Ricordare, ripetere ed elaborare

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1914 sui rapporti fra il ricordare, il ripetere e l’elaborare. Nel novero dei cosiddetti “testi tecnici” mi appare il più complesso perché cerca di spiegare l’evoluzione della pratica analitica e allo stesso tempo pone una mezza dozzina di concetti in un gioco di continui rimandi e di reciproche determinazioni, riuscendo certamente a mettere su carta la complessità della situazione analitica, ma obbligando anche il lettore a uno sforzo per cercare di non perdersi in una fitta trama concettuale. Fra i temi che vorrei evidenziare, c’è il rapporto fra inconscio e memoria, che contempla possibilità inaudite, come che «accada particolarmente spesso che sia ricordato qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente». Centrale è poi l’esposizione della relazione che lega tre concetti fondamentali della psicanalisi quali la coazione di ripetizione, il transfert e la resistenza e che permette di leggere nell’agito del paziente non tanto un sostituto del ricordare, ma più propriamente una sua modalità.

Ricordare, ripetere ed elaborare (1914)

Non mi sembra superfluo rammentare continuamente al discente quali profonde trasformazioni abbia sperimentato la tecnica psicanalitica a partire dai suoi primordi. Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco direttamente il fattore della formazione del sintomo e, conseguentemente, di sforzarsi con tenacia per far riprodurre i processi psichici di tale situazione al fine di guidarli alla scarica attraverso l’attività cosciente. Ricordare e abreagire erano allora le mete da raggiungere con l’aiuto dello stato ipnotico. Successivamente, con la rinuncia all’ipnosi, ci si impose il compito di indovinare, attraverso le libere idee spontanee dell’analizzato, ciò che egli rifiutava di ricordare. Attraverso il lavoro di interpretazione e la comunicazione al malato degli esiti, si doveva aggirare la resistenza; era conservata la messa a fuoco delle situazioni della formazione dei sintomi e di ogni altra situazione che si presentava dietro il fattore scatenante la malattia; l’abreagire passò in secondo piano e sembrò essere sostituito dal dispendio di lavoro che l’analizzato doveva svolgere per superare (seguendo la regola fondamentale della ψα)[1] la critica verso le proprie idee spontanee. Alla fine si è venuta configurando la rigorosa tecnica attuale, nella quale il medico rinuncia alla messa a fuoco di un singolo fattore o problema, si accontenta di studiare la superficie psichica dell’analizzato in quel momento,[2] utilizzando l’arte dell’interpretazione essenzialmente per riconoscere queste resistenze che si fanno avanti e per renderle coscienti al malato. Si produce così una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote al malato; se queste resistenze sono superate, il malato, spesso senza alcuno sforzo, racconta le situazioni e le connessioni dimenticate. Naturalmente l’obiettivo di queste tecniche è rimasto immutato. In modo descrittivo: colmare le lacune del ricordo; in modo dinamico: superare le resistenze della rimozione. Leggi tutto “Ricordare, ripetere ed elaborare”

Controtransfert e dispositivi medici in Freud

Propongo una nuova traduzione di due frammenti del testo freudiano del 1937 L’analisi finita e infinita. Il primo[1] propone una curiosa analogia fra un’analisi e una radiografia. Il secondo[2] la riprende per evidenziare i nefasti effetti che può avere un controtransfert non analizzato.

Un uomo, che ha egli stesso esercitato l’analisi con grande successo, giudica che il suo rapporto con l’uomo e con la donna – con gli uomini, che sono suoi concorrenti, e con la donna, che egli ama – non è affatto esente da handicap nevrotici e perciò si fa oggetto analitico di un altro, che ritiene superiore a sé. Questa radiografia critica della propria persona gli fa ottenere un pieno successo. Leggi tutto “Controtransfert e dispositivi medici in Freud”