Freud sui due principi dell’accadere psichico

Propongo una nuova traduzione del testo che Freud dedicò ai due principi dell’accadere psichico. Sui due principi, principio di piacere e principio di realtà, Freud propone delle “formulazioni” [Formulierungen], tentando di articolare la sua esposizione in “formule” e non in “precisazioni”. Con “accadere psichico” Freud ci propone un altro sintagma che copre lo stesso significato di espressioni globali e molari come “vita psichica” o “psiche”. Il testo qui proposto costituisce un importante riferimento non solo per distinguere i due principi sopracitati, ma anche per comprendere la dialettica fra processo primario e processo secondario e quella fra realtà effettuale e realtà psichica.

Formulazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911)

Abbiamo da tempo notato che ogni nevrosi ha la conseguenza, quindi anche probabilmente anche la tendenza, di estromettere il malato dalla vita reale, di estraniarlo dalla realtà effettuale. Un fatto di questo tipo non poteva peraltro sfuggire all’osservazione di Pierre Janet; egli parla di una perdita “de la fonction du réel” come di una caratteristica particolare dei nevrotici, senza però scoprire la connessione di questo disturbo con le condizioni fondamentali della nevrosi.[1]

L’introduzione del processo di rimozione nella genesi della nevrosi ci ha permesso di vedere e comprendere tale connessione. Il nevrotico si distoglie dalla realtà effettuale perché la trova – nel suo insieme o in una sua parte – insopportabile. Il caso limite di questo distogliersi dalla realtà ce lo offrono alcuni casi di psicosi allucinatoria, nei quali deve venire denegato proprio l’evento che ha provocato la follia (Griesinger).[2] Propriamente ogni nevrotico fa però lo stesso con alcuni piccoli pezzi della realtà.[3] Ci si impone quindi il compito di indagare nel suo sviluppo il rapporto del nevrotico, e dell’uomo in genere, con la realtà e quindi di assumere l’importanza psicologica del mondo esterno reale nella struttura delle nostre dottrine.

Nella psicologia fondata sulla psicanalisi, ci siamo abituati a prendere come punto di partenza i processi psichici inconsci le cui proprietà sono divenute a noi note attraverso l’analisi. Li consideriamo come i processi più antichi, primari, come le spoglie di una fase di sviluppo nella quale essi erano l’unico tipo di processi psichici. La suprema tendenza a cui obbediscono questi processi primari è facile da riconoscere; essa viene designata come principio di piacere-dispiacere (o, più brevemente, come principio di piacere).[4] Questi processi aspirano a ottenere piacere; da quegli atti che possono suscitare dispiacere l’attività psichica si ritrae (rimozione). Il nostro sognare notturno e la nostra tendenza nella veglia a staccarci dalle impressioni penose sono resti del dominio di questo principio e prove della sua potenza.

Riprendo una linea di pensiero che ho sviluppato altrove (nel capitolo generale de L’interpretazione dei sogni)[5] quando suppongo che lo stato psichico di quiete venne in origine disturbato dalle imperiose richieste dei bisogni interni. In questo caso il pensato (il desiderato) era posto in modo semplicemente allucinatorio, così come ancor oggi accade ogni notte ai nostri pensieri onirici.[6] Solo la mancanza dell’atteso soddisfacimento, la disillusione, ha avuto come conseguenza l’abbandono di questo tentativo di soddisfacimento per via allucinatoria. L’apparato psichico ha dovuto risolversi a rappresentare a sé stesso, anziché le proprie condizioni, quelle reali del mondo esterno e ad aspirare a un’alterazione reale. Con ciò si è instaurato un nuovo principio dell’attività psichica: non è più stato rappresentato quanto era piacevole, ma ciò che era reale, quand’anche fosse spiacevole.[7] Questa instaurazione del principio di realtà si è rivelata essere un passo denso di conseguenze.

1) In primo luogo, le nuove esigenze hanno reso necessaria una serie di adattamenti dell’apparato psichico che, a causa della nostra insufficiente e malcerta conoscenza, possiamo delineare solamente in un modo del tutto sommario.

L’aumentata importanza della realtà esterna ha elevato anche l’importanza degli organi di senso rivolti al mondo esterno e della coscienza ad essi collegata, che ha appreso a cogliere, oltre alle qualità del piacere e del dispiacere, le sole fino a quel momento interessanti, anche le qualità sensoriali. Venne istituita una funzione particolare che esplorasse periodicamente il mondo esterno, così che i dati di questo fossero già noti prima che si producesse un improrogabile bisogno interiore, l’attenzione.[8] Questa attività va incontro alle impressioni sensoriali, anziché attendere la loro comparsa. È probabile che contemporaneamente si sia instaurato un sistema di annotazione che deve depositare i risultati di questa periodica attività di coscienza, una parte di ciò che chiamiamo memoria.

Al posto della rimozione, che escludeva dall’investimento, in quanto generatrici di dispiacere, una parte delle rappresentazioni emergenti, subentrò un imparziale pronunciamento del giudizio,[9] che doveva stabilire se una data rappresentazione era vera o falsa e cioè se era in accordo o meno con la realtà e decideva in proposito ricorrendo al confronto con le tracce mnestiche della realtà.[10]

La scarica motoria, che durante il dominio del principio di piacere era servita a sgravare l’apparato psichico da un aumento di stimoli e che assolveva questo compito mediante le innervazioni inviate nell’interno del corpo (mimica, espressioni affettive), acquisì poi una nuova funzione in quanto fu impiegata per un’adeguata trasformazione della realtà. Essa si trasformò in azione.

