Medicina, omeopatia e psicanalisi

L’omeopatia doveva prima o poi nascere sul tronco della medicina, perché è un modello vacuo di discorso medico. Anzi, stupisce che sia nata molto tardi, alla fine del xviii secolo con Hahnemann (escludendo i pasticci alchemici di Paracelso a base di sale, zolfo e mercurio).

Omeopatia e medicina si basano entrambe sulla seguente coppia ordinata di agenti: (causa, controcausa). La causa è la causa morbosa o agente patogeno; la controcausa è l’agente terapeutico: l’atto chirurgico o l’antidoto chemioterapico. Per definizione la causa deve esistere in entrambi discorsi, pena la loro decadenza. Infatti, il fondamento filosofico di medicina e omeopatia è lo stesso: il principio di ragione sufficiente, nella versione che stabilisce la causa efficiente di ogni evento, sia l’evento morboso, sia l’evento terapeutico. In un certo senso, l’omeopatia è ancora più rigorosa della medicina, perché fissa un principio teorico – in realtà una rozza metafora – per individuare le controcause: similia similibus curantur, “i simili si curano con i simili”. Nell’omeopatia, tuttavia, la controcausa esiste solo in linea di principio, perché è materialmente vuota, essendo sostanzialmente cancellata dalle diluizioni estreme dell’antidoto. L’omeopatia è a tutti gli effetti una cura psichica o spirituale.

Paracelso

La psicanalisi freudiana, che si basa anch’essa sul principio di ragion sufficiente, è più simile all’omeopatia o alla medicina?

La psicanalisi differisce dalla medicina perché le cause morbose della psicanalisi sono immateriali: i traumi psichici; l’eziopatogenesi psicanalitica si sviluppa, poi, lungo linee pulsionali, che sono linee di forza immateriali, che sembrano ricalcate sulla forza vitale o Lebenskraft di Hahnemann. Su questo punto la psicanalisi sembra non differire molto dall’omeopatia, perché le controcause della cura psicanalitica sono altrettanto immateriali (metaforiche) quanto nell’omeopatia. Secondo la dottrina lacaniana la psicanalisi ricerca nel sintomo nevrotico la metafora del soggetto, mentre l’omeopatia offre al soggetto la metafora del suo sintomo. Chissà cosa direbbe Davide Radice se affermassi – con un pizzico di polemica, che comunque non è fine a se stessa, ma serve a sviluppare la discussione – che l’analisi laica che Freud aveva in mente, quando nel 1927 scriveva il suo pamphlet, era proprio una “psicanalisi omeopatica” contrapposta alla “psicanalisi medica”?

Come si esce dalla medicina, dall’omeopatia e da una certa psicanalisi ormai medicalizzata?

Non contestandole né attaccandole frontalmente, perché i collettivi di pensiero che le sostengono, in quanto sono lobby professionali e affaristiche, sono anche politicamente troppo forti; nello scontro diretto ci lasceremmo le penne; bisogna prudentemente aggirarle. Secondo me la strategia migliore è risalire a monte dei loro discorsi, al principio di ragion sufficiente che li sorregge; si tratta di decostruire la nozione di causa per indebolire l’effetto, giusta la diagnosi che medicina, omeopatia e psicanalisi freudiana sono l’effetto di un’unica “causa”: il principio di ragion sufficiente, che stabilisce l’esistenza delle cause. (Si noti la circolarità dell’argomento, che è voluta.)

NB. Lebenskraft non è termine consueto in Freud. Nelle Gesammelte Werke ricorre solo due volte: la prima in riferimento al Witz (vol. VI, p. 138), la seconda in riferimento alla forza vitale del padre di Leonardo da Vinci (vol. VIII, p. 191). Le pulsioni freudiane sono forze vitali nel senso preciso di forze psichiche, che Freud precisa essere “costanti” (quindi non biologiche).

Antonello Sciacchitano

Autore: Antonello Sciacchitano

Nato a San Pellegrino il 24 giugno 1940. Medico e psichiatra, lavora a Milano come psicanalista di formazione lacaniana; riceve domande d'analisi in via Passo di Fargorida, 6, tel. 02.5691223: E' redattore della rivista di cultura e filosofia "aut aut", fondata da Enzo Paci nel 1951.

3 pensieri riguardo “Medicina, omeopatia e psicanalisi”

  1. Direi che la psicanalisi che Freud contrappone alla “psicanalisi medica” è quella scientifica. Non dobbiamo mai dimenticare il seguente passaggio di Freud, anche se egli stesso faticava a tenerne debitamente conto:

    “Per ragioni pratiche, anche nelle nostre pubblicazioni, abbiamo preso l’abitudine di distinguere l’analisi medica dalle applicazioni dell’analisi. Questo non è corretto. In realtà la linea di demarcazione fra la psicanalisi scientifica e le sue applicazioni attraversa sia il campo medico sia quello non medico”. (S. Freud, La questione dell’analisi laica, p. 116).

    Che scienza è la psicanalisi? È quella che ha per oggetto l’inconscio:

    “Certo, la psicanalisi è unilaterale in un modo del tutto particolare, in quanto scienza dello psichicamente inconscio” (S. Freud, La questione dell’analisi laica, p. 85).

    Il trattamento analitico non è una cura, è uno spazio emotivo e cognitivo dove l’analizzante lavora sulla propria volontà di ignoranza. L’analista deve solo predisporre questo dispositivo epistemico e garantire con continuità le migliori condizioni di lavoro:

    “[L’analizzante] ha anche il presentimento – il che rappresenta un grande passo avanti nella conoscenza psicologica di se stessi – che esistano cose che non si vorrebbero confessare neppure a se stessi, che volentieri ci si nasconde a se stessi, sulle quali si taglia corto e che si scacciano via quando, nonostante tutto, emergono” (S. Freud, La questione dell’analisi laica, p. 28).

    Il trattamento termina quando l’analizzante è in grado di interiorizzare questo dispositivo e continuare il proprio lavoro sull’inconscio, “compito infinito”, non più nella “propria analisi”, ma nell’autoanalisi. (S. Freud, L’analisi finita e infinita, passim).

  2. Molto saggiamente Davide Radice non ha raccolto la mia provocazione polemica. In realtà, il mio discorso tende a riportare sia la medicina sia la psicanalisi sotto l’egida scientifica. Il mio punto di riferimento è Cabanis, “La certezza della medicina”, 1790. Questo grande illuminista negava che la medicina fosse uno “scire per causas”. Si può fare della buona medicina, secondo Cabanis, conoscendo solo gli effetti (delle terapie), senza conoscere le cause (delle malattie). Allora la medicina diventa un’arte. Nutro qualche ritrosia ad accogliere lo stesso discorso “estetico” per giustificare la psicanalisi. Infatti, l’artista è nel suo campo un maestro. La psicanalisi ha avuto troppi maestri, i quali l’hanno rinchiusa nell’orticello della propria dottrina, dove ora sta morendo per soffocamento.
    Antonello Sciacchitano

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