“Maneggiare” il transfert ignorando il controtransfert?

Propongo un passaggio della nostra traduzione della Questione dell’analisi laica in cui Sigmund Freud specifica come maneggiare il transfert. Lo inserisco polemicamente nella serie delle traduzioni sul controtransfert perché considero molto significativo che nel testo votato a definire e proteggere uno spazio di autonomia per la psicanalisi questo termine non venga citato e il problema scabroso dell’affetto suscitato nell’analista dal paziente venga sostanzialmente rimosso.

Sotto forma di innamoramento per l’analista, il paziente ripete esperienze psichiche già vissute una volta. Trasferisce sull’analista atteggiamenti psichici già pronti in lui, che erano intimamente connessi con l’insorgere della nevrosi. Ripete sotto i nostri occhi anche le reazioni di difesa di un tempo, volendo soprattutto ripetere nel rapporto con l’analista le principali vicissitudini di quel periodo dimenticato della vita. Quel che così ci mostra è il nucleo della propria biografia intima. In tal modo, invece di ricordarlo, lo riproduce concretamente come se fosse attuale. In questo modo l’enigma dell’amore di transfert è risolto e l’analisi può continuare grazie alla nuova situazione che sembrava minacciarla.

Raffinato! Ma il malato la beve che non è innamorato, ma solo costretto a rimettere in scena una vecchia storia?

Adesso tutto dipende da questo. Tutta l’abilità dell’analista a maneggiare il “transfert” consiste nel raggiungere questo punto. Come vede, gli sforzi richiesti dalla tecnica analitica segnano qui l’incremento più elevato. Qui si può commettere lo sbaglio più grave o ci si può assicurare il più grande successo. Il tentativo di sottrarsi alle difficoltà, reprimendo il transfert o trascurandolo, sarebbe insensato. Quel che si è sempre altrimenti fatto non meritava il nome di analisi. Congedare il paziente quando si realizzano gli inconvenienti della sua nevrosi di transfert non sarebbe più sensato, sarebbe inoltre una vigliaccheria. Sarebbe più o meno come evocare gli spiriti e poi scappar via appena compaiono. In verità, talvolta non si può fare diversamente. Ci sono casi in cui, una volta scatenato, il transfert non si padroneggia e bisogna interrompere l’analisi, ma si deve almeno aver lottato con forza contro gli spiriti maligni. Cedere alle pretese del transfert, soddisfare i desideri di tenerezza e sensualità del paziente, è interdetto in modo ampiamente giustificato, non solo per motivi di moralità, ma anche perché, come espediente tecnico, è del tutto inadeguato a realizzare gli scopi dell’analisi. Finché gli si consente di ripetere senza correzioni un cliché inconscio in lui già preparato, il nevrotico non può guarire. Quanto a scendere a compromessi con lui offrendogli delle soddisfazioni parziali in cambio della sua collaborazione in analisi, bisogna stare attenti a non cadere nella ridicola situazione di quel prete che, volendo convertire l’assicuratore malato, finì per firmare la sua polizza senza ottenere la conversione. L’unica possibile via d’uscita dalla situazione di transfert è ricondurla al passato del malato, a quel che ha effettivamente vissuto o a cui ha dato forma con l’attività, propria della sua fantasia, di esaudire i desideri. Un lavoro che all’analista richiede molta abilità, pazienza, calma e abnegazione.

 

Edvard Munch, Eye in eye (1894)
Edvard Munch, Eye in eye (1894)

Di seguito il testo originale:

Der Patient wiederholt in der Form der Verliebtheit in den Analytiker seelische Erlebnisse, die er bereits früher einmal durchgemacht hat – er hat seelische Einstellungen, die in ihm bereitlagen und mit der Entstehung seiner Neurose innig verknüpft waren, auf den Analytiker übertragen. Er wiederholt auch seine damaligen Abwehraktionen vor unseren Augen, möchte am liebsten alle Schicksale jener vergessenen Lebensperiode in seinem Verhältnis zum Analytiker wiederholen. Was er uns zeigt, ist also der Kern seiner intimen Lebensgeschichte, er reproduziert ihn greifbar, wie gegenwärtig, anstatt ihn zu erinnern. Damit ist das Rätsel der Übertragungsliebe gelöst, und die Analyse kann gerade mit Hilfe der neuen Situation, die für sie so bedrohlich schien, fortgesetzt werden.

Das ist raffiniert. Und glaubt Ihnen der Kranke so leicht, daß er nicht verliebt, sondern nur gezwungen ist, ein altes Stück wieder aufzuführen?

Alles kommt jetzt darauf an, und die volle Geschicklichkeit in der Handhabung der »Übertragung« gehört dazu, es zu erreichen. Sie sehen, daß die Anforderungen an die analytische Technik an dieser Stelle die höchste Steigerung erfahren. Hier kann man die schwersten Fehler begehen oder sich der größten Erfolge versichern. Der Versuch, sich den Schwierigkeiten zu entziehen, indem man die Übertragung unterdrückt oder vernachlässigt, wäre unsinnig; was immer man sonst getan hat, es verdiente nicht den Namen einer Analyse. Den Kranken wegzuschicken, sobald sich die Unannehmlichkeiten seiner Übertragungsneurose herstellen, ist nicht sinnreicher und außerdem eine Feigheit; es wäre ungefähr so, als ob man Geister beschworen hätte und dann davongerannt wäre, sobald sie erscheinen. Zwar manchmal kann man wirklich nicht anders; es gibt Fälle, in denen man der entfesselten Übertragung nicht Herr wird und die Analyse abbrechen muß, aber man soll wenigstens mit den bösen Geistern nach Kräften gerungen haben. Den Anforderungen der Übertragung nachgeben, die Wünsche des Patienten nach zärtlicher und sinnlicher Befriedigung erfüllen, ist nicht nur berechtigterweise durch moralische Rücksichten versagt, sondern auch als technisches Mittel zur Erreichung der analytischen Absicht völlig unzureichend. Der Neurotiker kann dadurch, daß man ihm die unkorrigierte Wiederholung eines in ihm vorbereiteten unbewußten Klischees ermöglicht hat, nicht geheilt werden. Wenn man sich auf Kompromisse mit ihm einläßt, indem man ihm partielle Befriedigungen zum Austausch gegen seine weitere Mitarbeit an der Analyse bietet, muß man achthaben, daß man nicht in die lächerliche Situation des Geistlichen gerät, der den kranken Versicherungsagenten bekehren soll. Der Kranke bleibt unbekehrt, aber der Geistliche zieht versichert ab. Der einzig mögliche Ausweg aus der Situation der Übertragung ist die Rückführung auf die Vergangenheit des Kranken, wie er sie wirklich erlebt oder durch die wunscherfüllende Tätigkeit seiner Phantasie gestaltet hat. Und dies erfordert beim Analytiker viel Geschick, Geduld, Ruhe und Selbstverleugnung.