Di trattenere la scarica motoria (l’azione), come era divenuto necessario, se ne occupò il processo di pensiero, formatosi a partire dal rappresentare. Il pensiero fu dotato di proprietà che resero possibile all’apparato psichico di sopportare l’aumentata tensione degli stimoli durante il differimento della scarica. Esso è essenzialmente un’azione di prova con spostamento di piccole quantità d’investimento e un dispendio minimo (scarica) di esse.[11] Per ottenerla era necessario passare da investimenti liberamente spostabili a investimenti legati e ciò fu raggiunto mediante un innalzamento di livello dell’intero processo d’investimento. Il pensiero in origine era probabilmente inconscio, in quanto si elevava al di sopra del mero rappresentare e si rivolgeva alle relazioni tra le impressioni degli oggetti, e acquisì ulteriori qualità, percettibili alla coscienza, solo mediante il nesso con i resti di parola.[12]

2) Una tendenza generale del nostro apparato psichico, riconducibile al principio economico del minimo dispendio, sembra esprimersi nella tenacia dell’attenersi a fonti di piacere disponibili e nella difficoltà a rinunciarvi. Con l’instaurazione del principio di realtà si è staccata una tipologia di attività di pensiero che, serbatasi libera dall’esame di realtà, è rimasta soggetta soltanto al principio di piacere. Si tratta dell’attività del fantasticare, che comincia già con il gioco dei bambini e che successivamente continua come sognare a occhi aperti, rinunciando all’appoggio agli oggetti reali.[13]

3) La sostituzione del principio di piacere con il principio di realtà, con tutte le conseguenze psichiche che da essa derivano – riassunta qui, in questa esposizione schematica, in un’unica proposizione – in realtà non avviene in una volta sola e contemporaneamente su tutta la linea. Mentre tale sviluppo si compie nelle pulsioni dell’Io, le pulsioni sessuali si staccano da esse in modo assai significativo. Le pulsioni sessuali si comportano dapprima in modo autoerotico, trovano il loro soddisfacimento nel corpo proprio e non pervengono perciò alla situazione di rinuncia, quella che ha forzato l’instaurazione del principio di realtà. Quando più tardi inizia in esse il processo di ritrovamento[14] dell’oggetto, esso subisce presto una lunga interruzione durante il periodo di latenza, che rimanda lo sviluppo sessuale fino alla pubertà. Questi due fattori – autoerotismo e periodo di latenza – hanno come conseguenza che la pulsione sessuale viene trattenuta nel suo sviluppo psichico e rimane molto più a lungo sotto il dominio del principio di piacere, a cui essa, in molte persone, non riesce mai a sottrarsi completamente.

A seguito di tali condizioni si stabilisce un rapporto più stretto fra la pulsione sessuale e la fantasia, da un lato, e tra le pulsioni dell’Io e le attività della coscienza, dall’altro. Questo rapporto ci si presenta, sia nei normali che nei nevrotici, come un rapporto assai intimo e ciò sebbene le considerazioni di psicologia genetica ora svolte ce lo rivelino come secondario. L’incessante efficacia dell’autoerotismo rende possibile che venga mantenuto così a lungo nell’oggetto sessuale il soddisfacimento fantasmatico, più tenue e momentaneo, al posto di quello reale, che richiede invece fatica e differimento. La rimozione resta onnipotente nell’ambito del fantasticare; essa riesce a inibire rappresentazioni in statu nascendi, prima che possano essere avvertite dalla coscienza, se il loro investimento può dare occasione allo sprigionarsi del dispiacere. Questo è il punto debole della nostra organizzazione psichica, che può essere impiegato per riportare sotto il dominio del principio di piacere processi di pensiero già divenuti razionali. Una parte essenziale della disposizione psichica alla nevrosi è quindi determinata dal ritardo con cui si compie l’educazione della pulsione sessuale rispetto alla realtà e inoltre dalle condizioni che rendono possibile questo ritardo.

4) Come l’Io-piacere non può far altro che desiderare, lavorare al fine di ottenere il piacere, evitare il dispiacere, così l’Io-reale non ha altro da fare che aspirare all’utile e garantirsi contro il danno. In realtà, la sostituzione del principio di piacere con il principio di realtà non significa la destituzione del principio di piacere, ma una sua migliore tutela. Un piacere, momentaneo e incerto nelle sue conseguenze, viene abbandonato, ma soltanto per ottenerne in futuro, attraverso la nuova via, uno sicuro. Ma l’impressione endopsichica di questa sostituzione è stata così potente che essa si è riflessa in un particolare mito religioso. La dottrina di una ricompensa nell’aldilà per la rinuncia – volontaria o imposta – ai piaceri terreni altro non è che la proiezione mitica di questo sovvertimento psichico. Seguendo coerentemente questo modello, con la promessa di un risarcimento in una vita futura, le religioni sono giunte a imporre, in vita, una totale rinuncia al piacere; ma per questa via non sono riuscite a superare il principio di piacere. La scienza fu la prima a giungere a tale superamento; anch’essa offre tuttavia un piacere intellettuale durante il lavoro e promette un guadagno pratico finale.[15]

5) L’educazione può senz’altro esser descritta come un sollecitazione a superare il principio di piacere, a sostituirlo col principio di realtà; essa vuole offrire un ausilio al processo di sviluppo che riguarda l’Io e a questo scopo si serve di premi d’amore da parte dell’educatore e quindi fallisce se il bimbo viziato crede di possedere comunque questo amore e di non poterlo perdere in nessuna circostanza.

