Identificazione e legame

Propongo una nuova traduzione del VII capitolo di Psicologia delle masse e analisi dell’Io intitolato L’identificazione. Si tratta di un brano per me fondamentale, non solo perché nella teoria freudiana l’identificazione costituisce il presupposto di ogni legame affettivo con l’oggetto e della sua introiezione, ma perché si connette a due temi di cui mi sto occupando, da una parte il transfert e dell’altra il narcisismo e la sua relazione con l’omosessualità.

Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921)

[…]

VII – L’identificazione

L’identificazione è nota alla psicanalisi come precoce manifestazione del legame affettivo con un’altra persona. Svolge un ruolo nella preistoria del complesso edipico. Il bambino piccolo manifesta un particolare interesse per suo padre, vorrebbe diventare ed essere come lui, occupare il suo posto in tutto e per tutto. Diciamolo tranquillamente: prende il padre come suo ideale. Questo comportamento non ha nulla a che vedere con un atteggiamento passivo o femminile rispetto al padre (e al maschio in generale), è anzi squisitamente maschile. Si accorda molto bene con il complesso edipico, che aiuta a preparare.

Contemporaneamente a questa identificazione con il padre, forse anche prima, il bambino ha iniziato a fare un corretto investimento d’oggetto, del tipo per appoggio,[1] sulla madre. Egli mostra quindi due legami psicologicamente diversi: verso la madre un investimento d’oggetto chiaramente sessuale, verso il padre un’identificazione, prendendolo a modello. Per un po’ di tempo i due legami coesistono senza influenzarsi né disturbarsi a vicenda. A causa dell’incessante e progressiva unificazione della vita psichica, finalmente si incontrano e, per mezzo di questa confluenza, sorge il normale complesso edipico. Il piccolo nota che il padre gli sbarra la via verso la madre; l’identificazione con il padre assume ora una tonalità ostile e diventa identica al desiderio di sostituirlo anche presso la madre. L’identificazione è comunque fin dall’inizio ambivalente, può essere rivolta tanto all’espressione della tenerezza quanto al desiderio di eliminazione. Si comporta come un derivato della prima fase orale dell’organizzazione libidica, nella quale l’oggetto bramato e apprezzato viene incorporato attraverso il mangiare e quindi annientato in quanto tale. Come è noto, il cannibale si ferma a questo punto: ha amato i suoi nemici fino a divorarli e non ha divorato chi non ha potuto, in qualche modo, amare.[2]

In seguito è facile perdere di vista il destino di questa identificazione al padre. Può accadere che il complesso edipico si capovolga, che con un atteggiamento femminile il padre venga preso come oggetto da cui le pulsioni sessuali dirette attendono il proprio soddisfacimento e che quindi l’identificazione al padre diventi il precursore del legame d’oggetto con il padre. Fatte le debite sostituzioni, lo stesso vale per la piccola figlia.

È facile esprimere in una formula la differenza tra tale identificazione al padre e la scelta d’oggetto paterna. Nel primo caso il padre è ciò che si vorrebbe essere, nel secondo ciò che si vorrebbe avere. La differenza sta quindi nel fatto che il legame riguardi il soggetto oppure l’oggetto dell’Io. Il primo è pertanto già possibile prima di qualsiasi scelta sessuale d’oggetto. È molto più difficile rappresentare questa diversità in modo metapsicologicamente intuitivo. Si riconosce solo che l’identificazione tende a dare forma al proprio Io in analogia all’altro Io preso a “modello”.

