Freud – Bleuler, da neurologo a neurologo

La storia della psicoanalisi rischia forse di ridurre la figura e il ruolo di Eugen Bleuler a pochi elementi: direttore della clinica psichiatrica zurighese Burghölzli dal 1898 al 1927, dove, alle sue dipendenze, lavorarono all’inizio del xx secolo protagonisti di spicco della psicoanalisi (Carl Gustav Jung, su tutti, ma anche Karl Abraham, Max Eitingon, Ludwig Binswanger e altri ancora); padre tanto del concetto di “schizofrenia”, con cui sostituì la precedente e funesta etichetta kraepeliniana di “dementia praecox”, quanto di quello di “autismo” (nella sua dimensione di sintomo schizofrenico, non come specifica patologia infantile). E soprattutto tentennante psichiatra che, indeciso se aderire o meno alla psicoanalisi e alla Società Psicoanalitica Internazionale, che pure aveva contribuito a fondare nel 1910, finì per chiamarsi fuori dai giochi.[1]

Tanto il rischio di un appiattimento, quanto dovere storico il contribuire a ridare spessore a questo psichiatra.[2] Non si vuol qui ripercorrere la vita e le opere di Eugen Bleuler, ma più semplicemente contribuire alla costruzione di una visione più critica del suo rapporto con Freud e del suo apporto allo sviluppo della psicoanalisi. D’ostacolo a ciò è senz’altro la mancanza, tra le tante, nel panorama editoriale italiano dell’epistolario fra Freud e Bleuler, disponibile da alcuni anni in tedesco.[3]

Benché nel titolo del volume il carteggio sia indicato come relativo agli anni 1904-1937, vi è in realtà una prima lettera di Bleuler a Freud del 1898, che verosimilmente risponde a una domanda di Freud a proposito della possibilità di un ricovero di un suo paziente privato presso la clinica zurighese.[4] Dopodiché la documentazione disponibile si interrompe per riprendere con un salto di sei anni, al settembre 1904. La lettera di Freud a Wilhelm Fliess del 26 aprile 1904 dimostra che a quel tempo il padre della psicoanalisi era già a conoscenza dell’apprezzamento dei propri lavori psicologici da parte di Bleuler.[5] Peraltro, l’epistolario Freud-Bleuler per il 1904 si compone di due sole missive del secondo al primo, una del 21 settembre, la successiva del 21 ottobre, in entrambe le quali Bleuler caldeggia la stesura da parte di Freud di un lavoro riassuntivo sui risultati della psicoanalisi, prima lettera, o quantomeno la raccolta dei suoi articoli psicoanalitici, sparpagliati in varie riviste e per questo difficili da recuperare.

Si tratta qui di cogliere non tanto l’entusiasmo del rinomato psichiatra svizzero per la novità psicoanalitica, quanto la sua lungimiranza e la sua capacità di cogliere fin da subito l’elemento positivamente innovativo del pensiero freudiano. A conferma di ciò basti considerare che già nel 1896 egli aveva recensito positivamente Studi sull’isteria di Freud e Breuer.[6] Annotando queste due lettere di Bleuler, Michael Schröter avanza le condivisibili ipotesi che esse abbiamo da un lato contribuito a far sì che Freud sostenesse il progetto del suo collaboratore Eduard Hitschmann di scrivere un volume sulla “teoria delle nevrosi di Freud” (Freuds Neurosenlehre) che avrebbe visto la luce nel 1911 e dall’altro che queste lettere abbiano agito da stimolo alla raccolta freudiana Sammlung kleiner Schriften zur Neurosenlehre [Raccolta di scritti brevi sulla teoria della nevrosi], il cui primo volume sarebbe apparso nel 1906.

