ihm Rechnung tragen und als Kompromiß zwischen seinen Anforderungen und denen der Forschungsarbeit erscheinen muß. Hier tritt nun nach dem Zeugnisse der Erfahrung die Übertragung ein. Wenn irgend etwas aus dem Komplexstoff (dem Inhalt des Komplexes) sich dazu eignet, auf die Person des Arztes übertragen zu werden, so stellt sich diese Übertragung her, ergibt den nächsten Einfall und kündigt sich durch die Anzeichen eines Widerstandes, etwa durch eine Stockung, an. Wir schließen aus dieser Erfahrung, daß diese Übertragungsidee darum vor allen anderen Einfallsmöglichkeiten zum Bewußtsein durchgedrungen ist, weil sie auch dem Widerstande Genüge tut. Ein solcher Vorgang wiederholt sich im Verlaufe einer Analyse ungezählte Male. Immer wieder wird, wenn man sich einem pathogenen Komplexe annähert, zuerst der zur Übertragung befähigte Anteil des Komplexes ins Bewußtsein vorgeschoben und mit der größten Hartnäckigkeit verteidigt.[8]

Nach seiner Überwindung macht die der anderen Komplexbestandteile wenig Schwierigkeiten mehr. Je länger eine analytische Kur dauert, und je deutlicher der Kranke erkannt hat, daß Entstellungen des pathogenen Materials allein keinen Schutz gegen die Aufdeckung bieten, desto konsequenter bedient er sich der einen Art von Entstellung, die ihm offenbar die größten Vorteile [370] bringt, der Entstellung durch Übertragung. Diese Verhältnisse nehmen die Richtung nach einer Situation, in welcher schließlich alle Konflikte auf dem Gebiete der Übertragung ausgefochten werden müssen.

So erscheint uns die Übertragung in der analytischen Kur zunächst immer nur als die stärkste Waffe des Widerstandes, und wir dürfen den Schluß ziehen, daß die Intensität und Ausdauer der Übertragung eine Wirkung und ein Ausdruck des Widerstandes seien. Der Mechanismus der Übertragung ist zwar durch ihre Zurückführung auf die Bereitschaft der Libido erledigt, die im Besitze infantiler Imagines geblieben ist; die Aufklärung ihrer Rolle in der Kur gelingt aber nur, wenn man auf ihre Beziehungen zum Widerstande eingeht.

Woher kommt es, daß sich die Übertragung so vorzüglich zum Mittel des Widerstandes eignet? Man sollte meinen, diese Antwort wäre nicht schwer zu geben. Es ist ja klar, daß das Geständnis einer jeden verpönten Wunschregung besonders erschwert wird, wenn es vor jener Person abgelegt werden soll, der die Regung selbst gilt. Diese Nötigung ergibt Situationen, die in der Wirklichkeit als kaum durchführbar erscheinen. Gerade das will nun der Analysierte erzielen, wenn er das Objekt seiner Gefühlsregungen mit dem Arzte zusammenfallen läßt. Eine nähere Überlegung zeigt aber, daß dieser scheinbare Gewinn nicht die Lösung des Problems ergeben kann. Eine Beziehung von zärtlicher, hingebungsvoller Anhänglichkeit kann ja anderseits über alle Schwierigkeiten des Geständnisses hinweghelfen. Man pflegt ja unter analogen realen Verhältnissen zu sagen: Vor dir schäme ich mich nicht, dir kann ich alles sagen. Die Übertragung auf den Arzt könnte also ebensowohl zur Erleichterung des Geständnisses dienen, und man verstünde nicht, warum sie eine Erschwerung hervorruft.

