L’impiego dell’interpretazione del sogno in psicanalisi

Propongo una nuova traduzione del testo che alla fine del 1911 Freud dedicò all’impiego dell’interpretazione del sogno nel contesto del trattamento analitico. Si tratta di un testo minore all’interno del corpus degli scritti tecnici freudiani, ma esso propone comunque due interessanti questioni. La prima riguarda l’incompletezza: in analisi è centrale il rispetto della regola fondamentale, cioè l’attenersi sempre a ciò che per primo viene in mente al malato, e ad essa va sacrificata anche la pretesa di completare l’interpretazione di ciascun sogno del paziente. La seconda riguarda la capacità della resistenza di appoggiarsi alle prescrizioni dell’analista: l’indicazione di trascrivere i sogni appena svegli e l’affidare all’interpretazione dei sogni le possibilità di successo del trattamento finiscono per concedere campo libero alla resistenza, che ha modo di esautorare le possibilità di avanzamento del lavoro analitico comune.

L’impiego dell’interpretazione del sogno in psicanalisi (1911)

Lo Zentralblatt für Psychoanalyse non si è posto soltanto il compito di orientare i progressi compiuti dalla psicanalisi e di pubblicare esso stesso piccoli contributi sull’argomento, ma si propone altresì di assolvere altri compiti: di presentare al discente ciò che è già noto in una formulazione chiara e, mediante opportune indicazioni, di risparmiare ai principianti nel trattamento analitico un dispendio di tempo e fatica. D’ora in poi appariranno perciò in questa rivista[1] anche saggi di natura didattica e contenuto tecnico, nei quali non sarà essenziale che venga comunicato qualcosa di nuovo.

La questione che pensavo di trattare oggi non è quella della tecnica dell’interpretazione del sogno. Non va discusso come si interpretano i sogni e come se ne valorizza l’interpretazione, ma solo quale uso debba essere fatto dell’arte dell’interpretazione del sogno nel trattamento psicanalitico dei malati. A questo proposito si può certo procedere in diversi modi, ma in psicanalisi la risposta a questioni tecniche non è mai scontata. Se forse c’è più di una buona via, certamente ve ne sono molte cattive e una comparazione di diverse tecniche può solo risultare illuminante, anche nel caso non dovesse portare a decidere per un metodo determinato. Leggi tutto “L’impiego dell’interpretazione del sogno in psicanalisi”

Ricordare, ripetere ed elaborare

Propongo una nuova traduzione del testo di Freud del 1914 sui rapporti fra il ricordare, il ripetere e l’elaborare. Nel novero dei cosiddetti “testi tecnici” mi appare il più complesso perché cerca di spiegare l’evoluzione della pratica analitica e allo stesso tempo pone una mezza dozzina di concetti in un gioco di continui rimandi e di reciproche determinazioni, riuscendo certamente a mettere su carta la complessità della situazione analitica, ma obbligando anche il lettore a uno sforzo per cercare di non perdersi in una fitta trama concettuale. Fra i temi che vorrei evidenziare, c’è il rapporto fra inconscio e memoria, che contempla possibilità inaudite, come che «accada particolarmente spesso che sia ricordato qualcosa che non avrebbe mai potuto essere “dimenticato”, perché in nessuna epoca è mai stato notato, non è mai stato cosciente». Centrale è poi l’esposizione della relazione che lega tre concetti fondamentali della psicanalisi quali la coazione di ripetizione, il transfert e la resistenza e che permette di leggere nell’agito del paziente non tanto un sostituto del ricordare, ma più propriamente una sua modalità.

Ricordare, ripetere ed elaborare (1914)

Non mi sembra superfluo rammentare continuamente al discente quali profonde trasformazioni abbia sperimentato la tecnica psicanalitica a partire dai suoi primordi. Dapprima, nella fase della catarsi di Breuer, si trattava di mettere a fuoco direttamente il fattore della formazione del sintomo e, conseguentemente, di sforzarsi con tenacia per far riprodurre i processi psichici di tale situazione al fine di guidarli alla scarica attraverso l’attività cosciente. Ricordare e abreagire erano allora le mete da raggiungere con l’aiuto dello stato ipnotico. Successivamente, con la rinuncia all’ipnosi, ci si impose il compito di indovinare, attraverso le libere idee spontanee dell’analizzato, ciò che egli rifiutava di ricordare. Attraverso il lavoro di interpretazione e la comunicazione al malato degli esiti, si doveva aggirare la resistenza; era conservata la messa a fuoco delle situazioni della formazione dei sintomi e di ogni altra situazione che si presentava dietro il fattore scatenante la malattia; l’abreagire passò in secondo piano e sembrò essere sostituito dal dispendio di lavoro che l’analizzato doveva svolgere per superare (seguendo la regola fondamentale della ψα)[1] la critica verso le proprie idee spontanee. Alla fine si è venuta configurando la rigorosa tecnica attuale, nella quale il medico rinuncia alla messa a fuoco di un singolo fattore o problema, si accontenta di studiare la superficie psichica dell’analizzato in quel momento,[2] utilizzando l’arte dell’interpretazione essenzialmente per riconoscere queste resistenze che si fanno avanti e per renderle coscienti al malato. Si produce così una nuova specie di divisione del lavoro: il medico scopre le resistenze ignote al malato; se queste resistenze sono superate, il malato, spesso senza alcuno sforzo, racconta le situazioni e le connessioni dimenticate. Naturalmente l’obiettivo di queste tecniche è rimasto immutato. In modo descrittivo: colmare le lacune del ricordo; in modo dinamico: superare le resistenze della rimozione. Leggi tutto “Ricordare, ripetere ed elaborare”