Eugen Bleuler
Eugen Bleuler

Non sono elementi da poco, se raffrontati con quanto si sarebbe portati erroneamente a concludere leggendo il carteggio Freud-Jung, decisamente più noto e diffuso. Ad esempio, Freud cita Bleuler la prima volta nella lettera a Jung del 7 ottobre 1906 dichiarando: “… la notizia che Lei ha convertito Bleuler mi induce a ringraziarLa in modo particolare”.[7] Curiosa affermazione da parte di un Freud, che già da due anni pieni conosce l’inclinazione di Bleuler verso la psicoanalisi, come appunto dimostrano sia le due lettere di fine 1904 ricevute dallo psichiatra svizzero, sia la citata lettera a Fliess dell’aprile 1904.

Le successive lettere tra Freud e Jung danno pressoché costantemente l’idea che il secondo medi regolarmente il rapporto del primo con Bleuler. A fatica si troverebbero in tale scambio epistolare esplicite affermazioni di un canale diretto di comunicazione Freud-Bleuler. Fino al 1910, quando nella lettera a Jung del primo ottobre Freud dichiara espressamente di avere scritto “una lunga lettera” allo “zio Bleuler”[8] a proposito della titubanza di quest’ultimo ad associarsi all’Associazione Psicoanalitica Internazionale. Ma a questo punto non si può non essere indotti a pensare che Freud si sia messo in contatto con Bleuler solo diversi anni dopo avere conosciuto Jung e solo per un motivo di estrema importanza: la neonata Associazione Internazionale.[9]

Si aggiunga a ciò la storiografia, perlomeno quella più diffusa. è infatti sufficiente aprire la copertina del secondo volume della biografia freudiana scritta da Jones, intitolata “Il libro”, per leggere sul suo retro: “Solo nel 1907 gli giungerà notizia che a Zurigo lo psichiatra Bleuler e il suo assistente Jung si interessano ai suoi studi”. Cosa che naturalmente, come sopra dimostrato e documentato, non corrisponde al vero. Ora, non è da escludere che il brano, in sostanza la sinossi del testo, non sia di mano di Jones, ma in tal caso esso non fa che dimostrare le eccessive semplificazioni cui può andare incontro l’inappropriata sintesi storica. E del resto, in un’altra parte dello stesso volume, l’autore scrive invece: “Nell’autunno del 1904 Freud venne a sapere da Eugen Bleuler, professore di psichiatria a Zurigo, che egli stesso e tutti i suoi assistenti si erano occupati a fondo di psicoanalisi per un paio d’anni, giungendo a trovare varie possibilità di applicazione”; ma aggiunge: “La principale ispirazione alle ricerche era venuta dal primo assistente di Bleuler, C. G. Jung”.[10] Quanto alla prima affermazione, Jones non cita la fonte che, nonostante la suggestiva coincidenza cronologica (autunno 1904), non può essere considerata il carteggio Freud-Bleuler, in quanto lì Bleuler non fa riferimento a “un paio d’anni”, né più in generale ad alcun lasso di tempo. Quanto alla seconda affermazione, è del tutto invalidata dai documenti, poiché l’interesse di Bleuler per la psicoanalisi risale, come visto, al 1896, mentre Jung giunse al Burghöhlzli solo l’11 dicembre 1900.[11]