Nella formazione del sintomo nevrotico separiamo l’identificazione da un intricato contesto. Una bambina, alla quale vogliamo ora attenerci, soffre dello stesso sintomo di sua madre, per esempio della stessa tosse molesta. Diverse vie possono portare a questo. O l’identificazione è la stessa che deriva dal complesso edipico, cioè significa la volontà ostile di sostituire la madre, e il sintomo esprime l’amore d’oggetto per il padre; realizza la sostituzione della madre sotto l’influenza della coscienza di colpa:[3] hai voluto essere la madre, ora lo sei, almeno nella sofferenza. È questo il meccanismo completo di formazione del sintomo isterico. Oppure il sintomo è lo stesso della persona amata (per es. Dora nel Frammento di un’analisi di isteria imita la tosse del padre);[4] possiamo allora descrivere lo stato delle cose solo così: l’identificazione ha preso il posto della scelta d’oggetto, la scelta d’oggetto è regredita all’identificazione. Abbiamo visto che l’identificazione è la forma più precoce e originaria di legame affettivo; spesso fra le condizioni di formazione del sintomo, ovvero la rimozione e il predominio dei meccanismi dell’inconscio, succede che la scelta d’oggetto ridiventi identificazione e che l’Io assuma quindi su di sé le proprietà dell’oggetto. È notevole che con queste identificazioni l’Io una volta copi la persona non amata, un’altra volta copi invece quella amata. Deve anche colpirci il fatto che in entrambi i casi l’identificazione sia parziale, assai limitata, e prenda a prestito solo un singolo tratto della persona-oggetto.[5]

C’è un terzo caso della formazione del sintomo, particolarmente frequente e significativo, quando l’identificazione prescinde del tutto dal rapporto d’oggetto con la persona copiata. Se per esempio una ragazza in un convitto riceve dall’innamorato segreto una lettera che suscita la sua gelosia e reagisce a essa con un attacco isterico, le amiche, che ne sono al corrente, si appropriano dell’attacco, come diciamo noi, per via dell’infezione psichica. Il meccanismo è quello dell’identificazione, basato sul potere o volere mettersi nella stessa posizione. Anche le altre vorrebbero avere un rapporto amoroso segreto e, influenzate dalla coscienza di colpa, accettano anche la sofferenza che vi è legata. Sarebbe sbagliato affermare che si appropriano del sintomo per simpatia. Al contrario, la simpatia sgorga proprio dall’identificazione e ne è prova il fatto che tale infezione o imitazione avvenga anche in circostanze in cui tra due persone si suppone una simpatia ancora minore di quella che solitamente esiste tra compagne di collegio. Uno dei due Io ha percepito un’analogia con l’altro Io in un punto, nel nostro esempio nella medesima disponibilità al sentimento; in questo punto poi l’Io si forma un’identificazione e sotto l’influenza della situazione patogena quest’identificazione si sposta sul sintomo, che l’altro Io ha prodotto. L’identificazione attraverso il sintomo diventa una zona di sovrapposizione dei due Io che deve essere tenuta rimossa.

Quanto appreso da queste tre fonti lo possiamo riassumere così: primo, l’identificazione è la forma più originaria di legame affettivo con un oggetto; secondo, l’identificazione si trasforma per via regressiva nel sostituto di un legame libidico d’oggetto, per così dire, attraverso l’introiezione dell’oggetto nell’Io; terzo, l’identificazione può sorgere da una comunanza qualsiasi, percepita ex novo in qualcuno che non è oggetto di pulsioni sessuali. Tanto più significativa è questa comunanza, tanto meglio può riuscire questa identificazione parziale, corrispondendo così all’inizio di un nuovo legame.

Intuiamo già che il legame reciproco tra individui di una massa sia dello stesso tipo di tale identificazione, cioè attraverso un’importante comunanza affettiva, e possiamo supporre che questa comunanza risieda anche nel tipo di legame con il leader. Secondo un’altra congettura, siamo ben lungi dall’avere esaurito il problema dell’identificazione e siamo di fronte al processo che la psicologia chiama “immedesimazione” e che ha una parte molto rilevante nella nostra comprensione dell’Io estraneo delle altre persone. Qui vogliamo però limitarci a quegli effetti dell’identificazione che sono più prossimi e riguardano l’affetto, anche trascurando la loro importanza per la vita intellettuale.

La ricerca psicanalitica, che occasionalmente ha già affrontato i difficili problemi della psicosi, è riuscita a mostrare l’identificazione in alcuni altri casi, che senz’altro non sarebbero accessibili alla nostra comprensione. Tratterò in dettaglio due di questi casi come materiale per ulteriori nostre riflessioni.

