Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1912 nel quale dà diversi consigli ai suoi colleghi psicanalisti, che qui definisce ancora “medici”. Si tratta di un brano della sua opera che considero capitale per tre motivi. Il primo è che si presenta come una costruzione progressiva, dove i diversi consigli si intrecciano fino a delineare senza eccessiva gravità la sua posizione nel contesto della situazione analitica. Il significante che lega tutti questi fili è Einstellung (“atteggiamento”), che ritorna anche nel verbo einstellen proposto nella metafora del telefono per saldare il piano materiale (il microfono del chiamante e l’auricolare del ricevente) e il piano simbolico (la parola del paziente e l’ascolto dell’analista) con un significato che sta fra il “regolare”, il “sintonizzare”, e il più banale, in apparenza, “essere presenti nello stesso spazio e nello stesso tempo”. Il secondo motivo per cui considero importante questo testo è che nel tentativo di descrivere il nucleo della situazione analitica, approcciato dal versante dell’analista, Freud rimarca che tale situazione è dominata dalla simmetria: la regola fondamentale per il paziente di dire tutto quanto gli viene in mente ha il suo corrispettivo nella regola dell’attenzione uniformemente sospesa per l’analista e se quest’ultimo non la rispetta annulla il beneficio che il primo potrebbe ricavare dall’osservanza della propria. Il terzo motivo che mi porta ad ammirare questo testo risiede nella capacità di caratterizzare l’analisi come un lavoro collettivo che opera su un sapere parziale e a posteriori (nachträglich), incompatibile con qualunque tipo di ambizione terapeutica e pedagogica.

Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico (1912)

Le regole tecniche che qui propongo sono emerse dalla mia pluriennale esperienza dopo che, pagandone pegno, ho desistito dal seguire altre vie. Si noterà facilmente che esse, quantomeno molte di esse, si riassumono in un’unica prescrizione. Spero che la loro osservanza risparmi un dispendio inutile a molti medici analiticamente attivi e li protegga dal tralasciare qualcosa; devo però dire espressamente che questa tecnica si è dimostrata l’unica adeguata alla mia individualità; non oso contestare che un’altra personalità medica, costituitasi in modo totalmente diverso, possa essere spinta a favorire un altro atteggiamento verso i malati e verso i compiti da risolvere.

a) Il primo compito dinanzi cui si vede posto l’analista che tratta più di un paziente al giorno gli sembrerà anche il più difficile. Esso consiste nel trattenere nella memoria tutti gli innumerevoli nomi, date, dettagli di ricordi, idee spontanee e produzioni della malattia che un paziente presenta durante la cura nel corso di mesi e anni, non confondendoli con il materiale analogo che proviene da un paziente analizzato nello stesso periodo o in precedenza. Se si è addirittura costretti ad analizzare sei, otto o più malati al giorno, una prestazione di memoria che riesca a tanto desterà in chi è fuori dall’analisi [1] incredulità, meraviglia e addirittura commiserazione. In ogni caso, ci si incuriosirà della tecnica che consente di padroneggiare una tale pletora e ci si aspetterà che essa si serva di particolari ausili.

Al contrario, questa è una tecnica molto semplice. Essa respinge, come vedremo, tutti gli ausili, persino il prendere appunti, e consiste nel non voler ravvisare [2] nulla in particolare e nel porgere a tutto quanto capita di ascoltare la medesima “attenzione uniformemente sospesa”, [3] come già una volta l’ho chiamata. Ci si risparmia in questo modo uno sforzo dell’attenzione, che comunque non potrebbe essere sostenuto per molte ore ogni giorno, e si evita il pericolo che è inseparabile dal prestare ascolto [4] in modo intenzionale. Infatti, non appena si tende intenzionalmente la propria attenzione fino a un certo livello, si inizia anche a selezionare fra il materiale offerto: si fissa [5] quell’unico pezzo con particolare forza, per esso se ne elimina un altro e in questa selezione si seguono le proprie aspettative o le proprie inclinazioni. Questo è proprio ciò che invece non è consentito; se nella selezione si seguono le proprie aspettative, si corre il rischio di non trovare mai altro che ciò che già si sa; seguendo le proprie inclinazioni si falseranno sicuramente le possibili percezioni. Non ci si può dimenticare che il più delle volte capita di ascoltare cose il cui significato viene riconosciuto solo a posteriori. [6]

Come si vede, la prescrizione di prestare attenzione [7] a tutto in modo uniforme è il corrispettivo necessario della richiesta all’analizzato di raccontare senza critica e senza selezione tutto ciò che gli viene in mente. Se il medico si comporta altrimenti, annulla in gran parte il guadagno che risulta dall’ottemperanza alla “regola psicanalitica fondamentale” [8] da parte del paziente. La regola per il medico può essere espressa così: si tengano lontane dalla propria capacità di prestare attenzione tutte le influenze coscienti e ci si abbandoni completamente alla propria “memoria inconscia”; oppure, espresso in modo puramente tecnico: si ascolti e non ci si affanni per il fatto che si ravvisa qualcosa o meno.

Ciò che si ottiene in questo modo soddisfa, durante il trattamento, tutti i requisiti. Quelle componenti del materiale che si compongono già in una connessione saranno disponibili per il medico anche in modo cosciente; l’altra [componente], ancora priva di connessione e caoticamente disordinata, sembra in prima istanza sprofondata, ma affiora prontamente alla memoria appena l’analizzato presenta qualcosa di nuovo che possa essere messo in relazione con essa e attraverso il quale essa possa estendersi. Si può allora accogliere sorridendo l’immeritato complimento dell’analizzato per una “memoria particolarmente buona” quando, dopo anni, si riproduce un dettaglio che probabilmente si sarebbe sottratto al tentativo cosciente di fissarlo nella memoria.

In questo ricordare gli errori si verificano solo per epoche e per luoghi nei quali si è disturbati da un proprio riferimento (si vada più avanti), [9] rimanendo assai indietro rispetto all’ideale dell’analista. [10] Confusioni con il materiale di altri pazienti si verificano molto raramente. In una controversia con l’analizzato sul fatto che abbia detto quella singola cosa e come, il più delle volte l’analista ha ragione. [11]

b) Non posso raccomandare che durante le sedute con l’analizzato si prenda una grande mole di appunti, che si redigano protocolli, ecc. A prescindere dalla sfavorevole impressione che ciò provoca in alcuni pazienti, valgono per contro gli stessi punti di vista che abbiamo riconosciuto per il prestare attenzione. [12] Mentre si prendono appunti o si stenografa, necessariamente si opera una dannosa selezione del materiale e si impegna un pezzo della propria attività intellettuale che troverebbe miglior impiego nell’interpretazione di quanto ascoltato. Senza tema di rimprovero, si possono fare eccezioni per questa regola nel caso di date, testi di sogni o singoli avvenimenti degni di nota, che si lasciano togliere con facilità dal contesto e che sono adatti a un impiego autonomo come esempi. Io comunque non sono solito fare nemmeno questo. Gli esempi li metto per iscritto a memoria la notte, dopo aver concluso il lavoro; lascio che i pazienti fissino i testi dei sogni a cui tengo dopo il racconto del sogno.