Ma c’è di più. C’è una sorta di preistoria al carteggio. Proprio dalla ricca introduzione di Schröter al volume[12] veniamo infatti a sapere che la reciproca conoscenza tra Freud e Bleuler non gemmò dalla psichiatria (lettera del 1898) né dalla psicoanalisi (lettere del 1904), bensì dalla neurologia: fu un incontrarsi, seppur “virtuale”, da neurologo a neurologo. Lo zurighese aveva infatti apprezzato particolarmente lo scritto di Freud del 1891 sulle afasie, Zur Auffassung der Aphasien [La concezione delle afasie], onorandolo dell’appellativo di “geniale”.[13] Parimenti, il primo riferimento di Freud a Bleuler si ha, ci svela Schröter, in un suo lavoro del 1897, in cui lo svizzero è segnalato in qualità di ricercatore neurologo. Si ha qui però una svista: o mia o del curatore del carteggio. Se infatti nel lavoro di Schröter il rimando bibliografico per la citazione freudiana è “[Freud,] 1897a, 302”, la successiva bibliografia del volume non riporta alcun lavoro di Freud del 1897,[14] lasciando così il lettore (ma forse solo quello distratto…) con una sospesa curiosità: di quale scritto di Freud si potrebbe trattare? Ebbene, non può che trattarsi della sua terza e conclusiva monografia sulle paralisi cerebrali infantili: Die infantile Cerebrallähmung [La paralisi cerebrale infantile]. Nello specifico, il passaggio in questione fa parte del capitolo VIII, intitolato “Epilessia e idiozia” e prende spunto, si vedrà, da alcune osservazioni istopatologiche di Philippe Chaslin, in conseguenza delle quali l’autore francese avanza l’ipotesi che causa dell’epilessia sarebbe una sclerosi cerebrale gliosa, rilevabile microscopicamente e caratterizzata da “proliferazione del tessuto interstiziale, neoformazione di fibrille e di ammassi fibrillari fuoriuscenti dagli astrociti della neuroglia”. Il passaggio di Chaslin è in realtà già presente nella prima monografia di Freud sulle paralisi cerebrali infantili, scritta nel 1891 assieme al caro amico e pediatra Oscar Rie.[15] Non si tratta certo dell’unico brano tratto dal volume del 1891 e inserito senza alcuna modifica in quello del 1897. Del resto, anche diversi passaggi della seconda monografia (1893) dedicata alle paralisi cerebrali infantili, più nello specifico alle diplegie cerebrali,[16] sono da Freud incorporati con poche variazioni nella sua summa neurologica del 1897.

Se da un lato questo ricomporre e integrare è uno dei motivi della fatica nella stesura di Die infantile Cerebrallähmung, più volte lamentata da Freud nelle lettere a Fliess,[17] dall’altro esso rende conto del costante aggiornamento cui Freud era solito sottoporre il suo sapere: proprio nel brano qui proposto, infatti, egli rivaluta i risultati di Chaslin alla luce delle più recenti indagini di Bleuler e segnalando la necessità di “rinnovate indagini con tecniche più potenti”, nell’ottica dunque del puro ricercatore che abbisogna costantemente di nuovi dati per procedere acquisendo nuove conoscenze e avanzando ulteriori ipotesi. E credo che quello del ricercatore mai pago sia un lato di Freud da non scordare anche, o soprattutto, nel nostro approcciarci al suo pensiero psicoanalitico.

Sigmund Freud – La paralisi cerebrale infantile (1897)

[…]

Capitolo VIII – Epilessia e idiozia

[…]
Le affermazioni di Chaslin hanno incontrato parecchie obiezioni, ma recentemente hanno trovato una significativa conferma grazie alle indagini di Bleuler. L’attenzione di questo autore si è volta soprattutto alle alterazioni della sostanza di sostegno del cervello; la sua tecnica tuttavia gli ha consentito il sicuro riconoscimento di tali alterazioni solo negli strati più superficiali della corteccia cerebrale. In 26 cervelli di epilettici non mancava mai l’alterazione da lui indicata come gliosi superficiale, una chiara ipertrofia dello strato di glia posto tra la pia mater e le fibre tangenziali più esterne, strato che cingeva la sezione [di cervello] come un cordoncino e che si poteva prontamente asportare come qualcosa di estraneo dal tessuto sottostante. Un tale reperto era per lo più documentabile all’intero mantello cerebrale,[18] con espressione variabile in diversi punti. L’intensità del processo sembrava all’autore non tanto proporzionale alla durata della malattia quanto piuttosto al grado di indementimento epilettico. Nei cervelli di non-epilettici esaminati per controllo, erano riconoscibili solo accenni di gliosi, questa mancava del tutto oppure costituiva comunque un quadro tanto divergente da permettere a Bleuler di assicurare che gli sarebbe divenuta in tal modo possibile la diagnosi anatomica di epilessia.