6) L’arte attua, per una sua via particolare, una conciliazione dei due principi. L’artista è originariamente un uomo che si distoglie dalla realtà perché non riesce ad adattarsi alla rinuncia al soddisfacimento pulsionale che inizialmente gli è richiesta e lascia che i suoi desideri erotici e di ambizione si realizzino nella vita della fantasia. Egli trova però la via per ritornare dal mondo della fantasia alla realtà poiché, grazie alle sue doti particolari, trasfigura le sue fantasie in una nuova specie di realtà effettuali che vengono fatte valere dagli uomini come preziose riproduzioni della realtà. Così, in un certo qual modo, diventa veramente l’eroe, il re, il creatore, il prediletto che voleva diventare, senza percorrere la faticosa e tortuosa via dell’effettiva trasformazione del mondo esterno. Tuttavia può giungere a questo soltanto perché altri uomini provano la sua stessa insoddisfazione per la rinuncia richiesta dalla realtà e perché dunque questa insoddisfazione, che risulta dal fatto che il principio di piacere è stato sostituito dal principio di realtà, è essa stessa un pezzo della realtà.[16]

7) Mentre l’Io compie la trasformazione da Io-piacere a Io-reale, le pulsioni sessuali subiscono quelle alterazioni che, attraverso varie fasi intermedie, consentono loro di pervenire, dall’iniziale autoerotismo, all’amore d’oggetto al servizio della funzione riproduttiva. Se è corretto che tutti gli stadi di questo duplice processo di sviluppo possono divenire sede di una disposizione alla futura affezione nevrotica, è lecito ammettere che la decisione sulla forma della successiva affezione (la scelta della nevrosi) dipende da quale è stata la fase dell’evoluzione dell’Io e della libido in cui si è prodotta la predisponente inibizione dello sviluppo. I caratteri temporali, non ancora studiati, di entrambi i processi di sviluppo e le possibili dislocazioni reciproche assumono così un inatteso significato.[17]

8) Il carattere più strano dei processi inconsci (rimossi), a cui ogni ricercatore si abitua soltanto con un grande sforzo di superarsi, deriva senz’altro dal fatto che per essi non vale l’esame di realtà, la realtà di pensiero viene equiparata alla realtà effettuale esterna, il desiderio al suo appagamento, all’evento, proprio come avviene sotto il dominio del vecchio principio di piacere. Per questo è così difficile distinguere le fantasie inconsce dai ricordi divenuti inconsci.[18] Non ci si lasci però indurre a riportare la valutazione di realtà alle formazioni psichiche rimosse, sottovalutando ad esempio l’importanza delle fantasie nella formazione del sintomo per il fatto che esse non sono realtà effettuali, oppure facendo derivare un senso di colpa nevrotico da qualcos’altro solo perché non si può dimostrare che sia stato effettivamente commesso un crimine. Quando si sta facendo una ricerca su un paese si ha l’obbligo di servirsi della moneta prevalente, nel nostro caso della moneta nevrotica. Si provi ad esempio a risolvere un sogno come il seguente.[19] Un uomo, che ha curato il proprio padre durante la sua lunga e penosa malattia mortale, riferisce di aver ripetutamente sognato nei mesi successivi al suo decesso che il padre era di nuovo in vita e parlava con lui come una volta. Tuttavia sentiva in modo estremamente doloroso che il padre era già morto, solo che non lo sapeva. Non c’è altra via che conduca a comprendere questo sogno, che suona contraddittorio, se non aggiungendo “secondo il suo desiderio”, o “in conseguenza del suo desiderio”, dopo le parole “era già morto”, e “che lui desiderava” dopo le ultime parole. Il pensiero del sogno suona così: per lui è doloroso il ricordo che egli aveva dovuto augurare la morte al padre (come liberazione) mentre questi era ancora vivo; e quanto sarebbe stato orribile se il padre lo avesse sospettato! Si tratta quindi della nota situazione di autorimprovero dopo la perdita di una persona amata e in questo esempio il rimprovero risale al significato infantile del desiderio di morte rivolto contro il padre.

Le carenze di questo breve scritto, più preparatorio che compiuto, saranno forse scusate solo in una misura modesta se affermo che erano inevitabili. In queste poche proposizioni sulle conseguenze psichiche dell’adattamento al principio di realtà, ho dovuto accennare a opinioni che avrei preferito per il momento tacere e la cui giustificazione costerà certo non poca fatica. Voglio comunque sperare che al lettore benevolo non sfuggirà dove anche in questo scritto incomincia il dominio del principio di realtà.

Note

1 P. Janet, Les névroses, Flammarion, Parigi 1909, pp. 299-303.

2 [Wilhelm Griesinger (1817-68), noto psichiatra berlinese della generazione precedente a Freud. Nel passo a cui è fatto riferimento nel testo, Griesinger indica il carattere di appagamento di desiderio comune sia alle psicosi che ai sogni. Cfr. W. Griesinger, Pathologie und Therapie der psychischen Krankheiten für Ärzte und Studierende, Krabbe, Stoccarda 1845, p. 89.]

3 Otto Rank nel suo articolo Schopenhauer über den Wahnsinn [Schopenhauer sulla follia] ha recentemente indicato in un passo di Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione, parte 2, cap. 32) un’intuizione straordinariamente chiara di questo tipo di causa. Cfr. O. Rank, Schopenhauer über den Wahnsinn (1911), in Zentralblatt für Psychoanalyse, 1(1-2), pp. 69-71.