In un gran numero di casi la genesi dell’omosessualità maschile è la seguente: il giovane è rimasto fissato alla madre, nel senso del complesso edipico, insolitamente a lungo e intensamente. Finalmente, dopo che la pubertà si è pienamente compiuta, arriva il momento di scambiare la madre con un altro oggetto sessuale. A questo punto la svolta improvvisa; l’adolescente non abbandona la propria madre, ma si identifica con lei, si trasforma in lei e cerca ora oggetti che possano per lui sostituire il proprio Io e che egli possa amare e curare così come aveva già sperimentato da parte della madre. Questo è un processo frequente, che spesso può venir confermato in modo arbitrario e naturalmente in modo del tutto indipendente da ogni ipotesi che si può fare sulla forza organica della pulsione e sui motivi di tale svolta improvvisa. Ciò che colpisce di quest’identificazione è la sua portata: essa trasforma l’Io in una parte importantissima, nel carattere sessuale, che viene assunto secondo il modello di ciò che fino a poco prima era l’oggetto. Al tempo stesso, l’oggetto stesso viene abbandonato; rimane fuori discussione se totalmente o solo nel senso che rimane conservato nell’inconscio. L’identificazione con l’oggetto abbandonato o perduto in quanto sostituto dello stesso, l’introiezione dell’oggetto nell’Io, non è più in nessun modo una novità per noi. A volte tale processo è direttamente osservabile nel bambino piccolo. Nell’Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse è stata di recente pubblicata un’osservazione di questo tipo; si tratta del caso di un bambino che, infelice per la perdita del gattino, dichiarava senza imbarazzo di essere lui stesso il gattino e perciò camminava a quattro zampe, non voleva mangiare a tavola, ecc.[6]

Un altro esempio di una tale introiezione dell’oggetto ce l’ha fornito l’analisi della melanconia, affezione che annovera fra i suoi motivi più vistosi la perdita reale o affettiva dell’oggetto amato. La principale caratteristica di questi casi è la crudele autodenigrazione dell’Io associata a implacabile autocritica e ad amari autorimproveri. Dalle analisi risulta che questa svalutazione e questi rimproveri fondamentalmente valgono per l’oggetto e rappresentano la vendetta dell’Io su di esso. “L’ombra dell’oggetto è caduta sull’Io” ho scritto altrove.[7] L’introiezione dell’oggetto è qui di un’evidenza inconfondibile.

Ma queste melanconie ci indicano ancora qualcos’altro, qualcosa che può diventare importante per le nostre successive considerazioni. Ci mostrano l’Io separato, diviso in due parti, una delle quali infierisce sull’altra. Quest’altra parte è quella alterata dall’introiezione, quella che include l’oggetto perduto. Ma non ci è ignota nemmeno la parte che si comporta in modo così crudele. Essa include la coscienza morale, un’istanza critica interna nell’Io, che anche in tempi normali si contrappone criticamente all’Io, seppure mai in modo così spietato e così ingiusto. Già in precedenti occasioni abbiamo dovuto fare l’ipotesi (“Narcisismo”, “Lutto e melanconia”)[8] che nel nostro Io si sviluppi una tale istanza che può separarsi dall’altro Io ed entrare in conflitto con esso. L’abbiamo chiamata “ideale dell’Io”, ascrivendole funzioni come l’autosservazione, la coscienza morale, la censura onirica e l’esercizio della principale influenza sulla rimozione. Abbiamo sostenuto anche che eredita il narcisismo originario, nel quale l’Io infantile bastava a se stesso. A poco a poco essa seleziona, tra le influenze dell’ambiente, quelle pretese che esso pone nei confronti dell’Io e rispetto alle quali quest’ultimo non si dimostra all’altezza, cosicché, non potendo accontentarsi del proprio Io, all’uomo è lecito trovare il proprio soddisfacimento nell’ideale dell’Io differenziatosi dall’Io. Abbiamo poi stabilito che nel delirio di osservazione la divisione di questa istanza è palese, rivelando la sua origine dalle influenze delle autorità, in primis dei genitori. Non ci siamo però dimenticati di aggiungere che la misura della distanza di questo ideale dell’Io dall’Io attuale è molto variabile per ogni singolo individuo e che per molti la differenziazione all’interno dell’Io non va oltre a quella del bambino.