Due dei casi di Bleuler meritano particolare menzione perché mostrano la medesima gliosi superficiale oltre a una lesione focale divenuta originale di una paralisi cerebrale emiplegica. (Un caso: emiplegia spastica sinistra a partire da una scarlattina a 1 anno e mezzo, grossa cisti nelle circonvoluzioni centrali di destra.) Questi casi giustificherebbero dunque l’aspettativa che l’epilessia nella paralisi cerebrale infantile e la cosiddetta epilessia idiopatica siano da attribuire alle stesse alterazioni. Quanto alle alterazioni negli strati più profondi del tessuto cerebrale, le indagini di Bleuler non offrono alcun chiarimento. È assai probabile che le sue osservazioni e quelle di Chaslin abbiano approcciato lo stesso processo degenerativo di cui Marie e Jendrassik hanno abbozzato un’altra descrizione applicando altri metodi di indagine. Una decisione in merito è da attendersi solo da rinnovate indagini con tecniche più potenti, ciononostante fin d’ora non è minima la possibilità che un progesso degenerativo nella sostanza gliale possa esitare in una “alterazione epilettica” endogena in cui sia da ricercare la causa di ogni epilessia cronicizzatasi. Si potrebbero dunque spiegare gli attacchi epilettici isolati, che costituiscono l’epilessia sintomatica meccanica, tossica e dovuta a patologia organica cerebrale, tramite gli effetti irritativi che il tessuto gliale affetto esercita sulla sostanza neuronale.[19].

 

Illustrazione da Heirich Obersteiner, Anleitung beim Studium des Baues der nervösen Centralorgane im gesunden und kranken Zustande (Toeplitz & Deuticke, Leipzig und Wien, 1888)
Illustrazione da Heirich Obersteiner, Anleitung beim Studium des Baues der nervösen Centralorgane im gesunden und kranken Zustande (Toeplitz & Deuticke, Leipzig und Wien, 1888)

 

Di seguito il testo originale:

Sigmund Freud – Die infantile Cerebrallähmung (1897)

[…]

Kapitel VIII – Epilepsie und Idiotie

[…]
[302] Die Angaben von Chaslin haben vielfachen Widerspruch erfahren, kürzlich aber eine bedeutsame Bestätigung durch Untersuchungen von Bleuler gefunden. Die Aufmerksamkeit dieses Autors richtete sich vor Allem auf Veränderungen in der Stützsubstanz des Gehirns; seine Technik gestattete ihm aber die Erkennung solcher Veränderungen mit Sicherheit nur in den oberflächlichsten Schichten der Hirnrinde. In 26 Gehirnen von Epileptikern vermisste er keinmal die von ihm als Oberflachengliose bezeichnete Veränderung, eine deutliche Hypertrophie der zwischen Pia mater und den äussersten Tangentialfasern gelegenen Gliaschicht, die den Schnitt wie eine Schnur einfasste und sich von dem darunter liegenden Gewebe wie etwas Fremdes zu lösen bereit war. Ein solcher Befund war meist über den ganzen Hirnmantel nachweisbar, an verschiedenen Stellen in wechselnder Ausprägung. Die Intensität des Processes schien dem Autor nicht etwa proportional der Dauer der Erkrankung, sondern eher dem Grade der epileptisehen Verblödung. An den zur Controle untersuchten Gehirnen Nichtepileptischer war die Gliose nur in Andeutungen zu erkennen, fehlte gänzlich oder zeigte doch ein so abweichendes Bild, dass Bleuler versichern kann, es sei ihm die anatomische Diagnose der Epilepsie ermoglicht worden.