4 [Non si tratta, come è stato scritto, della prima occorrenza del termine Lustprinzip, principio di piacere, che comparve invece un anno prima, nel 1910, nel testo Su un tipo particolare di scelta oggettuale nell’uomo. Cfr. S. Freud, Über einen besonderen Typus der Objektwahl beim Manne (1910), trad. it. id., Su un tipo particolare di scelta oggettuale nell’uomo, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. VI, Boringhieri, Torino 1974, p. 411.]

5 [Cfr. S. id., Die Traumdeutung (1899), trad. it. id., L’interpretazione dei sogni, in Opere di Sigmund Freud, vol. III, Boringhieri, Torino 1966, pp. 502-522 e pp. 536-554.]

6 Lo stato di sonno può restaurare l’immagine della vita psichica com’era prima del riconoscimento della realtà perché esso ha come presupposto l’intenzionale diniego della stessa (desiderio di dormire).

7 Voglio cercare di completare l’esposizione schematica data sopra con alcune argomentazioni: si obietterà a ragione che una simile organizzazione, che è schiava del principio di piacere e che trascura la realtà del mondo esterno, non potrebbe mantenersi in vita neanche per un breve periodo e quindi si dirà che essa non può svilupparsi affatto. L’utilizzazione di una finzione di questo tipo si giustifica però considerando che il lattante – se si includano le cure materne – realizza pressappoco un tale sistema psichico. Egli allucina probabilmente l’appagamento dei suoi bisogni interni; quando aumentano gli stimoli e manca il soddisfacimento, rivela, mediante la scarica motoria dell’urlare e del dimenarsi, il suo dispiacere e sperimenta in tal modo il soddisfacimento allucinato. Soltanto più tardi, da bambino, egli impara a impiegare intenzionalmente queste manifestazioni di scarica come mezzi di espressione. Poiché le cure del lattante rappresentano il modello della cura successiva del bambino, il dominio del principio di piacere può propriamente avere fine soltanto con la completa separazione psichica dai genitori. – Un bell’esempio di sistema psichico isolato dagli stimoli del mondo esterno, che può soddisfare da sé autisticamente, secondo il termine di Bleuler, i suoi bisogni di alimentazione, è dato dall’uccellino rinchiuso nel guscio dell’uovo con la sua provvista di alimento e per il quale le cure materne si limitano al fornire calore. – Se per il sistema, che vive secondo il principio di piacere, si richiedono dispositivi grazie ai quali può sottrarsi agli stimoli della realtà, ciò non lo considererei una correzione dello schema di cui stiamo parlando, ma piuttosto una sua estensione. Questi dispositivi sono solo il correlato della “rimozione” che tratta gli stimoli interni spiacevoli come se fossero esterni, scagliandoli quindi nel mondo esterno.

8 [Sulle opinioni di Freud circa l’attenzione, si veda: id., Das Unbewußte (1915), trad. it. id., L’inconscio, in Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976, p. 76, n. 1.]

9 [Nell’esposizione di questo testo nel corso della seduta della Società Psicoanalitica Viennese del 26 ottobre 1910, Freud affermò: “Diventa necessario un esame di realtà che scrutini ognuna delle rappresentazioni che nascono in noi sulla base dei dati del mondo esterno forniti dalla coscienza. Così al vecchio riflesso di rimozione [Verdrängung] subentrò il più parziale giudicare [urteilen], il tedesco verurteilen [condannare] contiene ancora un’eco dell’azione rimovente”. Cfr. H. Nunberg, E. Federn, Protokolle der Wiener Psychoanalytischen Vereinigung (1977), trad. it. M. Lavagetto (a cura di), Palinsesti freudiani: arte, letteratura e linguaggio nei Verbali della Società Psicoanalitica di Vienna, 1906-1918, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 195.]

10 [Questo concetto compare già nel Motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio ed è più tardi esaminato nella seconda parte dello scritto La negazione (1925). Cfr. id., Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten, trad. it. id., Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, in Opere di Sigmund Freud, vol. V, Boringhieri, Torino 1972, p. 156.

11 [Cfr. id., Entwurf einer Psychologie (1950, postumo), trad. it. id., Progetto di una psicologia, in Opere di Sigmund Freud, vol. II, Boringhieri, Torino 1968, pp. 236-239.]

12 [Cfr. ivi, pp. 259-270 e id., Das Ich und das Es (1923), trad. it. id., L’Io e l’Es, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, pp. 183-184.]

13 Così come una nazione, la cui ricchezza si fonda sullo sfruttamento del suo terreno, riserva tuttavia un certo territorio perché sia lasciato nel suo stato originario e risparmiato dalle alterazioni della civiltà (per esempio il parco di Yellowstone).

14 [Objektfindung. Si tratta di un oggetto perduto, da ritrovare.]

15 La superiorità dell’Io-reale sull’Io-piacere è espressa bene da George Bernard Shaw con le parole: “Riuscire a scegliere la linea del massimo vantaggio anziché seguire la direzione della minima resistenza”. Cfr. G. B. Shaw, Man and Superman. A comedy and a philosophy (1907), trad. it. id., Uomo e superuomo. Commedia e filosofia), Ghibli, Milano 2016.

16 Cfr. anche O. Rank, Der Künstler (1907), trad. it. id., L’artista. Approccio a una psicologia sessuale, SugarCo, Varese 1994.]