c) Prendere appunti durante la seduta con il paziente potrebbe essere giustificato dal proposito di fare del caso trattato l’oggetto di una pubblicazione scientifica. In linea di principio non lo si può negare. Bisogna però tenere presente che in un caso clinico i protocolli esatti rendono meno di quanto ci si potrebbe aspettare da essi. A rigore, appartengono a quella speciosa esattezza di cui la “moderna” psichiatria ci mette a disposizione alcuni esempi clamorosi. Di regola sono faticosi per il lettore e non arrivano a sostituire per esso la presenza nell’analisi. Soprattutto, abbiamo fatto l’esperienza che il lettore, se vuole avere fiducia nell’analista, gli concede credito anche per quel poco di elaborazione cui ha sottoposto il suo materiale; se invece non vuole prendere sul serio l’analisi e l’analista, non baderà nemmeno ai tanto fedeli protocolli del trattamento. Non sembra questa la via per porre rimedio alla mancanza di evidenza che troviamo nelle esposizioni psicanalitiche.

d) È invero un titolo di gloria del lavoro analitico che in esso la ricerca e il trattamento coincidano, ma la tecnica che serve a quest’ultimo si contrappone, a un certo punto, alla prima. Non è bene elaborare scientificamente un caso fino a quando il suo trattamento non sia già concluso; comporne la struttura, volerne indovinare l’andamento, di tanto in tanto fare delle rilevazioni dello status, come l’interesse scientifico richiederebbe. L’esito ne soffre in quei casi che sono da principio destinati all’utilizzazione scientifica e che vengono trattati secondo i bisogni di quest’ultima; per contro, i casi che riescono meglio sono quelli nei quali si procede senza intenzione alcuna, nei quali ci si lascia sorprendere [13] da ogni svolta, affrontandoli sempre con disinvoltura e senza preconcetti. Il comportamento giusto per l’analista consisterà nell’oscillare, secondo necessità, da un atteggiamento psichico a un altro, nel non speculare, nel non cavillare fintantoché analizza e nel sottoporre il materiale acquisito al lavoro sintetico del pensiero solo dopo che l’analisi sia conclusa. La distinzione fra i due atteggiamenti sarebbe priva di significato se fossimo già in possesso di tutte conoscenze, o delle conoscenze essenziali, sulla psicologia dell’inconscio e sulla struttura delle nevrosi, conoscenze che possiamo acquisire dal lavoro psicanalitico. Attualmente siamo ancora lontani da queste mete e non dobbiamo precluderci le vie che ci consentono di verificare quanto scoperto sinora e di trovare inoltre qualcosa di nuovo.

e) Ai colleghi non posso raccomandare con troppa insistenza che durante il trattamento psicanalitico si prendano a modello il chirurgo, il quale mette da parte tutti i suoi affetti, compresa la sua stessa compassione umana, e pone alle proprie forze intellettuali un’unica meta: eseguire l’operazione, per quanto possibile, a regola d’arte. Nelle circostanze oggi imperanti, per lo psicanalista la cosa più pericolosa è una tensione affettiva, l’ambizione terapeutica di riuscire, con il suo nuovo e assai contestato mezzo, in qualcosa che possa avere un effetto persuasivo su altri. In tal modo non solo si pone egli stesso in una disposizione sfavorevole al lavoro, ma si espone anche, indifeso, a certe resistenze del paziente, dal cui gioco di forze [14] è in primo luogo la guarigione a dipendere. La giustificazione di questa freddezza di sentimento richiesta all’analista risiede nel fatto che essa crea per entrambe le parti le condizioni più vantaggiose: per il medico, l’auspicato riguardo per la sua vita affettiva; per il malato, il più alto livello di prestazione d’aiuto per noi possibile oggi. Un chirurgo del passato si era fatto il suo motto prendendo le parole: “Je le pansai, Dieu le guérit”. [15] L’analista dovrebbe accontentarsi di qualcosa di analogo.

f) È facile indovinare la meta in cui convergono le regole che sono state presentate separatamente. Vogliono creare nel medico il corrispettivo alla “regola psicanalitica fondamentale” formulata per l’analizzato. Come l’analizzato deve comunicare tutto ciò che afferra nella sua auto-osservazione, [16] evitando ogni obiezione logica e affettiva che voglia muoverlo a operare una selezione, così il medico deve mettersi nella condizione di poter valorizzare, ai fini dell’interpretazione e del riconoscimento dell’inconscio nascosto, tutto ciò che gli viene comunicato, senza sostituire alla selezione cui il malato ha rinunciato la propria censura; espresso in una formula: egli deve rivolgere il proprio inconscio come organo ricevente verso l’inconscio trasmittente del malato, deve sintonizzarsi [17] sull’analizzato così come il ricevitore del telefono è sintonizzato con il microfono. Come il ricevitore trasforma di nuovo in onde sonore le oscillazioni elettriche della linea, che erano state indotte da onde sonore, così l’inconscio del medico è abilitato a produrre nuovamente, a partire dai derivati dell’inconscio a lui comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le idee spontanee del malato.

Se però in tal modo il medico dev’essere in grado di servirsi del suo inconscio come di uno strumento nell’analisi, egli stesso deve soddisfare in ampia misura una condizione psicologica. Non deve tollerare in sé stesso alcuna resistenza che distolga dalla sua coscienza ciò che è stato riconosciuto dal suo inconscio, altrimenti introdurrebbe nell’analisi una nuova specie di selezione e di deformazione, che sarebbe di gran lunga più dannosa di quella provocata dalla tensione della sua attenzione cosciente. A questo riguardo, non basta ch’egli stesso sia un uomo pressappoco normale, è lecito piuttosto che gli venga avanzata la richiesta di sottoporsi a una purificazione psicanalitica e di acquisire nozione di quei suoi complessi che sarebbero atti a disturbarlo nel cogliere quanto gli viene offerto dall’analizzato. Non si può ragionevolmente dubitare dell’effetto squalificante di tali proprie deficienze; ogni rimozione non risolta nel medico corrisponde, secondo un’appropriata espressione di Wilhelm Stekel, a una “macchia cieca” [18] nella sua percezione analitica.

Anni fa, alla domanda su come si potesse diventare un analista, risposi: “Attraverso l’analisi dei propri sogni.” [19] Certo, questa preparazione è sufficiente per molte persone, ma non per tutte quelle che vorrebbero imparare l’analisi. Peraltro, non tutte riescono a interpretare i propri sogni senza l’aiuto altrui. Tra i molti meriti della scuola analitica di Zurigo annovero quello di aver asseverato tale condizione, avendo messo per iscritto la richiesta che colui che voglia realizzare l’analisi su altri si sottoponga egli stesso preliminarmente a un’analisi con un esperto. Se ci si propone seriamente questo compito, bisogna scegliere questa via, che promette più di un vantaggio; il sacrificio che comporta l’aprirsi a una persona estranea, senza esservi costretto dalla malattia, viene ampiamente ricompensato. Non solo si realizzerà in un tempo molto più breve e con minore dispendio affettivo il proprio intento di conoscere ciò che della propria persona è nascosto, ma sulla propria pelle [20] si ricaveranno anche impressioni e convincimenti che sarebbe vano sperare dallo studio dei libri e dall’ascolto di conferenze. Infine non va nemmeno tenuto in poco conto il durevole rapporto psichico che tende a prodursi fra l’analizzato e colui che lo introduce [all’analisi]. [21]

Comprensibilmente, tale analisi di qualcuno che è praticamente sano rimane inconclusa. Chi saprà apprezzare l’alto valore della conoscenza di sé e il rafforzamento dell’autocontrollo [22] che da essa si ottengono proseguirà poi la ricerca analitica sulla propria persona come autoanalisi e si accontenterà di buon grado di doversi aspettare sempre qualcosa di nuovo sia in sé che fuori di sé. Ma chi, come analista, abbia disdegnato la precauzione della propria analisi [23] non solo verrà punito con l’incapacità di imparare oltre una certa misura dai suoi malati, ma sarà soggetto a un pericolo ben più serio, che può diventare un pericolo per altri. Cadrà facilmente nella tentazione di proiettare nella scienza, come teoria universalmente valida, quanto egli, in una sorda autopercezione, [24] riconosce delle peculiarità della propria persona, metterà in discredito il metodo psicanalitico e porterà fuori strada gli inesperti.

g) Aggiungo ancora alcune altre regole, nelle quali viene compiuto il passaggio dall’atteggiamento del medico al trattamento dell’analizzato.