Unter den Fällen B l e u l e r’ s verdienen zwei besondere Hervorhebung, weil sie die nämliche Oberflächengliose neben einer Herdläsion aufzeigen, welche Ursache einer hemiplegischen Cerebrallähmung geworden war. (Ein Fall: Spastische Hemiplegie links seit einem Scharlach mit 1 ½ Jahren, grosse Cyste in den Centralwindungen rechts.) Diese Falle würden also die Erwartung rechtfertigen, die Epilepsie bei der Infantilen Cerebrallähmung und die sogenannte idiopathische Epilepsie seien auf die nämlichen Veränderungen zurückzuführen. Ueber die Veränderungen in tieferen Gewebsschichten des Gehirns geben die Untersuchungen B l e u l e r’s keinen Aufschluss. Es ist sehr wohl möglich, dass seine und Chaslin’s Beobachtungen den nämlichen Degenerationsprocess gestreift haben, von dem bei Anwendung anderer Untersuchungsmethoden M a r i e und J e n d r a s s i k eine andere Beschreibung entwarfen. Eine Entscheidung ist offenbar erst von erneuerten Untersuchungen mit weiter tragender Technik zu erwarten, doch ist schon heute die Wahrscheinlichkeit nicht gering, dass ein Degenerationsprocess in der Gliasubstanz sich als jene endogene „epileptische Veränderung” herausstellen dürfte, in welcher die Ursache jeder stabil gewordenen Epilepsie zu suchen ist. [303] Aus den Reizwirkungen, welche das erkrankte Gliagewebe auf die Nervensubstanz ausübt, könnten dann die vereinzelten epileptischen Anfälle zu erklaren sein, welche die mechanische, toxische und für organische Hirnerkrankung symptomatische Epilepsie constituiren.

Note

1 Sull’ambivalenza e sui tentennamenti di Bleuler rispetto alla psicoanalisi e sulla questione dell’adesione all’Associazione Psicoanalitica Internazionale si vedano: E. Jones, The Life and Work of Sigmund Freud (1953), trad. it. id., Vita e opere di Freud. II Gli anni della maturità (1901-1919), Il Saggiatore, Milano, 1962, pp. 99-100; Lettere di Freud a Jung del 7 aprile 1907 e del 26 aprile 1910 in S. Freud, C. G. Jung, Sigmund Freud / C. G. Jung Briefwechsel (1974), Lettere tra Freud e Jung. 1906-1913, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 28 e p. 335.

2 Chi abbia in mente le poche sequenze del film Prendimi l’anima (Faenza, 2003) in cui compare Bleuler, potrà rendersi ben conto della deriva cui è abbandonata questa figura da certa ricostruzione storica.

3 S. Freud, E. Bleuler, “Ich bin zuversichtlich, wir erhoben bald die Psychiatrie”. Briefwechsel 1904-1937. Schwabe Verlag, Basilea 2012.

4 S. Freud, E. Bleuler, op. cit., p. 71 e p. 71 n. 1 alla lettera del 28 settembre 1898.

5 S. Freud, Briefe an Wilhelm Fliess 1887-1904 (1985), Lettere a Wilhelm Fliess. 1887-1904, Bollati Boringhieri, Torino, 1986, 491.

6 Ivi, p. 492 n. 5.

7 S. Freud, Lettere tra Freud e Jung. 1906-1913, op. cit., p. 5.

8 Ivi, p. 384.

9 Due caveat: le lettere di Freud a Jensen, di recente pubblicazione anche in italiano, dimostrano che Freud e Bleuler erano già in diretto contatto epistolare nel 1907, in un passaggio che mostra l’acume dello psichiatra svizzero e lascia intuire la raffinatezza del suo pensiero scientifico, che da un lato contrasta con l’immagine più classica di un tentennante psichiatra che non sa dedcidersi se appoggiare o meno la psicoanalisi, dall’altro è certo più in sintonia con gli importanti contributi che seppe dare alla psichiatria dell’epoca. Cfr. S. Freud, W. Jensen, “Non è vana curiosità”. Carteggio Freud-Jensen (1907), Youcanprint, Tricase 2019, p. 21, pp. 54 e sgg. Tra l’altro pare sia questa l’unica fonte, pur minimale, sullo scambio tra i due grandi in questi mesi del 1907, poiché per tale periodo non si sono conservate loro lettere. Cfr. S. Freud, E. Bleuler, “Ich bin zuversichtlich, wir erhoben bald die Psychiatrie”. Briefwechsel 1904-1937, op. cit., p. 103 n. 1.
In secondo luogo, nel gennaio 1965 uscì un articolo con la corrispondenza parziale tra Freud e Bleuler. Cfr. F. Alexander, S. T. Selsnick, Freud-Bleuler Correspondence, in Archives of General Psychiatry, vol. 12, n. 1, pp. 1-9. Solo recentemente sono riuscito a consultarlo grazie alla fornitissima biblioteca di Davide Radice. In esso viene fatto un laconico cenno al fatto che “La corrispondenza di Bleuler con Freud risale al 21 settembre 1904” (p. 6). Tuttavia non viene colta la significatività di un simile momento di esordio e per giunta si tratta di un articolo poco noto di contro alla notevole diffusione del carteggio Freud-Jung.