17 [Questo argomento è sviluppato nello scritto La disposizione alla nevrosi ossessiva. Cfr. S. Freud, Die Disposition zur Zwangsneurose (Ein Beitrag zum Problem der Neurosenwahl) (1913), trad. it. id., La disposizione alla nevrosi ossessiva. Contributo al problema della scelta della nevrosi, in Opere di Sigmund Freud, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, pp. 229-244.]

18 [Cfr. id., Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, XXIII. Vorlesung: Die wege der Symptombildung (1916-1917), trad. it. id., Introduzione alla psicoanalisi, Lezione 23: Le vie per la formazione dei sintomi, in Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976, pp. 522-524.]

19 [Questo sogno fu aggiunto all’edizione del 1911 de L’interpretazione dei sogni, poco tempo dopo la pubblicazione del presente scritto. Cfr. id., L’interpretazione dei sogni, op. cit., pp. 393-394.]

 

Hieronymus Bosch, Trittico delle Delizie, dettaglio (1480-1490)
Hieronymus Bosch, Trittico delle Delizie, dettaglio (1480-1490)

Di seguito il testo originale:

Formulierungen über die zwei Prinzipien des psychischen Geschehens (1911)

[230] Wir haben seit langem gemerkt, daß jede Neurose die Folge, also wahrscheinlich die Tendenz habe, den Kranken aus dem realen Leben herauszudrängen, ihn der Wirklichkeit zu entfremden. Eine derartige Tatsache konnte auch der Beobachtung P. Janets nicht entgehen; er sprach von einem Verluste »de la fonction du réel« als von einem besonderen Charakter der Neurotiker, ohne aber den Zusammenhang dieser Störung mit den Grundbedingungen der Neurose aufzudecken.[1]

Die Einführung des Verdrängungsprozesses in die Genese der Neurose hat uns gestattet, in diesen Zusammenhang Einsicht zu nehmen. Der Neurotiker wendet sich von der Wirklichkeit ab, weil er sie – ihr Ganzes oder Stücke derselben – unerträglich findet. Den extremsten Typus dieser Abwendung von der Realität zeigen uns gewisse Fälle von halluzinatorischer Psychose, in denen jenes Ereignis verleugnet werden soll, welches den Wahnsinn hervorgerufen hat (Griesinger). Eigentlich tut aber jeder Neurotiker mit einem Stückchen der Realität das gleiche.[2] Es [231] erwächst uns nun die Aufgabe, die Beziehung des Neurotikers und des Menschen überhaupt zur Realität auf ihre Entwicklung zu untersuchen und so die psychologische Bedeutung der realen Außenwelt in das Gefüge unserer Lehren aufzunehmen.

Wir haben uns in der auf Psychoanalyse begründeten Psychologie gewöhnt, die unbewußten seelischen Vorgänge zum Ausgange zu nehmen, deren Eigentümlichkeiten uns durch die Analyse bekannt worden sind. Wir halten diese für die älteren, primären, für Überreste aus einer Entwicklungsphase, in welcher sie die einzige Art von seelischen Vorgängen waren. Die oberste Tendenz, welcher diese primären Vorgänge gehorchen, ist leicht zu erkennen; sie wird als das Lust-Unlust-Prinzip (oder kürzer als das Lustprinzip) bezeichnet. Diese Vorgänge streben danach, Lust zu gewinnen; von solchen Akten, welche Unlust erregen können, zieht sich die psychische Tätigkeit zurück (Verdrängung). Unser nächtliches Träumen, unsere Wachtendenz, uns von peinlichen Eindrücken loszureißen, sind Reste von der Herrschaft dieses Prinzips und Beweise für dessen Mächtigkeit.

Ich greife auf Gedankengänge zurück, die ich an anderer Stelle (im allgemeinen Abschnitt der Traumdeutung) entwickelt habe, wenn ich supponiere, daß der psychische Ruhezustand anfänglich durch die gebieterischen Forderungen der inneren Bedürfnisse gestört wurde. In diesem Falle wurde das Gedachte (Gewünschte) einfach halluzinatorisch gesetzt, wie es heute noch allnächtlich mit unseren Traumgedanken geschieht.[3] Erst das Ausbleiben der erwarteten Befriedigung, die Enttäuschung, hatte zur Folge, daß dieser Versuch der Befriedigung auf halluzinatorischem Wege aufgegeben wurde. Anstatt seiner mußte sich der psychische Apparat entschließen, die realen Verhältnisse der Außenwelt vorzustellen und die reale Veränderung anzustreben. [232] Damit war ein neues Prinzip der seelischen Tätigkeit eingeführt; es wurde nicht mehr vorgestellt, was angenehm, sondern was real war, auch wenn es unangenehm sein sollte.[4] Diese Einsetzung des Realitätsprinzips erwies sich als ein folgenschwerer Schritt.

1) Zunächst machten die neuen Anforderungen eine Reihe von Adaptierungen des psychischen Apparats nötig, die wir infolge von ungenügender oder unsicherer Einsicht nur ganz beiläufig aufführen können.