È certo allettante per il giovane e solerte psicanalista mettere in gioco molto della sua propria individualità per trascinare con sé il paziente e per innalzarlo di slancio oltre le barriere della sua ristretta personalità. Per superare le resistenze esistenti nel malato, si sarebbe portati a ritenere del tutto ammissibile, anzi opportuno, che il medico gli consenta di dare uno sguardo ai propri difetti e conflitti psichici, che gli renda possibile una parificazione facendogli delle confidenze sulla propria vita. Una confidenza vale l’altra e chi chiede all’altro intimità deve attestargli la propria.

Solo che nel rapporto psicanalitico molte cose si svolgono in modo diverso da come per noi è lecito attendersi secondo i presupposti della psicologia della coscienza. L’esperienza non parla a favore dell’eccellenza di tale tecnica affettiva. Non è difficile riconoscere che con essa si abbandona il terreno psicanalitico e ci si avvicina ai trattamenti suggestivi. Si potrebbe forse ottenere che il paziente comunichi prima e più facilmente ciò che gli è noto e che aveva trattenuto ancora per un certo tempo a causa di resistenze convenzionali. Questa tecnica non ha nessuna efficacia per la scoperta di ciò che è inconscio al malato, lo rende solamente ancora più incapace di superare le resistenze più profonde e nei casi più gravi fallisce regolarmente di fronte all’insaziabilità suscitata nel malato, che vorrebbe volentieri rovesciare il rapporto e che trova l’analisi del medico più interessante della propria. Anche la soluzione del transfert, uno dei compiti principali della cura, è resa più difficile dall’atteggiamento di intimità del medico, per cui l’eventuale guadagno iniziale alla fine è più che annullato. Non esito a respingere questo tipo di tecnica come un tecnica errata. Il medico dovrebbe essere opaco [25] per l’analizzato e, come una lastra di specchio, non mostrare altro rispetto a quanto gli è mostrato. Peraltro, dal punto di vista pratico, non c’è da obiettare se uno psicoterapeuta mischia un pezzo di analisi con una porzione di influenza suggestiva per ottenere risultati visibili in un tempo più breve, come ad esempio è necessario negli istituti [psichiatrici], ma si potrebbe pretendere che egli stesso non abbia alcun dubbio su quanto stia facendo e che sappia che il suo metodo non è quello della vera psicanalisi.

h) Dall’attività educativa che nel trattamento psicanalitico spetta al medico, emerge un’altra tentazione, pur senza una premeditazione particolare. Risolte le inibizioni di sviluppo, va da sé che il medico è nella condizione di indicare nuove mete alle tendenze divenute libere. Non è allora altro che una comprensibile ambizione, se si sforza di rendere la persona, per la cui liberazione dalla nevrosi ha speso tanta fatica, particolarmente degna e prescrive mete elevate ai suoi desideri. Ma anche in questo caso il medico dovrebbe sapersi controllare e prendere a norma non tanto i propri desideri quanto le attitudini dell’analizzato. Non tutti i nevrotici possiedono un grande talento per la sublimazione; per molti di essi si può supporre che non si sarebbero ammalati affatto se avessero posseduto l’arte di sublimare le loro pulsioni. Se li si spinge oltremisura verso la sublimazione e si troncano loro i soddisfacimenti pulsionali più immediati e comodi, gli si fa sentire la vita ancora più difficile di quanto non farebbero da soli. Come medico si deve anzitutto essere tolleranti verso le debolezze del malato, ci si deve accontentare di aver recuperato, pur in qualcuno di non grande valore, una parte della capacità di prestazione e di godimento. L’ambizione educativa è tanto poco adeguata quanto quella terapeutica. Dobbiamo inoltre considerare che molte persone si sono ammalate proprio nel tentativo di sublimare le loro pulsioni oltre la misura consentita dalla loro organizzazione [psichica] e che in coloro che hanno capacità di sublimazione questo processo di solito si compie da sé, appena le loro inibizioni siano state superate attraverso l’analisi. Ritengo quindi che lo sforzo di utilizzare regolarmente il trattamento analitico per la sublimazione delle pulsioni, pur essendo molto lodevole in sé, tuttavia non è certo da raccomandare in tutti i casi.

i) Entro quali limiti si dovrebbe far ricorso alla collaborazione intellettuale dell’analizzato nel trattamento? È difficile affermare qualcosa che abbia una validità universale in proposito. In prima linea, a decidere è la personalità del paziente. Ma riguardo a ciò bisogna in ogni caso avere circospezione e riserbo. È scorretto dare dei compiti all’analizzato: che egli debba riassumere i suoi ricordi, che debba riflettere su una certa epoca della sua vita e cose del genere. Piuttosto egli deve prima di tutto imparare, cosa che per nessuno è facile da assumere, che attraverso un’attività intellettuale di tipo riflessivo o attraverso uno sforzo di volontà e di attenzione non viene risolto alcun enigma della nevrosi, ma che ciò avviene solo ottemperando pazientemente alla regola psicanalitica fondamentale, la quale ordina di arrestare la critica verso l’inconscio e i suoi derivati. Si dovrebbe insistere con particolare inesorabilità sull’ottemperare a questa regola con quei malati che durante il trattamento praticano l’arte dello sconfinamento nell’elusione intellettuale e che inoltre riflettono molto, spesso con grande sagacia, sul loro stato e in tal modo si risparmiano di fare qualcosa per padroneggiarlo. Per questa ragione, con i miei pazienti non ricorro volentieri nemmeno alla lettura di scritti analitici; pretendo che imparino sulla loro propria persona e li rassicuro che sperimenteranno di più e sperimenteranno cose di maggior valore rispetto a quanto l’intera letteratura psicanalitica potrebbe dirgli. [26] Riconosco però che nelle condizioni di una permanenza in un istituto può essere molto vantaggioso servirsi della lettura per la preparazione degli analizzati e per la creazione di un’atmosfera di influenza [terapeutica].

Vorrei soprattutto ammonire contro il tentativo di ottenere consenso e appoggio da parte di genitori o parenti, dando loro da leggere un’opera – introduttiva o che vada più in profondità – della nostra letteratura. Il più delle volte questo passo, fatto a fin di bene, basta a far scatenare prima del tempo l’ostilità naturale, prima o poi inevitabile, dei parenti verso il trattamento psicanalitico di un loro congiunto, con il risultato che quest’ultimo non arriva neppure a iniziare il trattamento.