Die Antwort auf diese hier wiederholt gestellte Frage wird nicht durch weitere Überlegung gewonnen, sondern durch die [371] Erfahrung gegeben, die man bei der Untersuchung der einzelnen Übertragswiderstände in der Kur macht. Man merkt endlich, daß man die Verwendung der Übertragung zum Widerstande nicht verstehen kann, solange man an »Übertragung« schlechtweg denkt. Man muß sich entschließen, eine »positive« Übertragung von einer »negativen« zu sondern, die Übertragung zärtlicher Gefühle von der feindseliger, und beide Arten der Übertragung auf den Arzt gesondert zu behandeln. Die positive Übertragung zerlegt sich dann noch in die solcher freundlicher oder zärtlicher Gefühle, welche bewußtseinsfähig sind, und in die ihrer Fortsetzungen ins Unbewußte. Von den letzteren weist die Analyse nach, daß sie regelmäßig auf erotische Quellen zurückgehen, so daß wir zur Einsicht gelangen müssen, alle unsere im Leben verwertbaren Gefühlsbeziehungen von Sympathie, Freundschaft, Zutrauen und dergleichen seien genetisch mit der Sexualität verknüpft und haben sich durch Abschwächung des Sexualzieles aus rein sexuellen Begehrungen entwickelt, so rein und unsinnlich sie sich auch unserer bewußten Selbstwahrnehmung darstellen mögen. Ursprünglich haben wir nur Sexualobjekte gekannt; die Psychoanalyse zeigt uns, daß die bloß geschätzten oder verehrten Personen unserer Realität für das Unbewußte in uns immer noch Sexualobjekte sein können.

Die Lösung des Rätsels ist also, daß die Übertragung auf den Arzt sich nur insofern zum Widerstande in der Kur eignet, als sie negative Übertragung oder positive von verdrängten erotischen Regungen ist. Wenn wir durch Bewußtmachen die Übertragung »aufheben«, so lösen wir nur diese beiden Komponenten des Gefühlsaktes von der Person des Arztes ab; die andere bewußtseinsfähige und unanstößige Komponente bleibt bestehen und ist in der Psychoanalyse genau ebenso die Trägerin des Erfolges wie bei anderen Behandlungsmethoden. Insofern gestehen wir gerne zu, die Resultate der Psychoanalyse beruhten auf Suggestion; nur muß man unter Suggestion das verstehen, was wir mit [372] Ferenczi[9] darin finden: die Beeinflussung eines Menschen vermittels der bei ihm möglichen Übertragungsphänomene. Für die endliche Selbständigkeit des Kranken sorgen wir, indem wir die Suggestion dazu benützen, ihn eine psychische Arbeit vollziehen zu lassen, die eine dauernde Verbesserung seiner psychischen Situation zur notwendigen Folge hat.

Es kann noch gefragt werden, warum die Widerstandsphänomene der Übertragung nur in der Psychoanalyse, nicht auch bei indifferenter Behandlung, z.B. in Anstalten zum Vorschein kommen. Die Antwort lautet: sie zeigen sich auch dort, nur müssen sie als solche gewürdigt werden. Das Hervorbrechen der negativen Übertragung ist in Anstalten sogar recht häufig. Der Kranke verläßt eben die Anstalt ungeändert oder rückfällig, sobald er unter die Herrschaft der negativen Übertragung gerät. Die erotische Übertragung wirkt in Anstalten nicht so hemmend, da sie dort wie im Leben beschönigt, anstatt aufgedeckt wird; sie äußert sich aber ganz deutlich als Widerstand gegen die Genesung, zwar nicht, indem sie den Kranken aus der Anstalt treibt, – sie hält ihn im Gegenteil in der Anstalt zurück, – wohl aber dadurch, daß sie ihn vom Leben ferne hält. Für die Genesung ist es nämlich recht gleichgültig, ob der Kranke in der Anstalt diese oder jene Angst oder Hemmung überwindet; es kommt vielmehr darauf an, daß er auch in der Realität seines Lebens davon frei wird.

Die negative Übertragung verdiente eine eingehende Würdigung, die ihr im Rahmen dieser Ausführungen nicht zuteil werden kann. Bei den heilbaren Formen von Psychoneurosen findet sie sich neben der zärtlichen Übertragung, oft gleichzeitig auf die nämliche Person gerichtet, für welchen Sachverhalt Bleuler den guten Ausdruck Ambivalenz geprägt hat.[10] Eine solche [373] Ambivalenz der Gefühle scheint bis zu einem gewissen Maße normal zu sein, aber ein hoher Grad von Ambivalenz der Gefühle ist gewiß eine besondere Auszeichnung neurotischer Personen. Bei der Zwangneurose scheint eine frühzeitige »Trennung der Gegensatzpaare« für das Triebleben charakteristisch zu sein und eine ihrer konstitutionellen Bedingungen darzustellen. Die Ambivalenz der Gefühlsrichtungen erklärt uns am besten die Fähigkeit der Neurotiker, ihre Übertragungen in den Dienst des Widerstandes zu stellen. Wo die Übertragungsfähigkeit im wesentlichen negativ geworden ist, wie bei den Paranoiden, da hört die Möglichkeit der Beeinflussung und der Heilung auf.