Prima di potere utilizzare questo materiale per comprendere l’organizzazione libidica di una massa, dobbiamo considerare certi altri rapporti reciproci tra oggetto e Io.[9]

Note

[1] [S. Freud, Zur Einführung des Narzißmus (1914), trad. it. S. Freud, Introduzione al narcisismo, in Opere di Sigmund Freud, 12 voll., vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, pp. 457 sgg.]

[2] Cfr. S. Freud, Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (1905), trad. it. S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere di Sigmund Freud, vol. IV, p. 506 e K. Abraham, Untersuchungen über die früheste prägenitale Entwicklungsstufe der Libido (1916), trad. it. K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido, in Opere di Karl Abraham, 2 voll., vol. I, Boringhieri, Torino 1975, pp. 258-285.

[3] [Schuldbewußtsein. “Chiamiamo coscienza di colpa la tensione tra il severo Super-io e l’Io a lui sottomesso; essa si esprime come bisogno di punizione. La civiltà padroneggia quindi il pericoloso piacere di aggressione dell’individuo indebolendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno, come da una guarnigione nella città conquistata”. Cfr. S. Freud, Das Unbehagen in der Kultur, trad. it. S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere di Sigmund Freud, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 610-611 (traduzione modificata).]

[4] [Cfr. S. Freud, Bruchstücke einer Hysterie-Analyse (1905), trad. it. S. Freud, Frammento di un’analisi d’isteria, in Opere di Sigmund Freud, vol. IV, pp. 368 sgg.]

[5] Freud usa la stessa espressione in altri due casi. Nel primo di essi, quando parla della persona che è oggetto del comico: “In genere, nel comico sono in questione due persone; oltre al mio Io, la persona nella quale trovo il comico; se a sembrarmi comici sono degli oggetti, ciò accade per mezzo di una specie di personificazione che non è rara nella nostra vita rappresentativa. Il processo comico si accontenta di queste due persone, l’Io e la persona-oggetto”. Cfr. S. Freud, Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten (1905), trad. it. S. Freud, in Opere di Sigmund Freud, vol. V, Boringhieri, Torino 1981, pp. 128-129 (traduzione modificata). Nel secondo caso questa espressione viene usata per indicare il paziente nel corso dell’analisi: “È noto che la situazione analitica consiste nell’allearci con l’Io della persona-oggetto per sottomettere le porzioni del suo Es che sono fuori controllo, includendole quindi nella sintesi dell’Io”. Cfr. S. Freud, Die endliche und die unendliche Analyse, trad. it. S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, in Opere di Sigmund Freud¸ vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 517 (traduzione modificata: il termine è sostanzialmente cancellato dalla traduzione della Boringhieri).

[6] R. Markuszewicz, Beitrag zum autistischen Denken bei Kindern, in Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, VIII, 1920, pp. 248-252.

[7] S. Freud, Trauer und Melancholie (1917), trad. it. S. Freud, Lutto e melanconia, in Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976, p. 108.

[8] [S. Freud, Introduzione al narcisismo, op. cit., pp. 465 sgg. e id., Lutto e melanconia, op. cit., p. 108.]

[9] Sappiamo benissimo che con questi esempi estratti dalla patologia non abbiamo esaurito l’essenza dell’identificazione e che abbiamo lasciato intatta una parte dell’enigma della formazione della massa. Dovrebbe qui subentrare un’analisi psicologica molto più approfondita e molto più estesa. Dall’identificazione una via conduce, attraverso l’imitazione, all’immedesimazione, cioè alla comprensione del meccanismo attraverso cui ci è reso possibile prendere una posizione nei confronti di un’altra vita psichica. C’è ancora molto da chiarire anche a proposito delle manifestazioni di un’identificazione esistente. Tra l’altro una delle conseguenze è la restrizione dell’aggressione nei confronti della persona con cui ci si identifica, risparmiandola e aiutandola. Lo studio di tali identificazioni, ad esempio quelle che stanno alla base della comunità del clan, portò William Robertson Smith (Kinship and marriage in early Arabia, 1885) al sorprendente risultato che esse poggiano sul riconoscimento di una sostanza comune e, quindi, si possono generare attraverso un pasto preso in comune. Questo tratto consente di riallacciare una siffatta identificazione alla preistoria della famiglia umana da me costruita in Totem e tabù (1912-1913).