Do espressione alla speranza che il progredire dell’esperienza dello psicanalista conduca presto a un accordo sulle questioni della tecnica, su come si debbano trattare nel modo più opportuno i nevrotici. Per quanto riguarda il trattamento dei “parenti”, confesso la mia totale perplessità e ripongo in generale poca fiducia in un loro trattamento individuale.

Note

1 [Außenstehenden. Letteralmente “chi sta fuori”. L’espressione richiama un passaggio del testo sulla questione dell’analisi laica: «La “situazione analitica” non tollera terzi. Inoltre le singole ore di trattamento sono di valore assai disuguale. Un uditore non autorizzato, che capitasse in una seduta qualsiasi, ne ricaverebbe per lo più un’impressione di nessuna utilità. Rischierebbe o di non capire quel che avviene tra analista e paziente o di annoiarsi. Bene o male deve accontentarsi delle nostre informazioni, che vogliamo rendere il più possibile attendibili». Cfr. S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (1926), trad. it. La questione dell’analisi laica, Milano-Udine, Mimesis 2012, p. 25.]

2 [Merken.]

3 [Gleichschwebende Aufmerksamkeit. Probabilmente Freud si riferisce al capitolo II del caso clinico del piccolo Hans nel quale afferma che, raccolte le informazioni fornite dal padre, non ha il compito di capire subito il caso, ma vuole invece lasciare “in sospeso” (im Schweben) il giudizio. Con questo riferimento Freud associa “attenzione” e “giudizio”. Cfr. S. Freud, Analyse der Phobie eines fünfjährigen Knaben (1909), trad. it. Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. V, Boringhieri, Torino 1972, p. 494. Quanto al prefisso gleich, è analogo al prefisso “iso-” che in italiano usiamo per indicare il medesimo valore per diversi elementi, ad esempio nel termine meteorologico “isobara”.]

4 [Aufmerken.]

5 [Man fixiert. Verbo che richiama il concetto psicanalitico di Fixierung, ovvero “fissazione”.]

6 [Nachträglich. Avverbio che rimanda al concetto psicanalitico di Nachträglichkeit, il sapere a posteriori. Cfr. J. Laplanche, J.-B. Pontalis, Vocabulaire de la psychanalyse (1973), trad. it. Enciclopedia della psicanalisi, 2 voll., vol. II, Laterza, Bari 1993, pp. 426-430.]

7 [Merken.]

8 [Psychoanalytischen Grundregel. Se ne trova una formulazione esplicita nel testo sulla dinamica del transfert: “Chi abbia ricavato un’impressione esatta del modo in cui l’analizzato viene estromesso dai suoi rapporti reali con il medico non appena cada sotto il dominio di un’abbondante resistenza di transfert, di come egli si prende poi la libertà di trascurare la regola psicanalitica fondamentale, secondo la quale si deve comunicare tutto ciò che viene in mente senza sottoporlo a critica”. Cfr. S. Freud, Zur Dynamik der Übertragung (1912), trad. it. Dinamica della traslazione, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 515 (trad. modificata).]

9 [Riferimento al punto g) di questo testo.]

10 [Ideal des Analytikers.]

11 L’analizzato afferma spesso di aver già fatto in precedenza una certa comunicazione, mentre gli si può assicurare con tranquilla superiorità che essa ha luogo ora per la prima volta. Poi viene fuori che in precedenza l’analizzato aveva avuto l’intenzione di fare questa comunicazione, ma la realizzazione dell’intento era stata impedita da una resistenza ancora esistente. Il ricordo di questa intenzione è per lui indistinguibile dal ricordo della sua realizzazione.

12 [Beim Merken. Verbo sostantivato.]

13 [Thedor Reik ha dedicato un libro al tema dello “psicologo sorpreso”. Cfr. T. Reik, Der überraschte Psychologe. Über Erraten und Verstehen unbewusster Vorgänge, Sijthoff, Leida 1935.]

14 [Kräftespiel.]

15 [“Io lo medicai, Dio lo guarì.” Detto attribuito al chirurgo Ambroise Paré (ca. 1510-1590).]

16 [Selbstbeobachtung. Nel testo sull’interpretazione del sogno c’è un passaggio che mette in relazione la auto-osservazione con un’anticipazione della cosiddetta regola fondamentale: “Si aspira a ottenere da lui [l’ammalato], in primo luogo, un’attenzione più intensa per le sue percezioni psichiche e, secondariamente, l’eliminazione della critica con cui di solito vaglia le idee che spontaneamente gli si presentano. Per raggiungere uno stato di autosservazione con attenzione concentrata, è vantaggioso che egli assuma una posizione di riposo e chiuda gli occhi; mentre la rinuncia alla critica delle creazioni ideative percepite deve essergli imposta esplicitamente. Gli si dice dunque che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e non sia tentato di sopprimere un’idea perché gli sembra insignificante o non pertinente, un’altra perché gli sembra assurda: che deve comportarsi con tutta imparzialità nei confronti di ciò che gli viene in mente, perché proprio la critica gli potrebbe impedire di trovare la soluzione del sogno, dell’idea ossessiva, e così via.” Cfr. S. Freud, Die Traumdeutung (1900), trad. it. L’interpretazione dei sogni, in Opere di Sigmund Freud, vol. III, Boringhieri, Torino 1966, p. 103.]

17 [Einstellen.]

18 [Blinden Fleck. In realtà Stekel non scrive “macchia cieca”, ma “scotoma psicanalitico” (psychoanalytische Skotom). Cfr. W. Stekel, Die Sprache des Traumes, Bergmann, Wiesbaden 1911, p. 532. La definizione più chiara di questo concetto la fornisce nella sua autobiografia: «Ho scoperto quello che io chiamo “lo scotoma analitico” ossia il fatto che lo psicoanalista è cieco rispetto a tutti quei complessi del paziente ai quali egli stesso è soggetto. Ad esempio se l’analista ha una fissazione per la sorella, sarà incline a non rilevare tale complesso nei suoi pazienti». Cfr. W. Stekel, E. Gutheil, The Autobiography of Wilhelm Stekel (1950), trad. it. M. M. Lualdi, Passando da Stekel. Edizione critica dell’Autobiografia di Wilhelm Stekel, Youcanprint, Tricase 2015, pp. 428-429.]

19 [Freud si era espresso in termini simili nella trascrizione della sua terza lezione a Worcester nel settembre 1909, anche se in quel caso aveva usato la parola Studium [“studio”] e non la parola Analyse [“analisi”]: “Se mi si chiede in che modo si possa diventare psicoanalista, rispondo: attraverso lo studio dei propri sogni.” Cfr. S. Freud, Über Psychoanalyse (1910), trad. it. Cinque conferenze sulla psicoanalisi, in Opere di Sigmund Freud, vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 151.]

20 [Am eigenen Leibe. Letteralmente “sul proprio corpo”.]

21 [Einführenden. Nel testo sull’avvio del trattamento, Freud parla esplicitamente di “iniziato” [Uneingeweihten]: “Si diffidi di tutti coloro che vogliono iniziare la cura con un rinvio. L’esperienza mostra che, scaduto il termine concordato, non si presentano, anche se la motivazione di questo rinvio, ossia la razionalizzazione del proposito, appare ineccepibile al non iniziato”. Cfr. S. Freud, Zur Einleitung der Behandlung (1913), trad. it. Inizio del trattamento, in Opere di Sigmund Freud, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 335, (traduzione modificata).]