10 E. Jones, Vita e opere di Freud. II Gli anni della maturità (1901-1919), op. cit., p. 51.

11 M. M. Lualdi, Buongiorno, inconscio, Youcanprint, Tricase 2014, p. 92.

12 M. Schröter, Eigenständige Nähe. Eugen Bleuler und die Psychoanalyse. In S. Freud, E. Bleuler, “Ich bin zuversichtlich, wir erhoben bald die Psychiatrie”. Briefwechsel 1904-1937, op. cit., 11-60.

13 Ivi, p. 13.

14 Per la citazione bibliografica si veda ivi, p. 13 n. 11. Per la bibliografia dei lavori freudiani si veda S. Freud, E. Bleuler, Eigenständige Nähe. Eugen Bleuler und die Psychoanalyse. In S. Freud, E. Bleuler, “Ich bin zuversichtlich, wir erhoben bald die Psychiatrie”. Briefwechsel 1904-1937, op. cit., pp. 262-5 e pp. 286-7.

15 S. Freud, O. Rie, Studio clinico sull’emiparalisi cerebrale dei bambini, Youcanprint, Tricase 2018, p. 288.

16 S. Freud, Per la conoscenza delle diplegie cerebrali dell’infanzia (in aggiunta al morbo di Little), Youcanprint, Tricase 2019.

17 Ho rilevato 19 riferimenti di Freud a Die infantile Cerebrallähmung nelle lettere a Fliess, concentrati nel periodo compreso tra il 27 aprile 1895 e il 27 settembre 1897. Molti di essi sono sfoghi e lamentele inerenti la difficoltà di portare a compimento l’opera (Lualdi M., La radice neurologica. In S. Freud, O. Rie, Studio clinico sull’emiparalisi cerebrale dei bambini, op. cit., pp. 16-18).

18 “Hirnmantel” nell’originale. Termine assai raro in Freud, che potrebbe essere reso con il latino “pallium”. Quanto alla trilogia sulle paralisi cerebrali infantili lo si ritrova una sola volta in Studio clinico (Ivi, p. 66; ho lì reso con “mantello cerebrale”) e una in Diplegie (S. Freud, Per la conoscenza delle diplegie cerebrali dell’infanzia (in aggiunta al morbo di Little), op. cit., p. 291). Compare inoltre una volta in un articolo del 1888 per il manuale di medicina curato da Villaret (S. Freud, Gehirn, in Gesamt-Ausgabe, II, Psychosozial-Verlag, Gießen, 2015, pp. 222-42; il termine compare a p. 225) e infine una volta nell’articolo dello stesso anno Sull’emianopsia nella prima infanzia (Youcapnprint, Tricase 2017; ho lì reso con l’aggettivo “corticali”).

19 “Nervensubstanz”, forse, più letteralmente, “sostanza nervosa”, ossia sostanza del sistema nervoso (TI rende con “nerve substance”). Ho tuttavia preferito una traduzione più specifica per esplicitare il rapporto di complementarietà con il tessuto gliale, evidente nel discorso di Freud.