Revisione di Antonello Sciacchitano

 

René Magritte – Le Double Secret (1927)
René Magritte – Le Double Secret (1927)

Di seguito il testo originale:

Massenpsychologie und Ich-Analyse (1921)

[…]

VII – Die Identifizierung

[115] Die Identifizierung ist der Psychoanalyse als früheste Äußerung einer Gefühlsbindung an eine andere Person bekannt. Sie spielt in der Vorgeschichte des Ödipuskomplexes eine Rolle. Der kleine Knabe legt ein besonderes Interesse für seinen Vater an den Tag, er möchte so werden und so sein wie er, in allen Stücken an seine Stelle treten. Sagen wir ruhig: er nimmt den Vater zu seinem Ideal. Dies Verhalten hat nichts mit einer passiven oder femininen Einstellung zum Vater (und zum Manne überhaupt) zu tun, es ist vielmehr exquisit männlich. Es verträgt sich sehr wohl mit dem Ödipuskomplex, den es vorbereiten hilft.

Gleichzeitig mit dieser Identifizierung mit dem Vater, vielleicht sogar vorher, hat der Knabe begonnen, eine richtige Objektbesetzung der Mutter nach dem Anlehnungstypus vorzunehmen. Er zeigt also dann zwei psychologisch verschiedene Bindungen, zur Mutter eine glatt sexuelle Objektbesetzung, zum Vater eine vorbildliche Identifizierung. Die beiden bestehen eine Weile nebeneinander, ohne gegenseitige Beeinflussung oder Störung. Infolge der unaufhaltsam fortschreitenden Vereinheitlichung des Seelenlebens treffen sie sich endlich und durch dies Zusammenströmen entsteht der normale Ödipuskomplex. Der Kleine merkt, daß ihm der Vater bei der Mutter im Wege steht; seine Identifizierung mit dem Vater nimmt jetzt eine feindselige Tönung an und wird mit dem Wunsch identisch, den Vater auch bei der Mutter [116] zu ersetzen. Die Identifizierung ist eben von Anfang an ambivalent, sie kann sich ebenso zum Ausdruck der Zärtlichkeit wie zum Wunsch der Beseitigung wenden. Sie benimmt sich wie ein Abkömmling der ersten oralen Phase der Libidoorganisation, in welcher man sich das begehrte und geschätzte Objekt durch Essen einverleibte und es dabei als solches vernichtete. Der Kannibale bleibt bekanntlich auf diesem Standpunkt stehen; er hat seine Feinde zum Fressen lieb, und er frißt die nicht, die er nicht irgendwie lieb haben kann.[1]

Das Schicksal dieser Vateridentifizierung verliert man später leicht aus den Augen. Es kann dann geschehen, daß der Ödipuskomplex eine Umkehrung erfährt, daß der Vater in femininer Einstellung zum Objekte genommen wird, von dem die direkten Sexualtriebe ihre Befriedigung erwarten, und dann ist die Vateridentifizierung zum Vorläufer der Objektbindung an den Vater geworden. Dasselbe gilt mit den entsprechenden Ersetzungen auch für die kleine Tochter.

Es ist leicht, den Unterschied einer solchen Vateridentifizierung von einer Vaterobjektwahl in einer Formel auszusprechen. Im ersten Falle ist der Vater das, was man sein, im zweiten das, was man haben möchte. Es ist also der Unterschied, ob die Bindung am Subjekt oder am Objekt des Ichs angreift. Die erstere ist darum bereits vor jeder sexuellen Objektwahl möglich. Es ist weit schwieriger, diese Verschiedenheit metapsychologisch anschaulich darzustellen. Man erkennt nur, die Identifizierung strebt danach, das eigene Ich ähnlich zu gestalten wie das andere zum »Vorbild« genommene.