22 [Selbstbeherrschung. Letteralmente “auto-dominio”.]

23 [Eigenanalyse. Nelle oltre 7.000 pagine delle Gesammelte Werke, Freud non ha mai usato l’espressione persönliche Analyse (“analisi personale”), preferendo invece usare Eigenanalyse (“propria analisi”) o addirittura Selbstanalyse (“autoanalisi”). È un modo per prendere le distanze dal processo di burocratizzazione della formazione che, a partire dal 1920, ha investito la psicanalisi. In una lettera ad Arnold Durig del novembre 1924, Freud, facendo riferimento al piano formativo dell’Istituto Psicoanalitico di Berlino, arriva a indicare come primo elemento di formazione dell’Istituto “l’autoanalisi del discente (l’esperienza dell’analisi in quanto oggetto della stessa)”. Cfr. Deux lettres inédites de Freud concernant l’exercice de la psychanalyse par les non-médecins, in Revue internationale d’histoire de la psychanalyse, 3, Presses Universitaires de France, Paris 1990, p. 18.]

24 [Dumpfer Selbstwahrnehmung. L’aggettivo dumpf rimanda a suono privo di eco, smorzato, che risuona poco. Nella sua accezione simbolica significa anche confuso, indistinto, vago, ma la dimensione materiale e acustica di questa parola ha il pregio di richiamare e arricchire la metafora del telefono impiegata poco prima.]

25 [Undurchsichtig. Letteralmente: “che non può essere attraversato dallo sguardo”. Attorno a questa parola si costituisce una sorta di dialettica del transfert: «Laddove si riesca per tempo a includere i transfert nell’analisi, allora il suo decorso diventerà opaco (undurchsichtig) e rallentato, ma la sua continuazione sarà meglio garantita nei confronti di resistenze improvvise e incontenibili». Cfr. S. Freud, Bruchstücke einer Hysterie-Analyse (1905), trad. it Frammento di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora), in Opere di Sigmund Freud, vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 399 (trad. modificata). Nel testo dedicato a un caso di omosessualità femminile troviamo il contrario del termine opaco (undurchsichtig), ovvero perspicuo (übersichtlich): «La resistenza adotta questa stessa tattica – russa, potremmo dire – in molti casi di nevrosi ossessiva, che per un certo periodo offrono quindi risultati limpidissimi e permettono di penetrare a fondo nelle cause dei sintomi. A un certo punto, però, cominciamo a stupirci che così grandi progressi nella comprensione analitica non siano accompagnati dal benché minimo mutamento nelle coazioni e inibizioni del malato, finché ci accorgiamo che tutti i risultati ottenuti erano soggetti alla riserva del dubbio, e che dietro questo baluardo la nevrosi poteva sentirsi al sicuro. “Sarebbe tutto giustissimo”, pensa il malato, spesso consapevolmente, “se fossi costretto a credere in quest’uomo, ma non ci penso neppure lontanamente, e finché le cose stanno così non ho bisogno di cambiare nulla.” Quando poi ci si avvicina alla motivazione di questo dubbio, la lotta con le resistenze esplode con grandissima forza. Nel caso della nostra ragazza non il dubbio, bensì il fattore affettivo della vendetta contro il padre, determinò il suo atteggiamento gelidamente riservato, spezzò l’analisi in due fasi chiaramente distinte, e consentì che gli esiti della prima fase risultassero così completi e perspicui (übersichtlich). Inoltre pareva che non si fosse verificato nella ragazza nulla che assomigliasse a una traslazione sul medico. Ma naturalmente questo è un controsenso, o perlomeno si tratta di un modo impreciso di esprimersi. In un modo o in un altro un rapporto con lo psicoanalista si stabilisce sempre, e nella stragrande maggioranza dei casi in questo rapporto viene trasferita una relazione infantile. In verità la ragazza trasferiva su di me quel radicale rifiuto degli uomini da cui era dominata fin dall’epoca della delusione che le era stata inflitta dal padre». Cfr. S. Freud, Über die Psychogenese eines Falles von weiblicher Homosexualität (1920), trad. it. Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 158.]

26 [Sagen. Forte e quasi forzata contrapposizione fra i verbi erfahren (“sperimentare”, “fare esperienza”) e sagen (“dire”), che aggiunge un terzo elemento nella comparazione: dopo l’ampiezza e il valore di quanto appreso c’è lo scarto incommensurabile fra l’esperire nell’analisi e il leggere i testi della letteratura psicanalitica.]

 

Frame from ”The shape of water” (2017)

Di seguito il testo in lingua originale

Ratschläge für den Arzt bei der psychoanalytischen Behandlung (1912)

[376] Die technischen Regeln, die ich hier in Vorschlag bringe, haben sich mir aus der langjährigen eigenen Erfahrung ergeben, nachdem ich durch eigenen Schaden von der Verfolgung anderer Wege zurückgekommen war. Man wird leicht bemerken, daß sie sich, wenigstens viele von ihnen, zu einer einzigen Vorschrift zusammensetzen. Ich hoffe, daß ihre Berücksichtigung den analytisch tätigen Ärzten viel unnützen Aufwand ersparen und sie vor manchem Übersehen behüten wird; aber ich muß ausdrücklich sagen, diese Technik hat sich als die einzig zweckmäßige für meine Individualität ergeben; ich wage es nicht in Abrede zu stellen, daß eine ganz anders konstituierte ärztliche Persönlichkeit dazu gedrängt werden kann, eine andere Einstellung gegen den Kranken und gegen die zu lösende Aufgabe zu bevorzugen.

a) Die nächste Aufgabe, vor die sich der Analytiker gestellt sieht, der mehr als einen Kranken im Tage so behandelt, wird ihm auch als die schwierigste erscheinen. Sie besteht ja darin, alle die unzähligen Namen, Daten, Einzelheiten der Erinnerung, Einfälle und Krankheitsproduktionen während der Kur, die ein Patient im Laufe von Monaten und Jahren vorbringt, im Gedächtnis zu behalten und sie nicht mit ähnlichem Material zu [377] verwechseln, das von anderen gleichzeitig oder früher analysierten Patienten herrührt. Ist man gar genötigt, täglich sechs, acht Kranke oder selbst mehr zu analysieren, so wird eine Gedächtnisleistung, der solches gelingt, bei Außenstehenden Unglauben, Bewunderung oder selbst Bedauern wecken. In jedem Falle wird man auf die Technik neugierig sein, welche die Bewältigung einer solchen Fülle gestattet, und wird erwarten, daß dieselbe sich besonderer Hilfsmittel bediene.

