Uno sguardo sulla psicanalisi in Italia 20 anni fa

Riporto un brano dell’intervista che Mario Lavagetto ha concesso nel maggio ’98 alla rivista Scibbolet. Sollecitato da Giancarlo Gramaglia, Lavagetto ci offre uno sguardo sulla psicanalisi italiana di 20 anni fa tenendo ben presente le istanze di libertà sviluppate da Freud nel suo testo La questione dell’analisi laica.

GRAMAGLIA Passiamo ad altro ordine di questioni. Negli ultimi due anni si è costituito in Italia un Movimento per una psicanalisi laica, denominato Spaziozero. Dall’altra parte c’è una legge, la 56/89, che non parla di psicanalisi, ma di fatto ha generato un ammasso di psicoqualcosa in cerca di autorizzazione. Cosa ne pensa del destino della psicoanalisi in Italia e in Europa?

LAVAGETTO Le ricordo che sono un “laico” e dispongo solo di informazioni avventizie.

GRAMAGLIA Però il suo punto di vista è importante proprio perché Lei lavora da fuori” sui testi di Freud, essendo fuori, per così dire, dall’ambito degli psicoanalisti e delle istituzioni del settore. La sua posizione non è, in altri termini, collegata alla legge 56/89, né collegabile in altro modo corporativo alla psicoanalisi.

LAVAGETTO Per quanto mi riguarda (data la mia formazione e anche la mia tradizione ideologica) non posso non provare una grande solidarietà, una grande simpatia per le posizioni che Freud sostiene in Die Frage der Laienanalyse. Posizioni molto aperte, come è noto, molto poco corporative e perfettamente in linea con la spregiudicatezza e la libertà del pensiero freudiano. Qualche volta guardando al cammino della psicoanalisi dopo Freud ho avuto la sensazione, forse arbitraria, che quella libertà creativa e quell’avventurosa, magari rischiosa, spregiudicatezza fossero venute meno; che ci fosse talvolta negli studiosi di psicoanalisi e anche negli psicoanalisti (parlo dei più intelligenti e dei più seri) un rischio di irrigidimento. Può darsi che questo sia dipeso in parte dalle esigenze di stabilizzazione e di definizione di una disciplina, che si colloca in una marca di frontiera tra scienze naturali e scienze umane e che questo sforzo abbia comportato in alcuni momenti una remora a seguire il cammino indicato da Freud quando raccomandava «il coraggio di pensare cose nuove, ancor prima di essere in grado di provarle».

GRAMAGLIA Lei sa che Michel David dimostra in modo chiaro che la psicanalisi in Italia non si è sviluppata grazie alla psichiatria e alla medicina, ma si è sviluppata in una certa misura grazie a un insieme di interessi che erano al di fuori dello specifico psicoanalitico. Ma qual è lo specifico psicoanalitico? Posso dire con certezza che non sono la psichiatria e la medicina. Terreni sicuramente più fecondi sono la letteratura e l’arte. Sembra inoltre che si faccia più psicanalisi fuori dagli ambiti istituzionali. Questo è un problema importante. Si può anche pensare che la psicoanalisi sopravviva grazie a questi apporti esterni, che poi diventano fondanti. Oltretutto c’è questa legge 56/89 che crea particolari problemi: nessuno dei cosiddetti psicoterapeuti si potrebbe dire psicoanalista, però tutti poi si mettono in bocca frammenti di discorso freudiano senza conoscerlo.

LAVAGETTO Credo che una conferma di quello che lei sta dicendo si possa trovare nel fatto che negli statuti delle Università italiane la parola psicoanalisi sembra essere stata per lungo tempo messa al bando. C’erano viceversa insegnamenti con diversa titolarità (psicologia dinamica, psicologia trasformazionale ecc.) dietro cui si nascondeva un signore che talvolta insegnava con grande competenza la psicoanalisi. Così è stata per me una gradevole sorpresa scoprire negli statuti della neonata Facoltà di Lingue dell’Università di Bologna una nuova disciplina: “psicoanalisi e letteratura”.

Per quanto riguarda il libro di David, è vero che in Italia la psicoanalisi ha percorso strade imprevedibili e talvolta tortuose. Ma oltre alle posizioni di chi (come Svevo, Saba, Gadda, Debenedetti) ha guardato a Freud con interesse e si è servito in modo discreto e originale della psicoanalisi, ci sono rimasti resistenze fortissime. Basterebbe rileggere oggi, a distanza di quarant’anni, un saggio dedicato ad arte e psicanalisi, scritto da quell’eccellente studioso e storico dell’arte che era Cesare Brandi, saggio in cui, con assoluta disinvoltura e con un bagaglio di conoscenze davvero esiguo, si procede alla liquidazione totale e idiosincrasica del pensiero freudiano, ridotto a coacervo di stereotipi. Il fatto che Freud sia stato (e continui a essere) uno dei perni della cultura del Novecento, non convalida certo le sue teorie, ma dovrebbe indurre a non rifiutarle prima di averne acquisito una conoscenza di prima mano. Ogni presa di distanza, a partire da quel momento, è legittima: si potrà, per esempio, respingere in blocco il saggio su Leonardo, o riconoscere come Meyer Schapiro che quel saggio, al di là dei suoi errori e delle sue semplificazioni, contiene anche alcuni spunti illuminanti. Ma in ogni caso si rifuggirà da quella sorta di intolleranza preliminare e ideologica di cui la psicoanalisi è stata talvolta l’oggetto e a cui non sempre ha saputo rispondere in modo adeguato.

Torino, 23 maggio ’98

 

Leonardo da Vinci - Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino (1510-1513)
Leonardo da Vinci – Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino (1510-1513)

Bibliografia

C. Brandi, Segno e immagine, Il Saggiatore, Milano 1960.

M. David, La psicoanalisi nella cultura italiana, Boringhieri, Torino 1966.

G. Gramaglia, Intervista a Mario Lavagetto, in Scibbolet, Vol. 5, No. 5 (1998), pp. 195-203.

M. Schapiro, Leonardo and Freud: An Art-Historical Study, in Journal of the History of Ideas, Vol. 17, No. 2 (Apr., 1956), pp. 147-178.