Aus einem verwickelteren Zusammenhange lösen wir die Identifizierung bei einer neurotischen Symptombildung. Das kleine Mädchen, an das wir uns jetzt halten wollen, bekomme dasselbe [117] Leidenssymptom wie seine Mutter, zum Beispiel denselben quälenden Husten. Das kann nun auf verschiedenen Wegen zugehen. Entweder ist die Identifizierung dieselbe aus dem Ödipuskomplex, die ein feindseliges Ersetzenwollen der Mutter bedeutet, und das Symptom drückt die Objektliebe zum Vater aus; es realisiert die Ersetzung der Mutter unter dem Einfluß des Schuldbewußtseins: Du hast die Mutter sein wollen, jetzt bist du’s wenigstens im Leiden. Das ist dann der komplette Mechanismus der hysterischen Symptombildung. Oder aber das Symptom ist dasselbe wie das der geliebten Person (so wie zum Beispiel Dora im »Bruchstück einer Hysterieanalyse« den Husten des Vaters imitiert); dann können wir den Sachverhalt nur so beschreiben, die Identifizierung sei an Stelle der Objektwahl getreten, die Objektwahl sei zur Identifizierung regrediert. Wir haben gehört, daß die Identifizierung die früheste und ursprünglichste Form der Gefühlsbindung ist; unter den Verhältnissen der Symptombildung, also der Verdrängung, und der Herrschaft der Mechanismen des Unbewußten kommt es oft vor, daß die Objektwahl wieder zur Identifizierung wird, also das Ich die Eigenschaften des Objektes an sich nimmt. Bemerkenswert ist es, daß das Ich bei diesen Identifizierungen das eine Mal die ungeliebte, das andere Mal aber die geliebte Person kopiert. Es muß uns auch auffallen, daß beide Male die Identifizierung eine partielle, höchst beschränkte ist, nur einen einzigen Zug von der Objektperson entlehnt.

Es ist ein dritter, besonders häufiger und bedeutsamer Fall der Symptombildung, daß die Identifizierung vom Objektverhältnis zur kopierten Person ganz absieht. Wenn zum Beispiel eines der Mädchen im Pensionat einen Brief vom geheim Geliebten bekommen hat, der ihre Eifersucht erregt, und auf den sie mit einem hysterischen Anfall reagiert, so werden einige ihrer Freundinnen, die darum wissen, diesen Anfall übernehmen, wie wir sagen, auf dem Wege der psychischen Infektion. Der Mechanismus [118] ist der der Identifizierung auf Grund des sich in dieselbe Lage Versetzenkönnens oder Versetzenwollens. Die anderen möchten auch ein geheimes Liebesverhältnis haben und akzeptieren unter dem Einfluß des Schuldbewußtseins auch das damit verbundene Leid. Es wäre unrichtig zu behaupten, sie eignen sich das Symptom aus Mitgefühl an. Im Gegenteil, das Mitgefühl entsteht erst aus der Identifizierung, und der Beweis hiefür ist, daß sich solche Infektion oder Imitation auch unter Umständen herstellt, wo noch geringere vorgängige Sympathie zwischen beiden anzunehmen ist, als unter Pensionsfreundinnen zu bestehen pflegt. Das eine Ich hat am anderen eine bedeutsame Analogie in einem Punkte wahrgenommen, in unserem Beispiel in der gleichen Gefühlsbereitschaft, es bildet sich daraufhin eine Identifizierung in diesem Punkte, und unter dem Einfluß der pathogenen Situation verschiebt sich diese Identifizierung zum Symptom, welches das eine Ich produziert hat. Die Identifizierung durch das Symptom wird so zum Anzeichen für eine Deckungsstelle der beiden Ich, die verdrängt gehalten werden soll.

Das aus diesen drei Quellen Gelernte können wir dahin zusammenfassen, daß erstens die Identifizierung die ursprünglichste Form der Gefühlsbindung an ein Objekt ist, zweitens daß sie auf regressivem Wege zum Ersatz für eine libidinöse Objektbindung wird, gleichsam durch Introjektion des Objekts ins Ich, und daß sie drittens bei jeder neu wahrgenommenen Gemeinsamkeit mit einer Person, die nicht Objekt der Sexualtriebe ist, entstehen kann. Je bedeutsamer diese Gemeinsamkeit ist, desto erfolgreicher muß diese partielle Identifizierung werden können und so dem Anfang einer neuen Bindung entsprechen.