Indes ist diese Technik eine sehr einfache. Sie lehnt alle Hilfsmittel, wie wir hören werden, selbst das Niederschreiben ab und besteht einfach darin, sich nichts besonders merken zu wollen und allem, was man zu hören bekommt, die nämliche »gleichschwebende Aufmerksamkeit«, wie ich es schon einmal genannt habe, entgegenzubringen. Man erspart sich auf diese Weise eine Anstrengung der Aufmerksamkeit, die man doch nicht durch viele Stunden täglich festhalten könnte, und vermeidet eine Gefahr, die von dem absichtlichen Aufmerken unzertrennlich ist. Sowie man nämlich seine Aufmerksamkeit absichtlich bis zu einer gewissen Höhe anspannt, beginnt man auch unter dem dargebotenen Materiale auszuwählen; man fixiert das eine Stück besonders scharf, eliminiert dafür ein anderes, und folgt bei dieser Auswahl seinen Erwartungen oder seinen Neigungen. Gerade dies darf man aber nicht; folgt man bei der Auswahl seinen Erwartungen, so ist man in Gefahr, niemals etwas anderes zu finden, als was man bereits weiß; folgt man seinen Neigungen, so wird man sicherlich die mögliche Wahrnehmung fälschen. Man darf nicht darauf vergessen, daß man ja zumeist Dinge zu hören bekommt, deren Bedeutung erst nachträglich erkannt wird.

Wie man sieht, ist die Vorschrift, sich alles gleichmäßig zu merken, das notwendige Gegenstück zu der Anforderung an den Analysierten, ohne Kritik und Auswahl alles zu erzählen, was ihm einfällt. Benimmt sich der Arzt anders, so macht er zum großen Teile den Gewinn zunichte, der aus der Befolgung der [378] »psychoanalytischen Grundregel« von seiten des Patienten resultiert. Die Regel für den Arzt läßt sich so aussprechen: Man halte alle bewußten Einwirkungen von seiner Merkfähigkeit ferne und überlasse sich völlig seinem »unbewußten Gedächtnisse«, oder rein technisch ausgedrückt: Man höre zu und kümmere sich nicht darum, ob man sich etwas merke.

Was man auf diese Weise bei sich erreicht, genügt allen Anforderungen während der Behandlung. Jene Bestandteile des Materials, die sich bereits zu einem Zusammenhange fügen, werden für den Arzt auch bewußt verfügbar; das andere, noch zusammenhanglose, chaotisch ungeordnete, scheint zunächst versunken, taucht aber bereitwillig im Gedächtnisse auf, sobald der Analysierte etwas Neues vorbringt, womit es sich in Beziehung bringen und wodurch es sich fortsetzen kann. Man nimmt dann lächelnd das unverdiente Kompliment des Analysierten wegen eines »besonders guten Gedächtnisses« entgegen, wenn man nach Jahr und Tag eine Einzelheit reproduziert, die der bewußten Absicht, sie im Gedächtnisse zu fixieren, wahrscheinlich entgangen wäre.

Irrtümer in diesem Erinnern ereignen sich nur zu Zeiten und an Stellen, wo man durch die Eigenbeziehung gestört wird (siehe unten), hinter dem Ideale des Analytikers also in arger Weise zurückbleibt. Verwechslungen mit dem Materiale anderer Patienten kommen recht selten zustande. In einem Streite mit dem Analysierten, ob und wie er etwas einzelnes gesagt habe, bleibt der Arzt zumeist im Rechte. [1]

b) Ich kann es nicht empfehlen, während der Sitzungen mit dem Analysierten Notizen in größerem Umfange zu machen, [379] Protokolle anzulegen u. dgl. Abgesehen von dem ungünstigen Eindruck, den dies bei manchen Patienten hervorruft, gelten dagegen die nämlichen Gesichtspunkte, die wir beim Merken gewürdigt haben. Man trifft notgedrungen eine schädliche Auswahl aus dem Stoffe, während man nachschreibt oder stenographiert, und man bindet ein Stück seiner eigenen Geistestätigkeit, das in der Deutung des Angehörten eine bessere Verwendung finden soll. Man kann ohne Vorwurf Ausnahmen von dieser Regel zulassen für Daten, Traumtexte oder einzelne bemerkenswerte Ergebnisse, die sich leicht aus dem Zusammenhange lösen lassen und für eine selbständige Verwendung als Beispiele geeignet sind. Aber ich pflege auch dies nicht zu tun. Beispiele schreibe ich am Abend nach Abschluß der Arbeit aus dem Gedächtnis nieder; Traumtexte, an denen mir gelegen ist, lasse ich von den Patienten nach der Erzählung des Traumes fixieren.

c) Die Niederschrift während der Sitzung mit dem Patienten könnte durch den Vorsatz gerechtfertigt werden, den behandelten Fall zum Gegenstande einer wissenschaftlichen Publikation zu machen. Das kann man ja prinzipiell kaum versagen. Aber man muß doch im Auge behalten, daß genaue Protokolle in einer analytischen Krankengeschichte weniger leisten, als man von ihnen erwarten sollte. Sie gehören, streng genommen, jener Scheinexaktheit an, für welche uns die »moderne« Psychiatrie manche auffällige Beispiele zur Verfügung stellt. Sie sind in der Regel ermüdend für den Leser und bringen es doch nicht dazu, ihm die Anwesenheit bei der Analyse zu ersetzen. Wir haben überhaupt die Erfahrung gemacht, daß der Leser, wenn er dem Analytiker glauben will, ihm auch Kredit für das bißchen Bearbeitung einräumt, das er an seinem Material vorgenommen hat; wenn er die Analyse und den Analytiker aber nicht ernst nehmen will, so setzt er sich auch über getreue Behandlungsprotokolle hinweg. Dies scheint nicht der Weg, um dem Mangel [380] an Evidenz abzuhelfen, der an den psychoanalytischen Darstellungen gefunden wird.

d) Es ist zwar einer der Ruhmestitel der analytischen Arbeit, daß Forschung und Behandlung bei ihr zusammenfallen, aber die Technik, die der einen dient, widersetzt sich von einem gewissen Punkte an doch der anderen. Es ist nicht gut, einen Fall wissenschaftlich zu bearbeiten, solange seine Behandlung noch nicht abgeschlossen ist, seinen Aufbau zusammenzusetzen, seinen Fortgang erraten zu wollen, von Zeit zu Zeit Aufnahmen des gegenwärtigen Status zu machen, wie das wissenschaftliche Interesse es fordern würde. Der Erfolg leidet in solchen Fällen, die man von vornherein der wissenschaftlichen Verwertung bestimmt und nach deren Bedürfnissen behandelt; dagegen gelingen jene Fälle am besten, bei denen man wie absichtslos verfährt, sich von jeder Wendung überraschen läßt, und denen man immer wieder unbefangen und voraussetzungslos entgegentritt. Das richtige Verhalten für den Analytiker wird darin bestehen, sich aus der einen psychischen Einstellung nach Bedarf in die andere zu schwingen, nicht zu spekulieren und zu grübeln, solange er analysiert, und erst dann das gewonnene Material der synthetischen Denkarbeit zu unterziehen, nachdem die Analyse abgeschlossen ist. Die Unterscheidung der beiden Einstellungen würde bedeutungslos, wenn wir bereits im Besitze aller oder doch der wesentlichen Erkenntnisse über die Psychologie des Unbewußten und über die Struktur der Neurosen wären, die wir aus der psychoanalytischen Arbeit gewinnen können. Gegenwärtig sind wir von diesem Ziele noch weit entfernt, und dürfen uns die Wege nicht verschließen, um das bisher Erkannte nachzuprüfen und Neues dazu zu finden.