Die erhöhte Bedeutung der äußeren Realität hob auch die Bedeutung der jener Außenwelt zugewendeten Sinnesorgane und des an sie geknüpften Bewußtseins, welches außer den bisher allein interessanten Lust- und Unlustqualitäten die Sinnesqualitäten auffassen lernte. Es wurde eine besondere Funktion eingerichtet, welche die Außenwelt periodisch abzusuchen hatte, damit die Daten derselben im vorhinein bekannt wären, wenn sich ein unaufschiebbares inneres Bedürfnis einstellte, die Aufmerksamkeit. [233] Diese Tätigkeit geht den Sinneseindrücken entgegen, anstatt ihr Auftreten abzuwarten. Wahrscheinlich wurde gleichzeitig damit ein System von Merken eingesetzt, welches die Ergebnisse dieser periodischen Bewußtseinstätigkeit zu deponieren hatte, ein Teil von dem, was wir Gedächtnis heißen.

An Stelle der Verdrängung, welche einen Teil der auftauchenden Vorstellungen als unlusterzeugend von der Besetzung ausschloß, trat die unparteiische Urteilsfällung, welche entscheiden sollte, ob eine bestimmte Vorstellung wahr oder falsch, das heißt im Einklang mit der Realität sei oder nicht, und durch Vergleichung mit den Erinnerungsspuren der Realität darüber entschied.

Die motorische Abfuhr, die während der Herrschaft des Lustprinzips zur Entlastung des seelischen Apparats von Reizzuwächsen gedient hatte und dieser Aufgabe durch ins Innere des Körpers gesandte Innervationen (Mimik, Affektäußerungen) nachgekommen war, erhielt jetzt eine neue Funktion, indem sie zur zweckmäßigen Veränderung der Realität verwendet wurde. Sie wandelte sich zum Handeln.

Die notwendig gewordene Aufhaltung der motorischen Abfuhr (des Handelns) wurde durch den Denkprozeß besorgt, welcher sich aus dem Vorstellen herausbildete. Das Denken wurde mit Eigenschaften ausgestattet, welche dem seelischen Apparat das Ertragen der erhöhten Reizspannung während des Aufschubs der Abfuhr ermöglichten. Es ist im wesentlichen ein Probehandeln mit Verschiebung kleinerer Besetzungsquantitäten, unter geringer Verausgabung (Abfuhr) derselben. Dazu war eine Überführung der frei verschiebbaren Besetzungen in gebundene erforderlich, und eine solche wurde mittels einer Niveauerhöhung des ganzen Besetzungsvorganges erreicht. Das Denken war wahrscheinlich ursprünglich unbewußt, insoweit es sich über das bloße Vorstellen erhob und sich den Relationen der [234] Objekteindrücke zuwendete, und erhielt weitere für das Bewußtsein wahrnehmbare Qualitäten erst durch die Bindung an die Wortreste.

2) Eine allgemeine Tendenz unseres seelischen Apparats, die man auf das ökonomische Prinzip der Aufwandersparnis zurückführen kann, scheint sich in der Zähigkeit des Festhaltens an den zur Verfügung stehenden Lustquellen und in der Schwierigkeit des Verzichts auf dieselben zu äußern. Mit der Einsetzung des Realitätsprinzips wurde eine Art Denktätigkeit abgespalten, die von der Realitätsprüfung frei gehalten und allein dem Lustprinzip unterworfen blieb.[5] Es ist dies das Phantasieren, welches bereits mit dem Spielen der Kinder beginnt und später als Tagträumen fortgesetzt die Anlehnung an reale Objekte aufgibt.

3) Die Ablösung des Lustprinzips durch das Realitätsprinzip mit den aus ihr hervorgehenden psychischen Folgen, die hier in einer schematisierenden Darstellung in einen einzigen Satz gebannt ist, vollzieht sich in Wirklichkeit nicht auf einmal und nicht gleichzeitig auf der ganzen Linie. Während aber diese Entwicklung an den Ichtrieben vor sich geht, lösen sich die Sexualtriebe in sehr bedeutsamer Weise von ihnen ab. Die Sexualtriebe benehmen sich zunächst autoerotisch, sie finden ihre Befriedigung am eigenen Leib und gelangen daher nicht in die Situation der Versagung, welche die Einsetzung des Realitätsprinzips erzwungen hat. Wenn dann später bei ihnen der Prozeß der Objektfindung beginnt, erfährt er alsbald eine lange Unterbrechung durch die Latenzzeit, welche die Sexualentwicklung bis zur Pubertät verzögert. Diese beiden Momente – Autoerotismus und Latenzperiode – haben zur Folge, daß der Sexualtrieb in seiner psychischen Ausbildung aufgehalten wird [235] und weit länger unter der Herrschaft des Lustprinzips verbleibt, welcher er sich bei vielen Personen überhaupt niemals zu entziehen vermag.

Infolge dieser Verhältnisse stellt sich eine nähere Beziehung her zwischen dem Sexualtrieb und der Phantasie einerseits, den Ichtrieben und den Bewußtseinstätigkeiten anderseits. Diese Beziehung tritt uns bei Gesunden wie Neurotikern als eine sehr innige entgegen, wenngleich sie durch diese Erwägungen aus der genetischen Psychologie als eine sekundäre erkannt wird. Der fortwirkende Autoerotismus macht es möglich, daß die leichtere momentane und phantastische Befriedigung am Sexualobjekte so lange an Stelle der realen, aber Mühe und Aufschub erfordernden, festgehalten wird. Die Verdrängung bleibt im Reiche des Phantasierens allmächtig; sie bringt es zustande, Vorstellungen in statu nascendi, ehe sie dem Bewußtsein auffallen können, zu hemmen, wenn deren Besetzung zur Unlustentbindung Anlaß geben kann. Dies ist die schwache Stelle unserer psychischen Organisation, die dazu benutzt werden kann, um bereits rationell gewordene Denkvorgänge wieder unter die Herrschaft des Lustprinzips zu bringen. Ein wesentliches Stück der psychischen Disposition zur Neurose ist demnach durch die verspätete Erziehung des Sexualtriebs zur Beachtung der Realität und des weiteren durch die Bedingungen, welche diese Verspätung ermöglichen, gegeben.