Wir ahnen bereits, daß die gegenseitige Bindung der Massenindividuen von der Natur einer solchen Identifizierung durch eine wichtige affektive Gemeinsamkeit ist, und können vermuten, diese Gemeinsamkeit liege in der Art der Bindung an den Führer. Eine andere Ahnung kann uns sagen, daß wir weit [119] davon entfernt sind, das Problem der Identifizierung erschöpft zu haben, daß wir vor dem Vorgang stehen, den die Psychologie »Einfühlung« heißt, und der den größten Anteil an unserem Verständnis für das Ichfremde anderer Personen hat. Aber wir wollen uns hier auf die nächsten affektiven Wirkungen der Identifizierung beschränken und auch ihre Bedeutung für unser intellektuelles Leben beiseite lassen.

Die psychoanalytische Forschung, die gelegentlich auch schon die schwierigeren Probleme der Psychosen in Angriff genommen hat, konnte uns auch die Identifizierung in einigen anderen Fällen aufzeigen, die unserem Verständnis nicht ohne weiteres zugänglich sind. Ich werde zwei dieser Fälle als Stoff für unsere weiteren Überlegungen ausführlich behandeln.

Die Genese der männlichen Homosexualität ist in einer großen Reihe von Fällen die folgende: Der junge Mann ist ungewöhnlich lange und intensiv im Sinne des Ödipuskomplexes an seine Mutter fixiert gewesen. Endlich kommt doch nach vollendeter Pubertät die Zeit, die Mutter gegen ein anderes Sexualobjekt zu vertauschen. Da geschieht eine plötzliche Wendung; der Jüngling verläßt nicht seine Mutter, sondern identifiziert sich mit ihr, er wandelt sich in sie um und sucht jetzt nach Objekten, die ihm sein Ich ersetzen können, die er so lieben und pflegen kann, wie er es von der Mutter erfahren hatte. Dies ist ein häufiger Vorgang, der beliebig oft bestätigt werden kann und natürlich ganz unabhängig von jeder Annahme ist, die man über die organische Triebkraft und die Motive jener plötzlichen Wandlung macht. Auffällig an dieser Identifizierung ist ihre Ausgiebigkeit, sie wandelt das Ich in einem höchst wichtigen Stück, im Sexualcharakter, nach dem Vorbild des bisherigen Objekts um. Dabei wird das Objekt selbst aufgegeben; ob durchaus oder nur in dem Sinne, daß es im Unbewußten erhalten bleibt, steht hier außer Diskussion. Die Identifizierung mit dem aufgegebenen oder verlorenen Objekt zum Ersatz desselben, die Introjektion dieses Objekts ins [120] Ich, ist für uns allerdings keine Neuheit mehr. Ein solcher Vorgang läßt sich gelegentlich am kleinen Kind unmittelbar beobachten. Kürzlich wurde in der Internationalen Zeitschrift für Psychoanalyse eine solche Beobachtung veröffentlicht, daß ein Kind, das unglücklich über den Verlust eines Kätzchens war, frischweg erklärte, es sei jetzt selbst das Kätzchen, dementsprechend auf allen Vieren kroch, nicht am Tische essen wollte usw.[2]

Ein anderes Beispiel von solcher Introjektion des Objekts hat uns die Analyse der Melancholie gegeben, welche Affektion ja den realen oder affektiven Verlust des geliebten Objekts unter ihre auffälligsten Veranlassungen zählt. Ein Hauptcharakter dieser Fälle ist die grausame Selbstherabsetzung des Ichs in Verbindung mit schonungsloser Selbstkritik und bitteren Selbstvorwürfen. Analysen haben ergeben, daß diese Einschätzung und diese Vorwürfe im Grunde dem Objekt gelten und die Rache des Ichs an diesem darstellen. Der Schatten des Objekts ist auf das Ich gefallen, sagte ich an anderer Stelle.[3] Die Introjektion des Objekts ist hier von unverkennbarer Deutlichkeit.