e) Ich kann den Kollegen nicht dringend genug empfehlen, sich während der psychoanalytischen Behandlung den Chirurgen zum Vorbild zu nehmen, der alle seine Affekte und selbst sein menschliches Mitleid beiseite drängt und seinen geistigen Kräften [381] ein einziges Ziel setzt: die Operation so kunstgerecht als möglich zu vollziehen. Für den Psychoanalytiker wird unter den heute waltenden Umständen eine Affektstrebung am gefährlichsten, der therapeutische Ehrgeiz, mit seinem neuen und viel angefochtenen Mittel etwas zu leisten, was überzeugend auf andere wirken kann. Damit bringt er nicht nur sich selbst in eine für die Arbeit ungünstige Verfassung, er setzt sich auch wehrlos gewissen Widerständen des Patienten aus, von dessen Kräftespiel ja die Genesung in erster Linie abhängt. Die Rechtfertigung dieser vom Analytiker zu fordernden Gefühlskälte liegt darin, daß sie für beide Teile die vorteilhaftesten Bedingungen schafft, für den Arzt die wünschenswerte Schonung seines eigenen Affektlebens, für den Kranken das größte Ausmaß von Hilfeleistung, das uns heute möglich ist. Ein alter Chirurg hatte zu seinem Wahlspruch die Worte genommen: Je le pansai, Dieu le guérit. Mit etwas Ähnlichem sollte sich der Analytiker zufrieden geben.

f) Es ist leicht zu erraten, in welchem Ziele diese einzeln vorgebrachten Regeln zusammentreffen. Sie wollen alle beim Arzte das Gegenstück zu der für den Analysierten aufgestellten »psychoanalytischen Grundregel« schaffen. Wie der Analysierte alles mitteilen soll, was er in seiner Selbstbeobachtung erhascht, mit Hintanhaltung aller logischen und affektiven Einwendungen, die ihn bewegen wollen, eine Auswahl zu treffen, so soll sich der Arzt in den Stand setzen, alles ihm Mitgeteilte für die Zwecke der Deutung, der Erkennung des verborgenen Unbewußten zu verwerten, ohne die vom Kranken aufgegebene Auswahl durch eine eigene Zensur zu ersetzen, in eine Formel gefaßt: er soll dem gebenden Unbewußten des Kranken sein eigenes Unbewußtes als empfangendes Organ zuwenden, sich auf den Analysierten einstellen wie der Receiver des Telephons zum Teller eingestellt ist. Wie der Receiver die von Schallwellen angeregten elektrischen Schwankungen der Leitung wieder in Schallwellen verwandelt, so ist das Unbewußte des Arztes befähigt, aus den [382] ihm mitgeteilten Abkömmlingen des Unbewußten dieses Unbewußte, welches die Einfälle des Kranken determiniert hat, wiederherzustellen.

Wenn der Arzt aber imstande sein soll, sich seines Unbewußten in solcher Weise als Instrument bei der Analyse zu bedienen, so muß er selbst eine psychologische Bedingung in weitem Ausmaße erfüllen. Er darf in sich selbst keine Widerstände dulden, welche das von seinem Unbewußten Erkannte von seinem Bewußtsein abhalten, sonst würde er eine neue Art von Auswahl und Entstellung in die Analyse einführen, welche weit schädlicher wäre als die durch Anspannung seiner bewußten Aufmerksamkeit hervorgerufene. Es genügt nicht hiefür, daß er selbst ein annähernd normaler Mensch sei, man darf vielmehr die Forderung aufstellen, daß er sich einer psychoanalytischen Purifizierung unterzogen und von jenen Eigenkomplexen Kenntnis genommen habe, die geeignet wären, ihn in der Erfassung des vom Analysierten Dargebotenen zu stören. An der disqualifizierenden Wirkung solcher eigener Defekte kann billigerweise nicht gezweifelt werden; jede ungelöste Verdrängung beim Arzte entspricht nach einem treffenden Worte von W. Stekel einem »blinden Fleck« in seiner analytischen Wahrnehmung.

Vor Jahren erwiderte ich auf die Frage, wie man ein Analytiker werden könne: Durch die Analyse seiner eigenen Träume. Gewiß reicht diese Vorbereitung für viele Personen aus, aber nicht für alle, die die Analyse erlernen möchten. Auch gelingt es nicht allen, die eigenen Träume ohne fremde Hilfe zu deuten. Ich rechne es zu den vielen Verdiensten der Züricher analytischen Schule, daß sie die Bedingung verschärft und in der Forderung niedergelegt hat, es solle sich jeder, der Analysen an anderen ausführen will, vorher selbst einer Analyse bei einem Sachkundigen unterziehen. Wer es mit der Aufgabe ernst meint, sollte diesen Weg wählen, der mehr als einen Vorteil verspricht; das Opfer, sich ohne Krankheitszwang einer fremden Person [383] eröffnet zu haben, wird reichlich gelohnt. Man wird nicht nur seine Absicht, das Verborgene der eigenen Person kennen zu lernen, in weit kürzerer Zeit und mit geringerem affektiven Aufwand verwirklichen, sondern auch Eindrücke und Überzeugungen am eigenen Leibe gewinnen, die man durch das Studium von Büchern und Anhören von Vorträgen vergeblich anstrebt. Endlich ist auch der Gewinn aus der dauernden seelischen Beziehung nicht gering anzuschlagen, die sich zwischen dem Analysierten und seinem Einführenden herzustellen pflegt.

Eine solche Analyse eines praktisch Gesunden wird begreiflicherweise unabgeschlossen bleiben. Wer den hohen Wert der durch sie erworbenen Selbsterkenntnis und Steigerung der Selbstbeherrschung zu würdigen weiß, wird die analytische Erforschung seiner eigenen Person nachher als Selbstanalyse fortsetzen und sich gerne damit bescheiden, daß er in sich wie außerhalb seiner immer Neues zu finden erwarten muß. Wer aber als Analytiker die Vorsicht der Eigenanalyse verschmäht hat, der wird nicht nur durch die Unfähigkeit bestraft, über ein gewisses Maß an seinen Kranken zu lernen, er unterliegt auch einer ernsthafteren Gefahr, die zur Gefahr für andere werden kann. Er wird leicht in die Versuchung geraten, was er in dumpfer Selbstwahrnehmung von den Eigentümlichkeiten seiner eigenen Person erkennt, als allgemeingültige Theorie in die Wissenschaft hinauszuprojizieren, er wird die psychoanalytische Methode in Mißkredit bringen und Unerfahrene irreleiten.

g) Ich füge noch einige andere Regeln an, in welchen der Übergang gemacht wird von der Einstellung des Arztes zur Behandlung des Analysierten.

Es ist gewiß verlockend für den jungen und eifrigen Psychoanalytiker, daß er viel von der eigenen Individualität einsetze, um den Patienten mit sich fortzureißen und ihn im Schwung über die Schranken seiner engen Persönlichkeit zu erheben. Man sollte meinen, es sei durchaus zulässig, ja zweckmäßig für die Überwindung der beim Kranken bestehenden Widerstände, wenn [384] der Arzt ihm Einblick in die eigenen seelischen Defekte und Konflikte gestattet, ihm durch vertrauliche Mitteilungen aus seinem Leben die Gleichstellung ermöglicht. Ein Vertrauen ist doch das andere wert, und wer Intimität vom anderen fordert, muß ihm doch auch solche bezeugen.