4) Wie das Lust-Ich nichts anderes kann als wünschen, nach Lustgewinn arbeiten und der Unlust ausweichen, so braucht das Real-Ich nichts anderes zu tun als nach Nutzen zu streben und sich gegen Schaden zu sichern.[6] In Wirklichkeit bedeutet die Ersetzung des Lustprinzips durch das Realitätsprinzip keine Absetzung des Lustprinzips, sondern nur eine Sicherung desselben. [236] Eine momentane, in ihren Folgen unsichere Lust wird aufgegeben, aber nur darum, um auf dem neuen Wege eine später kommende, gesicherte zu gewinnen. Doch ist der endopsychische Eindruck dieser Ersetzung ein so mächtiger gewesen, daß er sich in einem besonderen religiösen Mythus spiegelt. Die Lehre von der Belohnung im Jenseits für den – freiwilligen oder aufgezwungenen – Verzicht auf irdische Lüste ist nichts anderes als die mythische Projektion dieser psychischen Umwälzung. Die Religionen haben in konsequenter Verfolgung dieses Vorbildes den absoluten Lustverzicht im Leben gegen Versprechen einer Entschädigung in einem künftigen Dasein durchsetzen können; eine Überwindung des Lustprinzips haben sie auf diesem Wege nicht erreicht. Am ehesten gelingt diese Überwindung der Wissenschaft, die aber auch intellektuelle Lust während der Arbeit bietet und endlichen praktischen Gewinn verspricht.

5) Die Erziehung kann ohne weitere Bedenken als Anregung zur Überwindung des Lustprinzips, zur Ersetzung desselben durch das Realitätsprinzip beschrieben werden; sie will also jenem das Ich betreffenden Entwicklungsprozeß eine Nachhilfe bieten, bedient sich zu diesem Zwecke der Liebesprämien von seiten der Erzieher und schlägt darum fehl, wenn das verwöhnte Kind glaubt, daß es diese Liebe ohnedies besitzt und ihrer unter keinen Umständen verlustig werden kann.

6) Die Kunst bringt auf einem eigentümlichen Weg eine Versöhnung der beiden Prinzipien zustande. Der Künstler ist ursprünglich ein Mensch, welcher sich von der Realität abwendet, weil er sich mit dem von ihr zunächst geforderten Verzicht auf Triebbefriedigung nicht befreunden kann, und seine erotischen und ehrgeizigen Wünsche im Phantasieleben gewähren läßt. Er findet aber den Rückweg aus dieser Phantasiewelt zur Realität, indem er dank besonderer Begabungen seine Phantasien zu einer neuen Art von Wirklichkeiten gestaltet, die von den Menschen [237] als wertvolle Abbilder der Realität zur Geltung zugelassen werden. Er wird so auf eine gewisse Weise wirklich der Held, König, Schöpfer, Liebling, der er werden wollte, ohne den gewaltigen Umweg über die wirkliche Veränderung der Außenwelt einzuschlagen. Er kann dies aber nur darum erreichen, weil die anderen Menschen die nämliche Unzufriedenheit mit dem real erforderlichen Verzicht verspüren wie er selbst, weil diese bei der Ersetzung des Lustprinzips durch das Realitätsprinzip resultierende Unzufriedenheit selbst ein Stück der Realität ist.[7]

7) Während das Ich die Umwandlung vom Lust-Ich zum Real-Ich durchmacht, erfahren die Sexualtriebe jene Veränderungen, die sie vom anfänglichen Autoerotismus durch verschiedene Zwischenphasen zur Objektliebe im Dienste der Fortpflanzungsfunktion führen. Wenn es richtig ist, daß jede Stufe dieser beiden Entwicklungsgänge zum Sitz einer Disposition für spätere neurotische Erkrankung werden kann, liegt es nahe, die Entscheidung über die Form der späteren Erkrankung (die Neurosenwahl) davon abhängig zu machen, in welcher Phase der Ich- und der Libidoentwicklung die disponierende Entwicklungshemmung eingetroffen ist. Die noch nicht studierten zeitlichen Charaktere der beiden Entwicklungen, deren mögliche Verschiebung gegeneinander, kommen so zu unvermuteter Bedeutung.