Diese Melancholien zeigen uns aber noch etwas anderes, was für unsere späteren Betrachtungen wichtig werden kann. Sie zeigen uns das Ich geteilt, in zwei Stücke zerfällt, von denen das eine gegen das andere wütet. Dies andere Stück ist das durch Introjektion veränderte, das das verlorene Objekt einschließt. Aber auch das Stück, das sich so grausam betätigt, ist uns nicht unbekannt. Es schließt das Gewissen ein, eine kritische Instanz im Ich, die sich auch in normalen Zeiten dem Ich kritisch gegenübergestellt hat, nur niemals so unerbittlich und so ungerecht. Wir haben schon bei früheren Anlässen die Annahme machen müssen (Narzißmus, Trauer und Melancholie), daß sich in unserem Ich eine solche Instanz entwickelt, welche sich vom anderen Ich [121] absondern und in Konflikte mit ihm geraten kann. Wir nannten sie das »Ichideal« und schrieben ihr an Funktionen die Selbstbeobachtung, das moralische Gewissen, die Traumzensur und den Haupteinfluß bei der Verdrängung zu. Wir sagten, sie sei der Erbe des ursprünglichen Narzißmus, in dem das kindliche Ich sich selbst genügte. Allmählich nehme sie aus den Einflüssen der Umgebung die Anforderungen auf, die diese an das Ich stelle, denen das Ich nicht immer nachkommen könne, so daß der Mensch, wo er mit seinem Ich selbst nicht zufrieden sein kann, doch seine Befriedigung in dem aus dem Ich differenzierten Ichideal finden dürfe. Im Beobachtungswahn, stellten wir ferner fest, werde der Zerfall dieser Instanz offenkundig und dabei ihre Herkunft aus den Einflüssen der Autoritäten, voran der Eltern, aufgedeckt.[4] Wir haben aber nicht vergessen anzuführen, daß das Maß der Entfernung dieses Ichideals vom aktuellen Ich für das einzelne Individuum sehr variabel ist, und daß bei vielen diese Differenzierung innerhalb des Ichs nicht weiter reicht als beim Kinde.

Ehe wir aber diesen Stoff zum Verständnis der libidinösen Organisation einer Masse verwenden können, müssen wir einige andere Wechselbeziehungen zwischen Objekt und Ich in Betracht ziehen.[5]

Noten

[1] S. »Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie« [G. W., Bd. V, S. 27-145] und Abraham: »Untersuchungen über die früheste prägenitale Entwicklungsstufe der Libido.« Intern. Zeitschr. f. Psychoanalyse, IV, 1916 auch in dessen »Klinische Beiträge zur Psychoanalyse«. Intern. Psychoanalyt. Bibliothek, Bd. 10, 1921.

[2] Markuszewicz, Beitrag zum autistischen Denken bei Kindern. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, VI., 1920.

[3] Trauer und Melancholie. Sammlung kleiner Schriften zur Neurosenlehre. IV. Folge, 1918 [G. W., Bd. X, S. 427-446].

[4] Zur Einführung des Narzißmus, l. c. [G. W., Bd. X, S. 137-170]

[5] Wir wissen sehr gut, daß wir mit diesen der Pathologie entnommenen Beispielen das Wesen der Identifizierung nicht erschöpft haben und somit am Rätsel der Massenbildung ein Stück unangerührt lassen. Hier müßte eine viel gründlichere und mehr umfassende psychologische Analyse eingreifen. Von der Identifizierung führt ein Weg über die Nachahmung zur Einfühlung, das heißt zum Verständnis des Mechanismus, durch den uns überhaupt eine Stellungnahme zu einem anderen Seelenleben ermöglicht wird. Auch an den Äußerungen einer bestehenden Identifizierung ist noch vieles aufzuklären. Sie hat unter anderem die Folge, daß man die Aggression gegen die Person, mit der man sich identifiziert hat, einschränkt, sie verschont und ihr Hilfe leistet. Das Studium solcher Identifizierungen, wie sie zum Beispiel der Clangemeinschaft zugrunde liegen, ergab Robertson Smith das überraschende Resultat, daß sie auf der Anerkennung einer gemeinsamen Substanz beruhen (Kinship and Marriage, 1885), daher auch durch eine gemeinsam genommene Mahlzeit geschaffen werden können. Dieser Zug gestattet es, eine solche Identifizierung mit der von mir in »Totem und Tabu« konstruierten Urgeschichte der menschlichen Familie zu verknüpfen.