Allein im psychoanalytischen Verkehre läuft manches anders ab, als wir es nach den Voraussetzungen der Bewußtseinspsychologie erwarten dürfen. Die Erfahrung spricht nicht für die Vorzüglichkeit einer solchen affektiven Technik. Es ist auch nicht schwer einzusehen, daß man mit ihr den psychoanalytischen Boden verläßt und sich den Suggestionsbehandlungen annähert. Man erreicht so etwa, daß der Patient eher und leichter mitteilt, was ihm selbst bekannt ist, und was er aus konventionellen Widerständen noch eine Weile zurückgehalten hätte. Für die Aufdeckung des dem Kranken Unbewußten leistet diese Technik nichts, sie macht ihn nur noch unfähiger, tiefere Widerstände zu überwinden, und sie versagt in schwereren Fällen regelmäßig an der rege gemachten Unersättlichkeit des Kranken, der dann gerne das Verhältnis umkehren möchte und die Analyse des Arztes interessanter findet als die eigene. Auch die Lösung der Übertragung, eine der Hauptaufgaben der Kur, wird durch die intime Einstellung des Arztes erschwert, so daß der etwaige Gewinn zu Anfang schließlich mehr als wettgemacht wird. Ich stehe darum nicht an, diese Art der Technik als eine fehlerhafte zu verwerfen. Der Arzt soll undurchsichtig für den Analysierten sein und wie eine Spiegelplatte nichts anderes zeigen, als was ihm gezeigt wird. Es ist allerdings praktisch nichts dagegen zu sagen, wenn ein Psychotherapeut ein Stück Analyse mit einer Portion Suggestivbeeinflussung vermengt, um in kürzerer Zeit sichtbare Erfolge zu erzielen, wie es zum Beispiel in Anstalten notwendig wird, aber man darf verlangen, daß er selbst nicht im Zweifel darüber sei, was er vornehme, und daß er wisse, seine Methode sei nicht die der richtigen Psychoanalyse.

[385] h) Eine andere Versuchung ergibt sich aus der erzieherischen Tätigkeit, die dem Arzte bei der psychoanalytischen Behandlung ohne besonderen Vorsatz zufällt. Bei der Lösung von Entwicklungshemmungen macht es sich von selbst, daß der Arzt in die Lage kommt, den freigewordenen Strebungen neue Ziele anzuweisen. Es ist dann nur ein begreiflicher Ehrgeiz, wenn er sich bemüht, die Person, auf deren Befreiung von der Neurose er soviel Mühe aufgewendet hat, auch zu etwas besonders Vortrefflichem zu machen, und ihren Wünschen hohe Ziele vorschreibt. Aber auch hiebei sollte der Arzt sich in der Gewalt haben und weniger die eigenen Wünsche als die Eignung des Analysierten zur Richtschnur nehmen. Nicht alle Neurotiker bringen viel Talent zur Sublimierung mit; von vielen unter ihnen kann man annehmen, daß sie überhaupt nicht erkrankt wären, wenn sie die Kunst, ihre Triebe zu sublimieren, besessen hätten. Drängt man sie übermäßig zur Sublimierung und schneidet ihnen die nächsten und bequemsten Triebbefriedigungen ab, so macht man ihnen das Leben meist noch schwieriger, als sie es ohnedies empfinden. Als Arzt muß man vor allem tolerant sein gegen die Schwäche des Kranken, muß sich bescheiden, auch einem nicht Vollwertigen ein Stück Leistungs- und Genußfähigkeit wiedergewonnen zu haben. Der erzieherische Ehrgeiz ist so wenig zweckmäßig wie der therapeutische. Es kommt außerdem in Betracht, daß viele Personen gerade an dem Versuche erkrankt sind, ihre Triebe über das von ihrer Organisation gestattete Maß hinaus zu sublimieren, und daß sich bei den zur Sublimierung Befähigten dieser Prozeß von selbst zu vollziehen pflegt, sobald ihre Hemmungen durch die Analyse überwunden sind. Ich meine also, das Bestreben, die analytische Behandlung regelmäßig zur Triebsublimierung zu verwenden, ist zwar immer lobenswert, aber keineswegs in allen Fällen empfehlenswert.

i) In welchen Grenzen soll man die intellektuelle Mitarbeit des Analysierten bei der Behandlung in Anspruch nehmen? Es [386] ist schwer, hierüber etwas allgemein Gültiges auszusagen. Die Persönlichkeit des Patienten entscheidet in erster Linie. Aber Vorsicht und Zurückhaltung sind hiebei jedenfalls zu beobachten. Es ist unrichtig, dem Analysierten Aufgaben zu stellen, er solle seine Erinnerung sammeln, über eine gewisse Zeit seines Lebens nachdenken u. dgl. Er hat vielmehr vor allem zu lernen, was keinem leicht fällt anzunehmen, daß durch geistige Tätigkeit von der Art des Nachdenkens, daß durch Willens- und Aufmerksamkeitsanstrengung keines der Rätsel der Neurose gelöst wird, sondern nur durch die geduldige Befolgung der psychoanalytischen Regel, welche die Kritik gegen das Unbewußte und dessen Abkömmlinge auszuschalten gebietet. Besonders unerbittlich sollte man auf der Befolgung dieser Regel bei jenen Kranken bestehen, die die Kunst üben, bei der Behandlung ins Intellektuelle auszuweichen, dann viel und oft sehr weise über ihren Zustand reflektieren, und es sich so ersparen, etwas zu seiner Bewältigung zu tun. Ich nehme darum bei meinen Patienten auch die Lektüre analytischer Schriften nicht gerne zu Hilfe; ich verlange, daß sie an der eigenen Person lernen sollen, und versichere ihnen, daß sie dadurch mehr und Wertvolleres erfahren werden, als ihnen die gesamte psychoanalytische Literatur sagen könnte. Ich sehe aber ein, daß es unter den Bedingungen eines Anstaltsaufenthaltes sehr vorteilhaft werden kann, sich der Lektüre zur Vorbereitung der Analysierten und zur Herstellung einer Atmosphäre von Beeinflussung zu bedienen.

Am dringendsten möchte ich davor warnen, um die Zustimmung und Unterstützung von Eltern oder Angehörigen zu werben, indem man ihnen ein – einführendes oder tiefer gehendes – Werk unserer Literatur zu lesen gibt. Meist reicht dieser wohlgemeinte Schritt hin, um die naturgemäße, irgendeinmal unvermeidliche Gegnerschaft der Angehörigen gegen die psychoanalytische Behandlung der Ihrigen vorzeitig losbrechen zu lassen, so daß es überhaupt nicht zum Beginne der Behandlung kommt.

[387] Ich gebe der Hoffnung Ausdruck, daß die fortschreitende Erfahrung der Psychoanalytiker bald zu einer Einigung über die Fragen der Technik führen wird, wie man am zweckmäßigsten die Neurotiker behandeln solle. Was die Behandlung der »Angehörigen« betrifft, so gestehe ich meine völlige Ratlosigkeit ein und setze auf deren individuelle Behandlung überhaupt wenig Zutrauen.

Noten

1 Der Analysierte behauptet oft, eine gewisse Mitteilung bereits früher gemacht zu haben, während man ihm mit ruhiger Überlegenheit versichern kann, sie erfolge jetzt zum erstenmal. Es stellt sich dann heraus, daß der Analysierte früher einmal die Intention zu dieser Mitteilung gehabt hat, an ihrer Ausführung aber durch einen noch bestehenden Widerstand gehindert wurde. Die Erinnerung an diese Intention ist für ihn ununterscheidbar von der Erinnerung an deren Ausführung.