8) Der befremdendste Charakter der unbewußten (verdrängten) Vorgänge, an den sich jeder Untersucher nur mit großer Selbstüberwindung gewöhnt, ergibt sich daraus, daß bei ihnen die Realitätsprüfung nichts gilt, die Denkrealität gleichgesetzt wird der äußeren Wirklichkeit, der Wunsch der Erfüllung, dem Ereignis, wie es sich aus der Herrschaft des alten Lustprinzips ohneweiters ableitet. Darum wird es auch so schwer, unbewußte Phantasien von unbewußt gewordenen Erinnerungen zu unterscheiden. Man lasse sich aber nie dazu verleiten, die Realitätswertung in die verdrängten psychischen Bildungen einzutragen und etwa Phantasien [238] darum für die Symptombildung gering zu schätzen, weil sie eben keine Wirklichkeiten sind, oder ein neurotisches Schuldgefühl anderswoher abzuleiten, weil sich kein wirklich ausgeführtes Verbrechen nachweisen läßt. Man hat die Verpflichtung, sich jener Währung zu bedienen, die in dem Lande, das man durchforscht, eben die herrschende ist, in unserem Falle der neurotischen Währung. Man versuche z.B., einen Traum wie den folgenden zu lösen. Ein Mann, der einst seinen Vater während seiner langen und qualvollen Todeskrankheit gepflegt, berichtet, daß er in den nächsten Monaten nach dessen Ableben wiederholt geträumt habe: der Vater sei wieder am Leben und er spreche mit ihm wie sonst. Dabei habe er es aber äußerst schmerzlich empfunden, daß der Vater doch schon gestorben war und es nur nicht wußte. Kein anderer Weg führt zum Verständnis des widersinnig klingenden Traumes, als die Anfügung »nach seinem Wunsch« oder »infolge seines Wunsches« nach den Worten »daß der Vater doch gestorben war« und der Zusatz »daß er es wünschte« zu den letzten Worten. Der Traumgedanke lautet dann: Es sei eine schmerzliche Erinnerung für ihn, daß er dem Vater den Tod (als Erlösung) wünschen mußte, als er noch lebte, und wie schrecklich, wenn der Vater dies geahnt hätte. Es handelt sich dann um den bekannten Fall der Selbstvorwürfe nach dem Verlust einer geliebten Person, und der Vorwurf greift in diesem Beispiel auf die infantile Bedeutung des Todeswunsches gegen den Vater zurück.

Die Mängel dieses kleinen, mehr vorbereitenden als ausführenden Aufsatzes sind vielleicht nur zum geringen Anteil entschuldigt, wenn ich sie für unvermeidlich ausgebe. In den wenigen Sätzen über die psychischen Folgen der Adaptierung an das Realitätsprinzip mußte ich Meinungen andeuten, die ich lieber noch zurückgehalten hätte und deren Rechtfertigung gewiß keine kleine Mühe kosten wird. Doch will ich hoffen, daß es wohlwollenden Lesern nicht entgehen wird, wo auch in dieser Arbeit die Herrschaft des Realitätsprinzips beginnt.

Noten

1 P. Janet, Les Névroses. 1909. Bibliothèque de Philosophie scientifique.

2 Eine merkwürdig klare Ahnung dieser Verursachung hat kürzlich Otto Rank in einer Stelle Schopenhauers aufgezeigt. (Die Welt als Wille und Vorstellung, 2. Band. Siehe Zentralblatt für Psychoanalyse, Heft 1/2, 1910.)

3 Der Schlafzustand kann das Ebenbild des Seelenlebens vor der Anerkennung der Realität wiederbringen, weil er die absichtliche Verleugnung derselben (Schlafwunsch) zur Voraussetzung nimmt.

4 Ich will versuchen, die obige schematische Darstellung durch einige Ausführungen zu ergänzen: Es wird mit Recht eingewendet werden, daß eine solche Organisation, die dem Lustprinzip frönt und die Realität der Außenwelt vernachlässigt, sich nicht die kürzeste Zeit am Leben erhalten könnte, so daß sie überhaupt nicht hätte entstehen können. Die Verwendung einer derartigen Fiktion rechtfertigt sich aber durch die Bemerkung, daß der Säugling, wenn man nur die Mutterpflege hinzunimmt, ein solches psychisches System nahezu realisiert. Er halluziniert wahrscheinlich die Erfüllung seiner inneren Bedürfnisse, verrät seine Unlust bei steigendem Reiz und ausbleibender Befriedigung durch die motorische Abfuhr des Schreiens und Zappelns und erlebt darauf die halluzinierte Befriedigung. Er erlernt es später als Kind, diese Abfuhräußerungen absichtlich als Ausdrucksmittel zu gebrauchen. Da die Säuglingspflege das Vorbild der späteren Kinderfürsorge ist, kann die Herrschaft des Lustprinzips eigentlich erst mit der vollen psychischen Ablösung von den Eltern ein Ende nehmen. – Ein schönes Beispiel eines von den Reizen der Außenwelt abgeschlossenen psychischen Systems, welches selbst seine Ernährungsbedürfnisse autistisch (nach einem Worte Bleulers) befriedigen kann, gibt das mit seinem Nahrungsvorrat in die Eischale eingeschlossene Vogelei, für das sich die Mutterpflege auf die Wärmezufuhr einschränkt. – Ich werde es nicht als Korrektur, sondern nur als Erweiterung des in Rede stehenden Schemas ansehen, wenn man für das nach dem Lustprinzip lebende System Einrichtungen fordert, mittels deren es sich den Reizen der Realität entziehen kann. Diese Einrichtungen sind nur das Korrelat der »Verdrängung«, welche innere Unlustreize so behandelt, als ob sie äußere wären, sie also zur Außenwelt schlägt.

5 Ähnlich wie eine Nation, deren Reichtum auf der Ausbeutung ihrer Bodenschätze beruht, doch ein bestimmtes Gebiet reserviert, das im Urzustande belassen und von den Veränderungen der Kultur verschont werden soll (Yellowstonepark).

6 Den Vorzug des Real-Ichs vor dem Lust-Ich drückt Bernard Shaw treffend in den Worten aus: To be able to choose the line of greatest advantage instead of yielding in the direction of the least resistance. (Man and Superman. A comedy and a philosophy.)

7 Vgl. Ähnliches bei O. Rank, Der Künstler, Wien 1907.