Mit allen diesen Erörterungen haben wir aber bisher nur eine Seite des Übertragungsphänomens gewürdigt; es wird erfordert, unsere Aufmerksamkeit einem anderen Aspekt derselben Sache zuzuwenden. Wer sich den richtigen Eindruck davon geholt hat, wie der Analysierte aus seinen realen Beziehungen zum Arzte herausgeschleudert wird, sobald er unter die Herrschaft eines ausgiebigen Übertragungswiderstandes | gerät, wie er sich dann die Freiheit herausnimmt, die psychoanalytische Grundregel zu vernachlässigen, daß man ohne Kritik alles mitteilen solle, was einem in den Sinn kommt, wie er die Vorsätze vergißt, mit denen er in die Behandlung getreten war, und wie ihm logische Zusammenhänge und Schlüsse nun gleichgültig werden, die ihm kurz vorher den größten Eindruck gemacht hatten, der wird das Bedürfnis haben, sich diesen Eindruck noch aus anderen als den bisher angeführten Momenten zu erklären, und solche liegen in der Tat nicht ferne; sie ergeben sich wiederum aus der psychologischen Situation, in welche die Kur den Analysierten versetzt hat.

In der Aufspürung der dem Bewußten abhanden gekommenen Libido ist man in den Bereich des Unbewußten eingedrungen. Die Reaktionen, die man erzielt, bringen nun manches von den [374] Charakteren unbewußter Vorgänge mit ans Licht, wie wir sie durch das Studium der Träume kennen gelernt haben. Die unbewußten Regungen wollen nicht erinnert werden, wie die Kur es wünscht, sondern sie streben danach, sich zu reproduzieren, entsprechend der Zeitlosigkeit und der Halluzinationsfähigkeit des Unbewußten. Der Kranke spricht ähnlich wie im Traume den Ergebnissen der Erweckung seiner unbewußten Regungen Gegenwärtigkeit und Realität zu; er will seine Leidenschaften agieren, ohne auf die reale Situation Rücksicht zu nehmen. Der Arzt will ihn dazu nötigen, diese Gefühlsregungen in den Zusammenhang der Behandlung und in den seiner Lebensgeschichte einzureihen, sie der denkenden Betrachtung unterzuordnen und nach ihrem psychischen Werte zu erkennen. Dieser Kampf zwischen Arzt und Patienten, zwischen Intellekt und Triebleben, zwischen Erkennen und Agierenwollen spielt sich fast ausschließlich an den Übertragungsphänomenen ab. Auf diesem Felde muß der Sieg gewonnen werden, dessen Ausdruck die dauernde Genesung von der Neurose ist. Es ist unleugbar, daß die Bezwingung der Übertragungsphänomene dem Psychoanalytiker die größten Schwierigkeiten bereitet, aber man darf nicht vergessen, daß gerade sie uns den unschätzbaren Dienst erweisen, die verborgenen und vergessenen Liebesregungen der Kranken aktuell und manifest zu machen, denn schließlich kann niemand in absentia oder in effigie erschlagen werden.

Noten

1 Zentralblatt für Psychoanalyse, Jahrgang II, Nr. II, S. 26.
2 Verwahren wir uns an dieser Stelle gegen den mißverständlichen Vorwurf, als hätten wir die Bedeutung der angeborenen (konstitutionellen) Momente geleugnet, weil wir die der infantilen Eindrücke hervorgehoben haben. Ein solcher Vorwurf stammt aus der Enge des Kausalbedürfnisses der Menschen, welches sich im Gegensatz zur gewöhnlichen Gestaltung der Realität mit einem einzigen verursachenden Moment zufrieden geben will. Die Psychoanalyse hat über die akzidentellen Faktoren der Ätiologie viel, über die konstitutionellen wenig geäußert, aber nur darum, weil sie zu den ersteren etwas Neues beibringen konnte, über die letzteren hingegen zunächst nicht mehr wußte, als man sonst weiß. Wir lehnen es ab, einen prinzipiellen Gegensatz zwischen beiden Reihen von ätiologischen Momenten zu statuieren; wir nehmen vielmehr ein regelmäßiges Zusammenwirken beider zur Hervorbringung des beobachteten Effekts an. Daimôn kai Tychê bestimmen das Schicksal eines Menschen; selten, vielleicht niemals, eine dieser Mächte allein. Die Aufteilung der ätiologischen Wirksamkeit zwischen den beiden wird sich nur individuell und im einzelnen vollziehen lassen. Die Reihe, in welcher sich wechselnde Größen der beiden Faktoren zusammensetzen, wird gewiß auch ihre extremen Fälle haben. Je nach dem Stande unserer Erkenntnis werden wir den Anteil der Konstitution oder des Erlebens im Einzelfalle anders einschätzen und das Recht behalten, mit der Veränderung unserer Einsichten unser Urteil zu modifizieren. Übrigens könnte man es wagen, die Konstitution selbst aufzufassen als den Niederschlag aus den akzidentellen Einwirkungen auf die unendlich große Reihe der Ahnen.
3 Symbole und Wandlungen der Libido. Jahrbuch für Psychoanalyse, III, S. 164.
4 Ich meine, wenn sie wirklich ausbleiben, und nicht etwa infolge eines banalen Unlustgefühles von ihm verschwiegen werden.
5 Aus guter Familie, 1895.
6 Wenngleich manche Äußerungen Jungs den Eindruck machen, als sehe er in dieser Introversion etwas für die Dementia praecox Charakteristisches, was bei anderen Neurosen nicht ebenso in Betracht käme.
7 Es wäre bequem zu sagen: Sie hat die infantilen »Komplexe« wieder besetzt. Aber das wäre unrichtig; einzig zu rechtfertigen wäre die Aussage: Die unbewußten Anteile dieser Komplexe. – Die außerordentliche Verschlungenheit des in dieser Arbeit behandelten Themas legt die Versuchung nahe, auf eine Anzahl von anstoßenden Problemen einzugehen, deren Klärung eigentlich erforderlich wäre, ehe man von den hier zu beschreibenden psychischen Vorgängen in unzweideutigen Worten reden könnte. Solche Probleme sind: Die Abgrenzung der Introversion und der Regression gegeneinander, die Einfügung der Komplexlehre in die Libidotheorie, die Beziehungen des Phantasierens zum Bewußten und Unbewußten wie zur Realität u.a. Es bedarf keiner Entschuldigung, wenn ich an dieser Stelle diesen Versuchungen widerstanden habe.
8 Woraus man aber nicht allgemein auf eine besondere pathogene Bedeutsamkeit des zum Übertragungswiderstand gewählten Elementes schließen darf. Wenn in einer Schlacht um den Besitz eines gewissen Kirchleins oder eines einzelnen Gehöfts mit besonderer Erbitterung gestritten wird, braucht man nicht anzunehmen, daß die Kirche etwa ein Nationalheiligtum sei, oder daß das Haus den Armeeschatz berge. Der Wert der Objekte kann ein bloß taktischer sein, vielleicht nur in dieser einen Schlacht zur Geltung kommen.
9 Ferenczi, Introjektion und Übertragung, Jahrbuch für Psychoanalyse, Bd. I, 1909.
10 E. Bleuler, Dementia praecox oder Gruppe der Schizophrenien in Aschaffenburgs Handbuch der Psychiatrie, 1911. – Vortrag über Ambivalenz in Bern 1910, referiert im Zentralblatt f. Psa. I, p. 266. – Für die gleichen Phänomene hatte W. Stekel vorher die Bezeichnung »Bipolarität« vorgeschlagen.